Ottobre 2015 si presentò come uno di quei mesi in cui il Custode sembrava vivere contemporaneamente in tre universi diversi: quello del matrimonio che avanzava a colpi di spese incomprensibili e tradizioni al limite del folkloristico, quello della vita quotidiana a Guardia e dintorni, dove ogni mattina poteva riservare una tempesta, un clan, un cane, un barbiere introvabile o una milf appena immatricolata, e quello parallelo, sacro e inviolabile, fatto di videogiochi, serie tv, gare di indoor cycling e crisi mistiche davanti a X-Factor. In mezzo, gli amici continuavano a orbitargli attorno come due lune perfettamente storte, utilissime e rumorosissime: Sandrino pronto a sfottere qualunque cosa, Rocco capace di passare in due secondi da un discorso sul Senato alla selezione delle hostess come se fosse la cosa più naturale del mondo.
I primi giorni del mese partirono con pioggia, caos scolastico e quella particolare forma di osservazione sociale in cui il Custode eccelleva da anni: la contemplazione della fauna genitoriale davanti alle scuole. Non erano le milf abituali, no. Erano arrivate le nuove leve, quelle fresche di iscrizione, l’ondata di ricambio generazionale del desiderio parcheggiato in doppia fila. Lui le osservava con la concentrazione dello zoologo e la sincerità del morto di figa in buona fede, distribuendo un giudizio semplice, lineare e, a suo modo, professionale: brave, brave, brave. Subito dopo, come ogni uomo diviso tra l’elevazione spirituale e il cornetto, andò a fare colazione con Check, mentre già si cominciava a ragionare sulla serata.
L’idea di una pizzata prese quota quasi subito, come sempre nel gruppo bastava che uno dicesse “io ci sto” e nel giro di trenta secondi si passava da ipotesi astratta a organizzazione da summit. Sandrino era già pronto a partire anche se nessuno aveva ancora capito tempi, modi e numero effettivo dei partecipanti. Poi, con quella delicatezza un po’ goffa che gli apparteneva, domandò se fosse un problema se ci fosse anche Lulù. In fondo non voleva parcheggiarla a casa come un pacco ingombrante, e poi a lei avrebbe fatto piacere rivedere tutti. Dietro la domanda apparentemente banale si intuiva già il tratto principale di tutto il mese: il matrimonio era vicino, ma ancora abbastanza lontano da consentire battute, tentennamenti e logistica improvvisata.
Qualche giorno dopo si entrò invece in una di quelle mattine bagnate e infide in cui ogni curva sembrava un avvertimento divino. Il Custode veniva ammonito a stare attento in curva, ma pure nel rettilineo, visto che le gomme della macchina erano ormai più decorative che funzionali. Nel frattempo, Rocco viveva una delle sue trasformazioni periodiche da cazzaro di talento a professionista in tensione. Doveva insegnare in inglese, agli americani, all’Istituto Lorenzo de’ Medici, con trentotto di febbre, l’ansia alle stelle e probabilmente il sudore anche nei lobi delle orecchie. Sembrava l’inizio di un incubo pedagogico, invece finì come una piccola consacrazione. La lezione andò benissimo. Gli studenti erano quattro, due delle quali descritte con l’entusiasmo sobrio di un uomo di cultura che però non ha mai smesso di essere un maschio eterosessuale del Lazio profondo. Gli chiesero di tornare regolarmente, ogni quattro mesi. Cinquanta euro l’ora, ridacchiava lui. Non era la svolta della vita, ma nemmeno un calcio nei denti.
Intanto il Custode si preparava alla ripartenza dell’indoor cycling, che già di suo rappresentava una delle più grandi contraddizioni della sua esistenza: uno sport faticoso praticato anche per ragioni non esclusivamente sportive. Il problema, quella volta, era che Lulù avrebbe partecipato anche lei. Il che significava una drastica riduzione della libertà visiva. Lui lo ammise con il tono grave di un uomo davanti a un sacrificio reale: avrebbe dovuto guardare meno culi. La frase, detta così, suonava come una rinuncia monastica. Sandrino e Rocco, da amici veri, lo sostennero nel modo giusto, cioè sfottendolo senza pietà e celebrando intanto Rocco come novello latin lover internazionale, capace perfino di impressionare le inglesi. Più o meno.
