2015 2015

Settembre 2015: centraline, DSL e montagne russe emotive

Settembre 2015 si presentò subito come uno di quei mesi che non sai bene se definire di passaggio o di assedio. C’erano i preparativi del matrimonio del Custode che avanzavano come una colonna militare lenta ma inesorabile, l’addio al celibato da organizzare con la precisione di un’operazione NATO, le beghe tecnologiche, la DSL, le centraline, le macchine, le ferie contate col contagocce, e in mezzo a tutto questo i tre continuavano a parlare di Batman, GTA, Sherlock, Destiny, Messico, preti, cavi Ethernet e orecchiette pugliesi con la naturalezza di chi considera perfettamente logico passare da Kojima al parroco di Guardia nel giro di trenta secondi.

Il primo settembre, per esempio, si aprì con Rocco in stato di grazia. Salutò tutti con l’entusiasmo del villeggiante rientrato che ancora non ha realizzato davvero di dover tornare alla vita vera. La serata prometteva bene: cena da Sandrino, orecchiette portate in dote come reliquia gastronomica e la concreta speranza di mangiare qualcosa di “ottimo, ottimo”, formula che nel lessico del gruppo significava sostanzialmente due cose: si mangerà bene e nessuno uscirà da quella tavola senza lamentarsi di aver esagerato. In realtà, dietro l’organizzazione culinaria, si agitava il vero tema della giornata: il matrimonio del Custode. Quando salite? Ci siete? Ci date le partecipazioni? Ma soprattutto: chi saranno i testimoni?

Rocco, come sempre, andò dritto al punto. Se non veniva coinvolto in un addio al celibato come si deve, di quelli con magnate, logistica e dispendio calorico da evento ufficiale, lui non organizzava un cazzo. Era una posizione chiara, lineare e perfino morale. Nel frattempo stava finendo Batman Arkham Knight, che secondo lui si era un po’ allargato troppo ma gli era piaciuto parecchio, e si preparava a tuffarsi su GTA V con obiettivi elevatissimi, tra cui investire vecchiette con la serenità di chi considera il sandbox videoludico una forma d’arte. Dopo sarebbe toccato a The Witcher, sempre che Leonardo iniziasse l’asilo e gli restituisse un minimo di libertà mattutina. Fu in questo contesto già discretamente surreale che Rocco lanciò la sua proposta geopolitica del giorno: ma se ce ne andassimo tutti a vivere in Messico? Duemila euro al mese, spiegava, là ti fanno vivere bene. Cuba, Bolivia, New York e poi Messico, in un itinerario mentale che sembrava organizzato da un’agenzia viaggi gestita da un filosofo disoccupato. Certo, poi uno senza lavorare si rompe pure il cazzo, osservava lui stesso, con un’autoconsapevolezza quasi commovente.

Nel frattempo Sandrino veniva chiamato per errore due volte da una chiamata rapida attivata per sbaglio, segno che pure la tecnologia aveva deciso di partecipare al dibattito. E finalmente entrò in scena il Custode, con quella sua voce che ogni tanto sembrava provenire da una sala d’aspetto del destino. Disse che era scattato il toto-testimone. Il suo sarebbe stato un matrimonio canonico, con due testimoni in croce e poche possibilità di fare grandi manovre. Il vero problema non era tanto scegliere le persone, quanto riuscire a incastrare ferie, viaggi, giorni liberi e lavoro, perché da lui chiedere permessi era sempre una faccenda che sembrava passare prima per una commissione parlamentare e poi per il giudizio universale. Quanto al Messico, disse che più o meno lui ci viveva già in una sua versione locale. Si poteva fare, certo, ma lui era in modalità standby. Inserisci floppino. Era la perfetta sintesi del suo stato mentale.

