Novembre 2015: tra gomme bucate, sopracciglia ad ala di gabbiano e PC da battaglia

Novembre era cominciato come iniziano certe domeniche apparentemente innocue, quelle che sembrano nate per stare tranquille e invece nel giro di poche ore si trasformano in un miscuglio di inviti, missioni all’Ikea e trattative diplomatiche sulla panna da cucina. Bastava poco, in quel gruppo, per passare da un saluto affettuoso a un piano logistico degno di uno sbarco militare. La serata, per esempio, era ancora un’ipotesi, ma già veniva maneggiata con la delicatezza di un evento mondiale: capire chi ci sarebbe stato, dove, per mangiare cosa e soprattutto con quali ingredienti realmente disponibili. Perché a un certo punto, come spesso accade nelle grandi storie collettive, tutto finì per dipendere da una banalissima confezione di panna. Senza quella, il progetto culinario sarebbe crollato come un governo tecnico; con quella, invece, si aprivano orizzonti di cremosità e ambizioni gastronomiche del tutto sproporzionate rispetto al contesto reale.

In mezzo a questi preparativi da alta cucina domestica si infilava anche la spedizione all’Ikea, evocata con il tono di chi sa bene che non si tratta mai di una semplice uscita. Andare all’Ikea non significava comprare un mobile. Significava entrare in un labirinto scandinavo dove il tempo perdeva valore, la fame aumentava in modo irregolare e ogni oggetto, dal mestolo alla cassettiera, assumeva improvvisamente l’aria di qualcosa di indispensabile alla sopravvivenza. Era il genere di esperienza da cui si tornava con tre candele inutili, due contenitori trasparenti e una stanchezza morale difficile da spiegare.

Il giorno dopo il tono cambiò. Novembre, come ogni tanto gli capitava, si tolse per un attimo la maschera della commedia e mostrò qualcosa di più sincero. Il 2 novembre portò con sé un ricordo malinconico, una colazione lontana nel tempo, un giorno che l’anno prima aveva avuto il sapore amaro delle cose difficili da digerire. Stavolta però quel ricordo non arrivava da solo. Veniva accompagnato dalla consapevolezza che, nel frattempo, qualcosa era cambiato. Gli amici, la loro presenza costante, quel modo un po’ sgangherato ma autentico di esserci sempre, avevano fatto da argine. Era una confessione breve, ma bastava per capire che sotto gli sfottò, sotto i vocali fiume e sotto le idiozie quotidiane, c’era un affetto vero, di quelli che non hanno bisogno di troppe spiegazioni.

Naturalmente, quel momento di tenerezza durò pochissimo. La vita, specie da quelle parti, aveva il vizio di riportare subito tutto sul piano pratico. E il piano pratico, in quei giorni, aveva la forma dei mobili da smontare e rimontare a casa dei suoceri. Il matrimonio si avvicinava, e con lui l’idea che ogni angolo della casa dovesse presentarsi come se lì dentro dovesse atterrare una troupe televisiva. Non c’era spazio per una mensola storta, una parete opaca o una vetrinetta trascurata. Roberto si ritrovò così a passare la domenica pomeriggio in una dimensione parallela fatta di ferramenta, polvere e senso del dovere, mentre il suo futuro da sposo si costruiva anche attraverso quelle mansioni umili e assurde che nessuno racconta mai nei film romantici.

Ma se c’era un campo in cui Roberto riusciva a trasformarsi in sociologo, moralista e pilota insieme, quello era la strada. Bastava metterlo in macchina e lasciarlo parlare due minuti perché partisse una teoria completa sul comportamento umano, preferibilmente applicata agli automobilisti calabresi. Secondo lui esisteva una categoria precisa, diffusissima e inspiegabile: i guidatori pecora. Gente dotata di macchine potenti, cilindrate rispettabili, motori capaci di divorare l’asfalto, che però davanti a un’ape, un camioncino o qualsiasi altro ostacolo mobile si disponeva ordinatamente in fila e accettava il proprio destino a sessanta all’ora. Nessuno sorpassava. Nessuno osava. Nessuno sembrava ricordare di possedere un acceleratore.

Lui no, naturalmente. Lui aspettava il rettilineo come un predatore, infilava una marcia, superava cinque o sei auto per volta e rientrava convinto di aver rimesso un minimo di giustizia nell’universo. Il problema arrivava subito dopo, quando il gregge improvvisamente si risvegliava e decideva di vendicarsi. Quelli che fino a un secondo prima procedevano come in processione si trasformavano in belve ferite: accelerazioni improvvise, lampeggi, strette assassine, clacson indignati, tutta una sceneggiata di orgoglio tardivo. Il paradosso, però, restava sempre lo stesso. Una volta liberata la strada, tornavano diligentemente dietro il camioncino successivo. Non sorpassavano mai. Era come assistere a una forma di obbedienza automobilistica patologica, una sottomissione meccanica che Roberto non riusciva a perdonare.

