Il mese si apre con il Custode in preda a una febbre che nessun farmaco può curare, perché la malattia è Dark. Roberto si sveglia nel cuore della notte, si addormenta pensandoci, mangia pensandoci, gioca con Caterina pensandoci. “Io veramente sono malato,” confessa al gruppo con la voce di chi ha ceduto a una dipendenza senza ritorno. La seconda stagione della serie tedesca gli ha letteralmente preso il cervello e lo sta rivoltando come un calzino. Ogni episodio è “il più bello che abbia mai visto,” ogni colpo di scena è una pugnalata al cuore e al raziocinio. Il sesto episodio, quello dei cicli infiniti, lo lascia con dolori fisici reali — il suo cervello si rifiuta di comprendere come sia possibile spezzare una linea temporale perfettamente coerente. Quando scopre che Charlotte è madre e figlia di sua figlia, resta in loop mentale per ore. “Non riesco a capire come dei maledetti tedeschi abbiano partorito la serie tv più bella di tutti i tempi,” mormora quasi genuflettendosi. Si scarica la colonna sonora della prima stagione e la ascolta seduto sulla tazza del cesso alle 3:20 del mattino. Cinque volte di fila.
Sandrino, dal canto suo, segue l’ascesa mistica del Custode con un misto di orgoglio e divertimento — è stato lui, insieme a Rocco, a spingerlo verso Dark. La serie avanza a un episodio a notte, sempre intorno alle 2 o alle 3 del mattino, perché l’unico modo in cui Roberto riesce a ritagliarsi tempo per le proprie nerdate è aspettare che Caterina si addormenti, coricarsi con lei, risvegliarsi a mezzanotte e strisciare fino al computer come un ladro nella propria casa. Quando finisce la seconda stagione e Adam spara a Marta, e poi compare l’altra Marta con la frase che riapre tutto — “il problema non è quando, ma da quale luogo” — Roberto è sull’orlo dell’infarto narrativo. Attacca immediatamente la terza stagione. “Fantastico,” è l’unica parola che riesce a pronunciare. La parola del giorno diventa ufficialmente “fantastico,” poi “pazzesco,” in una rotazione lessicale che riflette il suo stato di alterazione.
Ma non è solo Dark a infiammare il mese. Il trio è avvolto in una guerra santa videoludica che si combatte su più fronti. Il fronte principale è Legends of Runeterra, dove Roberto e Sandrino si scambiano messaggi vocali lunghi come encicliche papali sulla potenza di Diana, sulle gemme verdi, sul mana rigenerato, sulle combo al primo turno. Sandrino esalta Diana come “Gesù Cristo” e la abbina a Catarina per devastare nemici al secondo turno. Roberto, dal canto suo, brandisce Le Blanc con gemme blu che colpiscono il nexus nemico ogni volta che evoca un campione. “Praticamente non devi fare niente,” dice con la soddisfazione di chi ha trovato il cheat code della vita. “Gusto, ma tu usi delle gemme un po’ pippa,” replica Sandrino con tono da maestro zen deluso dal proprio allievo.
Il secondo fronte si apre quando Sandrino, nel bel mezzo della sua ossessione per Hunter x Hunter, riesce a contagiare prima Rocco e poi, a fatica, anche il Custode. Rocco è il primo a cadere: durante una pausa di mezz’ora a studio, prova la prima puntata e resta folgorato. “Oh Sandrino, è veramente figo,” ammette con la sorpresa di chi non si aspettava nulla. Sandrino, che è già alla seconda stagione, ne parla come di una rivelazione — il personaggio di Hisoka lo affascina, i combattimenti alla Torre delle Nuvole lo esaltano, anche se la terza stagione con le sue 70 puntate lo mette a dura prova per il brodo allungatissimo. Roberto, sempre diffidente, confessa che senza la spinta degli amici “non gli avrebbe dato proprio du lire” a un anime. Poi aggiunge che prima deve finire Dark. Le priorità sono priorità.
A metà mese esplode la bomba Hogwarts Legacy, e il mondo nerd dei tre amici ne viene stravolto. Roberto è il primo a cedere, e la ragione è squisitamente terapeutica. Caterina è malata, lui e Luisa hanno passato una nottata in bianco tra vomito, febbre e paure per una presunta appendicite diagnosticata dalla pediatra — la stessa pediatra che in passato ha diagnosticato Covid inesistenti e anoressia infantile alla bambina. All’ospedale quasi ridono in faccia ai due genitori: è un virus che gira, niente di più. Ma il Custode è devastato dallo stress e fa quello che fa ogni volta che la vita lo prende a schiaffi: apre Steam. “Sono andato su Steam e ho acquistato Hogwarts Legacy,” annuncia con la calma di chi confessa un omicidio premeditato. Quaranta minuti dopo è a bocca aperta. “È un capolavoro. I valori produttivi di uno dei migliori film che abbia mai visto. Si respira magia,” dichiara in estasi mistica, lui che di Harry Potter non ha mai letto un libro né visto un film.
