Il mese si apre con Roberto al volante, sotto una pioggia battente, diretto a Scalea per l’ennesima mezza giornata lavorativa in un giorno festivo. La pioggia, almeno, gli risparmia il tormento di un cielo primaverile con gli uccellini che cinguettano mentre lui timbra il cartellino. “Almeno non è una bella giornata,” si consola, aggrappandosi a quella piccola misericordia meteorologica come un naufrago a una tavola marcita.
Nei giorni precedenti, Rocco ha confidato agli amici di non riuscire a dormire, di passare le notti a rimuginare su pensieri che non vuole o non riesce a esplicitare. Roberto gli risponde con la delicatezza di chi conosce bene certe zone d’ombra: “Se ci vuoi raccontare, noi siamo sempre qua.” Non preme, non scava. Si limita a lodare il giardino di Rocco, i vasi piazzati con cura, cercando di riportare la conversazione su qualcosa di tangibile e bello. Sandrino, dal canto suo, tenta un esorcismo laico: elenca tutte le possibili fonti d’ansia — lavoro, casa, famiglia, soldi — e le spunta una a una come voci in un foglio Excel dell’angoscia. “Elenco, esorcismo, fatto,” dichiara con la sicurezza di chi pensa che i problemi dell’anima si possano risolvere col metodo a eliminazione.
Intanto Roberto scopre The Witcher. Lo fa con la prudenza di chi non si fida delle cose che piacciono agli altri, ma bastano due episodi per convertirlo. Si sveglia la notte, si trascina fuori dal letto dove si era addormentato accanto a Caterina, e si piazza davanti allo schermo fino alle 3. La trasformazione di Yennifer lo lascia senza parole. “Ma è una produzione veramente di altissimi livelli,” ripete come un mantra, lui che si aspettava una cosa posticcia, un fantasy alla meno peggio. Scopre che le tre linee narrative si svolgono su piani temporali diversi e la cosa lo entusiasma al punto da produrre un’analisi degna di un seminario universitario sui rapporti tra la scena del banchetto di Yennifer e il re incestuoso. I due bambini diventano adulti, gli archi temporali si incastrano, Roberto è in estasi narrativa. “Ma si respira proprio l’atmosfera cupa dei videogiochi,” sospira, e per lui non esiste complimento più alto. Henry Cavill è Geralt, punto. “Anche se a livello visivo non ci assomiglia per niente, per la stazza, per come recita, è perfetto.” L’unica nota dolente restano gli elfi. Elfi di colori diversi, elfi asiatici, elfi che nella sua testa dovevano essere tutti biondi con le orecchie a punta e basta. “Non devo dire cose razziste,” si frena, ma il disagio traspare tra le righe come il sole tra le nuvole calabresi.
In quella stessa prima settimana, Sandrino vive un risveglio mistico. Porta Mila a scuola, si ferma al baretto per un cappuccino, ed entra nel bar come ogni mattina. Ma questa mattina c’è lei. Una cameriera nuova, mora, con la treccia alla Lara Croft. “Una figa allucinante,” sussurra nel messaggio vocale con la reverenza di chi ha avuto un’apparizione mariana. Resta inebetito, pietrificato col cornetto a mezz’aria. La riconosce: veniva con lui a fare spinning anni prima. Non sa se lei lo ha riconosciuto o se lo stava fissando pensando “ma questo deficiente chi è?”. Poco importa. “Finalmente ho di nuovo un motivo per andare a fare colazione la mattina,” proclama, salvo poi annunciare solennemente che cancellerà tutti i messaggi e che nessuno deve parlare di questa faccenda mai più. L’avvicinarsi dei 50 anni, filosofeggia Roberto intercettando il tema, crea negli uomini certe ricerche di freschezza. La diagnosi è accettata da tutti con un sorriso.
Roberto, intanto, racconta la saga dei buchi alle orecchie di Caterina. Altre mamme gli chiedono perplesse come mai la bambina non li abbia ancora. Lui si erge a difensore dell’infanzia perduta: “È una bambina. I buchi alle orecchie, il rossetto, devono rimanere ancora esclusi.” Luisa la pensa diversamente, ma Roberto non cede. Caterina, per il momento, si trastulla felice con le clip delle patatine al posto degli orecchini e il labello trasparente spacciato per rossetto. “Sarò molto retrogrado,” ammette, con la fierezza di chi lo è per scelta.
