Custode era sul punto di sedersi a tavola quando il telefono squillò. Mimmo. Ore 20:30. Un orario in cui o sei morto, o stai per comunicare qualcosa che cambierà il corso della storia. «Una tragedia!» urlò Mimmo col fiatone di chi ha appena perso l’anima. Custode, con la forchetta a mezz’aria, si figurò scenari apocalittici: l’ufficio in fiamme, un’invasione di cavallette, la fine del mondo.
Spoiler: non era esploso nulla. Mimmo aveva semplicemente dimenticato il caricabatterie del suo iPhone 6 in ufficio. Partiva il giorno dopo per una settimana intera, senza cavo. Il dramma era servito su un piatto d’argento.
«Eh grazie al cazzo!» sbottò Custode. «Con Android ti bastava un caricatore da benzinaio qualsiasi. Ma tu no, dovevi fare il figo con Apple.» E ora toccava a lui, detentore delle sacre chiavi dell’ufficio, uscire di casa a fare da spacciatore di corrente, consegnando il cavo «a metà strada», come in uno scambio clandestino da film di spionaggio. Mimmo, nel frattempo, si era già messo in marcia verso Scalea per il recupero del Santo Cavo.
«Porco il Signore, re dell’universo… io sono un coglione. Perso» concluse Custode con la solennità di un profeta sfiancato dalla propria missione.
La mattina dopo, Custode rimuginava ancora sul fatto che Mimmo avrebbe potuto semplicemente comprarselo, un caricatore. «Cioè, va da De’Aaroni, ne prende uno, ha risolto. Invece no, si fa la trasversale per Scalea. Mah.» La giornata si concluse da Davis, la pizzeria ormai battezzata quartier generale delle riflessioni profonde, tra premesse interessanti e il sonno che stava demolendo Rokko come un bulldozer.
Ma la mattina successiva fu ancora più traumatica. Leonardo, l’aspirante campione di arti marziali di due anni e mezzo si era specializzato in risvegli da manuale del terrore. Quella volta sfoderò la «capocciata sul sopracciglio», una mossa degna di un lottatore professionista. Rokko, con un occhio gonfio e la dignità a brandelli, dichiarò ufficialmente la camera da letto zona di guerra. Fight Club, capitolo uno.
Custode iniziò la giornata registrando Captain America: The Winter Soldier su My Sky, con la curiosità scettica di chi non si fida dei capolavori decretati da altri. Poi passò a Noah, pur sapendo che era una «cagata immonda». «Carter Husser… no, come cazzo si chiama? Boh.» Il nome del regista gli sfuggì, ma il giudizio era già definitivo. Come ultimo atto di redenzione, registrò un film per Luisa: una roba con Geppi Gucciaro e Paolo e Chiara. Due comici. «Forse. Vabbè, tanto per tenerla buona.»
Nel frattempo, la nostra migrazione verso Telegram procedeva con risultati alterni. Qualcuno propose di usare Instagram, provocando lo schianto mentale di Sandrino. Robertino cercava ancora di distinguere tra Instagram e Telegram, mentre veniva invitato a scaricare anche Mamma Mia, un’app gastronomico-geolocalizzata teatro di strane medaglie virtuali come «Vampiro» ed «Esploratore». Nessuno sapeva come funzionassero, ma tutti giuravano che fossero bellissime.
E poi c’era Xenoblade. «Sandrì,» disse Custode con tono da predicatore, «se non ti compri Xenoblade per 3DS, non sei nessuno.» Seguì un’invettiva di quattordici minuti a base di Wii U, robottoni, mappe giganti e un parallelo mistico con World of Warcraft. Si parlò anche di Xenosaga, Xenogears, e dell’unico vero senso dell’esistenza: farsi regalare una console per un solo gioco.
Ma il colpo di scena della giornata arrivò da Rocchino: aveva beccato una multa da 583 euro. Sconcerto generale. «Ma che cazzo hai fatto, Rocchì? Hai invaso il Vaticano con un hoverboard?» Il mistero restò sospeso tra un audio e l’altro, come un thriller senza finale.
