Chi mi legge da un po’ sa come è finita la storia della Scott Lumen 910: promossa, con riserva. La riserva aveva un nome e un’icona sul telefono: l’app TQ e-bike.
Avevo scritto che su quell’app si stendeva un velo pietoso, e oggi mi rendo conto che ero stato veramente generoso. Ti lascia spostare due cursori di potenza e poi ti saluta. Non registra il giro, non ha una mappa e su Strava non manda niente. Su una bicicletta che parte da seimila euro mi sembrava una cosa un po’ scarsa.
La soluzione ortodossa esisteva ed è la prima che ho provato:il ciclocomputer. Un Garmin Edge sul manubrio con tutta la sua bella nello spazio di un francobolo. Tecnicamente funziona. Il problema è che ho cinquant’anni, e a cinquant’anni i caratteri di un Garmin Edge non si leggono più, si intuiscono. In salita, con il sudore negli occhi e le braccia che ballano sul manubrio, non si intuiscono nemmeno. Allora ho cercato un’app che facesse la stessa cosa su uno schermo da sei pollici, e ho scoperto l’amara verità: non ne esisteva nessuna.
Che poi, a ripensarci, un dettaglio che mi ha fatto sentire piuttosto scemo. Durante le uscite della domenica il telefono lo porto sempre in tasca, con l’unico scopo di chiamare qualcuno nella malaugurata ipotesi un cinghiale dovesse prendermi in pieno. Un computer con uno schermo grande, il GPS multibanda e una batteria che dura tutto il giorno, usato come cabina telefonica di emergenza. Potevo comprare il quarto dispositivo da ricaricare e poi non leggerlo, oppure dare a quello che avevo già in tasca una ragione di esistere anche nelle domeniche in cui non mi faccio male.
Poi è successa una cosa.
La notte in cui ho decodificato il Bluetooth del motore TQ HPR50
Una domenica di primavera, a metà di una salita lunga, mi è venuta la curiosità che ogni possessore di eMTB conosce bene. Di tutta questa fatica, quanta la sto facendo io e quanta la sta facendo il motore? Il dato ce l’avevo sul manubrio, perché il Garmin quel campo ce l’ha, da qualche parte, in fondo a una schermata con altri sette numeri. Ho abbassato la testa, ho strizzato gli occhi pieni di sudore, ho rischiato di finire in un fosso e ho letto un numero che poteva essere 78 come 76 come 70.
Mi sono arreso e mi sono risposto «abbastanza», che nel linguaggio dei ciclisti vuol dire che non ne ho la più pallida idea. Quarantacinque minuti dopo ero in cima, con in tasca un telefono dallo schermo enorme capace di dirmi qual’era la pressione atmosferica ad Ulan Bator ma non quello che a me interessava in quel momento.
Quella sera, invece di andare a dormire come una persona equilibrata, ho aperto un’app di sniffing BLE e mi sono messo a vedere cosa si dicono il motore e il telefono. Il dato c’era di sicuro, perché il motore sa benissimo quanti wattora ha in pancia, quante volte è stata ciclata la batteria e quanta della spinta arriva dalle mie gambe invece che da lui. Semplicemente non aveva nessuna voglia di dirmelo.
Alle due di notte è passato un pacchetto, il mio fido assistente di cui parlerò tra poco l’ha decodificato e sullo schermo del portatile è comparso un numero, 57. Erano i wattora ancora dentro la batteria, letti dalla centralina, grandi quanto volevo io. Ho esultato da solo in cucina per un numero intero a due cifre, e mia moglie è scesa a chiedere se stessi bene, e perchè stessi sniffando il bluetooth.
Da quel numero è nata Veloce.
Sviluppare un’app con Claude Code: l’arte di centellinare i token
Restava però il piccolo dettaglio di scrivere il codice. Io di mestiere non faccio il programmatore, ma per mia fortuna nel 2026 ho scoperto che è una frase molto meno definitiva di quanto fosse nel 2015.
Lo dico con una certa cognizione di causa, perché nel 2015 un’app l’ho già pubblicata, e l’ho fatta nell’unico modo che allora era possibile: facendola fare. Si chiamava mammamia! cosa bolle in pentola, era un’app food, ed è rimasta sugli store fino al 2023. Mi è costata oltre novemila euro, di cui quattromila raccolti in un crowdfunding tra amici: duemila di sviluppo frontend, tremila di grafica, il backend scritto da mio fratello e pagato con un “pagherò”, più una lunga coda di spese che non ricordo nemmeno più. Un anno di lavoro e sei persone coinvolte, per mettere un’icona su uno store.
Veloce l’ho sviluppata con Claude Code. Solo che nei video entusiastici su YouTube nessuno dice la cosa più importante, cioè che i token sono finiti. Hai un tetto che si azzera ogni cinque ore e sopra quello un altro tetto settimanale, così lo sviluppo diventa una questione di razionamento, esattamente come la batteria della bici da cui ero partito.