La festa del patrono di Paola diventa il teatro dell’impresa più eroica della carriera paterna di Roberto: la ruota panoramica. Lui, che non saliva su una giostra dai tempi di Torino, che soffre di vertigini, si ritrova unico adulto in una cabina con cinque bambini, tra cui Caterina. “Praticamente ero una statua di sale, terrorizzato, con la mano arpionata al palo centrale.” I bambini urlano di gioia, ridono, si sporgono. Roberto è una maschera mortuaria con le nocche bianche. Se l’è fatta sotto, letteralmente, ma Caterina è contenta e questo basta.
Il giorno dopo, la famiglia parte per Cosenza. Destinazione: il centro commerciale Metropolis. Roberto si impone: niente xamamina per Caterina, si viaggia al naturale. All’andata la bambina canta, al ritorno si addormenta stremata. La cosa più fantastica della sua giornata? McDonald’s. “Papà, mi sembra di essere nel paese dei Balocchi,” dice Caterina, e Roberto sente una fitta al cuore pensando a quanti limiti impone a questa figlia crescere in quello che lui stesso definisce con una parolaccia che poi si scusa di aver detto. Ma è al McDonald’s che avviene l’evento che segnerà il mese. Roberto si avvicina alla cassa per ordinare. La ragazza lo guarda scocciata: “Dovete fare l’ordinazione sui tablet.” Caterina, sei anni, lo aveva avvertito: “Papà, il tabellone!” Lui davanti al touchscreen gigante lotta per 5 minuti con il sistema dei numeri, dei tavolini, dei sacchetti da asporto. Non capisce niente. Finisce per ordinare il ritiro in busta, come se stesse al drive-through ma a piedi. Luisa lo vede arrivare con le buste e scoppia a ridere. “Ma che hai fatto, le buste da portare via?” E Caterina, implacabile: “A papà, te l’avevo detto.” Roberto si sente vecchio. Non un po’ vecchio: vecchio vecchio vecchio dentro. A sigillare la disfatta tecnologica, sulla via del ritorno, mentre racconta ancora la sua odissea al touchscreen negli audio, passa davanti ai tutor a velocità troppo alta. Multa probabile, dignità perduta, giornata completa.
Sandrino, intanto, attraversa un periodo durissimo. Lavora come un robot da più di 6 mesi, i weekend non esistono più: Veronica è fuori tutto il sabato per il corso di specializzazione, lui resta solo con Mila. “Non c’ho più una vita, cari amici,” confessa con la voce di chi è arrivato al limite. Roberto lo accoglie con solidarietà genuina: “Benvenuto nel mio mondo.” Sono entrambi padri esausti, incastrati tra lavoro devastante e figli piccoli, senza più un’ora per sé. Roberto non riesce nemmeno a lanciare Dredge, il gioco che Rocco ha già finito. “Devo andare in un altro varco dimensionale per avere 18 ore solo per me,” esclama.
Rocco, dal canto suo, si è buttato a capofitto negli acquisti. Si è preso il Pixel 7a in versione corallo, scatenando un dibattito filosofico di proporzioni cosmiche su cosa conti di più in un telefono: la potenza o la novità del modello. Sandrino spalleggia la scelta di Rocco con la passione di un avvocato difensore: “Sottoscrivo al 100%, mi piace avere il prodotto più nuovo.” Roberto obietta: il Pixel 7a e il Pixel 7 hanno lo stesso identico processore Tensor 2, quindi l’esempio con la 4070 e la 4070 Ti non regge, perché lì c’è differenza di prestazioni. Sandrino ribatte che nessuno compra un cellulare per la potenza. Roberto insiste che lui sì, che lo fa, anche se ha uno Xiaomi A1 del 2018 e cambia telefono ogni sei anni. “Sono io lo sciocco che guardo l’hardware in un cellulare,” ammette con una punta di orgoglio perverso. La guerra del Pixel 7a si chiude senza vincitori né vinti, come tutte le guerre sante della tecnologia.