A ottobre, però, bastava un attimo e la conversazione scivolava dal desiderio alla decadenza quotidiana. Successe così quando Rocco raccontò di aver visto una scena che gli aveva prodotto una crisi morale improvvisa: una donna bellissima, elegantissima, che attraversava la strada con la figlia nel marsupio e il pacchetto di sigarette appoggiato sopra la figlia come se fosse il vano portaoggetti. Rocco rimase sconvolto. Non dalla presenza della bambina, precisò, ma dal contrasto fra la bellezza della donna e la scena complessiva, che lui percepiva come un delitto estetico prima ancora che educativo. Era una di quelle osservazioni che nel gruppo passavano per perfettamente ragionevoli.
Dall’altra parte, il Custode aggiornava dal fronte lavorativo. C’erano centoventi capi da fotografare in due giorni. Se si fosse trattato solo di magliette, tutto sommato la cosa sarebbe stata anche sopportabile. Il problema erano le tute. E i manichini. Anzi, i non-manichini. Perché quelli in dotazione erano busti senza braccia e senza gambe, cioè l’equivalente sartoriale di una maledizione medievale. Provare a infilare una tuta su un torso amputato era un esercizio che richiedeva pazienza, bestemmie e forse un diploma in effetti speciali. Quando Sandrino li sentì lamentarsi, li liquidò con una sentenza affettuosamente sprezzante: sembravano due checche impazzite. Meglio parlare dei manichini, o magari direttamente rubare le foto da un altro sito, che sarebbe stata una soluzione più civile.
Ma ottobre era anche il mese delle patch mastodontiche, dei giochi sempre più grandi e del senso crescente di saturazione nerd. Un giorno il Custode annunciò l’arrivo della patch 1.10 di The Witcher 3 come se si trattasse di un evento meteorologico. Tredici pagine di changelog. Quindici giga di aggiornamento. Per lui era inconcepibile. Una volta, osservava con il tono del veterano di guerra, i giochi interi stavano in sette giga. Ora per correggere due errori ti scaricavano un satellite. A quel punto, diceva, si aspettava direttamente un simulatore spaziale.
Sandrino, però, aveva una domanda più importante della tecnologia: le femmine lo accendevano ancora, o ormai Roberto provava eccitazione solo per le note di rilascio delle patch? Il Custode allora tirò fuori la vera notizia della settimana: all’indoor cycling era comparsa una roscia nuova con due zinne da paura, roba che nella sua mente entrava subito nel pantheon, tra il mitologico e il mariano. Ne parlava con la serietà di uno che vuole fare ordine nel cosmo femminile e non ci riesce, incartandosi perfino nei pronomi, negli, le, lu, bon, in una deriva grammaticale che testimoniava come davanti a certe visioni il cervello maschile torni a uno stadio pre-sintattico.
Poi arrivò il giorno della prova menù per il matrimonio, e lì il Custode entrò nella sua forma finale: elegante fuori, sconnesso dentro. Pioveva, lui aveva giacca, camicia e intenzioni serie. Doveva provare i piatti, valutare il banchetto, ragionare come uno sposo maturo. In realtà aveva ancora il cervello piantato sulle tette a punta della roscia dell’indoor cycling, che continuavano a perseguitarlo come un’apparizione geometrica. Ne discutevano persino in termini filosofici: esiste una dimensione perfetta del seno che dia finalmente pace al cervello maschile? Sandrino sosteneva di no, perché se sono piccole le vuoi grandi, se sono grandi ti viene nostalgia delle piccole, quindi il problema non è il seno, è proprio la mente umana che è una fogna irrequieta. Poi allargava l’analisi al fucsia, interrogandosi sul suo inspiegabile potere seduttivo, come se Rocco, in quanto psicologo, dovesse fornire una teoria scientifica sul colore delle canottiere da palestra.