Ho imparato a fare quello che nella mia vecchia vita chiamavano pianificazione delle risorse. Alla sessione ci arrivi con il problema già scomposto e i file giusti già aperti, e la domanda la scrivi come un telegramma. Niente chiacchiere di riscaldamento, niente «ciao, come stai, avrei un’ideina». Guardavo il contatore come guardo la percentuale di batteria in salita, e quando mancava poco alla soglia sceglievo con cura l’ultima cosa da chiedere. Due volte ho finito i token a metà di un refactoring del parser BLE, e le ore successive le ho passate a fissare il codice come un archeologo davanti a un geroglifico interrotto. E anche qui la legge di Murphy è spietata: la finestra da cinque ore si resetta sempre quindici minuti dopo che hai deciso di andare a dormire.
Il conto, però, è la parte che ancora mi sembra assurda. mammamia! nel 2015 sono stati novemila euro, un’agenzia grafica, sei persone e un anno di lavoro. Veloce nel 2026 è stata cento euro al mese di abbonamento a Claude Code (per due mesi), più le mie notti, che nel bilancio non conto perché altrimenti le avrei passate a guardare serie. Non ho chiesto preventivi a nessuno, non ho dovuto spiegare a un grafico cosa fosse un wattora e non ho raccolto soldi dagli amici.
Alle spese di sviluppo si aggiungono solo le briciole della pubblicazione, quindici euro di dominio, cento di account sviluppatore Apple e 120 di marchetta a Google. Sommando tutto, il rapporto con mammamia! resta di 650€ a 9000€, e dalla parte giusta.
La parte comica è che questo vincolo mi ha reso un programmatore, anzi, un promptatore, migliore. Quando ogni domanda costa, smetti di sparare a caso e cominci a pensare prima. È il metodo del retrogamer che aveva un solo dischetto e doveva farselo bastare per un mese.
Dodici tester per Google Play: il capitolo amici, e perché ho dovuto comprarli
Sugli store è andata in modo molto asimmetrico. Apple, quella che nell’immaginario collettivo ti rifiuta l’app perché il bottone è due pixel fuori posto, mi ha approvato Veloce alla prima submission senza dire una parola. Google invece pretende che chi pubblica da account personale faccia provare l’app a dodici tester per quattordici giorni consecutivi. In teoria è un’ottima idea, e in teoria io ho pure degli amici.
Prima di arrivare a pagare degli sconosciuti la strada onesta l’ho provata. Ho scritto sul gruppo, ho spiegato cosa serviva, ho mandato il link, e poi ho fatto anche la cosa più umiliante di tutte, il messaggio di promemoria gentile con la faccina, che è il modo adulto di dire per favore.
Quello che è successo dopo lo conservo come materiale di studio. Chi aveva la bici non ha aperto l’app. Chi non aveva la bici non l’ha nemmeno installata, e avrebbe pure una sua logica se non fosse che per provare un’app Android la bicicletta non serve, serve un dito. Altri l’hanno installata il primo giorno e poi hanno lasciato lì l’aggiornamento per settimane, come una pianta che qualcuno ti ha chiesto di annaffiare mentre era in vacanza. Su dodici tester necessari e consecutivi il mio gruppo, nel momento di massimo splendore, ne ha prodotti quattro.
Non me la prendo, o almeno non del tutto, perché il fenomeno lo conosco bene. Nel mio giro vale una regola non scritta: se fai qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa che non sia bere vini dal grado alcolico illegale e poi rincarare con birre IPA che puzzano di piscio di gatto, allora sei un mostro. Un disadattato. Uno che «si è messo a fare le app». Costruire un cabinato arcade in garage, montare un rig, scrivere un’applicazione che legge un motore in Bluetooth: tutto finisce nella stessa casella mentale, quella delle stranezze di cui si parla con affetto e con un filo di compatimento, di solito al terzo calice.
Così mi sono ritrovato a comprare questi servizi. Ho speso centoventi euro per un servizio che fornisce i tester, e in cambio ho ottenuto un gruppo di persone che installava l’app e, al termine dei quattordici giorni, mi mandava un report da inviare a Google. Lo definisco marchetta perché è esattamente quello che è: un pedaggio che paghi per spuntare una casella in un modulo.
Tre eccezioni però ci sono state, e vanno scritte nero su bianco. Luchino, Rokko e Meconzino sono gli unici tre che mi hanno detto la frase più bella che uno sviluppatore indipendente possa sentirsi dire, «l’app l’ho usata».
Cosa fa Veloce: telemetria TQ HPR40, HPR50 e HPR60 e mappe offline
Torniamo a quel 57, che nel frattempo è diventato un’app vera, con un’icona e tutto. Ecco cosa ci trovi dentro.