A peggiorare il quadro c’erano poi i camioncini gemellati, quelli che viaggiavano incollati l’uno all’altro come se facessero parte di una setta. Luisa aveva una sua teoria: lo facevano apposta, così i tutor beccavano solo l’ultimo. Forse era una sciocchezza, forse no, ma la visione di quei mezzi attaccati come vagoni umani, con dietro una fila infinita di automobilisti rassegnati, bastava a fargli salire la pressione. Quando riusciva a passarne due e al terzo era costretto a rientrare forzando mezza carreggiata, si scatenava l’inferno. Però, a suo dire, era comunque meglio così. Era una pratica pericolosa, sì, ma restare in coda dietro quella processione della sconfitta lo era ancora di più per la sua salute mentale.

Come se non bastasse, novembre portò anche la sua dose di burocrazia tossica. Roberto si ritrovò intrappolato nell’ennesima revisione del rendiconto economico del 2014 dell’associazione. Non la prima, non la seconda: la quarta. Un documento minuscolo, una gestione ridicola in termini economici, roba da ottocento euro di entrate e uscite, eppure trattata come se si stessero riesaminando i conti di una multinazionale sotto inchiesta. La cosa che lo faceva impazzire non era solo il lavoro in sé, ma il fatto che a sindacare fossero persone teoricamente autorevoli, strapagate, titolate, eppure completamente incapaci di prendere una decisione senza rigirare la stessa carta dieci volte. Ogni correzione apriva una nuova perplessità, ogni chiarimento partoriva un altro dubbio, ogni verifica sembrava servire solo a dimostrare che esiste sempre qualcuno disposto a complicare anche l’irrilevante.

Quel senso di esasperazione si trascinò dietro per giorni, mescolandosi ad altri fastidi, ad altre scocciature, fino a culminare in una piccola liberazione economica: il pagamento di una vecchia multa a Equitalia. Più di seicento euro lasciati lì, su un bancone, per comprare non felicità ma almeno quiete mentale. Era il classico gesto che impoverisce il conto ma alleggerisce il petto. Da quel momento Roberto non era più un ricercato fiscale, non era più un’anomalia amministrativa, non era più una potenziale nota a piè di pagina in qualche archivio dello Stato. Era solo più povero, ma libero. E in quel contesto bastava.

Intorno, intanto, continuavano a girare le solite grandi questioni che reggevano il gruppo come pilastri ideologici: cinema, tecnologia, videogiochi, paranoie coniugali e fantasie completamente inutili. Si parlava di Spectre, di James Bond, di Sky incapace di programmare decentemente i propri canali, di Mission Impossible mai trasmessi quando serviva e di maratone tematiche gestite con la lucidità di uno stagista febbricitante. Ci si invitava al cinema, si tentavano uscite serali, si contrattava con le fidanzate, si progettavano viaggi in Islanda caricandoli di aspettative pseudo-etnografiche, salvo poi ritrovarsi a fare i conti con la realtà molto meno epica delle disponibilità vere.

Ma sopra tutto, come una nuvola che si faceva ogni giorno più grossa, aleggiava il matrimonio di Roberto. Mancava poco e l’ansia, che fino a poco prima sembrava non pervenuta, aveva deciso di presentarsi tutta insieme. Non era il matrimonio in sé a terrorizzarlo, né tantomeno Luisa. Era il fatto di diventare, suo malgrado, il centro di un evento pubblico. Essere osservato, salutato, fotografato, avvicinato da parenti dimenticati e amici di famiglia riesumati per l’occasione. L’idea di dover sostenere ore di esposizione sociale lo devastava più di qualsiasi promessa coniugale. Così maturò la sua strategia di sopravvivenza: seguire la sposa. Se lei si fermava, lui si fermava. Se lei rideva, lui sorrideva. Se lei parlava con qualcuno, lui avrebbe fatto la faccia dell’uomo presente ma non invasivo. Un piano che sulla carta pareva sensato, ma che lui stesso giudicava già insufficiente.

Le piccole disgrazie intanto non mancavano. Una mattina scoprì di avere un ragnetto salterino in macchina, dettaglio che per una persona normale sarebbe stato al massimo fastidioso, ma che per lui diventò immediatamente l’apertura di un thriller psicologico. Non era un ragno qualsiasi. Saltava. Il rischio, quindi, non era semplicemente averlo nell’abitacolo, ma trovarselo improvvisamente sulla spalla in piena guida, con tutte le conseguenze del caso. Da lì in poi, ogni entrata in macchina si trasformò in un’ispezione tattica.