La passione del Custode è incontenibile. Crea un salvataggio con Caterina, poi ne crea uno suo personale perché non sopporta di perdersi collezionabili e segreti. Dopo 11 ore di gioco è ancora dentro il castello di Hogwarts — non perché l’abbia finito, ma perché è talmente immenso che gli si è riempito l’inventario e non può più raccogliere nulla. “Pazzesco,” ripete come un mantra. Lo paragona al primo Arkham Asylum per la struttura metroidvania, per le zone inaccessibili che promettono ritorni futuri. I quadri animati, i dettagli maniacali delle botteghe, la ricostruzione di ogni angolo del castello lo mandano in brodo di giuggiole. “Per me è il gioco dell’anno 2023, il gioco dell’anno 2022, il gioco dell’anno 2021. Il gioco del decennio,” proclama senza un filo di ironia.
Sandrino, scottato dal furto della bicicletta e con le tasche più leggere del previsto, resiste inizialmente. “Qua stiamo con le pezze ai piedi, vero Mila? Con i calzini bucati stiamo,” dice alla figlia per drammatizzare. Ma la resistenza dura il tempo di qualche messaggio. Alla fine scarica la versione craccata da Empress — la leggendaria hacker che ha dichiarato guerra alla Warner Bros e al sistema anti-pirateria Denuvo — e dopo un paio d’ore conferma: è bellissimo. Il motore Unreal Engine 4 regala una grafica stupenda, anche se Sandrino individua una “patina bianca” maledetta che copre tutto come un velo nebbioso. Roberto, candidamente, risponde che non la vede. “Forse sono cieco,” ammette. “Anzi, sicuramente sono cieco.” I due passano gli ultimi giorni del mese a dibattere su questa patina fantasma, sui bug, sulla gestione delle abilità e sulla ruota degli incantesimi “programmata coi piedi.” Sandrino smadonna ogni volta che deve aprire il menu per cambiare un’abilità. Roberto, che è ancora ai primi quattro incantesimi, non capisce il problema. “Lo critico perché mi piace, capito Roberto?” sintetizza Sandrino con la saggezza del nerd innamorato.
Il terzo fronte videoludico è Atomic Heart, il gioco russo che porta con sé polemiche geopolitiche. Il ministro del digitale ucraino chiede a Microsoft, Sony e Steam di bandirlo perché sviluppato da programmatori russi che non si sono espressi contro la guerra. I tre amici ne discutono con la serietà di un consiglio di sicurezza dell’ONU convocato su un forum di videogiochi. Roberto analizza i numeri di vendita e sentenzia che le aziende faranno “una pernacchia” al ministro. Rocco porta l’argomento decisivo: “Se vogliamo prendere questa strada, la prima cosa da bloccare è TenCent. Eliminatemi TikTok e tutte le app cinesi, poi parliamo dei russi.” Sandrino, più pragmatico, lo scarica su Game Pass, ci gioca un’oretta e lo molla: movimenti strani, nemici che non convincono, sensazione generale di meh. Roberto, che non l’ha nemmeno scaricato, annuisce soddisfatto: “Mi hai confermato quello che temevo.”
Nel frattempo, il furto della bicicletta di Sandrino resta una ferita aperta. La scena è degna di un film neorealista: torna dalla pausa pranzo e la bici da 1.000 euro non c’è più. C’è una telecamera di sicurezza, ma per visionare i filmati servono i carabinieri, i carabinieri dicono che la denuncia senza assicurazione è “carta straccia,” e il giovane napoletano — “e merda aggiungo,” precisa Sandrino — che raccoglie la denuncia gli dice che “probabilmente è stato quel senzatetto che abbiamo già arrestato tre volte.” Ma non possono fare niente perché le riprese si cancellano dopo 24 ore. Roberto gli esprime solidarietà con un monologo sulla funzione terapeutica della bestemmia e gli racconta della sua Xbox 360 mai arrivata e dei 300 euro persi. La battuta che il Custode trattiene per ore — Rocco che posta le foto delle sue nuove telecamere di sorveglianza proprio nel momento in cui Sandrino racconta del furto — diventa il simbolo della sincronicità ironica del mese.