Qualche giorno dopo il mese cominciò a mostrare il suo vero carattere. Una mattina si aprì tra saluti ipercinetici, pizze che lievitavano ancora nello stomaco dalla sera prima e il terrore concreto di uno scagazzo imminente. Rocco era alle prese con una crisi gastro-intestinale di origine probabilmente casearia o spirituale, mentre si consigliavano cappuccini caldi come antica medicina stimolante per la regolarità intestinale. Ma il cappuccino era ancora lontano e il dramma cresceva. Nel frattempo, da tutt’altra parte, al lavoro del Custode saltò una cabina elettrica. Letteralmente. Per qualche minuto si ipotizzò anche una matrice terroristica, perché quando sei in un posto già instabile di suo e senti un botto, il cervello salta subito alle ipotesi più cinematografiche. In realtà era solo un guasto, ma abbastanza serio da rimandare tutti a casa. Mezzo giorno guadagnato, salvo il dettaglio fondamentale che quelle mezze giornate venivano conteggiate come ferie, e quindi non erano affatto un regalo ma una fregatura con confezione diversa.

Naturalmente, invece di limitarsi a godere del rientro anticipato, il Custode usò il tempo recuperato per aprire ventisette parentesi parallele. Ricordò la pizza alla Forbice, con una nostalgia che di solito si riserva ai primi amori o ai videogiochi dell’infanzia. Una margherita con salsiccia bastava a riaccendere memorie, emozioni e discussioni. Rocco la difese con convinzione, rifiutando con energia le eventuali stroncature di Sandrino, perché Michelone poteva pure salare troppo, ma la pizza della Forbice restava un presidio dell’anima. Nel frattempo Sandrino, da bravo organizzatore occulto del matrimonio altrui, comunicava di aver già prenotato aereo, albergo e probabilmente pure il proprio stato d’animo per la trasferta calabrese. Se nessuno gli dava informazioni precise, lui se le costruiva da solo. E rilanciava pure sull’addio al celibato: facciamolo una settimana prima, suggeriva, come se si trattasse di fissare una riunione su Teams.

Intanto Rocco viveva una sua personale telenovela universitaria: c’erano cinquemilacinquecento euro di rimborso forse in ballo, un colpo da maestro all’interno dell’EPG, con votazioni, prof.sse decisive e una tensione burocratica che trasformava ogni delibera in un conclave. Se una certa docente avesse votato contro, gli sarebbero rimasti in mano quattrocentosettanta euro e un pugno di mosche. Il Custode, sentendo parole come ex abrupto, andò in crisi lessicale. Gli sembravano termini inventati apposta per umiliare i non iniziati. Per consolarsi, si buttò sul nerding puro e annunciò che stava scaricando le tre stagioni di Sherlock, seguendo con affetto quasi paterno la velocità di download: cinquecento di picco, poi duecentosedici, ma comunque un miglioramento. Per lui la banda era già una forma di salvezza spirituale.

La sera, però, il romanticismo tornava a bussare in modo ambiguo. Il Custode si ritrovava con Luisa al Lido Ape Maia – nome che già da solo meritava rispetto – per valutare un pianista da piano bar per il matrimonio. La sua preoccupazione principale non era tanto la qualità della musica, quanto il giudizio preventivo di Sandrino, che avrebbe certamente condannato ogni scelta non abbastanza trash. Però non disperava: il trash, in Calabria, poteva sempre emergere in qualunque momento, anche dietro un pianobar apparentemente innocuo.

E mentre si costruiva questo cast artistico degno di una sagra premium, arrivava la beffa: la nuova scheda video del Custode, regolarmente pagata, risultava consegnata ma non esisteva nel mondo fisico. Era evaporata, trascesa, passata su un altro piano dell’essere. Lui la maledisse con creatività crescente, alternando imprecazioni a riflessioni esistenziali. Se a Rocco passavano quei cinquemilacinquecento euro, concluse a un certo punto, prendeva quasi quanto lui in un anno. Il dato non era statistico ma emotivo, e bastava.

I giorni successivi furono un capolavoro di logistica sbagliata, prenotazioni sfagliate e matrimoni organizzati con spirito da comando alleato. Sandrino ascoltò una raffica di messaggi del Custode e dichiarò con onestà che non ci aveva capito un cazzo. Però il punto vero restava uno: il soggiorno si poteva prendere o no? Lo Zilema risultava occupato su Booking, ma Sandrino, da vecchio guerrigliero delle prenotazioni, aveva già capito che con una mail diretta si ottenevano stanza e prezzo umano. In pratica Booking era solo un nemico da aggirare.

