Marzo si apre con gli occhi arrossati di Roberto, che alle 3:30 di notte ha appena chiuso l’ultimo episodio di Dark. Il finale gli ha lasciato un pugno allo stomaco, dice, e la voce nel messaggio vocale è quella di un uomo che ha visto troppo e capito troppo poco. Perché c’è quella faccenda degli esperimenti sui bambini, quei bambini rapiti e messi in quella stanza dipinta con gli orsetti, quella fascia sugli occhi, quel macchinario che gli squagliava la faccia. Roberto non l’ha capito. Dopo tre stagioni di viaggi nel tempo, paradossi e alberi genealogici incestuosi, è quella la cosa che gli sfugge. Rocco e Sandrino lo ascoltano con la pazienza di chi sa che Roberto, quando si fissa su un dettaglio, non lo molla finché qualcuno non gli disegna uno schema con le frecce colorate.
Il vuoto post-serie, però, è reale. Roberto chiede consigli: che si guarda dopo Dark? Rocco gli suggerisce The Devil’s Hour, ma è Sandrino che sfodera l’asso dalla manica, anzi due. Il primo è Steins;Gate, l’anime sui viaggi nel tempo che qualche anno prima lo portava a salutare tutti con un entusiasta “tuturu”. Il secondo è Fattoria Clarkson, che a sentirlo sembra una cazzata ma — giura Sandrino — quando i trattori, le pecore e le mucche incontrano un fascista inglese quasi nazifascista, ci si sbellica dalle risate. Roberto, che pende dalle labbra dei suoi amici come un discepolo al tempio dell’intrattenimento, decide di partire da Steins;Gate.
Ma il vero protagonista delle prime settimane è Hogwarts Legacy, il gioco che sta risucchiando le vite di tutti e tre con la forza gravitazionale di un buco nero in versione magica. Roberto ci gioca dall’una alle tre di notte, l’unica finestra temporale che la vita da padre di famiglia gli concede. Sandrino è più avanti, già perso nell’open world con la febbre del completista che gli scorre nelle vene da quando esistono gli Assassin’s Creed. Roberto, invece, dopo ventidue ore di gioco non ha ancora sbloccato l’incantesimo per aprire i lucchetti. Sandrino lo cazzia. “Ma è possibile? Ancora non sei arrivato a quel punto?” Roberto si difende: sta girando, sta esplorando, si perde dietro alle farfalle, ai quadri, alle chiavi volanti. A trentotto ore di gioco, ancora niente lucchetti. È la sua maledizione.
Le discussioni tecniche tra i due raggiungono livelli di dettaglio maniacale. Le statuette dei Demiguise, i forzieri con l’occhio che si apre, l’invisibilità da sbloccare, i lucchetti di primo, secondo e terzo livello. Sandrino spiega a Roberto che le statuette si attivano di notte, che la sfera luminosa si illumina e la si può prendere, che servono per l’incantesimo Alohomora. Roberto, che a quel punto del gioco sta ancora cercando di capire dove sia Hogsmeade Sud, annota tutto con la devozione di uno studente al primo giorno.
Però anche Sandrino ammette di aver consultato le guide. I lucchetti di secondo e terzo livello richiedono una ricerca estenuante, impossibile senza soluzioni. “Ma te pare che mi metto a farmà cose impossibili? C’ho un’ora, massimo due ore a notte, dall’una alle tre,” dice Roberto, e la frase suona come il grido di battaglia di un’intera generazione di padri gamer cinquantenni.
A metà mese, Sandrino finisce con Hogwarts e confessa: il gioco lo sta stufando. Troppo bamboccesco, gli animali tipo Tamagotchi, le quest secondarie infantili, i personaggi con i lineamenti troppo perfetti. Lo troverà sempre più irritante, fino a darsi una scadenza precisa: ci gioca fino all’uscita di un altro gioco e poi basta. Roberto, che è ancora nella fase dell’innamoramento, difende il senso di meraviglia che il gioco gli regala. “È il viaggio che conta, non come lo intraprendi,” sentenzia, anche se forse non era esattamente quella la frase che voleva dire.
