re amici raffigurati in stile cartoon tra videogiochi retrò, ciclismo, modellismo dinamico e preparativi per un matrimonio caotico, ispirato agli eventi di aprile 2015. re amici raffigurati in stile cartoon tra videogiochi retrò, ciclismo, modellismo dinamico e preparativi per un matrimonio caotico, ispirato agli eventi di aprile 2015.

Aprile 2015 – Tra cacche misteriose, tesorieri e portascroti

Aprile cominciò con una domanda che nessun trattato filosofico aveva mai avuto il coraggio di affrontare apertamente: Veronica aveva mai fatto la cacca? Non quel giorno, non quella settimana. Mai. O almeno così sembrava. Il problema emerse durante una conversazione apparentemente innocua, una di quelle che partono da un commento qualsiasi e finiscono a esplorare i misteri più profondi dell’universo umano. Nel giro di pochi minuti la questione smise di essere fisiologica e diventò metafisica. Possibile che un essere umano potesse vivere normalmente senza mai manifestare il minimo segnale dell’apparato digerente?

Rocco, che davanti alle grandi domande non si era mai tirato indietro, formulò immediatamente l’ipotesi più logica: Veronica probabilmente non era terrestre. La spiegazione più plausibile era che provenisse da Vega. Una veghiana, dunque. Questo avrebbe chiarito molte cose. Il Custode ascoltò la teoria con l’aria concentrata di chi sta davvero valutando un modello cosmologico. Poi immaginò il servizio del telegiornale: edizione straordinaria del TG1, grafica drammatica, giornalista in studio e annuncio storico — “Ultim’ora: Veronica ha fatto la cacca”. L’evento avrebbe probabilmente meritato un collegamento con l’ESA.

Nel frattempo la vita reale proseguiva con la sua consueta eleganza da commedia involontaria. Il Custode passava gran parte delle giornate tra la fabbrica, la macchina e i vocali infiniti che spediva agli amici. Parlava mentre guidava, parlava mentre aspettava qualcuno, parlava mentre osservava il mondo con quell’atteggiamento un po’ rassegnato e un po’ divertito di chi ha capito che l’esistenza è un grande esperimento sociale. Ogni tanto qualcuno lo guardava dal finestrino della macchina accanto con una certa perplessità: un uomo che discute animatamente da solo al volante non trasmette sempre un’immagine rassicurante.

Il lavoro, come sempre, restava una variabile misteriosa. Il contratto del Custode era una creatura fragile, un organismo che sopravviveva di rinnovo in rinnovo, tre mesi alla volta. Nessuno gli diceva mai nulla con chiarezza. In azienda le spedizioni andavano benissimo, i pacchi partivano a centinaia, il lavoro non mancava. Eppure l’idea che qualcuno potesse decidere improvvisamente di non rinnovare il contratto rimaneva lì, sospesa nell’aria come una minaccia silenziosa. Il Custode cercava di affrontare la cosa con filosofia. Se proprio doveva preoccuparsi di qualcosa, tanto valeva farlo con ironia.

Nel frattempo Rocco viveva la sua personale epopea accademica. L’associazione EPG, che fino a poco tempo prima sembrava una semplice realtà organizzativa, si era trasformata improvvisamente in un campo di battaglia istituzionale. Riunioni, decisioni, strategie, votazioni. Tutto assumeva un tono quasi politico. In mezzo a quel piccolo universo di equilibri delicati, Rocco si ritrovò a muoversi con una naturalezza sorprendente. La notizia arrivò quasi senza preavviso: sarebbe diventato tesoriere nazionale.

La reazione del gruppo fu immediata e profondamente pragmatica. Sandrino iniziò a immaginare scenari finanziari molto interessanti. L’idea che un amico potesse improvvisamente avere accesso ai conti di un’associazione nazionale apriva prospettive creative: rimborsi improbabili, missioni istituzionali a Tallinn, fondi misteriosi destinati a scopi ancora da definire. Rocco però ci tenne a chiarire subito un punto fondamentale: non era il denaro ad attirarlo. Era il potere. Una precisazione che, invece di tranquillizzare gli amici, rese la situazione decisamente più divertente.

Nel mezzo di queste piccole rivoluzioni quotidiane, la primavera avanzava lentamente. Il Custode osservava il mondo dalla sua macchina mentre attraversava la statale SS18, una strada che sembrava progettata per mettere alla prova la fiducia dell’umanità nella sopravvivenza della specie. Le auto lo superavano con l’energia disperata di piloti da Gran Premio, mentre lui guidava con una calma quasi filosofica. A un certo punto iniziò a sospettare che la Formula 1 avesse deciso di spostare una gara proprio lì, tra una rotatoria e un bar di paese.

Il matrimonio, intanto, incombeva all’orizzonte come un gigantesco evento atmosferico. L’organizzazione procedeva secondo una strategia molto semplice: lasciare decidere tutto a Luisa e a sua madre. Il Custode era perfettamente consapevole che non fosse esattamente la forma più coraggiosa di partecipazione alla preparazione delle nozze, ma aveva anche capito che opporsi alla macchina organizzativa familiare sarebbe stato un gesto inutile, se non addirittura pericoloso.