Intanto, però, il pranzo di prova andava benissimo. Il Custode usciva con una panza degna di una menzione speciale, convinto che lo chef, cugino di Luisa, avesse fatto miracoli. L’unica vera paura era che il giorno del matrimonio, con duecentocinquanta persone invece di quattro, si trasformasse da maestro del gusto a sabotatore interno. In mezzo a tutto questo, il Custode trovò comunque il tempo e l’energia di fare una lunga, appassionata recensione di Transformers: Devastation. Parlava del gioco come un bambino del 1986 cresciuto male ma rimasto coerente. Per lui era una via di mezzo fra Bayonetta e Metal Gear Rising, con grafica cartoonesca, loot alla Diablo e robottoni talmente ben fatti da sembrare usciti da un sogno febbrile dell’infanzia. Non era il gioco dell’anno, ammetteva, ma se amavi i Transformers era un nove pieno. Se non te ne fregava niente, restava comunque un sette e mezzo tendente all’otto. Un giudizio formulato con più cura di quella riservata a certi parenti.
Nel frattempo la realtà calabrese continuava a offrire materiale da romanzo criminale. Un pomeriggio il Custode raccontò di aver passato ore a consegnare partecipazioni di nozze a parenti dispersi sui monti sopra Cetraro, in luoghi che sembravano raggiungibili solo con fede, GPS e una minima protezione divina. Sembrava Don Matteo, disse, ma diretto da Tarantino. Al ritorno, all’incrocio con la strada principale, si ritrovarono davanti sei Panda anni Ottanta disposte in una specie di formazione da parata mafiosa. Alcune con persone a bordo, altre con uomini in piedi, tutti vestiti in modo abbastanza sospetto da farti desiderare di essere improvvisamente altrove. Fu Luisa a sussurrare il nome che spiegava tutto: erano i Mu*o. Il boss locale stava poco più in là, ai domiciliari, e quella puzzava fortemente di riunione di clan. Ciliegina finale: lo studio legale in cui lavorava Luisa era stato pure invitato al diciottesimo compleanno della figlia del boss. Il Custode raccontava tutto con una lucidità improvvisa e una prudenza inaspettata. Alcune cose, concludeva, era meglio non dirle nemmeno al telefono. E quando perfino lui smetteva di scherzare, si capiva che il confine fra farsa e realtà, da quelle parti, era davvero sottilissimo.
Naturalmente, dopo un momento così, il gruppo sterzò sulla questione bicicletta. Sandrino voleva regalare al Custode una bici, ma non un giocattolo qualsiasi: una bici vera, con manutenzione, tagliandi, meccanici competenti e tutto il carico di responsabilità che comporta un mezzo a due ruote quando non sei più un ragazzino che va a comprare il pane. Il problema era che loro sarebbero scesi in aereo e la bici non potevano mica infilarsela nel trolley. Il Custode, che di manutenzione ciclistica capiva quanto un cinghiale di filologia slava, ammise che se non gliel’avesse spiegato Sandrino lui avrebbe pensato tranquillamente che lo stessero prendendo per il culo. Però confermò che il weekend del 21 novembre sarebbe salito a Velletri e magari si sarebbe organizzato per portarsela giù. Era un uomo che viveva sospeso fra Uber PC, matrimonio e ipotetica rinascita sportiva.
Non tutto, però, a ottobre reggeva il confronto con le aspettative. Il Custode, per esempio, si ritrovò a guardare una puntata di Face Off e a uscirne sinceramente deluso. Per uno che quel programma lo viveva come una liturgia del trucco prostetico, dire che facevano tutti cagare era una presa di posizione pesante. Gli sembravano anonimi, pigri, privi di visione, mentre i giudici, al contrario, continuavano a entusiasmarsi per verniciature e dettagli che a lui parevano mediocri. Si immaginava la produzione costretta a tirare avanti la stagione pur sapendo di avere in mano un gruppetto di mestieranti senz’anima. Però almeno gli tornò in mente una vecchia puntata ispirata a Dishonored che lo aveva fatto godere come un riccio, e questo bastò per salvarlo dall’apatia.