Un’interazione memorabile avviene sul forum di Hardware Upgrade, dove Roberto scopre un utente di nome Ser Topica, iscritto dal 2000, che ha scritto su Hogwarts Legacy esattamente le stesse parole di Sandrino. Le stesse identiche frasi: il gioco è wok, è per bambini, a un certo punto diventano Tamagotchi. “Ma sei te?” chiede Roberto, con il tono di chi ha appena scoperto l’identità segreta di un supereroe. Sandrino nega: non è lui. Ma la coincidenza resta sospetta, e Roberto ne esce convinto che nel mondo esista un doppelgänger nerd di Sandrino.
In parallelo si sviluppa una guerra santa sulle schede video che dura l’intero mese. Roberto sogna la 4080, ma i prezzi hanno preso una direzione che definire preoccupante è un eufemismo. Le 4070 Ti, che poche settimane prima si trovavano a 930-950 euro, sono schizzate oltre i 1.000. Roberto è al collasso. Un giorno Sandrino gli manda un link: una scheda a 930 euro. Roberto, che sta guidando, mette le quattro frecce per accostare e comprarla al volo. Poi guarda meglio. “Ma è la 4070!” grida. “Mi avevi fatto venire un cazzo di collasso! Mi stavo a buttare mezzo alla strada!” Il malinteso scatena una piccola crisi cardiaca da parcheggio. Il sogno della 4080 sotto i 1.000 euro resta tale. Roberto si aggrappa alla speranza che finito il capodanno cinese i prezzi si stabilizzino, che d’estate la gente vada al mare e non compri schede video. La scimmia urla adesso, dice, non urlerà tra un anno — o meglio, tra un anno urlerà per altre cose.
A fine mese la situazione finanziaria del gruppo raggiunge il punto di rottura collettivo. Roberto è alla canna del gas, tra rate del portatile della moglie, rate del telefono, bollette e l’ultima rata del mese che finalmente lo libera di 120 euro mensili — che nella sua mente malsana già si trasformano in nuove rate per una scheda video. Sandrino sta peggio: Veronica non lavora, lui guadagna il 30% in meno per la solidarietà, a febbraio era a meno 1.000 euro sul conto. La moglie, che è avvocato, dovrebbe ricevere soldi da varie cause vinte, ma nessuno paga. Il Comune di Cetraro le deve 5.000 euro e non li vedrà mai. Rocco, che tra i tre è quello messo meglio economicamente, offre generosamente: “Se vi servono 1.000, 2.000 o 5.000 euro, fate un fischio.” Roberto e Sandrino lo ringraziano e lo battezzano ufficialmente: loro sono Boraccio 1 e Boraccio 2, lui è quello che ha i soldi per fare una guerra e si lamenta di non arrivare a fine mese.
Rocco, intanto, racconta di Destiny 2 con la passione di un evangelista. L’espansione Lightfall ha fatto il record di giocatori su Steam, c’è un nuovo raid che si chiama Le Radici dell’Incubo, e la gara al World First — 48 ore per completarlo prima di tutti — lo tiene incollato allo schermo. Parla di cubi Vex che appaiono in piazze già esplorate milioni di volte, di 42 sfere gialle da distruggere per liberare un robocane da accarezzare alla base, di un quindicesimo desiderio che nessuno ha ancora trovato dopo tre anni. Roberto lo ascolta sballordito: “Tanto più mi parli di Destiny e più mi rendo conto che sono fuori dal giro.” Non è frustrazione, è rassegnazione affettuosa. L’universo di Destiny è diventato troppo grande, troppo complesso, troppo pieno di perk e clan e segreti. “Preferisco sentire i tuoi racconti,” ammette, e nella frase c’è tutta la dolcezza di un’amicizia che sopravvive anche quando gli interessi divergono.
Sandrino introduce l’anime Gintama nel gruppo e ne diventa l’ambasciatore entusiasta. Samurai che non possono più usare le spade perché il Giappone è stato invaso dagli alieni, un’agenzia tuttofare per sbarcare il lunario, una comicità tarata su un pubblico adulto che gli fa fare risate di gusto come non gli capitava da tempo. Roberto, con la consueta lentezza da completista, inizia la prima puntata e conferma: è divertente, i personaggi sono simpatici, la comicità è giapponese ma universale. Quando un personaggio dice “facciamo un attimo abbassare i toni perché i bambini non capiscono questa serie,” Sandrino esulta: finalmente un anime che non è per bambocci.