La giornata del 24 si aprì con il classico buongiorno via vocale, condito da confusione mentale e Ligabue a tutto volume alla radio. «Buongiorno amici telegrammosi, non instagrammosi… o forse sì… Sandrino non mi cazziare!» La risposta automatica all’ennesima canzone del Liga fu un secco: «Che du’ coglioni!»
Si parlò della promozione McDonald per cui bastava presentarsi in pigiama per avere la colazione gratis per un mese, e dell’occasione persa: «Se lo facevano ad agosto, era pieno di culotte. E invece solo pigiami tristi. Sei proprio stronzo, McDonald.» Rokko, intanto, esplodeva per l’impossibilità di scattare foto direttamente da Telegram: «Devo uscì, fa’ la foto, rientrà… ma cristo!»
Il giorno dopo, Custode sognava di sterzare contro il guardrail pur di smettere di ascoltare Ligabue alla radio. Ma la vera star della giornata fu un personaggio misterioso: un tizio in tuta fucsia acceso, pelato, con un giornale sotto braccio, che passeggiava sempre sullo stesso tratto di strada a Guardia Piemontese. Custode tentava da giorni di fotografarlo, ma il telefono scattava sempre troppo tardi. La missione divenne un’ossessione: «Lo beccherò. Giuro che lo beccherò.»
Fu anche il giorno in cui Sandrino annunciò con orgoglio la rimappatura della centralina della sua BMW, aprendo una discussione che sarebbe diventata uno dei tormentoni dell’anno. Custode, scosso, si lanciò in una lezione di meccanica da borgata: «La centralina è il cervello. Se lo tocchi, devi sapere dove metti le mani.» E tirò fuori il caso della Croma 200 cavalli, identica fuori ma costruita con componenti totalmente diversi dentro. «Persino i bulloni erano di un’altra specie.» Sembrava il racconto di un archeologo Fiat.
Il 28, Rokko chiese a Custode le credenziali del suo account GOG con la promessa innocente di «darci un’occhiata». Custode gliele mandò con la fiducia di chi non ha nulla da perdere. Errore. Rokko trovò Ultima VII Underworld, Witcher 2 e partì la razzia: «Ti svuoto tutto e poi me ne vado. Ma ti voglio bene, eh.»
Fuori da Gelato Mania, intanto, era parcheggiata con nonchalance una Porsche Cayman S. «È sicuramente GPL» decretò Rokko con la convinzione di un perito giurato. «È il top di gamma! Il futuro dell’automobile!» E via con la foto.
Il giorno dopo, una voce femminile fuori campo annunciò che Margherita era entrata in politica. «Tutto de corsa. Bravissima.» La vita, anche di domenica, non si fermava mai.
Lunedì 30 cominciò con una doppia sfiga: Custode uscì dal lavoro e trovò il muso della macchina sfondato da un tizio che aveva fatto manovra, e poi si prese una scatola di scarpe in testa. Un crescendo di bestemmie che avrebbe fatto arrossire un camionista in pensione. Margherita rideva, non per cattiveria, ma perché «quando Custode si fa male, fa ridere. È più forte di me.»
Ma la tragedia vera, quella che segnò il mese, fu il calzino scomparso. «Mi sono tolto due calzini seduto sul letto… e uno è sparito. Controllato sotto, dietro, intorno… nulla. È finito in un wormhole.» Il mistero del calzino divenne immediatamente leggenda. E quando, il giorno dopo, ne scomparve un altro, la teoria del wormhole domestico prese piede con una forza inarrestabile.
Il 31, Rocchino partì per Avezzano in missione speciale: doveva osservare lo «scambio dell’ostaggio», ovvero il momento in cui padre e madre si passavano la bambina durante una separazione. Un parco, venti minuti di tensione, dialoghi inesistenti, sguardi da guerra fredda. «Perché si chiama scambio dell’ostaggio?» «Perché sembra un episodio di Homeland.» E Sandrino suggerì: «Ci vorrebbero i cecchini. Ma solo per gli avvocati rompipalle.»
Così finì marzo: con un calzino perso, una centralina riprogrammata, Thomas che lasciava il posto in ufficio, e il sospetto che forse, sotto sotto, tutta questa chat fosse solo una scusa per sentirsi un po’ meno soli.
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