Settembre 2023: tra astronavi buggate, diagnosi attese e PC assemblati di notte

Settembre arriva come una benedizione. Roberto apre la porta di casa, inspira l’aria fresca del primo mattino e sente qualcosa che gli si scioglie dentro. È sopravvissuto ad agosto — un agosto che descrive con aggettivi che farebbero piangere un monaco tibetano — e adesso quella brezza settenturale gli accarezza il viso come una promessa. “Speriamo che settembre sia il solito settembre,” mormora tra sé, avviandosi al lavoro con un passo che non aveva da settimane. “Che mi dia un po’ di voglia di vivere.”

La voglia di vivere, però, non passa per Starfield. Il gioco più atteso dell’anno è finalmente uscito, e Roberto — che pure ne era straesaltato — non riesce a trovare il minimo slancio. Si è letto ogni recensione italiana esistente, ha scandagliato Multiplayer, EveryEye, tutto il panorama critico disponibile, e il verdetto è uno solo: è il solito classico titolo Bethesda. Forse con meno bug del previsto, ma nulla che gli accenda la scintilla. Centoventidué giga di download che restano lì, sospesi nel limbo dell’hard disk come un monumento all’indecisione.

Rocco, invece, non ha questi problemi esistenziali. Starfield gli arriva a casa e viene installato con la solennità di un rito sacro, soprattutto perché sarà il primo gioco vero che fa girare sulla sua 4090. Nel frattempo, sul treno per Roma, si è innamorato di Dredge — un giochino in cui prendi un peschereccio, ci butti dentro Lovecraft e hai fatto jackpot. “Bello bello bello,” ripete come un mantra, estasiato dai dialoghi a tre righe e dai pesci descritti con una cura maniacale.

Ma le cose serie hanno la precedenza. Roberto annuncia che i suoi genitori scenderanno in Calabria — evento raro come un’eclissi solare — e che per andarli a prendere a Velletri dovrà salire in treno e riscendere in macchina con loro. L’operazione logistica è degna di un piano militare, ma il vero obiettivo è un altro: sfruttare quelle serate laziali per riabbracciare gli amici. “Compatibilmente con i vostri impegni,” precisa con la diplomazia di chi sa che organizzare una cena a tre è più complicato di un vertice NATO.

Sandrino è il primo a rispondere: certo che si incontrano, se lo segna subito. Rocco ascolta i messaggi con il fiatone, appena uscito dal bagno, e il suo pensiero va immediatamente a Starfield e al fatto che non puoi pilotare l’astronave liberamente. L’amaro in bocca è evidente, ma la curiosità sulla grafica e sulle prestazioni della 4090 prevale su tutto il resto.

Sul fronte Diablo 4, Roberto si alza una mattina che ancora tutti dormono e si butta nei dungeon. Il weekend con il 25% di esperienza e oro in più è una manna: in un paio d’ore macina livelli come se non ci fosse un domani, e quando trova finalmente i Penitent Greaves — gli stivali che lasciano la scia di ghiaccio — la sua build del Rogue cambia letteralmente vita. “Energia infinita,” esulta. “Il gioco dovrebbe essere sempre così.”

Poi arriva la notizia che cambia il tono della conversazione. Rocco annuncia che l’università gli ha comunicato ufficialmente l’incarico: è professore di valutazione del danno. Le lezioni sono due volte a settimana, un’ora e mezza ciascuna, in via degli Aldobrandeschi sull’Aurelia. Il problema è che per un’ora e mezza di lezione deve farsi due ore di macchina all’andata e altrettante al ritorno. “Un sacrificio,” dice, ma nella voce c’è quella vibrazione di chi sta realizzando un sogno. “Però insomma è quello che hai sempre sognato,” gli risponde Roberto con la pacatezza di chi sa dare il giusto peso alle cose. Il contratto è annuale, è il primo anno di questa laurea magistrale, ci sarà gavetta. Ma è un inizio.

