Novembre si apre con il Custode in viaggio verso Roma, lo zaino carico di pensieri e le cuffiette nelle orecchie, mentre racconta ai due amici lontani le prodezze narrative di R.A. Salvatore. Il sesto libro di Drizzt D’Urden lo ha folgorato: una scena apparentemente insignificante del quinto volume si è rivelata una mina piazzata con chirurgica pazienza dall’autore, pronta a detonare nel capitolo successivo. Roberto parla di Menzoberranzan e Baldur’s Gate con la voce di chi descrive luoghi reali, posti dove ha vissuto davvero — almeno nelle centinaia di ore trascorse davanti a uno schermo. I nomi di Waterdeep e Neverwinter gli accendono fuochi dentro, dice, come rivedere le strade di un quartiere d’infanzia.
Sandrino, dall’altra parte del microfono, ascolta con la pazienza di un santo buddista per circa dodici secondi, poi manda avanti. Lo confessa candidamente: i libri di Drizzt non gli interessano, il Drow oscuro lo ha incrociato una sola volta nella vita, trent’anni prima, in Baldur’s Gate 1 e 2, dove compariva a salvare il gruppo dall’imboscata con le sue due scimitarre curve, e da allora per lui Drizzt è finito lì. Punto. Sipario. Applauso.
«Perdonami Rocco, ma io quelle robe le mando sempre avanti» confessa con la grazia di un bulldozer. Roberto annota mentalmente la cosa per future ritorsioni.
Il vero campo di battaglia del mese, però, non è il Sottosuolo dei Drow ma le lande infernali di Diablo 4. Sandrino comunica con orgoglio di aver raggiunto il livello 100 con il suo Sorcerer nel Reame Eterno, un traguardo che definisce «inavvicinabile» fino a poco prima. Ha devastato qualsiasi cosa fosse devastabile, dice, tranne Uber Lilith, che richiederebbe una build dedicata e la sola idea di smontare la sua per rifarne un’altra lo fa rabbrividire più di un boss fight. Lancia anche un invito a Roberto: quando scenderà a fine mese, porterà il Rog Ally, si siederanno allo stesso tavolino e livelleranno insieme in cooperativa. Il Custode, che è fermo al livello 41 da settimane, accoglie la proposta con un entusiasmo che sa di resurrezione digitale.
Rocco, dal canto suo, sta vivendo la sua personalissima saga in Diablo con il mago delle pallette elettriche. La confessione è deliziosa: ha giocato per giorni con un solo punto nell’abilità principale invece di 5, convinto di avere la build perfetta, stupito che gli altri twitcher liquidassero i boss in 3 secondi mentre lui ce ne metteva 10. Quando finalmente scopre l’errore e sposta quei punti, il gioco si trasforma. «Mi sembra quasi di giocare con i cheat» esulta, mentre nel sottofondo il rombo della Jeep di qualcuno che procede a 26 all’ora sulla Via dei Laghi gli ricorda che esistono velocità ancora più lente della sua build sbagliata.
Ma il vero colpo di genio imprenditoriale è di Sandrino, che scopre un mercato parallelo: i materiali per evocare Duriel, l’Uberboss, richiederebbero giorni di farming, ma su internet si trovano a 60 centesimi l’uno. Per una modica spesa di 5 euro si compra dieci evocazioni, entra nei gruppi di rotazione dove uno lo one-shotta prima ancora che emerga dalla terra, e in venti minuti fa sedici run. «Praticamente come barare» ammette con la soddisfazione di chi ha craccato il sistema. Poi la pacchia finisce: il sito esaurisce le scorte, gli altri venditori triplicano i prezzi, e Sandrino si ritrova a spendere 15 euro per la sessione successiva. Il capitalismo colpisce anche nelle dimensioni virtuali.
Rocco intanto combina qualcosa di epico: con il suo clan affronta boss dopo boss, macina Varshan e Gregorio a ripetizione, e in una delle sessioni notturne, dopo il centesimo Duriel — letteralmente il centesimo — droppa finalmente un Uber unico. Il mito è sfatato, quegli oggetti esistono davvero. Poi si lancia nella sfida suprema: Uber Lilith. Entra a livello 92 con la build del Ball Lightning, la scioglie in due fasi, muore una volta per aver saltato troppo presto dal pavimento che si rompe, ci riprova e la abbatte. La delusione è cosmica: non succede nulla. Nessun drop memorabile, nessuna fanfara. Chiede un commento a Silvia, compagna di viaggio in auto. «Che ne pensi della mia avventura?» «Non penso. Più che altro sono rassegnata.» L’intervista si chiude lì.