Subito dopo arrivò anche la questione della DSL sospesa per morosità. E lì il mese raggiunse vette di grottesco notevoli. Roberto risultava moroso non perché si fosse rifiutato di pagare, ma perché le bollette non gli erano mai arrivate. Non gli erano arrivate perché mancava una cassetta postale. In mancanza di meglio, era stato concordato con il postino di lasciarle in un negozio vicino. Quel sistema, che probabilmente già in fase di progettazione avrebbe fatto ridere un notaio, aveva prodotto il risultato prevedibile: nessuna bolletta, nessun pagamento, linea sospesa. Dopo il versamento tramite Sisal e qualche telefonata surreale con operatori poco illuminati, la linea tornò a vivere. Roberto annunciò allora il proprio rientro nella legalità con l’orgoglio di chi è sopravvissuto a una guerra amministrativa inutile.

In tutto questo, il gruppo continuava a ragionare come se il mondo fosse tenuto insieme da tre grandi categorie: piattaforme streaming, videogiochi e hardware per PC. Si discuteva di Netflix e Chromecast come se si stesse ridisegnando il futuro dell’intrattenimento domestico. Si litigava quasi per principio sul fatto che Cubovision facesse più o meno le stesse cose, ma venisse ignorato con la crudeltà che si riserva ai parenti stretti. Si entrava poi nel territorio sacro dei computer assemblati: CPU Skylake, schede video 970 o 980, alimentatori modulari, RAM da 16 o 32 giga, prezzi assurdi, occasioni irripetibili, usato venduto a cifre improbabili. Era il solito rito maschile del “teoricamente devo comprare una cosa, praticamente ne parlerò per tre settimane come se stessi costruendo la NASA”.

Nel frattempo la macchina del matrimonio chiedeva sangue. Organizzare i tavoli si rivelò una forma particolarmente subdola di tortura sociale. C’erano gruppi che volevano stare insieme, gruppi che non potevano stare insieme, persone invitate da sole che rischiavano di finire parcheggiate come sedie pieghevoli e tavoli con capienze che sembravano progettate apposta per far saltare ogni equilibrio. Bastava spostare una persona per sfasciare tre tavolate. Il risultato era una specie di sudoku relazionale senza soluzione. Roberto ci si consumava sopra ore di energie, cercando di ottenere qualcosa che somigliasse almeno lontanamente a un ordine, pur sapendo già che qualcuno si sarebbe offeso. Era inevitabile. A un matrimonio, come nella geopolitica, la pace totale non esiste.

Come se il mese non avesse ancora dato abbastanza, arrivò anche una delle sue scene più memorabili: la pulizia del viso. Prenotata da Luisa con la disinvoltura con cui si organizza una visita dal dentista, si rivelò invece un’esperienza più vicina a un interrogatorio medievale. Ceretta alle sopracciglia, strizzamento professionale di punti neri, manipolazioni facciali condotte con il sadismo metodico di chi ama il proprio lavoro. Roberto ne uscì devastato nell’anima ma straordinariamente levigato nell’epidermide. La pelle liscia, il morale meno. La notizia delle sopracciglia sistemate si diffuse subito, e da quel momento la sua autorevolezza subì un colpo serio. L’immagine del Custode con arcate sopraccigliari sospettosamente curate divenne materiale prezioso per giorni di scherno.

Verso la fine di novembre arrivarono anche le gomme bucate, gli occhiali nuovi, i tableau del matrimonio, i conti definitivi sugli invitati e quella strana sensazione che tutto si stesse restringendo. Dai numeri iniziali da matrimonio monumentale si era scesi a una platea decisamente più umana. Niente esercito, niente bolgia, niente kolossal. Solo una festa normale. E proprio lì, in quella normalità inattesa, Roberto sembrava quasi intravedere una piccola tragedia. Dopo settimane passate a immaginare il proprio matrimonio come un evento mostruoso da sopportare, scopriva che stava diventando qualcosa di più semplice, quasi gestibile. E forse era proprio quello, in fondo, a spiazzarlo di più.

Novembre finì così: con la sensazione di aver attraversato un mese pieno di dettagli ridicoli eppure decisivi, di seccature amministrative vissute come drammi storici, di nevrosi prematrimoniali, di conversazioni infinite su videogiochi e componenti per PC, di gomme, ragni, bollette, Ikea e panna. Un accumulo di minuzie che, prese singolarmente, sarebbero parse irrilevanti, ma messe insieme raccontavano benissimo quella compagnia e quel momento della loro vita. Perché alla fine era proprio questo il punto: non succedeva quasi mai qualcosa di davvero enorme, eppure sembrava sempre che il mondo stesse per crollare o per migliorare a partire da una sciocchezza. Una gomma bucata, una bolletta sparita, una sopracciglia troppo definita, una tavolata da sistemare, una scheda video da scegliere. E loro lì, ogni giorno, a trasformare ogni minima cosa in una piccola epopea.