Poi venne una mattina da Pietro, il fratello di Rino, che stava sul cazzo al Custode quasi per principio. Lì non successe niente di particolarmente narrativo, tranne che il Custode si vide investito alle otto del mattino da una tanfa umana talmente aggressiva da fargli interrogare la natura stessa del sudore altrui. Se uno puzza così all’alba, ragionava, alla sera cosa c’ha sotto le ascelle? Un bioma indipendente? Nello stesso momento, Rocco si godeva un raro attimo di libertà perché Leonardo, per la prima volta, pranzava al nido. E lui non lo usò per riposare o meditare, ma per farsi due commissioni e poi correre a giocare a Destiny, deciso a conquistare un mantello con la testa di lupo. Perché anche quando la vita gli regalava due ore d’aria, la sua priorità restava sempre una qualche forma di loot.
A metà mese il maltempo continuava a dominare e il Custode guidava in aquaplaning come se fosse la cosa più normale del mondo. La SS18 gli sembrava una piscina olimpionica e pure Via dei Laghi, sosteneva, non aveva niente da invidiare in fatto di pericolosità. In mezzo a quella navigazione forzata, riemergeva pure una vecchia ferita: Rocco gli aveva promesso di farlo da portaborse, e invece niente. Roberto tornava periodicamente su questo tradimento come una vedova sul cadavere. Lo faceva ridendo, ma ci credeva davvero. Essere mantenuto da Rocco, o almeno stipendiato all’ombra del suo eventuale successo, era un sogno ricorrente.
Nel frattempo Sandrino viveva una delle sue tipiche crisi intestinali da snack sbagliato, annunciando di aver mangiato una busta di noccioline e di essere in scacazzo permanente. Ma il vero colpo della giornata arrivò da Rocco: un invito al Senato. Non per essere interrogato, non per qualche truffa, non per errore. Per meriti. Una senatrice lo voleva in audizione alla commissione bicamerale per l’infanzia. Lui oscillava tra l’ansia della madonna e l’orgoglio puro, come uno che si ritrova catapultato in una stanza dei bottoni senza avere ancora deciso se il suo posto naturale sia lì o al bar. Quando poi emerse il dettaglio economico – novantotto euro netti l’ora – la carriera politica divenne all’improvviso molto più interessante, almeno dal punto di vista delle bollette.
Il Custode, intanto, sperimentava la vita da uomo solo. Luisa era andata a Pavia per dei controlli e lui era sopravvissuto. Lo annunciava con l’orgoglio di un reduce: aveva bollito l’acqua, non era morto, si era arrangiato. Ma il destino punì subito quella superbia con una lavatrice che si ruppe in piena centrifuga facendo rumori da film horror di serie B. Lui provò a diagnosticare guasti a caso, parlando di semiassi e pezzi misteriosi, finché la discussione scivolò sul tema vero: valeva la pena ripararla o era meglio comprarne una nuova? E se ne prendi una slim e poi un domani hai un bagno grande, che ci fai con una lavatrice anoressica? Era uno di quei ragionamenti tragici e insieme magnificamente inutili che solo lui riusciva a sviluppare.
Nello stesso periodo il suo “merdafonino” stava esalando gli ultimi respiri, quindi si aprì anche il dibattito sullo smartphone nuovo. Asus Zenfone 2, Huawei P8, Zenfone Laser: il Custode guardava tutto con una sola certezza estetica, che più erano grossi e più gli piacevano, riferendosi ovviamente agli schermi ma in una formulazione abbastanza ambigua da meritare il solito silenzio eloquente degli amici. Sandrino e Rocco lo spingevano lontano dai marchi da televendita tipo Meliconi o Brondi, perché un minimo di dignità tecnologica andava salvata.
Poi arrivò il capitolo bomboniere, che in quella storia meriterebbe un museo a parte. Il Custode annunciò con orgoglio di aver confezionato centocinquanta bomboniere. Ma non bomboniere normali. No. I leggendari reggi scroto. Oggetti che già solo nominati sembravano usciti da un matrimonio organizzato da un team creativo ubriaco. Lui li trattava con una serietà quasi artigianale, spiegando che le palle andavano rette con stile, mica con la plastica da discount. Sperava solo di essere talmente ubriaco o strafatto il giorno delle nozze da non rendersi pienamente conto di stare distribuendo a parenti e amici un porta-scroto rituale. Era una delle immagini più perfette del suo matrimonio: tradizione, imbarazzo e artigianato fallico tenuti insieme con del nastrino.
