Dicembre 2015 – Sbronze, PS4, Capodanno tirchio e Star Wars delusione

Dicembre, in quel gruppo, non era mai un mese normale. Arrivava sempre con l’aria di voler mettere tutti alla prova: i nervi, il fegato, il portafoglio, la pazienza e, soprattutto, la dignità. Bastavano poche ore perché una conversazione iniziasse con la stanchezza da inizio settimana e finisse a discutere di schede video, bundle natalizi, voli, matrimoni, brindisi criminali e uomini adulti emotivamente destabilizzati da una console ancora nel cellophane. Era quel periodo dell’anno in cui nessuno aveva davvero tempo per niente, ma tutti trovavano comunque il modo di investire un’energia spropositata in questioni del tutto essenziali, come stabilire se Battlefront andasse aperto o rivenduto, o se spendere settanta euro per una PlayStation senza lo chassis giusto fosse un insulto all’intelligenza umana.

Il mese si aprì infatti sotto il segno della stanchezza e del feticismo tecnologico. C’era chi cercava di sopravvivere a un lunedì appena trascorso e chi già guardava al martedì come a una possibile tregua, senza troppe illusioni. Il morale era basso, ma bastava evocare un titolo giusto per far ripartire il sangue. Assassin’s Creed Unity, per esempio, fece il suo ingresso nella conversazione come una modella in slow motion: tecnicamente discusso, pesante come un mutuo su PC, ma visivamente capace di far inginocchiare chiunque avesse ancora una minima sensibilità estetica. Parigi, i tetti, la folla, le luci: una meraviglia. Peccato che per farlo girare come si deve servisse praticamente alimentare il computer con il cuore di una centrale nucleare.

Da lì il discorso scivolò subito sul Custode e sul suo celebre UberPC, quella creatura semi-mitologica assemblata con orgoglio, sacrifici e memoria storica, che però se ne stava a Velletri a prendere polvere come una Ferrari usata per andare a comprare il pane. Gli altri cercavano di convincerlo a venderlo, o almeno a dargli una seconda vita in Calabria, ma Roberto opponeva la resistenza sentimentale di chi non sta difendendo un computer, bensì un pezzo della propria autobiografia. Quel PC non era solo un oggetto: era il primo vero acquisto fatto con i soldi guadagnati da lui, lavorando, mettendo da parte, scegliendo i pezzi uno per uno come si fa con le cose che devono rappresentarti. Venderlo, per lui, sarebbe stato come rivendere un organo interno. Obsoleto o meno, restava un monumento personale all’epoca in cui comprarsi un hardware serio sembrava ancora una conquista virile e romantica.

A complicare tutto ci pensò Rocco, che se ne uscì con la sua nuova PS4 a tema Star Wars, nera, cattiva, con Darth Vader stampato sopra e quell’aria da oggetto che non compri solo per giocare, ma per esporlo in casa come una reliquia. Il punto era che il bundle includeva Battlefront, e quindi il dilemma si impose con la forza di una crisi morale vera: aprirlo o rivenderlo? Se fosse riuscito a piazzarlo ancora sigillato a cinquanta euro, il calcolo mentale era già pronto. La console gli sarebbe costata molto meno. Una vittoria economica quasi offensiva, soprattutto per uno che non fumava e che quindi poteva davvero raccontarsi di essersi guadagnato la PlayStation semplicemente non avvelenandosi i polmoni. Il problema, però, era sempre lo stesso: la tentazione della grafica.

E infatti la grafica tornò a imporsi come argomento teologico del periodo. Battlefront sembrava un miracolo tecnico: tutto fluido, tutto lucido, tutto pensato per farti credere di stare davvero correndo su Hoth o sotto il sole di Tatooine, mentre in realtà eri sul divano a discutere di frame rate come un ingegnere della NASA finito male. Si parlava di sessanta fotogrammi fissi, di ottimizzazione, di motori grafici scritti bene e non rattoppati alla meno peggio, di titoli che venivano osannati per poi crollare a 720p appena osavano muovere due personaggi contemporaneamente. Però, come sempre, dopo il momento dell’estasi arrivava la diagnosi vera: bellissimo da vedere, sì, ma dentro c’era sempre il sospetto di trovarsi davanti al solito Battlefield truccato da Jedi, con pochi contenuti e la faccia tosta di volerti vendere il resto a rate sotto forma di DLC.