Rocco, intanto, vive il suo mese tra telecamere, telescopi e malinconie. Installa un sistema di videosorveglianza anche a casa, progetta l’acquisto di un telescopio da 609 euro con base motorizzata e tour notturno guidato da app, e confessa che ogni mercoledì e venerdì, quando torna da casa di Lucia, rientra “con un po’ di magone, un po’ di incazzature.” Sandrino gli apre la porta con delicatezza: “Se ti va di parlarne, sono qui.” Il magone si cristallizza attorno a un dettaglio che spezza il cuore a Rocco: i genitori di Margherita hanno trasformato la dependance davanti a casa in una casa vacanze e l’hanno chiamata “Casa vacanza Margherita.” Rocco trova la cosa aberrante, un dolore che lo colpisce ogni volta che vede quel cartello. Sandrino e Roberto, con la cautela di chi cammina su vetri, gli dicono che i genitori hanno tutto il diritto di ricordare la figlia in quel modo, che probabilmente è un gesto d’amore e non una provocazione. “Io ti voglio bene come un fratello,” dice Roberto, “però proprio per questo mi sento in dovere di dirti quando le cose non le vedo nella stessa maniera.” Il momento è denso, reale, lontano anni luce dalle battaglie sul mana e sulle gemme blu.
Le figlie dei tre amici, intanto, tengono banco. Caterina chiede come costume di carnevale il vestito di Mercoledì Addams, completo di mano mozzata peluche, e litiga con una compagna di classe di nome Azzurra — che pare sia la vera Mercoledì, con i capelli neri lunghi e tutto — perché “da Mercoledì mi ci vesto io, non ti far trovare vestita anche te.” Roberto commenta sbalordito la capacità dei media di influenzare le teste dei bambini. Mila, la piccola di Sandrino, viene colpita dallo stesso virus intestinale di Caterina: vomito, dolori addominali, notti in bianco. Sandrino e Veronica vivono il calvario dei genitori iperapprensivi, aggravato dal fatto di trovarsi in Calabria dove la sanità è un campo minato. Alla fine portano Caterina da un pediatra privato a Castrovillari che la visita, ride della diagnosi di appendicite e sentenzia: “Vostra figlia sta bene. Se volete vi prescrivo qualcosa, ma andrei solo ad avvelenarla.” Costo della serenità: 50 euro a nero. Roberto commenta che a Roma una visita specialistica costa 150 euro, “quindi onestissimo.”
C’è anche lo spazio per un incontro sul treno che Sandrino racconta come un’avventura picaresca. Una ragazza di 40 anni, padre turco e madre russa, si siede accanto a lui e comincia a parlare. Vive in Alta Badia “come Heidi,” studia psicologia cognitiva, sogna l’Alaska e Gerusalemme. Quando Sandrino le dice che è stato in entrambi i posti, quasi scoppia in lacrime. Poi gli chiede se è sposato — “mannaggia” — e gli chiede un abbraccio prima di salutarsi. Sandrino la accompagna fino a un residence in una via malfamata di Velletri, attraverso vicoli bui con cani che abbaiano e una custode che sembra uscita da Monkey Island, “bella cicciotta piena di collane coi vestiti colorati.” Roberto ascolta il racconto rapito come fosse un audiolibro, poi fa la domanda che brucia: “Ma era carina o no?” La risposta arriva secca: padre turco, madre russa, occhi azzurri. “Se avessi voluto ieri sera potevo pure rimanere.”
Il mese si chiude con Sandrino che finisce le Catene di Eymerich e inizia Čerudek, estasiandosi per come Evangelisti avesse già seminato tutti i collegamenti fin dalle prime pagine del primo libro. Rocco, dal canto suo, consiglia la saga dell’Ambra di Zelazny e svela di aver iniziato Blackwater su consiglio di Stephen King, letta in audiolibro da una sua ex compagna di università. E mentre i tre amici discutono di Baldur’s Gate 3 in uscita ad agosto, di Collector Edition pagate a rate, di schede del personaggio D&D da tramandare ai figli e di manga dell’Attacco dei Giganti comprati usati, Roberto sintetizza lo spirito del gruppo con una frase che vale più di mille analisi: “Noi parliamo, parliamo, parliamo, ma sostanzialmente non diciamo nulla. E questo è il bello.”