C’era però un dettaglio che continuava a creare imbarazzo: le bomboniere. Per giorni il Custode cercò di evitare l’argomento. Quando qualcuno lo tirava fuori, cambiava discorso con una rapidità sorprendente. Ma gli amici non erano persone facilmente distraibili. Prima o poi la verità sarebbe emersa. E infatti emerse.

La rivelazione arrivò con il tono di chi sa di stare confessando qualcosa di potenzialmente devastante: la bomboniera sarebbe stata un portascroto.

Non un oggetto qualunque, sia chiaro. Un portascroto artigianale, lavorato a mano. Lavorazione Caponetto. Il silenzio che seguì quella dichiarazione fu uno di quei silenzi profondi che contengono contemporaneamente stupore, rispetto e un pizzico di timore reverenziale. Il gruppo impiegò qualche secondo a elaborare l’informazione. Poi, naturalmente, iniziò a immaginare scenari sempre più improbabili: parenti che tornano a casa dal matrimonio con quell’oggetto misterioso tra le mani, zie che cercano di capire a cosa serva davvero, parenti lontani che lo appendono in salotto come souvenir.

Nel frattempo Sandrino si preparava alla laurea. La notizia fu accolta con entusiasmo e con un pizzico di nostalgia. Il Custode ricordava ancora i tempi in cui studiavano insieme — o meglio, i tempi in cui Sandrino studiava mentre lui osservava i libri con la stessa espressione con cui un archeologo guarda una tavoletta sumera. Purtroppo non sarebbe riuscito ad andare alla cerimonia. Tra lavoro e preparativi del matrimonio, il calendario si era trasformato in un puzzle impossibile da ricomporre. La cosa gli dispiaceva davvero, e lo disse con una semplicità che lasciava poco spazio ai dubbi: gli amici, certe volte, sono una famiglia parallela.

Le giornate continuavano a scorrere tra piccoli episodi che, raccontati nei vocali, assumevano una dimensione quasi epica. Una mattina, fermo alla rotatoria davanti al bar Il Mulino, il Custode incrociò un uomo vestito completamente di nero, con un baffetto che sembrava uscito direttamente da un film sulla mafia siciliana degli anni Settanta. Il Custode gli fece cenno di attraversare la strada. L’uomo non attraversò. Fece invece un passo indietro, osservandolo con una cautela quasi rituale. Solo quando il Custode ripartì con la macchina, l’uomo decise che forse era il momento giusto per attraversare.

L’episodio lasciò tutti leggermente perplessi. Sandrino formulò una teoria piuttosto convincente: forse il Custode, senza rendersene conto, aveva assunto l’aria di uno di quei personaggi enigmatici che si incontrano nei paesi del Sud, uomini che nessuno conosce davvero ma che tutti trattano con un rispetto leggermente eccessivo.

Verso la fine del mese la questione del lavoro tornò a farsi sentire. I colleghi continuavano a lanciare battute ambigue — “chissà se ti teniamo”, “vediamo come va”, “magari stavolta…” — frasi sospese che non significavano nulla e allo stesso tempo significavano tutto. Il Custode cercava di non pensarci troppo. I numeri erano buoni, le spedizioni andavano alla grande, il lavoro non mancava. Forse questa volta il rinnovo sarebbe stato di sei mesi. Sei mesi: una prospettiva che, in quel contesto, aveva quasi il sapore di un contratto a tempo indeterminato.

La routine quotidiana restava sorprendentemente stabile. Uscita dal lavoro, fermata alle Delizie di Cedraro per un caffè — a volte anche un cornetto alla marmellata — poi cena dai suoceri. Un piccolo rituale serale che scandiva le giornate con una precisione quasi liturgica. Nel mezzo c’erano sempre i vocali: lunghi, dettagliati, spesso digressivi, ma incredibilmente capaci di trasformare ogni minuscolo episodio in una storia degna di essere raccontata.

Verso la fine di aprile il gruppo iniziò a scherzare su un’ipotesi futura. Con il suo nuovo ruolo nell’associazione, Rocco stava diventando un uomo sempre più importante. Era solo questione di tempo prima che la politica nazionale si accorgesse di lui. Naturalmente, quando questo sarebbe accaduto, avrebbe immediatamente dimenticato tutti gli amici.

Le interviste immaginarie erano già pronte. I giornalisti gli avrebbero chiesto dei suoi vecchi compagni di chat.

“Sandrino?” avrebbe risposto lui con aria distratta. “Non ricordo.”

“Il Custode?”

“Mai sentito.”

Ridevano mentre lo dicevano. Ma come succede spesso nelle amicizie vere, sotto quella risata c’era anche qualcosa di più serio: la consapevolezza che, nonostante il tempo, il lavoro, i matrimoni e le strane traiettorie della vita, quella piccola alleanza fatta di vocali e ironia avrebbe continuato a esistere comunque. Anche se, ogni tanto, qualcuno avesse davvero deciso di diventare tesoriere nazionale.