Poi venne il momento più alto della tragicommedia aeroportuale. Sandrino fornì tutte le istruzioni per prenotare il volo. Rocco prenotò. Tutto bene? Ovviamente no. L’andata era giusta, il ritorno completamente sbagliato: non l’8, ma il 15. Biglietto non rimborsabile. Partì una bestemmia che, se condensata, avrebbe potuto alimentare una centrale termoelettrica. Per fortuna all’epoca Allitalia, pur con tutti i suoi difetti strutturali, manteneva ancora un residuo di civiltà. Gli dissero di prenotare un nuovo volo corretto e poi bloccare il pagamento di quello sbagliato tramite la banca. Rocco passò in pochi minuti dal baratro al trionfo, ringraziando Sandrino come si ringrazia un chirurgo dopo una rimozione d’urgenza. Il Custode, nel frattempo, faceva notare con acido buonumore che in tutto questo era lui che, con il suo matrimonio, li stava costringendo a spendere soldi per il viaggio, dettaglio che i due avevano notato con scarso tatto ma giusta puntualità.

E poi, inevitabilmente, arrivò settembre inoltrato e con lui il tema che ormai serpeggiava in ogni dialogo: promessa di matrimonio, addio al celibato, testimoni, parroco e liturgia pre-nuziale. Il Custode annunciò che il 18 e 19 avrebbe fatto la promessa di matrimonio, cioè quella strana pratica burocratico-sacrale in cui si va dal sindaco, si firmano carte e, nella fantasia del Custode, se provi a scappare ti sparano. Per lui il matrimonio civile e quello spirituale erano ormai fusi in un’unica esperienza da videogame a scelta vincolata. Naturalmente, appena si entrava nel tema testimoni, la conversazione degenerava. Il Custode non perse occasione per sottolineare che Sandrino avrebbe avuto testimoni farlocchi alla promessa, mentre Rocco li aveva avuti direttamente al matrimonio. Era una ferita ancora aperta nella memoria collettiva del gruppo, e veniva riaperta con l’allegria crudele con cui si tormentano gli amici veri.

Rocco, da parte sua, iniziava a temere che Sandrino non l’avrebbe scelto come testimone, perché in questo gruppo la paranoia relazionale conviveva perfettamente con le battute sull’addio al celibato. Il Custode cercava di fare chiarezza ma peggiorava solo le cose. Si sarebbe sposato a Guardia alle undici, o forse alle undici e mezza, o forse di nuovo alle undici. Il vero elemento fermo non era l’orario, ma il prete. Don Lillino. Un uomo che, a detta del Custode, celebrava le messe a occhi chiusi. Questo dettaglio bastava a trasformarlo in figura mitologica, a metà tra un sacerdote e un boss secondario di Dark Souls. Cambiare parroco, però, era impossibile. In Calabria era una mafia. Peggio del clan. Tocchi il parroco e ti spezzano pure le gambe, sintetizzava il Custode con quel suo gusto per l’iperbole che, in quei contesti, suonava sempre preoccupantemente plausibile.

Nel frattempo l’addio al celibato veniva pianificato con il trasporto di un consiglio di guerra. Sandrino e Rocco volevano l’ultimo weekend di novembre. Il Custode tentennava, faceva i conti con i lunedì, con i treni, con l’aereo per Lamezia, con l’ipotesi di essere rapito e rispedito a casa giusto in tempo per sposarsi. Quando finalmente si arrivò a una decisione, sembrò quasi che si fosse firmato un trattato internazionale. Ultimo fine settimana utile, campo di battaglia definito.