A metà mese, mentre Rocco racconta con entusiasmo dei gadget universitari — la borsetta, la penna, il block notes, la borraccia, tutti con il logo dell’Università Europea di Roma — emerge il suo animo da nerd collezionista. “Spero che mi riempiano dei gaggettini,” confessa con una candore disarmante. Roberto lo ribattezza seduta stante: “Da oggi per me non sarai più Rocchino ma sarai Gaggettino.”

Sandrino, intanto, ha le mani nell’olio bollente di Starfield. Ci gioca di nascosto, sull’Rog Ally a livelli bassi perché Veronica e Mila gli stanno col fiato sul collo e un gioco del genere richiede concentrazione totale. La prima città lo lascia a bocca aperta per le dimensioni — immensa, con missioni secondarie che scattano ogni tre passi — ma anche frustrato per l’assenza di una mappa. E poi, quel dettaglio delle cicale che friniscono sotto gli alberi nei parchi virtuali: “Una cosa fantastica, non ho mai visto in nessun gioco.”

Roberto coglie l’occasione per infilare una delle sue analisi geek più elaborate. Si lancia in un monologo sulla “sindrome da Luna Park” di Bethesda — quel vizio atavico di concentrare tutto il contenuto interessante in un unico hub iniziale e lasciare il resto del mondo spoglio — e ironizza sul fatto che gli stessi sviluppatori abbiano usato proprio quel termine per difendersi dalle critiche. “Si sono dati la zappa sui piedi,” sentenzia. Poi apre un dibattito sulla pronuncia corretta: Bethesda o Bethesda? Giura di averla sentita pronunciare in un certo modo in un audiolibro, e sa già che Rocco lo criticherà.

La prima lezione di Rocco all’università è preceduta dall’inaugurazione dell’anno accademico: messa, buffet, e lui che non conosce nessuno. L’ansia da primo giorno è palpabile. “Mi metterò a sedere da una parte, ad ascoltare, però anche al pranzo, vicino a chi mi siedo?” Roberto, con la pragmaticità che lo contraddistingue, gli suggerisce la soluzione più ovvia: “Trova du’ strappone, ti siedi con loro e inizi a intavolare un discorso. Da cosa nasce cosa.” Sandrino, dal canto suo, immagina scenari più creativi: “Sei entrato a far parte della setta cultista segreta lovecraftiana?”

Il fronte letterario è in fermento. Roberto ha appena terminato i dieci libri della saga dei Nove Principi d’Ambra di Zelazny e ne è entusiasta, anche se il finale aperto lo lascia con la voglia di saperne di più. Si è buttato subito nella saga di Drizzt Do’Urden di R.A. Salvatore — i libri di Dungeons & Dragons degli anni ’90, con gli elfi oscuri, le casate, le scuole di magia — e ne parla con l’eccitazione di un ragazzino. Sandrino lo prende in giro perché lo chiama “Drisdarden” invece di Drizzt, e Rocco si limita a un silenzioso apprezzamento.

Tra cinema e bug, Roberto scopre anche Mystic River di Clint Eastwood. Lo inizia all’una di notte con l’intenzione di vederne un’oretta, e finisce alle tre e venti, incapace di staccarsi. “Porca miseriaccia, che film,” sospira. Rocco è d’accordo: quella scena finale con Sean Penn che si gira e Kevin Bacon che alza le spalle è, secondo lui, il momento più alto della recitazione mondiale. Roberto, dopo Million Dollar Baby e questo, si chiede cosa mai potrà guardare adesso nel “piattume più totale e generale.”

Ma il vero spettacolo è l’assembramento del nuovo PC di Sandrino. Arriva il case Corsair — una torre stretta come una Xbox Series X, tutta in mesh, niente vetro — insieme a un dissipatore a liquido, un alimentatore SFX da 1.000 watt e un processore 5900X nuovo di zecca. Il bundle costa 599 euro, pagati in tre rate con PayPal. Roberto commenta con entusiasmo il rapporto qualità-prezzo; Rocco si lancia in un’appassionata arringa contro i case Mini ITX e i loro tormenti.