Sui motori TQ, cioè HPR40, HPR50 e HPR60, il supporto è completo, e per quanto ne so nessun’altra app arriva a tanto: percentuale della batteria, wattora residui e consumati, autonomia stimata, watt del motore e watt delle gambe tenuti separati, livello di assistenza, cadenza, temperatura del motore, contachilometri, cicli e salute della batteria, numero di telaio e versioni firmware dei componenti. Su Bosch, Specialized, Shimano e Yamaha siamo in fase sperimentale: qualcosa si legge, qualcosa manca, e l’app te lo dice invece di lasciarti davanti a riquadri vuoti.
Sopra la telemetria c’è la parte che all’app ufficiale mancava del tutto: la mappa. Vettoriale, scaricabile offline per qualsiasi angolo di mondo, che ruota nella direzione di marcia, con il nome della via, i percorsi GPX con frecce e arrivo stimato, l’auto-pausa, gli annunci vocali ogni cinque chilometri e la registrazione a un hertz anche con lo schermo spento e il telefono in tasca. Alla fine salvi, e se ti va mandi tutto su Strava con la descrizione già compilata, oppure esporti il GPX.
Il conto della serva è presto fatto. Tre volte l’area di schermo di un ciclocomputer da manubrio, GPS multibanda L1 più L5 che nel bosco fitto fa la differenza, un dispositivo in meno da ricaricare, e da lassù puoi pure telefonare.
Veloce sulla mountain bike muscolare: i watt stimati senza misuratore di potenza
Veloce funziona bene anche sulle bici muscolari, perché è la stessa identica app, e lì calcola numeri che le altre non danno.
I watt, per esempio, li stima dalla fisica: pendenza, vento preso dal meteo, velocità rispetto all’aria, massa totale, rotolamento e aerodinamica. Il misuratore di potenza da settecento euro resta nel negozio. La pendenza arriva dal barometro dove c’è, altrimenti dal modello digitale del terreno con correzione del geoide, e non dalla differenza fra due quote GPS che sul singolo punto balla di metri. Il dislivello barometrico è ancorato al GPS, così la deriva meteorologica non se lo mangia a tradimento durante le quattro ore di giro.
Morale: ho regalato ai puristi della muscolare lo strumento migliore che abbiano mai avuto.
Il Fantasma e Dungeon Ride: quando la MTB diventa un gioco di ruolo
A un certo punto avevo tutti quei dati che scorrevano sullo schermo e mi sono chiesto se invece di guardarli non potessi giocarci.
Il Fantasma è la versione seria del gioco. Carichi un percorso che hai già fatto e sulla mappa vedi dove sarebbe adesso il te stesso di quel giorno, con il distacco in metri e in secondi. Il tuo avversario sei tu di tre mesi fa, che è l’unico avversario che non ti dà buca la domenica mattina.
Dungeon Ride è la versione in cui ho perso il controllo. La mappa del mondo parte coperta dalla nebbia di guerra, come in un gioco di strategia, e si scopre pedalando. Ogni salita è un boss, e i tuoi watt sono la forza con cui lo colpisci: sull’e-bike contano solo le gambe, il motore non combatte per te, perché sarebbe come portare il paladino di livello ottanta a fare il dungeon dei ragni di primo livello. Il battito cardiaco è la barra della vita e si ricarica trovando cibo sulla mappa. Ventotto traguardi su quattro rarità, nessun acquisto in-app, nessun bottino raccolto da fermi.



Come va a finire: dove scaricare l’app Veloce
Veloce è gratis, è su App Store e su Google Play, parla italiano e inglese, gira su Android 7 e iOS 15 in su. È un progetto indipendente, non affiliato a Strava né ad alcun produttore di motori o biciclette, che è il modo elegante per dire che l’ho scritto io, di notte, perché mi ero stufato di non riuscire a leggere i numeri della mia bicicletta.
Domenica scorsa, stessa salita di quella domenica di primavera, stessa curiosità: quanta fatica sto facendo io? Ho guardato il telefono sul manubrio e ho letto centoventotto watt delle mie gambe contro trentanove del motore, centocinquantacinque wattora residui, quarantun gradi di temperatura motore, quarantatré per cento di batteria. Tutto in caratteri che si leggono a braccio teso, a cinquant’anni, senza strizzare gli occhi e senza rischiare il fosso. Lo stesso telefono che per anni ho portato in tasca solo per un’eventuale chiamata di soccorso.
Se hai una eMTB con motore TQ, o una muscolare e la curiosità di provare qualcosa di diverso dal solito Garmin, provala e scrivimi cosa non funziona. Le tre parole più belle restano sempre le stesse: l’app l’ho usata.
Articolo scritto con l’aiuto di Claude, nei quindici minuti prima che si azzerassero i token.