L’uscita di Zelda: Tears of the Kingdom scuote il gruppo come un terremoto geek. Sandrino installa l’emulatore Yuzu, configura tutto, trova i torrent giusti, mette la patch per i 60 frame al secondo, e resta a bocca aperta. Roberto gli chiede il link per provare anche lui, pur sapendo che non avrà mai il tempo di giocarci. La discussione si sposta subito su un tema esistenziale: perché non si può avere un gioco con il gameplay di Zelda e la grafica di Horizon Forbidden West? Perché la Switch è un hardware da preistoria che fa miracoli? Perché le console potenti hanno giochi belli da vedere ma noiosi da giocare? Sandrino si lancia in un’analisi sui costi di sviluppo, citando conversazioni avute con Federico e Marco Ercolani, i nerd certificati della situazione. La risposta, come sempre nel mondo dei videogiochi, è che non si può avere tutto.
A metà mese Roberto annuncia, parlando sottovoce come chi teme di essere sentito dal destino, che sabato salirà a Velletri con Luisa e Caterina. Si fermerà fino a mercoledì. Parla piano perché negli ultimi 8 mesi ogni volta che ha programmato una salita, Caterina si è ammalata. “Fatemi toccare qualunque cosa,” implora. L’ansia è palpabile: non è superstizione, è statistica pura. “C’ho veramente il terrore che si possa ammalare di nuovo,” confida, e per una volta nessuno ride. Sandrino ha lo stesso timore: Mila ha la febbre a 37 il giorno prima. Incrociano tutti le dita.
Sandrino, nel frattempo, va dal dentista per la prima volta. Si presenta per una pulizia, convinto di non avere problemi. La dentista gli apre la bocca e scopre una carie ai molari che lo tormenta da 3 anni. Tre anni in cui ha sofferto bevendo acqua fredda o masticando, senza mai farsi controllare. La dottoressa, invece della pulizia, passa un’ora a curare la carie e fare l’otturazione. Sandrino torna a casa e mangia un gelato senza dolore. “È la prima volta in tre anni che riesco a mangiare una cosa fredda senza soffrire,” esclama con la gioia di un bambino. 130 euro ben spesi. Roberto commenta con l’autorevolezza di chi ha un dente riparato a metà e non ha i soldi per finire il lavoro: i dentisti trovano sempre qualcosa da curare, è la loro natura.
La vera bomba del mese la sgancia Sandrino: ha prenotato un viaggio a Disneyland Paris. Il suocero è andato in pensione, ha ricevuto la buonuscita, e Veronica lo ha convinto a finanziare la vacanza. Volo, 3 notti nell’hotel a tema dentro al parco, 2 ingressi, mezza pensione. Per quattro persone: 4.700 euro. Roberto ascolta e il cuore gli si stringe. Caterina è 2 anni che prega per andare a Disneyland. Ma con quello che guadagnano lui e Luisa, è semplicemente impossibile. “Non ce li ho 4.000 euro da mettere da parte in un anno intero,” dice senza autocommiserazione, con la lucidità di chi ha fatto i conti mille volte. Chiede solo una cosa a Sandrino: non fare nessun accenno alla cosa davanti a Caterina quando si vedranno. La bambina non deve sapere, o partirà il piagnisteo che non avrà fine.
E finalmente arriva il weekend della salita. Caterina e Mila sono sane, il viaggio è confermato. Si organizza una cena da Rocco il sabato sera. Sandrino ha lavorato fino a tardi, attraversa Velletri a piedi sotto la pioggia, nessuno lo accompagna in stazione. “Vedi se inizia a diluviare,” brontola fradicio. Ma ci sono, sono tutti lì. Il giorno dopo, prima della ripartenza, Roberto e Sandrino si danno appuntamento per una colazione da McDonald’s alle 7:30 del mattino. Sandrino ha un contrattempo in garage — la vicina che non lo vedeva dall’anno scorso lo intercetta — ma alla fine si trovano, seduti comodi con i loro McMuffin, a parlare come se il tempo non passasse mai abbastanza veloce.