Ma il giorno dopo si scoprì che l’agenda vera non la scriveva lui. La scriveva Luisa. Con l’autorità pacata e implacabile di chi ha capito da tempo che se lasci un uomo da solo con le date del proprio matrimonio, finisce per prenotarsi l’addio al celibato contemporaneamente alla prova finale dell’abito. Luisa fece notare che l’ultima settimana di novembre era off limits, perché tra ultime prove, ritocchi e isterie pre-nozze sarebbe stato un inferno. Quindi forse era meglio la penultima. Rocco e Sandrino si gettarono subito sulla debolezza del Custode, chiedendogli se davvero non sapesse niente dei suoi impegni e se, per caso, Luisa non gli cambiasse già pure le mutande la mattina. Roberto, invece di negare con fierezza, accettò il colpo con autoironia da martire. Sì, praticamente sì. Si faceva teleguidare. Era un uomo in fase di aggiornamento software.

L’11 settembre la vita del Custode prese pure una piega quasi thriller. Salì in macchina e salutò il gruppo annunciando di sentirsi come l’uomo a cui sparano mentre guida. Rocco colse l’occasione per ipotizzare scenari da fantascienza degenerata: una Terminatrix dal futuro, magari con le cosce larghe, sarebbe potuta arrivare per eliminarlo, e lui ci sarebbe cascato a faccia bassa. Il Custode apprezzò il sostegno psicologico. Quando poi ascoltò un messaggio di Rocco con l’audio a palla a Cetraro e venne pronunciato il nome di un clan mafioso, raccontò che si erano zittiti pure gli uccelli. Era il genere di dettaglio che in qualsiasi altra amicizia sembrerebbe eccessivo; lì era solo martedì.

Nel frattempo, però, si avvicinava un altro momento critico: il ritorno a casa dei genitori del Custode per la promessa. E qui il personaggio Roberto mostrò tutta la sua tenerezza disarmata. Era agitatissimo. Non solo per la promessa di matrimonio, ma per il fatto che mamma e papà avrebbero visto la casa. E se non gli fosse piaciuta? E se avessero criticato l’arredamento? E se avessero espresso qualche dubbio di gusto, mettendo in crisi l’intero impianto emotivo del figlio trentenne che stava per sposarsi? Come se non bastasse, la promessa, che lui sperava fosse una pratica rapida con firma, saluto e pranzo, si rivelò l’ennesimo evento totalizzante in stile Calabria. Servivano confetti, pasticcini, bouquet, vestiti, parenti in pellegrinaggio domestico e soprattutto il processino con Don Lillino.

Il processino, per il Custode, era già di per sé una parola da film inquisitorio. Si aspettava domande assurde, tipo se amasse davvero Luisa, se credesse nella famiglia, nel male, nell’aldilà, nella Trinità o in qualche combinazione particolarmente ostile di tutte queste cose. Sandrino cercava di minimizzare, spiegando che dalle loro parti una roba simile si traduceva al massimo in un amico che ti chiedeva se eri scemo e ti invitava a bere una birra. Rocco confermava invece che in Calabria ogni occasione matrimoniale produceva economia, movimento di denaro, rituali e sovrastrutture degne di una civiltà parallela. Roberto, in mezzo a tutto questo, confessava una cosa importante: a lui della chiesa in sé non fregava granché, ma Luisa ci teneva. E allora si faceva tutto. Anche sopportare che un prete celibe ti chiedesse se amerai per tutta la vita. Era assurdo, sì, ma lo faceva per lei. E dentro quella presa in giro continua, per una volta, si sentiva tutto l’affetto.

Naturalmente, appena si aprì il capitolo tradizioni matrimoniali, uscirono fuori storie da antropologia estrema. Tipo il primo letto della cugina di Luisa, con vergini che non si sa dove reperire, letti da fare, buste da raccogliere e suocere che girano con cestini come esattrici della felicità coniugale. Perfino Sandrino, che pure sembrava immunizzato a certe forme di folklore, dovette ammettere che in alcune famiglie tradizionali si facevano davvero. A quel punto la domanda non era più se il matrimonio del Custode sarebbe costato tanto, ma quanto. Erano davvero sui quarantamila? Perché in Quattro Matrimoni, osservavano, lì si viaggiava su quelle cifre. Il programma televisivo era ormai diventato un simulatore di ansia finanziaria.