Fuori dalle segrete di Diablo, il mondo reale reclama attenzione. Roberto racconta dell’isteroscopia di Luisa a Cosenza, un intervento di routine per inserire la spirale Mirena contro il flusso emorragico. Dovevano essere dieci minuti: sono diventate ore di attesa in un corridoio dell’ospedale calabrese, senza sedia, senza spazio, con il cellulare come unica ancora di salvezza. Legends of Runeterra gli ha salvato la giornata: una quindicina di partite giocate in piedi, tra gente ammassata e nessun bar nelle vicinanze. Luisa ne esce dolorante, perché quando i medici dicono «potrebbe causare crampi», nel suo caso il «potrebbe» diventa puntualmente certezza. Roberto ribadisce il suo mantra calabrese: «Baciate la terra dove camminate, con gli ospedali vostri. Qua solo lo Zimbabwe sta peggio.»
A proposito di dramma e geografia, da Cetraro arriva una notizia che gela il sangue: un uomo di 44 anni è stato ammazzato al porto turistico, un’esecuzione in piena regola. Roberto si informa, racconta che non si sentiva parlare di un omicidio a Cetraro da almeno dieci anni. La leggerezza con cui ne parla nasconde un disagio profondo: «Ogni volta che passo a Cetraro devo abbassare la testa e non fare il galletto, perché te sparano e ti ammazzano. Olè!» Il tono è quello di chi ha imparato a convivere con una realtà che non dovrebbe essere normalità.
E poi c’è Lucia, e qui il tono cambia completamente. Rocco comunica che dovrà cominciare la chemioterapia: sei mesi di cicli ogni tre settimane, dopo l’intervento per la massa che aveva. È andato tutto bene chirurgicamente, ma la chemio precauzionale è necessaria. Rocco è moggio, il pensiero di dover spiegare ai bambini i capelli che cadono, il ritorno dentro quel tunnel. «Che palle» dice, e in quelle due parole c’è tutto il peso di una famiglia che si prepara a un’altra battaglia. Roberto risponde con un messaggio lungo e sincero, partendo dalla guerra e dai missili per arrivare alla medicina, al pensiero che i soldi spesi per due razzi basterebbero a debellare malattie. Sa di essere stucchevole, lo dice lui stesso, ma il dolore per l’amica lo porta a ragionare ad alta voce sul mondo storto in cui vivono.
Sul fronte delle serie TV, Roberto è in piena crisi decisionale. Ha iniziato Bodies su Netflix ma si è addormentato due volte di fila, il che per lui equivale a una sentenza di morte narrativa. Ha provato The Witcher seconda stagione: quattro episodi e già un riempitivo al terzo. Ha scoperto con orrore che Pluto, l’anime giapponese su Netflix che tutti elogiano, non ha il doppiaggio italiano. L’idea di leggere i sottotitoli a mezzanotte, con gli occhi a pupazzella, lo ha fatto desistere dopo venti minuti, nonostante l’ammissione che il disegno ricorda lo Studio Ghibli. La seconda stagione di Invincible è finalmente arrivata, ma divisa in due parti — e Roberto aggiunge questa pratica alla sua lista personale delle cose che odia, insieme alle donne che guidano male, scatenando l’immancabile reazione di Silvia.
La BlizzCon porta notizie sismiche: Microsoft ha completato l’acquisizione di Activision Blizzard, e Phil Spencer è apparso sul palco come un conquistatore. Call of Duty, World of Warcraft, Diablo: tutto proprietà Microsoft, tutto destinato al Game Pass. Roberto analizza con occhio critico il trailer della nuova trilogia di WoW, la Saga dell’Anima del Mondo: il cinematico è fotorealistico, con espressioni facciali da far impallidire la Pixar, ma il gameplay è identico a vent’anni fa, le zone nuove sono blande, prive di anima. Gli viene in mente Matrix Resurrection, dove i personaggi discutono esattamente di come rilanciare un prodotto morto con grandi annunci roboanti. La sincronicità lo colpisce: ha visto il film proprio nei giorni degli annunci Blizzard. «Siamo in una matrice» ride, e non è del tutto sicuro che stia scherzando.
Intanto Rokko è dilaniato da un dilemma tecnologico che occupa più spazio mentale di qualsiasi crisi geopolitica: PlayStation Portal o Rog Ally? Il Portal costa 200€, fa streaming dalla PS5 e sarebbe comodissimo per giocare dal divano. Ma il Rog Ally è un vero PC portatile, anche se poi dovrebbe ricomprarsi tutti i giochi su Steam. Diablo non ha il cross-save, Destiny richiede di riacquistare ogni DLC per piattaforma. Il prezzo del Portal nel frattempo schizza: esaurito ovunque, su Amazon arriva a 499€, gli scalper impazzano. Quando il Rog Ally compare in offerta a 499€ rateizzabile in tre rate con Klarna, l’intero gruppo si infiamma. Roberto spinge all’acquisto con la veemenza di un profeta: «Noi maschi che dobbiamo fare se non comprarci queste cose? Compralo! È un obbligo!» Sandrino conferma che il suo Rog Ally è ancora lì, ancora usato, mai rivenduto — e Roberto sottolinea che questo, per Sandrino, è la più potente pubblicità possibile.