Il montaggio diventa un’epopea notturna. Sandrino smonta il vecchio PC di domenica sera, lunedì monta scheda madre, alimentatore e scheda grafica in dieci minuti, poi passa ore sul cable management grondando sudore. Il case monta nove ventole, il groviglio di cavi è infernale, e il Corsair Commander con i suoi dodici ingressi trasforma tutto in un rompicapo tridimensionale. Martedì sera, alle dieci e mezza, con tutti a dormire, non resiste: deve vedere se funziona. Accende. Le ventole partono, le lucette si accendono. Ma il PC non fa il boot. Schermo nero. Le bestemmie riecheggiano nella notte calabrese.

Comincia lo smontaggio al buio, con il faretto del cellulare, sudando come una bestia. Smonta un banco di RAM: niente. Sposta la RAM: niente. Stacca la scheda grafica: niente. Il pensiero va al processore nuovo, l’unica variabile, e lì “si è fatto buio.” Va a dormire con molto sconforto.

La mattina dopo, alle sei e mezza, il tarlo lo sveglia. Riprova tutto. Niente. Poi, l’illuminazione: il cavo del monitor era attaccato all’uscita della scheda madre invece che a quella della scheda video. Una bestemmietta salta, il PC si accende, e funziona tutto liscio come l’olio. “Pensate che cavolata,” dice agli amici, con l’umiltà di chi ha appena passato una notte d’inferno per un cavo HDMI nel posto sbagliato. Roberto ascolta il racconto con un’ansia crescente — “era come un racconto dell’orrore per me” — e quando Sandrino menziona il processore come unica possibilità rimasta, confessa che stava quasi per piangere. Poi la rivelazione del cavo e lo sfogo liberatorio: “Sono tutte situazioni, stati d’animo che ho vissuto. Identici, pari pari.”

A Starfield succede qualcosa che Sandrino non si aspettava. Il gioco lo mette davanti a una scelta: difendere un luogo o un altro. Lui sceglie di restare, e quando torna dall’altra parte, uno dei suoi compagni NPC è morto. Non uno qualunque: l’unico che aveva una figlia piccola di otto o nove anni. La bambina è lì che piange sul cadavere del padre e si rifiuta di parlare. Sandrino scopre che il gioco è programmato per uccidere il personaggio con cui hai interagito di più — quello a cui sei più legato. “A me sta cosa mi ha proprio…” la voce gli si spezza un attimo. Non ci gioca per tre giorni. Roberto, sentendo il racconto, cambia completamente opinione: “Queste sono le cose che vado a cercare in un gioco. Dei racconti talmente immersivi che ti fanno soffrire per determinate scelte.” Per un padre, la storia della bambina che perde il genitore colpisce nel profondo.

Poi la vita reale si sovrappone a tutto il resto. Rocco racconta che Silvia è stata male — dolori addominali forti, pronto soccorso. Grazie a Veronica che li ha messi in contatto col dottor Marziali, finalmente, dopo 14 anni di ginecologi che dicevano “forse sì, forse no,” arriva la diagnosi: endometriosi. La radiologa specializzata conferma, e Marziali descrive tutti i sintomi di Silvia come se li conoscesse da sempre. “Tu sicuramente avrai preso l’Ansiolitico, ti sarà venuta l’ansia, ti sarai sentita una matta perché dicevi sta cosa e la gente ti ignorava.” Silvia annuisce. È esattamente così.

L’intervento sarebbe una laparoscopia — semplice, di routine — ma Rocco è combattuto. L’ospedale gli pesa, l’idea di dirlo ai bambini lo angoscia. C’è anche il fatto che Lucia, la madre di Margherita, si ricovera pochi giorni prima per una massa al seno. Troppo tutto insieme. Sandrino e Roberto lo rassicurano con la franchezza degli amici veri: Luisa ne fa una all’anno di laparoscopie, è come andare in bagno a lavarsi i denti per un medico, su Rocco, coraggio. E insieme riflettono con incredulità sul fatto che in 14 anni nessun ginecologo avesse mai diagnosticato correttamente il problema.