Il giorno dopo, infatti, il tema centrale restò proprio quel benedetto cellophane. Rocco si svegliò come uno di quei mariti indecisi davanti alla vetrina di una gioielleria: sapeva di voler restare lucido, ma il luccichio del peccato era troppo forte. Battlefront era lì, chiuso, puro, ancora monetizzabile. Aprirlo significava cedere alla carne. Non aprirlo significava rinunciare a quella soddisfazione immediata che ogni nerd adulto conosce bene: il primo avvio, il primo menù, il primo rumore del disco, il primo “vediamo com’è”. Cercò di resistere qualche ora, poi si convinse che, in fondo, la perdita sarebbe stata contenuta. L’avrebbe provato, sì, e poi eventualmente rivenduto usato. Una decisione che già conteneva in sé la bugia consolatoria di quasi tutti gli acquisti compulsivi: lo provo soltanto.

Mentre loro combattevano con questi dilemmi da primo mondo, il matrimonio del Custode continuava ad avanzare come un convoglio pesante e inesorabile. Il piccolo Leonardo, nel frattempo, otteneva finalmente la carta d’identità e diventava idoneo a volare. La cosa venne vissuta come un passaggio solenne, quasi iniziatico. Non era solo un documento: era il lasciapassare per un viaggio, per l’aria di festa, per i parenti da raggiungere, per gli aeroporti affrontati con l’ansia ordinata dei genitori che devono muoversi con bagagli, bambino, orari, documenti e una quantità indecente di oggetti di cui un adulto senza figli ignorerebbe perfino l’esistenza.

Come sempre, però, anche la logistica veniva nobilitata a esperienza quasi spirituale. Si discusse di parcheggi a Fiumicino con un’accuratezza da dossier ministeriale, e qualcuno scoprì il servizio valet come se avesse trovato l’America. Lasciare la macchina al terminal, farsela ritirare da un altro, ritrovarla pronta al ritorno, il tutto per una cifra sorprendentemente civile, sembrava all’improvviso la prova definitiva che la civiltà, ogni tanto, esiste davvero. In quel momento il parcheggio non era più solo un parcheggio: era il simbolo dell’età adulta vissuta con la giusta dose di furbizia. Meno stress, più tempo, meno pelle persa a cercare un posto, più lucidità per l’evento. A quell’età, d’altronde, si cominciava a capire che spendere qualcosa in più per evitare una rottura di coglioni non è debolezza: è saggezza.

Poi arrivò Xenoblade Chronicles X, e con lui la consueta liturgia del pacco Amazon atteso come il Messia. Roberto ci aveva costruito attorno una strategia perfetta: abbonamento Prime attivato, consegna prevista, tempi studiati al millimetro. Solo che al rientro a casa il pacco sembrava scomparso, e lui si ritrovò a vivere quella fase che ogni acquirente online conosce benissimo: il sospetto, la ricerca silenziosa, l’occhiata ai mobili, la domanda casuale fatta a Luisa fingendo indifferenza. Quando il gioco riemerse, custodito da lei con l’aria di chi sa tutto ma non concede nulla senza un minimo di sofferenza psicologica, il sollievo fu enorme. Eppure, anche davanti a quel traguardo, Roberto fece una cosa perfettamente da lui: non lo aprì. Lo contemplò, lo accarezzò quasi spiritualmente, lo tenne lì nel cellophane come una promessa. A dicembre, evidentemente, molti uomini non volevano giocare. Volevano desiderare.

Intorno a lui gli altri oscillavano tra invidia e realismo. Sandrino avrebbe voluto giocare a Xenoblade ma non abbastanza da comprarsi una Wii U, il che era una forma di sofferenza moderna molto specifica: desiderare un gioco e contemporaneamente rifiutare la console che lo ospita, come se si fosse innamorati di una persona che vive stabilmente in un posto dove non si andrà mai. Però almeno Prime venne unanimemente riconosciuto come investimento sensato, una di quelle rare invenzioni contemporanee che migliorano davvero la qualità della vita, come il Telepass o il caffè preso al momento giusto.

