Maggio 2015 – Tra internet fantasma, adepti e 1300 di cilindrata

Se aprile si era chiuso con l’incertezza contrattuale e il mistero del portascroto, maggio arrivò portando finalmente qualcosa di concreto: una firma. Ma anche, come sempre, una valanga di vocali in cui il confine tra il sublime e il ridicolo era sottile come la carta igienica del Lidl. Tra inviti monchi a matrimoni, attraversamenti pedonali che sfidavano la logica, avvocatesse in gonna lavanda e droni che promettevano il futuro, maggio fu il mese in cui capimmo che la nostra chat era ormai un organismo vivente. Un animale selvatico fatto di risate, sfoghi e battute sotto la cintura.

Il weekend del primo maggio si rivelò una sequenza ininterrotta di fastidi, fatica e rosicamento profondo. Custode, affaticato e incazzato, si sfogava con noi: «Non vi chiedo nulla del vostro weekend. Il primo perché rosico, il secondo perché tanto non mi potete raccontare nulla. Io? Ho lavorato sabato mattina, e sabato pomeriggio ho preparato un salone per una festa. La sera eravamo in 110 a celebrare… la promessa di matrimonio.» Non la sua, sia chiaro: quella di una cugina di Luisa che si sposava il 23 agosto. E la festa si era tenuta in una sala bingo di un centro anziani, coi tabelloni della tombola ancora appesi alle pareti. Io cercavo di capirci qualcosa: «Scusa, ma la promessa di matrimonio cos’è? Che ti impegni a non scappare prima delle nozze? E la festeggi pure?» Il vero dramma, concluse Custode, era che il 23 agosto sarebbe stato in giacca e cravatta, in Calabria, a 42 gradi. Mortacci sua.

Passarono pochi giorni e arrivò la bomba buona: «Ragazzi… ho firmato un contratto. A tempo indeterminato.» A tutela crescente, certo — per il primo anno potevano cacciarlo senza motivo — ma era pur sempre una firma su carta intestata. Io festeggiai ricordando il mio ingresso alla Telecom: «Anche se io entrai con un contratto formazione e lavoro. Dopo due anni, se non piacevi, a fanculo con calcio. Poesia pura.» Ma Custode aveva già la testa altrove: la beta di Heroes of the Storm era arrivata da Blizzard, ma non aveva né internet per scaricarla né un computer decente. «Forse potrei provare col netbook… ma non gira neanche Solitaire.» La riflessione filosofica chiuse il cerchio: «Ma questi MOBA? Io? Facevo pena anche nel PvP di World of Warcraft.» L’unica speranza, luminosa come un raggio elfico: il 19 maggio usciva The Witcher 3. E andava a fanculo tutto il resto.

La settimana successiva portò una situazione spinosa: Simone mi aveva invitato al suo matrimonio senza Veronica. Custode si fece consigliere di guerra: «Se andarci da solo ti fa stare male, glielo dici. Se l’amicizia vale il boccone amaro, vacci. Restare appesi ai non detti è peggio di una bomboniera sbagliata.» Poi entrò in modalità confessionale: «Sai quante volte ho mandato giù merda perché Luisa non veniva invitata? Chi non la rispetta, fuori dai coglioni.» Ma non voleva essere troppo duro: «Parlatene. Una telefonata, due motivazioni sincere. Magari vi mandate a fanculo, magari vi chiarite.»

Il giorno dopo Custode era fermo alla SS18 quando si beccò il clacson da un carabiniere per aver fatto attraversare una pedone sulle strisce. «Mi ha suonato come se avessi investito un panda. E mi ha sorpassato secco, tipo togliti stronzo.» Rokko suggerì la denuncia, io pure. «Così mi danno fuoco alla macchina. O peggio, con me dentro.» Nel frattempo Rokko esultava per Heroes of the Storm — «un po’ coreano, ti sanguinano gli occhi dopo cinque minuti» — e in studio era arrivata l’avvocatessa di Savona: gonna svolazzante color lavanda, stivali sotto al ginocchio, mutande bianche in evidenza. «Santa pelle, c’ha tre figli, ma c’è più vita in lei che in tutto il condominio dove vivo.» Io, sottile: «Daglie il cazzo in mano. Viva la figa.» Partì la gara di pessimo gusto sui gusti estetici, culminata in un consenso silenzioso quando qualcuno evocò Jim Carrey in Ace Ventura.