Il giorno del processino arrivò davvero, e il Custode lo annunciò come si annuncia una missione pericolosa. Alle 19:30 ci sarebbe stata l’inquisizione. Prima, però, lui riuscì pure a interrogarsi da solo sul perché, uscito dal lavoro, invece di precipitarsi a casa dai suoi e dal parroco avesse rallentato tutto. Cappuccino, cornetto, due chiacchiere, deviazioni inutili. Come se una parte di lui non volesse arrivare. Rocco gli diagnosticò un’ovvia ansia da Santa Chiesa. Alla fine però Roberto arrivò, vide i suoi, si commosse, camminò per una Guardia semideserta e si consegnò al proprio destino sacramentale.

Quando la promessa passò, il gruppo tirò quasi un sospiro comune. Il Custode si definì un uomo promesso e raccontò poi con emozione i giorni passati con i genitori. Erano stati bellissimi. Quasi irreali. La cosa che lo colpì di più non fu nemmeno la riuscita della promessa, ma il fatto che mamma e papà avessero apprezzato la casa, definendola piccolina ma bellissima e ben arredata. Questo bastò a renderlo, parole sue, la persona più felice del mondo. In quel momento sparirono il parroco, i costi, il processino, il traffico, le ferie residue. Restava solo un figlio felice perché i genitori avevano approvato il suo piccolo pezzo di vita nuova. Rocco, con il solito fiuto per le cose vere, gli disse che si vedeva che era felice e che sua madre sembrava una ragazzina.

Ma il gruppo non sarebbe stato il gruppo se non avesse sabotato anche i momenti teneri con almeno una discussione semantica inutile. Sandrino osservò che Rocco, quella mattina, aveva una voce ermeneutica. Rocco gli chiese che cazzo volesse dire. Sandrino rispose che credeva significasse stringato, o qualcosa del genere. Era la perfetta fotografia del trio: uno usa parole a caso, l’altro si offende, il terzo ascolta tutto mentre scarica un DLC o cerca il Wi-Fi.

Infatti, pochi giorni dopo, si aprì il fronte MySky HD. Roberto comprò cinque metri di cavo Ethernet senza nemmeno controllare bene se il decoder avesse l’ingresso giusto. Sandrino confermò che sì, il Wi-Fi non era incluso, salvo comprare il cosetto apposito, e aggiunse con una spocchia tecnica meravigliosa che solo i barboni usavano il Wi-Fi, mentre i signori usavano Ethernet. Roberto ammise di essere stato scemo. Sandrino spiegò allora la teoria economica dietro la mancata inclusione del modulo Wi-Fi: economia di scala, risparmio industriale, optional venduti a parte. Roberto si sentì contemporaneamente umiliato e illuminato. La conclusione era semplice: quasi quasi si comprava il cosetto, perché cinque metri di cavo in casa gli mettevano ansia.

Nel frattempo si discuteva anche di macroeconomia mondiale, perché il gruppo riusciva sempre a tenere insieme il minimo e il massimo. Volkswagen crollava e con lei le borse di mezzo pianeta, e Roberto si indignava: perché se bara uno, ci rimettiamo tutti? Rocco spiegava il problema della fiducia di mercato. Sandrino correggeva pure la sintassi economica: non si dice meno povero, si dice più ricco. Era una chat che riusciva a fare educazione finanziaria e grammaticale senza che nessuno glielo avesse chiesto.

E poi arrivarono pioggia, asfalti nuovi fatti col culo, riflessioni ingegneristiche e la centralina della Punto. Qui il mese entrò definitivamente nel suo momento Fast & Furious del basso Tirreno. Il Custode fece modificare la centralina e cominciò a raccontare la sua macchina come se stesse descrivendo una creatura risvegliata da un rituale oscuro. Prima, seconda e terza più o meno uguali, quarta meno bestia di prima, ma quinta terrificante. Arrivava a velocità che non voleva nemmeno dire, sennò gli amici lo sparavano per davvero. Confessò di aver toccato i 190 all’ora, cosa che prima sembrava impensabile, perché a 160 già la Punto iniziava a scrivere il testamento e a salutare i parenti.