Nel frattempo Rocco, che avrebbe dovuto partecipare al convegno al Senato, lo saltò per un mix di Waze, traffico e raffreddore psicosomatico, cioè la forma più elegante per dire che il corpo si rifiutava di collaborare con le ambizioni. Sandrino cercava di convincerlo che quelli di Montecitorio erano solo vignaroli con i voti dei parenti e che lui era molto più sveglio, quindi doveva infiltrarsi, farsi assumere e cominciare finalmente a mantenere il gruppo. Il Custode, sentendo questa eventualità, si mise subito in fila: se Rocco doveva sistemare qualcuno economicamente, il primo era lui. Da anni aspettava di diventare il suo portaborse ufficiale, e ogni volta la promessa gli veniva negata come ai santi le apparizioni.
Un altro giorno il Custode rispose finalmente a un messaggio ambiguo registrato con eco da confessionale. Spiegò che sì, parlava nel vuoto, era solo, e aveva cancellato subito il messaggio per sicurezza. Poi raccontò il dramma del barbiere: Ernesto era rientrato dalle ferie, ma pareva che l’intero comune di Guardia si fosse dato appuntamento da lui. C’erano ragazzini, adulti, attese, gente in coda come in una metropoli impazzita. Lui entrò, salutò e se ne andò indignato. Ma si può fare la fila dal barbiere a Guardia? Dove siamo, a Milano? La battuta conteneva tutta la sua idea di paese: i disagi metropolitani andavano bene solo se accompagnati da almeno un centro commerciale e tre tangenziali, non se li trovavi in un borgo di provincia con le capre a distanza di sicurezza.
Verso la fine del mese si aprì il filone serie tv, decoder e frustrazione da tempo insufficiente. Il Custode aveva visto Aquarius con il tizio di X-Files, ma lo aveva trovato stereotipato e banalotto. Rocco, con il fervore del catechista Marvel, lo invitava invece a non trascurare Agents of S.H.I.E.L.D., perché ormai era tutto collegato e se perdevi un tassello del MCU poi ti ritrovavi a non capire più un cazzo. Il Custode, schiacciato dal peso della sua stessa libreria digitale, esplose in una confessione bellissima: aveva settecentosessanta giochi su Steam, mille serie da vedere, GTA V comprato e praticamente mai toccato, e ogni sera andava in blackout. Gli servivano quattro vite. Il decoder Sky, dal canto suo, contribuiva al collasso cancellandogli The Winter Soldier solo perché lui ne aveva visto cinque minuti. Come se cinque minuti bastassero a dire “vabbè, questo l’hai già digerito”. Sandrino, esasperato, concluse che a loro ci sarebbe voluta una guerra. O almeno un blackout elettrico permanente. In assenza di corrente, nessuno avrebbe più parlato di DLC, backlog e cataloghi Netflix.
Ma sotto quella superficie da nerd stanchi, ogni tanto usciva anche il lato morale del Custode. A un certo punto si sfogò sul trattamento riservato a Luca, il nuovo assunto al lavoro. Non era un fulmine, certo, ma gli stavano rompendo il culo in modo vergognoso. Gli facevano fare tutti i lavori che nessuno voleva, lo avevano già accusato in passato perfino nei sogni mistici delle nonne per colpe immaginarie, e ora che faceva anche straordinari volevano comunque silurarlo. Il Custode, che pure sapeva cosa significa essere il più utile tra gli ultimi, si schierò apertamente. Per lui si stavano comportando da bastardi. Era uno dei rari momenti in cui la sua rabbia usciva dal registro comico e si faceva netta, semplice, giusta.