Al rientro dalla trasferta, la vita riprende il suo corso. Sandrino racconta un incidente che ha del grottesco. Passa dalla pizzeria di un amico, Davis, e scende nello sgabuzzino per recuperare una bomboletta prestata tempo fa. L’entrata ha una porta ad arco molto bassa. Si abbassa, ma non abbastanza. La capocciata sulla pietra è di quelle epocali: tutto diventa nero per un istante, poi il sangue comincia a colargli dalla testa come da un rubinetto aperto. Per terra si forma una pozza. Davis corre con i rotoloni di carta, Sandrino tampona prima il pavimento — perché gli dispiace sporcare la pizzeria — poi la testa. Arriva a casa dalla madre coi capelli completamente intrisi di sangue color cremisi. Le nipotine urlano: “Zio, è tutto pieno di sangue!” Mila non gli parla più perché non vuole vedere il sangue. Roberto prima si preoccupa, poi scoppia a ridere: “Siamo proprio vecchi, anche una semplice botta de capoccia ci può sterminare.” Rocco, forte delle sue competenze, tranquillizza tutti: la fronte è la zona più irrorata di capillari del corpo, è normalissimo che sgorghi così tanto sangue da un taglietto. La cicatrice, però, quella resta.
Rocco, intanto, annuncia di aver venduto la casa vecchia. Il rogito è giovedì mattina, con un piccolo problema: alla stessa ora ha l’inizio di una consulenza al tribunale di Tivoli. Due appuntamenti improrogabili sovrapposti, un sudoku organizzativo che gli fa venire il mal di testa. Ma ce la fa, e con i soldi in arrivo il gruppo si lancia nel gioco preferito: come spenderli. Sandrino parte subito con la soluzione ovvia: “Adesso ti devi comprare un Patek Philippe.” Rocco ci sta pensando seriamente. Non il Nautilus, fuori produzione e a cifre inarrivabili sul mercato secondario, ma l’Aquanaut, a prezzo di listino: circa 20.000 euro. Il piano è vendere la collezione di orologi che non usa, trasformare tutto in un solo pezzo da sogno. Ma c’è un problema: “Avere 40.000 euro al polso poi non è una cosa bella. Te scippano, te fanno…” La paura è concreta, il desiderio è forte, la lista d’attesa da Patek Philippe a Roma è il prossimo passo.
L’ultimo grande tema del mese è il telescopio di Rocco. Vuole comprarlo per sé e per i bambini, ma è lacerato tra il Nexstar 127 SLT — buono, ragionevole, 780 euro — e il Nexstar 6SE, che è “tutto un altro mondo” ma costa il doppio: 1.600 euro. Ha visto un video in cui col 6SE si vede Io che passa davanti a Giove, con tanto di ombra sul pianeta. Ma sa anche che da Velletri, con l’inquinamento luminoso, non è che si vedano tutte queste meraviglie. E poi c’è il precedente del drone, comprato e usato una volta l’anno. L’universo stesso sembra mandare segnali: la sera in cui pensava di spendere di più, si è intasato il cesso di casa. “L’ho visto come un grande messaggio del divino che mi diceva: fermo, stai blando.” Alla fine opta per il modello più piccolo, con l’idea di passare al tubo più grande se la passione resiste. Roberto si offre di comprarlo tramite la sua carta crypto per il cashback dell’8%: su 1.000 euro sono 80-90 euro, “e mi ci offri una bella birretta.”
A chiudere il mese, il lavoro di Roberto nel magazzino Amazon raggiunge il picco del delirio. In una sola giornata arrivano più di 700 ordini da evadere entro le 3 del pomeriggio. Alle 7 di sera stanno ancora impacchettando. I corrieri GLS, in attesa dalle 6, se ne vanno lasciando a terra centinaia di pacchi. Il giorno dopo, con un collega in meno e l’ufficio devastato, Roberto parte da casa “abbastanza sereno ma senza la più pallida idea di come fare.” La frase riassume non solo la giornata lavorativa, ma forse l’intero mese di questi tre amici: padri esausti, nerd impenitenti, sognatori di Patek Philippe e telescopi, che affrontano ogni giorno senza la più pallida idea di come fare, ma lo fanno lo stesso.