Nel frattempo l’aria di partenza si faceva più concreta. Si parlava di voli, di pulmini, di noleggi, di cani a bordo, di comfort e di età anagrafica finalmente compatibile con scelte civili. Sandrino e Rocco, con sempre meno voglia di fingere entusiasmo per i viaggi in branco da gita liceale, sostenevano apertamente la causa dell’aereo. Basta pulmini a otto posti con bestiario incluso, basta trasferte gestite come una colonia estiva. Avevano quarant’anni, un minimo di dignità logistica se la volevano concedere. Veronica, saggiamente, approvò. E in quel momento sembrò chiaro a tutti che la vera conquista della maturità non è la serenità interiore, ma potersi permettere di pagare qualcosa in più pur di non passare sei ore piegati in un veicolo pieno di gente nervosa e borse morbide.

Il matrimonio, intanto, produceva la sua classica scia di dettagli tragicomici. C’era il tema delle babysitter, che a un certo punto si intrecciò a un malinteso lessicale capace di rovinare per sempre l’innocenza di chi ascoltava. Bastò nominare un sito dal nome ambiguo per trasformare in pochi secondi una normale organizzazione per bambini in un universo parallelo di servizi molto meno educativi. Luisa, ovviamente, sistemò tutto sul piano pratico, ma il danno comico era fatto. Ormai nell’immaginazione del gruppo le animatrici per i piccoli erano già diventate figure improbabili, stanche ma professionali, con l’aria di chi ha visto troppo e non giudica più nessuno.

I giorni immediatamente precedenti alle nozze si portarono dietro i soliti rallentamenti, attese, parenti da recuperare, voli da monitorare e tensioni trattenute sotto una crosta di battute. Roberto correva, controllava, si confessava, si moderava, cercava di restare lucido, ma ogni suo messaggio trasudava il tentativo di tenere insieme tutto: parenti in arrivo, amici in movimento, orari, stanze, macchina organizzativa, umore. Sotto l’ironia c’era l’ansia vera di chi spera soltanto che nessun dettaglio impazzisca proprio all’ultimo.

Superato il picco nuziale, però, dicembre tornò subito alle sue priorità più profonde: PlayStation, biciclette, tribunali domestici e piccole miserie corporali. Roberto passava dall’euforia per una pedalata al sole alla disperazione per il solo pensiero della pioggia del giorno dopo, come se il meteo stesse tramando personalmente contro di lui. Si entusiasmava per il fatto che la nuova bici avesse camere d’aria normali e non soluzioni esoteriche a base di lattice, come se la scoperta lo riconciliasse con una forma più onesta e contadina della meccanica. E nello stesso tempo si trovava a inseguire offerte per PS4 con lo chassis giusto, entrando in quel vortice mentale in cui l’oggetto desiderato non basta mai nella sua versione semplice, ma deve avere l’esatta sigla, l’esatta revisione, il corretto dettaglio tecnico che giustifichi l’acquisto davanti alla propria coscienza.

Sandrino e Rocco, naturalmente, alternavano sostegno e bullismo. Quando Roberto sembrava voler ottenere una console, il bundle giusto, il prezzo più basso e magari anche un miracolo di Natale, veniva giustamente riportato alla realtà. A una certa età non si può continuare a pretendere il paradiso per settanta euro. Eppure proprio in quella presa in giro reciproca c’era una forma di intimità perfetta: si sfottevano perché sapevano esattamente quanto, sotto quelle fisime tecniche, ciascuno fosse serio davvero.