Il Custode, nel frattempo, ha fatto una scoperta che lo ha fatto tornare bambino: Furby. Rocco aveva mostrato un video della figlia Lavinia che giocava con il pupazzetto interattivo, e Caterina è impazzita. «Papà, papà, è quello che voglio io, te l’avevo detto!» Roberto non sapeva neanche che i Furby esistessero ancora. Per la letterina di Babbo Natale, Caterina cancella una bambola delle Monster High e mette il Furby. Roberto è raggiante: è rimasto affascinato pure lui. Rocco, il pusher inconsapevole di giocattoli, ha mietuto un’altra vittima. Ma la sincronicità non si ferma: cinque giorni dopo aver saputo dei Furby, Roberto entra alla Conad di Cetraro e si ritrova davanti a una fila di scatole di Furby a 34,91€ nel reparto giocattoli improvvisato per Natale. La Conad. Che non ha mai avuto un reparto giocattoli. «È allucinante sta cosa» ripete, «sincronicità all’ennesima potenza.»
Sandrino, intanto, ha un segreto. O meglio, ha comunicato qualcosa nell’altra chat ma non in questa, e Roberto ci rimane malissimo. Il fatto è questo: Sandrino ha iniziato a lavorare la sera da Davis, il suo amico pizzaiolo che si lamentava della mancanza di personale. Si è presentato venerdì sera e ha lavorato dalle 18:30 alle 22:00, facendo un sacco di cazzate — come confessa candidamente. Supplì piazzati di traverso nelle scatole, fritti al momento sbagliato, e soprattutto il disastro della spianatura: Davis gli mette in mano i panetti di pizza e lui ne butta via dieci, perché il gioco di mani per passare l’impasto da un palmo all’altro, allargarlo e schiaffarlo sulla teglia rettangolare è un’arte che richiede ben più di una sera. «Non ci sono riuscito in niente» ammette, con un mal di schiena devastante perché non è abituato a stare in piedi.
Roberto, quando finalmente scopre la faccenda, prima si imbroncia — «Ma perché devo venire a sapere le cose per ultimo dagli altri?» — poi si commuove genuinamente. «È proprio un messaggio di amicizia» dice, «che tu ti offra così, per un amico in difficoltà, a fare il pizzaiolo. Non so se arriverei a fare tanto. Me ne vergogno a dirlo.» Poi, con la praticità che lo contraddistingue, si offre come cameriere: «Se riesco a portare dieci pile di scatole di scarpe correndo con una mano sola senza far crollare niente, posso portare anche i piatti.» A Rocco assegna il ruolo di manager che sgancia la pecunia.
Una sera Sandrino e Veronica vanno a cena da Rocco e Silvia. Il kebab viene scelto al posto della pizza — comprensibile, dopo aver sognato teglie tutta la notte — e Leonardo vuole assaggiarne un morso. Si portano dietro anche il Rog Ally per farlo vedere a Rocco, che lo esamina con l’intensità di un gioielliere davanti a un diamante sospetto. Ma il vero fuoco d’artificio della serata è verbale: Sandrino, nei giorni precedenti, aveva dichiarato che il mondo sarebbe migliore senza femmine, scatenando l’ira di Silvia che irrompe nella registrazione vocale. «Ma che è sta categoria femmine? Ma che stiamo, un genere inferiore?» Sandrino si difende con la coerenza granitica di un velletrano di 47 anni: «Maschio è maschio, la femmina è femmina.» Silvia lo minaccia di calci, lui rilancia invitando Rocco a cena senza mogli. Roberto, dalla Calabria, si dichiara solidale con Sandrino, infiocchettando il tutto con ironia: «Finalmente sento qualcuno che la pensa come me. Qui in Calabria le femmine sono femmine da secoli.»
Il compleanno di Leonardo porta auguri e una festa alla Forbice con laboratorio di pizza per i bambini. Roberto fa gli auguri con un tifo da stadio immotivato, poi si rammarica di non poter partecipare al laboratorio: «Tutti stanno a fare la pizza, zio Sandrino inizia a fare la pizza, io non la so fare.» Sandrino, nel frattempo, è in preda al panico organizzativo: la festa cade lo stesso giorno di quella del figlio di Frank, a cui Veronica aveva già confermato la presenza. «Si è innescato tutto un meccanismo che non si sarebbe innescato, Rocco, se non ti facevi la festa di Leonardo sabato!» La sorte interviene: Mila si ammala con 38 di febbre e vomito, e Sandrino viene miracolosamente esentato dalla festa di Frank. «Sono molto contento di questo punto di vista» confessa, guardando il barbecue dalla finestra della sala con il caffè in mano.