La notte, però, il mondo tornava a essere anche semplicemente ridicolo. Al Pellicano, durante una cena, il Custode assistette a una scena da tramandare. Una tavolata festeggiava un addio al celibato e al futuro sposo venne consegnato un secchio da popcorn del cinema. Lui pensò a uno scherzo. Non lo era. Era il secchio del vomito. L’uomo uscì dal locale e non rientrò più. Un’ora e mezza dopo era ancora accasciato su un’aiuola a restituire l’anima, piegato su quel secchio come su un altare maledetto. Il Custode, sconvolto e affascinato, si chiese che cazzo avesse bevuto e si augurò solo che il suo addio al celibato non finisse nello stesso modo. Era una paura legittima, visto il materiale umano che gli stava organizzando intorno.
Nel frattempo Rocco registrava tre messaggi romantici, teneri, probabilmente sobri, e poi li cancellava per sbaglio con un colpo di X. Restava solo il succo: vi voglio bene. E anche una precisazione importante sulla propria vita da gamer clandestino. Non stava attaccato a Netflix tutto il giorno, no. Destiny lo giocava all’alba, tra le sei e mezza e le otto, finché Leonardo non si svegliava, oppure la sera in modalità ninja, appena Margherita si addormentava col bambino. Era il ritratto perfetto del padre di famiglia che continua a ritagliarsi il proprio spazio nerd come un ladro di tempo ben addestrato.
Poi arrivò una giornata poetica e quasi inutile, aperta dal cambio d’ora e dal ritorno del bel tempo. Qualcuno lo annunciò con entusiasmo forzato, salvo poi ammettere subito che era stato un messaggio di merda. Era ottobre, in fondo: bastava poco per passare dall’epica alla depressione stilistica.
Verso la fine del mese, però, il tono tornò a salire quando Rocco annunciò di dover selezionare tre hostess per un congresso di Psicologia Giuridica della Polizia. Nella sua testa, naturalmente, la selezione prese subito la piega di un casting per escort d’alto bordo. Disse che sperava solo di non procurarsi una tendinite al dito selezionando il seno più turgido. E, come sempre quando diceva qualcosa che sarebbe stato opportuno rimuovere, aggiunse che ovviamente avrebbe cancellato il messaggio. Ovviamente non lo cancellò.
Intanto il Custode, che da giorni non riceveva novità dal gruppo, li insultava bonariamente come lavativi, mentre Leonardo ormai diventava un habitué del nido e lui si chiedeva se non fosse il caso di mandarci pure Sandrino, già che c’erano.
Poi scoppiò la questione fedi, e lì ottobre raggiunse il suo apice coniugale. Il Custode, totalmente ignorante in materia, venne trascinato da Luisa nel girone infernale degli orafi. Per lui erano tutti anelli, cilindri, metallo lavorato e cifre offensive. Per lei, ovviamente, c’erano marchi, finiture, lavorazioni, differenze sostanziali, identità simboliche. Le opzioni rimaste in gara avevano nomi da setta artigianale: modelli terra terra ma comunque non regalati, anelli arrivati da Valencia come se fossero stati fusi da elfi iberici, e poi quelli in oro rosé che costavano quanto un trapianto di cornea. Le più belle, naturalmente, stavano tra i duemila e i duemilacinquecento euro. Fu bello guardarle, commentò il Custode. Ora però si tornava pure a mangiare pane e cicoria.
Rocco, zen come sempre quando si parla di simboli matrimoniali altrui, ricordò che la loro costava seicentocinquanta euro l’una ma dentro c’era inciso The Pippis. Il valore, spiegava, era tutto lì. Il Custode ammetteva che il vero problema era la loro irresistibile attrazione per le cose costose. E come se non bastasse, l’unico orafo apparentemente affidabile della zona sembrava avere rapporti con il solito clan dei Mu*o, circostanza che lo portò a salutare con deferenza qualunque eventuale intercettatore all’ascolto, specificando che lui non c’entrava niente. La situazione degenerò ulteriormente quando si aprì la questione dell’oro bianco, della rodiatura e delle differenze tecniche che nessuno aveva davvero voglia di capire. Il Custode, in fondo, arrivò al cuore della faccenda con una semplicità quasi disarmante: erano due pezzi di cilindro. Non ci voleva spendere più di seicento euro in totale. E poi, aiuto: che forma geometrica era, precisamente, una fede?