Sandrino e Rocco reagirono esattamente come due amici che ti vogliono bene e conoscono i tuoi limiti di lucidità: cercarono prima di capire tecnicamente cosa fosse stato modificato, poi passarono direttamente all’ammonimento paterno. Più di venti cavalli e la macchina ti esplode, dissero in sostanza. Ma il Custode, galvanizzato, si interrogava persino sulla possibilità di cambiare i rapporti, di avere più coppia in terza, di farla diventare una bestia diversa. In fondo però sapeva anche lui che tutta quella potenza gli serviva a poco. Dove andava a 190? Che faceva, si ammazzava? La cosa positiva, sosteneva, era che ora poteva sorpassare in quinta senza scalare. Quindi, in teoria, consumava anche meno. Una teoria che aveva la solidità di una profezia da autogrill, ma che lui difendeva con tenera convinzione.

Rocco, il giorno dopo, smontò il mito con calma scientifica. Forse quella centralina era un placebo. Forse la prima modifica era una trappola da autodistruzione e questa era solo una maniera più costosa di raccontarsi una storia. Ma il Custode, lontano dall’offendersi, oscillava tra esaltazione e prudenza. A 140 sembrava di stare a 120, disse, e questa era la vera cosa spaventosa. Non se ne accorgeva nemmeno. Fu allora che Sandrino gli scrisse una delle frasi più semplici e più affettuose di tutto il mese: vai piano, che noi teste di scimmia ti vogliamo bene. E il Custode, finalmente, promise. Promesso. Non l’avrebbe più fatto.

Sul finire del mese arrivò anche la DSL, che per Roberto fu quasi un evento mistico. Sveglia alle sette, stacco alle diciotto, vita sempre uguale, ma adesso scaricava a settecento kb/s. Settecento. Per lui era come se la NASA gli avesse installato una linea privata. Sandrino, che da tempo cercava di spingerlo verso una produzione creativa più attiva, colse subito l’occasione: ora che hai la DSL, fai quei video su YouTube che ti dicevo. Il Custode, con una sincerità che gli apparteneva molto, rispose che di idee ne aveva tante, voglia di scrivere pure, voglia di creare anche, ma sto matrimonio lo stava rincoglionendo. Ieri aveva fatto chilometri solo per consegnare due partecipazioni. Però, disse, ce la posso fare. Ce la posso fare. Era una frase piccola, ma dentro c’era tutto settembre: la fatica, il caos, l’amore, il disordine, la burocrazia, i chilometri, i cavi Ethernet, la centralina, Don Lillino e pure Kojima.

Alla fine del mese il Custode salì ancora una volta con la sua missione principale: distribuire partecipazioni. Non era una cena di piacere, non era una vacanza, non era una fuga. Era logistica pura. Se riusciva a vedere tutti, bene. Se no, almeno una birretta dopo. Persino in quel momento trovava il modo di preoccuparsi di non autoinvitarsi a scrocco da Sandrino, come se in tutto quel caos il vero problema fosse risultare invadente. Ma la verità era un’altra: settembre 2015 li aveva presi tutti e tre e li aveva sballottati come su montagne russe emotive. Tra matrimoni imminenti, voli sbagliati, genitori in arrivo, preti semichiusi, macchine taroccate, decoder senza Wi-Fi, rimborsi in bilico, piogge assassine e orecchiette pugliesi, quel mese non lasciò nessuno fermo dov’era partito.

E forse fu proprio questo il punto. Settembre non era stato un mese ordinato. Era stato un accumulo continuo di piccole crisi, piccole esaltazioni, piccoli crolli e piccoli miracoli tecnologici. Però, in mezzo a tutto, loro continuavano a sentirsi, a punzecchiarsi, a organizzarsi male ma con affetto, a deragliare su qualunque argomento e poi tornare sempre lì, a quella forma di amicizia che reggeva anche quando tutto il resto sembrava in buffering.