vita militare: nuova destinazione

27 agosto 2013

..chiunque arrivi alla Scuola Carabinieri per iniziare il corso di addestramento entra piangendo, passa tre mesi che mutano dalla depressione alla scoperta di una nuova forma di se stessi, ed esce di nuovo piangendo per la malinconia di lasciare quel particolare tipo di amicizie che si formano solo sotto le armi.

CAPITOLO 7: nuova destinazione

nuova destinazioneLasciavamo anche quelle strutture che ormai erano diventate parte della nostra vita, il barbiere che ci rasava a zero per evitare i pidocchi, il dottore che il primo giorno ci iniettò sulla spalla un miscuglio di medicine che non mi avrebbero fatto più prendere neanche un raffreddore per parecchi anni, lo spaccio dal quale acquistavamo di tutto, da ago e filo per ricucire le mimetiche al berretto fuori ordinanza e teoricamente vietato, in modo da vestirci un pò più alla moda, lasciavamo la piazzetta dei telefoni dove c’era sempre una fila mostruosa da fare per chiamare casa (i telefonini all’epoca erano ancora un lusso e pochi di noi ce l’avevano, oltre naturalmente ad essere vietati nella caserma), le salette in cui passavamo il tempo libero con il biliardino, la pizzeria a Benevento dove avevamo sempre un posto riservato, il piazzale dove avevamo lasciato sangue e sudore a forza di marciare.

Il giorno in cui ci venne assegnata la destinazione finale si avvertiva nell’aria l’elettricità dell’ansia che ognuno di noi emanava, nella speranza di un posto che non fosse agli antipodi della propria abitazione. E lentamente, come un’estrazione del lotto, venivamo nominati insieme al luogo dove avremmo messo in pratica quanto appreso in quei mesi: “Carabiniere Ausiliario Alessandro Cinquini” -pausa ad effetto che sembrava quasi infinita- “Scuola Ufficiali Carabinieri Roma!

promemoriaEro stato destinato vicino casa ed in un posto che penso in molti mi invidiavano, ovvero prestare servizio all’interno di una Scuola ma questa volta guardando le cose dall’altra parte. Un destinazione sicuramente poco operativa e che non mi avrebbe certo dato modo di fare il “Carabiniere” nel senso tipico di quella professione, ma se non altro mi avrebbe fatto passare l’anno di leva senza troppi pensieri. Se è vero infatti che cominciavo ad apprezzare la vita militare, è anche vero che all’epoca non sapevo niente di me stesso e di quello che avrei voluto fare da grande, per cui passare il periodo di leva nel modo più veloce ed indolore possibile era ancora una priorità nella mia vita.

Il giorno della partenza ci consegnano la nostra dotazione finale, che consisteva in una pistola, 10 pallottole, un paio di manette ed un promemoria di quello che comportava girare armati e delle responsabilità che ne conseguivano. Del viaggio verso Roma non ricordo più quasi nulla, se non che arrivati alle porte della città veniamo scortati da due moto dei Carabinieri che a sirene spiegate ci fanno largo fino a Via Aurelia 511.

Non potevo che sorridere a questi eventi, respiravo aria di casa e allo stesso tempo tutti si giravano a guardare l’autobus scortato nel tentativo di capire chi trasportasse. Ragazzini in divisa che avrebbero mandato avanti per nove mesi la scuola di chi, un giorno, dei Carabinieri sarebbe diventato Generale.

continua…
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