Il Custode, intanto, sta attraversando una fase che lui stesso definisce pseudo-depressiva. La sua giornata è un loop: sveglia, lavoro, casa, Caterina, sonno involontario alle 22:30, risveglio alle 5 tutto storto e ancora vestito. Non riesce a ritagliarsi quella mezz’ora serale per i suoi videogiochi o le serie TV. La cosa lo manda in bestia: sentire Rocco e Sandrino che sfrascano su Diablo mentre lui non riesce nemmeno ad accendere la console innesca un circolo di frustrazione che si porta dietro tutto il giorno. Arriva a pensare di mettersi la sveglia alle 23:00 per forzarsi ad alzarsi dopo aver portato Caterina a letto. «Ma uno può arrivare a sto stato? Secondo me no.»
Sandrino gli risponde con affetto brutale: la sua giornata non è molto diversa, treno per Roma, lavoro massacrante, rientro alle 19:30, a letto alle 21:00. L’unica differenza è la cassa integrazione del venerdì, che gli permette una partita a Diablo dopo aver eseguito la lista di commissioni di Veronica. «L’unica cosa che mi salva è che sto in cassa integrazione» dice, e in quella frase c’è una verità amara trasformata in privilegio. Ma il vero consiglio lo dà senza filtri: «Non puoi far giocare Caterina con te fino alle 11, Robè, è deleterio. Alle 10 e mezza a letto, punto. E poi fatti la tua mezz’oretta.» Roberto lo sa, ma quando Caterina lo guarda con quel faccino e dice «papà giochi con me?», dirle di no gli provoca un malessere fisico.
L’organizzazione della visita di Sandrino in Calabria diventa un’epopea logistica. La signora dell’appartamento su Airbnb ha alzato i prezzi: 80€ la stanza più 30€ di pulizie a notte. Roberto offre ripetutamente casa propria — la stanza di Caterina con il lettone da piazza e mezzo e il Lego Friends — ma Sandrino declina con ostinazione cortese: vuole la sua indipendenza, alzarsi quando gli pare, farsi il caffè alle 6 senza svegliare nessuno. Lo Zilema propone 50€ con colazione ma la dependance dà sulla ferrovia. Roberto indaga tramite la suocera, scoprendo che tutti gli appartamenti della zona sono occupati da un’associazione di accoglienza per migranti sudamericani gestita dall’assessore locale — quello con legami con la cosca di Cetraro — che affitta baracche a 900€ al mese. La brasiliana ospite dalla suocera, quando ha visto l’appartamento a prezzo umano, ha pianto. Alla fine Luisa trova un’alternativa su Airbnb vicino al borghetto, e la saga si chiude con Sandrino che prende il treno delle 8 per arrivare all’una e mezza, portandosi il Rog Ally come compagno di viaggio.
Roberto, malato come un cane — cinque giorni di tosse catarrosa, antibiotico, e pure senza medico di base perché l’unico della zona è andato in pensione il 24 novembre con un mese e mezzo di preavviso — prepara l’accoglienza. Sandrino annuncia che porterà la telecamarina per girare un piccolo cortometraggio: «Un giorno in Calabria da Custode. Ti farò qualche primo piano, dovrai parlare un pochino.» Roberto: «E la peppa! Allora mi devo andare a far bello, mi devo almeno tagliare i capelli.»
A chiudere il mese, Roberto racconta del pasticcere di Cetraro che alle 19:15 sta già pulendo la macchina del caffè, non può fare il caffè macchiato, offre solo un ginseng, e quando Sandrino si arrende a un cornetto gli rifila il più piccolo dei tre disponibili facendoglielo pagare 1,50€. «L’ho guardato con l’odio negli occhi» dice Roberto, e giura di non rimetterci più piede. È l’ennesima conferma del «senso degli affari predatorio» che governa i rapporti con gli sconosciuti da quelle parti.
Novembre si chiude con Sandrino sul treno che scende, Roberto che tossisce ma conta le ore, e Rocco che da lontano rosica dolcemente. Il Rog Ally è in valigia, Duriel è stato farmato oltre ogni ragionevolezza, i Furby aspettano sotto l’albero, la pizza di Davis aspetta mani più esperte, e Lucia aspetta la chemio con il coraggio di chi non ha alternative. La vita prosegue, tra pallette elettriche e ospedali calabresi, tra Uberboss sconfitti in un secondo e sconfitte quotidiane che durano una vita intera.