Nel mezzo, la vita adulta si prendeva i suoi spazi con la brutalità che le compete. C’era chi andava a Perugia all’alba per una lezione in un collegio dal nome solenne e dal clima polare, chi veniva interrogato da vecchietti invadenti fuori casa come se fosse appena sbarcato in un paesino governato da un servizio segreto pensionato, chi ragionava su futuri viaggi a Genova in treno o in aereo, sperando che almeno gli spostamenti lavorativi potessero diventare meno indegni. E in parallelo si apriva il filone domestico del trapano, delle mensole, del divano nuovo consegnato nel giorno sbagliato e del terrore universale di forare un muro colpendo un cavo elettrico, un tubo o qualche struttura vitale dell’edificio. Roberto, nell’atto di montare da solo le mensole senza provocare una tragedia, sperimentò uno di quei rari momenti in cui un uomo adulto si sente improvvisamente invincibile: non perché abbia conquistato il mondo, ma perché ha usato il trapano e la casa è ancora in piedi.

A quel punto, con il matrimonio appena archiviato, si ricominciò a parlare di nerdate decorative. Roberto ammise senza grandi resistenze che la casa era piena di cose di Luisa, e che il suo piano era procedere lentamente a una colonizzazione simbolica a base di oggetti inutili ma fondamentali: gadget, memorabilia, piccole presenze fisiche del suo immaginario. In fondo, ogni convivenza è anche questo: una guerra fredda tra stili, gusti, soprammobili e livelli tollerabili di plastiche nerd in salotto.

Poi dicembre, con la sua grazia da bulldozer, infilò dentro anche il matrimonio-lampo della sorella di Rocco. Una telefonata al mattino, un annuncio secco, una cerimonia a mezzogiorno. Nessuna fanfara, nessun preludio, nessuna trattativa. Solo la concretezza asciutta di un’unione formalizzata in fretta, con la lucidità di chi ha ben presente anche le implicazioni pratiche, economiche, familiari. In mezzo a tutte le grandi messe in scena sentimentali del mese, quella scelta essenziale sembrò quasi rivoluzionaria.

Intanto il gruppo si lamentava della propria dispersione comunicativa. Roberto accusava i testimoni di essersi volatilizzati, Sandrino cercava di spiegare che tra influenza, lavoro, palestra e troppe chat da recuperare anche rispondere era diventata un’attività usurante. Ormai bastavano poche ore di silenzio per produrre centinaia di messaggi, e recuperare tutto richiedeva la concentrazione di un archivista e la pazienza di un monaco.

Poi arrivò la parte più storta del mese. Sandrino venne investito. Non in modo lieve, non con quel genere di incidente da raccontare con tono eroico dopo due giorni, ma con abbastanza violenza da ritrovarsi con la spalla devastata, il Garmin distrutto e l’amarezza feroce di sapere che il responsabile se n’era andato. La rabbia nel gruppo fu immediata e genuina. Dietro le battute, dietro il tono sempre sopra le righe, lì si sentì benissimo quanto si volessero bene. Roberto, che in quel periodo era pure febbricitante e tossiva come un mantice bucato, reagì con il misto di furia e memoria che hanno quelli che in bici un pericolo serio l’hanno già assaggiato. Bastava un dettaglio diverso, ricordava, e certe storie finivano male davvero. In quei momenti la goliardia si metteva un attimo da parte e lasciava uscire qualcosa di più nudo.

Subito dopo, però, come in ogni mese raccontato da loro, il dolore reale si mescolò di nuovo al ridicolo quotidiano. Roberto continuava a tossire come se il suo apparato respiratorio fosse stato maledetto, confessava di non essere riuscito a smettere di bestemmiare neppure dopo il matrimonio e si rifugiava con Luisa davanti a MasterChef, scoprendo che Cannavacciuolo funzionava benissimo come nuovo patriarca televisivo: grande, imponente, sentimentale al punto giusto, capace di farti venire fame e commozione nella stessa inquadratura. Nel frattempo la PS4 restava ancora spenta, poggiata sulla parete attrezzata come un oggetto d’arredo costoso in attesa di una presa libera e di una vita meno idiota.

L’avvicinarsi del Natale portò con sé anche un’altra forma di nevrosi: i saldi. Sandrino, che già possedeva più giochi di quanti avrebbe potuto finire in tre inverni, si sentiva comunque ferito nell’animo al solo vedere gli sconti Steam. Era la tipica sofferenza del videogiocatore adulto: non il bisogno reale di comprare, ma il fastidio metafisico di lasciarsi sfuggire un’offerta. A un certo punto formulò con chiarezza quello che probabilmente ogni uomo stanco sogna almeno una volta a dicembre: una giornata intera in isolamento, in mutande, con la console accesa e nessuno intorno a disturbarlo. Un’immagine rozza ma incredibilmente pura.