Il credito finiva sempre al momento peggiore. Custode pagava 10 euro per un giga, reliquia d’offerta presa ai tempi di Garibaldi. Si aprì l’angolo delle offerte telefoniche tra TIM Special Start e bonus che brillavano come slot. Io sbottai: «Basta co’ ‘sti giga! Parliamo di figa, di vita, di qualcosa con un’anima!» Silenzio. Poi Custode: «Sono appena tornato da indoor cycling. Sto morendo.»

Il lunedì successivo, frase secca come il caffè: «Questo è l’ultimo cazzo di messaggio fino a stasera.» Rokko annunciava Guacamelee come capolavoro, si confermava la serata a casa mia con cenetta e bevuta, e Custode spiegava che le spedizioni esplodevano: «Ne chiudiamo una e ne comprano tre. Un incubo felice.» Si parlava di bonifici per il matrimonio e birre, messaggi mandati due volte per colpa del cellulare, e Ligabue alla radio: «L’unica voce rimasta in FM. Siamo un popolo perso.» Il momento identitario: «Come ho fatto a diventare un terrone? Ero nato polentone!» La mia risposta: «Meglio terrone che torrone.» Il concerto di Pascuzzo fu un martirio: «Due coglioni così non li prendevo dai Modena City Ramblers. I calabresi battevano le mani. Io battevo i maroni.»

Il giorno dopo lanciai il jingle della pasta fittizia più famosa della Calabria: «Basta Sandrino… per stare meglio dal mattino.» Intanto Rokko si sfracellava la fronte sotto la scrivania montando la stampante prima del congresso in Cassazione: «Ora ho uno sgarro che pare una bottiglia di Tavernello. Margherita m’ha detto di truccarmi. Andrò fiero. Sfregiato ma fiero.» Partì l’immaginario collettivo — «Hai visto quel giovane psicologo col taglio? Sarà mica frocio?» — e si parlò di pisellate in fronte come eventi atmosferici. Per trenta secondi nessuno riuscì a pensare ad altro.

Custode aveva dimenticato gli occhiali da sole e andava a Frosolone lacrimando come una vedova al funerale di un LED. Rokko e io ci scambiavamo update su Guacamelee — «Sei ore di gioia pura!» — e sul Trono di Spade: «Ogni episodio una tetta, una fregna o un organo volante.» Ma il vero delirio esplose con The Witcher 3. Custode aprì il monologo da predicatore laico: sedici DLC gratis, GOG senza DRM, recensioni da 9 e 10 pure da GameSpot — «e quelli si fanno più volentieri un clistere che dare un 10.» Il gruppo sbeffeggiava i Season Pass: «Trenta euro per un DLC che non sai cos’è. Aria fritta in tre formati.» Rokko aggiungeva: «Su PS4 costa 65 euro ma li merita. La trama è da Oscar.» Io confermavo: «C’ha la scopa nel culo? Amen. È Witcher.»

Custode perse la partecipazione del matrimonio e non ricordava la cifra del bonifico. Testimone smemorato. Rokko sopravvisse a sette ore di consiglio direttivo all’EPG: aveva chiesto al presidente di fare un passo indietro, si era beccato un attacco, aveva risposto, e alla fine i vertici si erano dimessi. Commissariati. Lui restava segretario: «Preferisco giocare con mio figlio piuttosto che perdermi in questi teatrini.» La sera si accese il dibattito 500XL contro 500L. Luisa, spettatrice silenziosa, chiuse: «Ha ragione Rocco.» Custode si arrese: «Mi arrendo al clan degli ottici.» Si scoprì che si chiamava 500L Living, e io osai: «Voi siete l’antifiga.» Luisa stava ascoltando. E vinceva.

Rokko aveva un sogno con le eliche: il Lily Drone, 400 euro su Kickstarter, impermeabile, video HD, ti seguiva come un paparazzo volante. Ma la vita vera non volava: Rokko era nel pieno della logistica pre-matrimonio dell’amico, una sorta di Risiko tra parenti, bimbi e torte. Custode affrontava il traffico come un gladiatore: «Tutti i camion dell’universo davanti a me.» La missione più urgente? «Mi devo fermare al Lidl. Abbiamo finito la carta igienica.» Rokko era filosofico: «Voglio lavorare meno. Meglio povero e felice che ricco e incazzato.»