L’avventura orologesca di Sandrino raggiunge il suo apice comico a metà mese, quando deve far allargare il bracciale del suo Zenith. Prima va da Terino, che ci mette due ore per togliere due maglie. Poi, quando il bracciale gli va troppo stretto, va da Duilio, un gioielliere il cui padre ha le dita grosse come quelle di un meccanico. La scena che segue è da cinema: il padre che ficca un cacciavidaccio nel perno, chiama la figlia per tenere bloccata la vite, lei non riesce, il perno gira a vuoto, la figlia riga le viti, la vite microscopica cade per terra, il cane del negozio scodinzola tra i piedi, Sandrino si butta a terra a cercare il minuscolo pezzo d’acciaio che miracolosamente trova grazie a un riflesso di luce. Alla fine se ne va con due viti rigate e un bracciale risistemato. A sera, mezzo ubriaco di ritorno da un pranzo a Latina, si siede a casa, prende i cacciaviti e toglie la maglia da solo in due secondi. La morale è amara: meglio fare da soli che affidarsi ai gioiellieri, che se raccontano fregnacce su un perno, chissà cosa ti raccontano quando ci sono in ballo i soldi veri.
Rocco nel frattempo racconta una giornata romana con i bambini: Piazza di Spagna, la scalinata di Trinità dei Monti, pranzo al Burger King. Confessa il senso di colpa perenne di non dare abbastanza stimoli ai figli, e Roberto, che lo ascolta dalla Calabria, sprofonda in una depressione di rimando. Lui porta Caterina a vedere cosa? Il centro commerciale di Cosenza, che nel suo piccolo, tra negozi, luci e colori, è quanto di più stimolante possa offrire. “Lo so, mentre lo sto dicendo mi sento ridicolo,” ammette, e nella sua voce c’è la consapevolezza di chi combatte quotidianamente con la geografia del destino.
A fine mese la vendita della casa vecchia di Rocco si incaglia. Doveva andare dal notaio per il rogito, 150.000 euro pronti a cambiare mano, ma la banca rifiuta il mutuo ai compratori: redditi insufficienti. Uno lavora alla BNL con un contratto a tempo indeterminato ottenuto tramite causa legale, che contiene una clausola per cui se la banca fa una controcausa il contratto si invalida. L’altro si è fatto le rate dell’iPhone 14 a 300 euro al mese. Rocco bestemmia mentalmente i primi cinque libri della Genesi: il notaio gli ha fatto fare documenti del 1957, del 1979, l’ingegnere Maria Sole ha fatto infiniti giri al comune, hanno chiuso la stanza sospesa per farla passare come sottotetto, e alla fine la banca non ha controllato i redditi. Il ragazzo si scusa e dice che proverà con la BNL, che offre il mutuo al 100% ai dipendenti. Forse entro il 30 aprile si risolve. Forse.
Nelle ultime battute del mese, Sandrino porta Mila al Bambin Gesù per un day hospital programmato: la bambina ha delle lesioni bianche in bocca da circa due anni, tipo mughetto, che non le danno dolore ma non vanno via. Lo screening completo include prelievi, visita dall’immunologo e dal dermatologo. Quest’ultimo la guarda venti secondi, sentenzia che sono semplicemente morsi interni e li manda fuori. Dopo un anno e mezzo di ricerche, la liquidazione in venti secondi lascia i genitori sconcertati. Ma Mila è una guerriera: sta seduta tranquilla, non piange, si fa tutto senza battere ciglio. Roberto commenta: Caterina sarebbe già scappata sui tetti.
Il mese si chiude con Rocco che va a un Career Day all’Università Europea di Roma, dove potrebbe diventare il prossimo docente di psicologia giuridica, con una ruota a terra scoperta alle prime luci dell’alba e un parcheggiatore abusivo all’ospedale di Paola che sistema il traffico come un vigile comico — “Tu, parcheggio è qui! Tu cazzo, vieni qua!” — facendosi pagare da tutti. E con il ricordo di una vacanza a Sillana Marina, anni prima, dove i tre amici conobbero i fratelli Incollingo e dove Roberto si risvegliò nel bungalow dei genitori di uno di loro, nel letto insieme a lui, entrambi stesi morti dall’alcol. “A meno che non sia successo qualcosa quando ero svenuto,” chiude Roberto con il tono di chi preferisce non indagare troppo.