Sandrino, dal canto suo, ha un rapporto complicato con Marziali — è il ginecologo di Veronica da quando aveva 18 anni, iperprotettivo durante la gravidanza al punto da tenerla a riposo come una mummia — ma riconosce che è tutto fuorché incompetente. Ha curato l’endometriosi di Veronica, ha fatto avere figli a un’amica che i medici avevano dato per spacciata, e se i giocatori della Lazio gli affidano le mogli, “stupido non è.” Roberto taglia corto con la sua saggezza pragmatica: “Di riffo o di raffo, l’importante è che i risultati si ottengano.”

La visita da Marziali, poi, impressiona anche Rocco: il medico si ricorda tutto di Silvia senza avere le carte davanti, le parla con umanità, le dice “concentrati sul fare la mamma, a te ci penso io.” L’intervento si farà, ma senza fretta. Prima una cura ormonale di tre mesi, poi si valuterà.

A fine mese, il rientro dei genitori di Roberto diventa un piccolo dramma logistico. Voleva fermarsi la domenica per una serata con gli amici, ma i treni per il primo ottobre sono tutti pieni. Deve partire il sabato stesso, rinunciando all’occasione. E in un momento di tenerezza, racconta come la presenza dei nonni abbia trasformato Caterina: più serena, più contenta di andare a scuola, niente cellulare né tv, gioca con loro tutto il giorno. “Si vede proprio che è più serena.” La questione del possibile trasferimento dei genitori in Calabria resta aperta e dolorosa. Il padre è lucido, ha 85 anni, capisce che il tempo stringe. La madre vive nel suo mondo delle favolette, si vede ancora proiettata nel futuro come se fosse eterna. Roberto ha smesso di insistere — e paradossalmente, proprio quando ha mollato la presa, i genitori hanno deciso da soli di scendere e fermarsi due settimane intere, un record assoluto dal 2014.

Il giorno della prima lezione di Rocco arriva con le farfalle nello stomaco e una partenza all’alba. Alle nove è in aula, armato solo di slide preparate il giorno prima e della speranza che non siano in quattro gatti. Il verdetto arriva alla fine: 14 studenti. Quattordici, per un corso di laurea magistrale nuovo, è una marea. Rocco esce dall’aula “bello allegro,” con la sensazione che questo lavoro potrebbe davvero diventare quello che farà da grande. Gli amici esultano: Sandrino lo immagina a fare lezione a 14 ragazze pendenti dalle sue labbra, Roberto gli suggerisce di immaginarseli come loro — gli amici di sempre seduti ai banchi — e ricorda quando, giocando ai giochi della Dragonlance, aveva dato a ogni personaggio il nome di uno di loro.

Intanto Roberto ha iniziato Invincible su Amazon Prime, su consiglio di Rocco. I primi due episodi lo lasciano “molto, molto, molto colpito.” Il parallelo con la Justice League, Omni-Man che è praticamente Superman — non può spoilerare niente a Sandrino, ma il sorriso si sente anche nel vocale. “Grazie Rocchino perché consigli sempre delle cose veramente notevoli.”

E proprio negli ultimi giorni, il Meta Quest 3 viene presentato e Sandrino è lì, alle sette di sera, incollato al keynote. La realtà mista lo fa sognare: il visore che ricostruisce la tua casa in 3D, su cui puoi appoggiare oggetti virtuali, una tecnologia che sembra fantascienza. Ma quando arriva al prezzo — 699 euro il visore, 70 la custodia, 350 il laccetto con batteria aggiuntiva, totale quasi 1.000 euro — e soprattutto alla mancanza di giochi esclusivi, la mano torna in tasca. “Se ci fossero stati dei giochi fighi l’avrei preso, mi sarei indebitato di nuovo.” Ma non ci stanno giochi fighi, e dopo aver appena speso 600 euro per il PC, la ragione prevale. Per ora.

Settembre si chiude con Sandrino che sale su una barca a vela minuscola diretta all’Isola d’Elba con quattro colleghi, Rocco che guarda incredulo l’idea di dormire due notti in mare aperto, e Roberto che pianifica la visita di dicembre in Calabria, l’aperitivo dalla cara Claudia, e il Jefferson da comprare. Tre amici, tre vite che si intrecciano tra astronavi buggate, diagnosi attese 14 anni, case pieni di cavi e genitori che forse, chissà, un giorno resteranno.