Il 30 ottobre il Custode si presentò infine come uno zombie ambulante, reduce da una notte passata a guardare X-Factor sul canale +1 fino all’una e quaranta. Guidava con gli occhi chiusi, ma sosteneva che ne fosse valsa la pena. Era il miglior X-Factor di sempre, diceva, meglio persino di quelli inglesi, americani e turchi, categorie forse inventate sul momento ma credibili nella sua foga. Nel frattempo continuava la disputa sulle fedi rodiate o non rodiate, e Sandrino lo cazziava bonariamente spiegandogli che l’oro bianco senza rodiatura era più o meno come il pandoro senza zucchero: concettualmente zoppo.
A quel punto emerse anche il tema vero dei soldi. Come pagavano il matrimonio? Il Custode, con una sincerità quasi mistica, rispose che lui metteva ottocento euro al mese, Luisa molto di più, e suo padre aveva sganciato un bonifico coi controcazzi. Ringraziò il padre come si ringrazia un santo patrono. Sandrino, sentendo questo quadro, lo colpì con la domanda più legittima del mondo: ma tu, in tutto questo, cosa cazzo hai deciso? Tutti pagano tranne te. Il Custode non si nascose: lui aveva deciso di comprarsi un Uber PC da duemila euro. E non se ne pentiva. Era forse la frase più Roberto del mese, forse dell’anno.
Nel mezzo di questa furia vocale arrivò anche un annuncio drammatico: aveva investito un cane. Pausa. Ma stava quasi fermo, chiarì subito, stava cercando parcheggio. Il cane era vivo, vecchio e apparentemente soprattutto fastidioso. Sandrino, invece di allarmarsi, ipotizzò che fosse un drone travestito da cane o un riferimento vivente a una vecchia pubblicità. La tragedia fu quindi ricondotta rapidamente nell’alveo della commedia.
Intanto Rocco raccontava i retroscena di un congresso di Psicologia Giuridica dove la polizia voleva far pagare un catering da novemila euro per far mangiare a sbafo i soliti noti. Per consolarsi, lui si dedicava alla selezione delle hostess ventenni e annotava che Silvia era molto molto molto carina. Inoltre, dettaglio non secondario, da ieri aveva anche Netflix. In ottobre, la felicità era questo: una connessione, una milf, un mantello su Destiny, un bonifico paterno, una fede troppo costosa o un cane ancora vivo dopo il paraurti.
L’ultimo giorno del mese si chiuse in tono minore ma perfetto. Pioveva, faceva freddo quasi ovunque, ma Sandrino e Rocco erano già fuori alle otto e venti del mattino a fare colazione. Il Custode li ascoltava da remoto, scandalizzato. Lui sperava di riuscire a farla almeno un quarto d’ora dopo, se tutto fosse andato bene. Li informò anche che in Calabria, nonostante la pioggia, ancora girava sbracciato e in casa stava in mutande. Naturalmente gli chiesero una foto. E lui, con spirito sportivo e totale perdita del senso del pericolo, promise che nel pomeriggio avrebbe mandato una sua foto in mutande, raccomandando solo di tenere lontano Leonardo. Era il modo giusto per chiudere ottobre: con un uomo quasi sposato, insonne, ossessionato da X-Factor, perseguitato da fedi nuziali e orafi collusi, che però riusciva ancora a trovare il tempo per promettere agli amici una foto in mutande mentre fuori le macchine andavano a sbattere contro il guardrail come in una gara di drifting calabrese.
E in fondo era tutto lì, il cuore di quel mese. Ottobre 2015 non fu soltanto un periodo di passaggio verso il matrimonio. Fu un lungo weekend mentale del Custode, dilatato per trenta giorni, in cui convivevano desiderio e stanchezza, spese folli e gioie idiote, cani ninja, hostess da selezionare, manichini amputati, secchi da vomito, decoder scemi, clan in Panda e tette a punta come armi da guerra. Tutto raccontato con quella miscela irripetibile di ironia, volgarità affettuosa e caos emotivo che rendeva le loro giornate qualcosa di molto più grande di una semplice chat.