Poi arrivò il capolavoro: il rituale serale di Custode. Cornetto alla crema, sacra tazza del cesso, meditazione esistenziale, e la grande domanda: pippetta pre-indoor cycling sì o no? «La pippetta prima dell’indoor cycling… ci sta.» Io, disperso a Termini: «Non ho capito un cazzo. Solo che te fai una pippetta.» Rokko: «Hai colto l’essenziale.» La serata si chiudeva col bivio: Luisa in vena, trombatina; Luisa KO, Trono di Spade. Entrambe opzioni dignitose.

Custode osservava i preparativi elettorali calabresi: andranghetisti in doppio petto e cartelloni da Zimbabwe. A Guardia non si votava: «Mi candido sindaco.» Io confessavo la stanchezza: «Lavoro troppo. Che faccio, mi licenzio?» Rokko proponeva una strappona su BlaBlaCar. Custode: «Qua alle 18:06 sono al bar. Libero.» Io, per non pensare, toccavo i 225 in sesta senza tutor.

La Punto chiedeva aiuto: l’elettrauto Stefano Bonetti offriva la rimappatura da 75 a 90 cavalli, pagabile a rate. Io entrai chirurgico: «Non vuoi convincere noi, vuoi convincere te stesso. La turbina costa.» Si discusse della macchina nuova di Margherita — tre cilindri, 85 cavalli, scandalo — e nella palazzina di Custode parcheggiò una BMW misteriosa: «Vicino nuovo. Sarà un andranghetista?» La risposta, in Calabria, era sempre ovvia.

La cena alla Casa del Vicario, agriturismo raggiungibile solo con vomitate strategiche, deluse tutti: arrosto da mensa aziendale e limoncello spacciato per specialità della casa. L’unico vero limoncello da ricordare era quello di mia nonna. Io cercavo invano la recensione promessa su Mamma Mia, e tra gli scaffali del Lidl ebbi una rivelazione: «Prima Caccabrini, poi Check… chissà chi sarà il prossimo.»

Il funerale del padre del capo fu uno spettacolo: scene da tragedia greca, gente per terra, il fratello a pugni sul pavimento. Custode guardò senza una lacrima: «Ma sono io quello strano?» Il giorno dopo, città bloccata per il corteo con la banda. Rokko disse: «Quello era un boss mafioso.» Io feci i conti: «Settanta pacchi, 3.000 puliti al giorno. Non sarà che riciclano?» Custode ridimensionava ma raccontava ordini anomali: nomi arabi, pacchi da 800 euro senza logica. E mentre si parlava di mafia, Rokko: «Comunque mercoledì c’è Giorgione al Carrefour!» Io, amaro: «Viviamo su due pianeti.»

I pacchi di Custode erano puliti, sigillati con amore. Cosa ci finiva dentro alla GLS di Cosenza, chi poteva dirlo. «Se arrivo a Velletri su una Lamborghini arancione, quello sarà un segnale.» Consigliava Tyrant come serie, Rokko si faceva tentare da Bloodborne — «pieno di richiami a Lovecraft!» — e al concessionario trovava una 500L diesel 1300. Custode: «1300 su una 500L? Come mettere un criceto a tirare un carro armato!» Veronica e io non resistemmo: «Ma tu sei gay? Parli solo di macchine e c’hai una Punto!» La discussione culminò con Margherita: «Ma quanto è frocio Roberto?»

Il mese si chiuse con l’arrivo di Luca, il nuovo: vent’anni, occhiali, riccioli, la copia di Custode in miniatura. Lo sfruttavano come un Minion. Mimmo, con la voce da angelo della morte: «Se vuoi restare, bene… se no, vai pure.» Quando Luca chiese degli straordinari, il silenzio fu la risposta. Custode sussurrò: «Neanche a me, Mimmo. Neanche a me.» E il fantomatico operatore Vito da Catanzaro giurava che l’ADSL sarebbe arrivata. Quarantacinque minuti di telefonata e una promessa solenne. Truffa o salvezza? «Vedremo.»