La vigilia e il Natale, poi, fecero il resto. Ci fu il barista con un passato da carcere raccontato con naturalezza quasi ornamentale, come se stesse parlando di una vecchia vacanza. Ci fu The Witcher 3 giocato in clima festivo, ci furono amicizie PlayStation ancora non accettate, ci fu l’umanissimo intreccio tra pigrizia, affetto e ritardi tecnologici. E poi, soprattutto, arrivò il capolavoro alcolico della vigilia in ufficio. Roberto, tra un brindisi e l’altro, finì travolto da un’ondata di Berlucchi e idiozia collettiva che lo portò rapidamente dalla convivialità al collasso. Bottiglie stappate con strumenti impropri, colleghi disfatti, vomito, rientri assistiti, memoria a tratti, e la necessità assoluta che Luisa non venisse mai a conoscenza dell’intera sequenza. In mezzo a quel delirio emerse anche Marcello, figura secondaria ma preziosa, impegnato a telefonare escort di Scalea come se stesse organizzando consegne urgenti. Nessuna rispose, e forse fu meglio così. Il Natale, almeno da quel punto di vista, mantenne una sua dignità minima.

Negli ultimi giorni dell’anno la conversazione tornò ai binari più congeniali: PC assemblati, nuove GPU in arrivo, Mi Band comprati a due spicci e già elevati a simbolo del futuro, sveglie che vibrano al polso, sonno monitorato, tecnologia cinese capace di fare quasi tutto senza bisogno di prosciugarti il conto. E poi, naturalmente, Capodanno. Lì emerse il vero dramma antropologico del gruppo: decidere come festeggiare senza impazzire, senza spendere troppo, senza cucinare come schiavi e senza scontentare nessuno. C’era chi proponeva il già pronto, chi lo rifiutava per principio, chi voleva la via di mezzo, chi si indignava per l’indignazione altrui. Alla fine prevalse la formula più sensata: quota comune, ognuno porta qualcosa, e nessuno si trasforma in cuoco di trincea il 31 dicembre. Una decisione ragionevole, che proprio per questo fu raggiunta solo dopo il consueto numero di polemiche inutili.

E infine arrivò Star Wars. Il risveglio della Forza venne visto, sezionato, accolto con quell’entusiasmo tiepido che si riserva alle cose che fanno il loro dovere senza avere il coraggio di rischiare davvero. Piacevole, sì. Divertente, sì. Ma anche terribilmente familiare, quasi ricalcato, come se qualcuno avesse preso Una nuova speranza, l’avesse messa in lavatrice con un po’ di cast nuovo e l’avesse rimessa in sala con la pretesa della rivelazione. Il cattivo, una volta tolta la maschera, non impressionava nessuno: sembrava più un adolescente arrabbiato con accessori costosi che una vera incarnazione del terrore. E il 3D, poi, fu trattato per quello che era: una truffa buia, un modo elegante di pagare di più per vedere peggio.

Alla fine dell’anno, però, tutto questo contava relativamente. Dicembre si chiuse come si chiudono i mesi migliori delle amicizie vere: senza una morale precisa, ma con un mucchio di dettagli addosso. Una console ancora da accendere, un fitness tracker da quattordici euro che sembrava venire dal futuro, una sbornia da nascondere, un matrimonio superato, un incidente ancora addosso, un Capodanno da organizzare male ma insieme, e quella continua, instancabile capacità di trasformare ogni sciocchezza in racconto. In mezzo a cellulari caduti nel cesso, pacchi Amazon contemplati come ostie consacrate, tosse eterna, menù discussi come trattati di pace e Star Wars accolti con la severità dei fan traditi, restava sempre la stessa verità: loro non parlavano mai solo delle cose. Parlavano di sé attraverso le cose. E dicembre, come al solito, gliene aveva fornite fin troppe.