Aprile si apre con il retrogusto di un’abbuffata pasquale e il torpore chimico dello Zyrtec. Roberto è una larva. Lo racconta con la voce ovattata di chi ha combattuto una guerra su due fronti — il polline primaverile e il pranzo pantagruelico dal fratello — e ha perso miseramente su entrambi. La fioritura improvvisa ha trasformato il sud del Lazio in una camera a gas per allergici, e lui, convinto di avere ancora la Fexallegra in casa, ha pescato dal fondo dell’armadietto uno Zyrtec che lo ha catapultato in una dimensione parallela. Si è addormentato alle 18:30 sul divano come un orso in letargo anticipato, si è svegliato alle 23:00 in una casa silenziosa dove tutti dormivano già, e con la lucidità di un sonnambulo ha deciso che era il momento perfetto per guardarsi Nope di Jordan Peele su Amazon Prime. A mezzanotte. Sandrino, dal canto suo, conferma con l’autorità di chi ha sofferto: lo Zyrtec va preso la sera prima, così ti devasta nel sonno e il giorno dopo funziona senza che tu perda coscienza in pubblico. Consigli pratici dal fronte allergico.
Intanto le figlie dei tre amici tengono banco con lo streptococco, quel classico ospite sgradito della stagione. Mila ne è al secondo ciclo di antibiotici in un mese, diagnosticato entrambe le volte con tampone, come si conviene nella civiltà milanese. Caterina, a Guardia, ha vissuto un’esperienza più romanzesca: la pediatra locale, la dottoressa Romano, ha diagnosticato lo streptococco a occhio, senza tampone, non una ma due volte. Luisa, la moglie di Roberto, si è presentata alla seconda visita già sul piede di guerra. La risposta della pediatra — “Ma signora, com’è possibile? Le ha dato bene l’antibiotico?” — ha fatto scattare la scintilla. Luisa si è incazzata. Sono finiti da un altro pediatra a pagamento a Castrovillari che, dopo aver fatto il tampone, ha sentenziato: Caterina non ha lo streptococco, sospendete immediatamente l’antibiotico che le sta annientando le difese immunitarie. Del resto, la stessa pediatra aveva già diagnosticato il Covid a Caterina. Quando Caterina il Covid non l’aveva. Dettagli.
L’epopea dell’orologio di Sandrino attraversa il mese come un filo conduttore tragicomico. Il bracciale del suo Zenith — un oggetto il cui costo, come Roberto nota con sgomento, supera probabilmente il doppio del valore della sua Grande Punto nell’usato — ha delle viti che nessuno riesce a svitare. Terino, l’orologiaio di Aprilia, ci ha provato col macchinario apposito. Niente. L’ha immerso nel solvente. Niente. Ha proposto di scaldarlo a temperatura elevata per sciogliere il frenafiletti. Roberto, ascoltando questa procedura, si sente come se stesse leggendo il romanzo di fantascienza che ha in corso, dove un fisico nello spazio deve applicare complesse formule matematiche per compiere azioni banali. Riscaldare un bracciale per svitare una vite? Rocco, pragmatico, suggerisce di portarlo alla boutique Zenith di Roma: una passeggiata a Via dei Condotti, un pranzo al McDonald’s con Mila e Veronica, e via. Sandrino però ha già lasciato il bracciale a Terino, che alla fine riesce nell’impresa. Torna, sistema le viti con viti nuove in acciaio, ma nota che il bracciale è leggermente largo. Non gli va bene. Lo trattiene un’altra mezz’ora, lo riscalda, toglie un’altra maglia. Il bracciale da 2.500 euro torna finalmente al polso del suo legittimo proprietario. E Sandrino, con la solennità di un professore di alta orologeria, corregge Roberto: si dice bracciale, quello in metallo. Il cinturino è in pelle, plastica o altri materiali. Se vuoi entrare nel mondo dell’alta orologeria, devi imparare i termini giusti.
Roberto, nel frattempo, si è lanciato in una maratona cinematografica notturna. Ha completato la trilogia di Shyamalan — Unbreakable, Split, Glass — e ne parla con l’entusiasmo di chi ha scoperto un tesoro nascosto. L’attore di Split, di cui non riesce a ricordare il nome nonostante lo ritenga meritevole dell’Oscar, lo ha impressionato profondamente. Sandrino, invece, liquida il suggerimento di Roberto di guardare Troppo Cattivi — un film d’animazione DreamWorks adorato da Caterina — con il tatto di un boia: “Vi prego, se mai mi vedrò qualcosa il cui titolo è Troppo Cattivi o Troppo Buoni o Troppo Simpatici, vi prego ammazzatemi subito.” Roberto non si arrende: il titolo originale è Bad Guys, e poi che te ne frega del titolo? È pieno di citazioni a Lupin III. Sandrino non si muove di un millimetro.
Roberto però ha un asso nella manica: C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Lo ha visto da solo, gli è piaciuto talmente tanto che l’ha rivisto con Luisa, e ne parla con una passione che rasenta la commozione. Si prepara alle sbeffeggiature degli amici, ma il verdetto è netto: merita tutti i premi che ha vinto e che vincerà. Sandrino, sull’onda emotiva dell’audiolibro di Project Hail Mary che sta ascoltando insieme a Rocco, si recupera The Martian — stesso autore, Andy Weir — e rimane folgorato. Lui che per anni l’aveva snobbato pensando che un tizio da solo su Marte fosse noioso. Non sapeva neanche che fosse diretto da Ridley Scott. La maratona culturale prosegue con Shogun su Disney Plus, che Roberto divora fino al decimo episodio con crescente entusiasmo, dichiarandola una delle migliori serie tv che abbia mai visto. Il finale lo lascia soddisfatto: ha un capo e una coda, cosa rara di questi tempi.
Rocco, dal canto suo, irrompe nel gruppo con una scoperta videoludica che racconta con l’enfasi di un evangelista: Dave the Diver. Un indie che costa 20 euro e offre più contenuti di giochi tripla A da 60. Pesca di giorno, gestisci un ristorante di sushi la sera, combatti boss segreti, raccogli Pokémon acquatici, e c’è pure una trama lovecraftiana. La droga, la definisce. Ci ha già giocato 30 ore. Ha appena combattuto uno squalo bianco di nome Klaus. Roberto, nel frattempo, sta penando con Horizon Forbidden West. Lo ha comprato per la grafica mozzafiato — e in effetti ammette che a livello di open world non esiste nulla di più impressionante — ma il gameplay lo sta uccidendo di noia. È Assassin’s Creed con Aloy. I combattimenti lo mandano nel panico: ha i riflessi di una tartaruga cappottata cieca, non riesce più a cogliere gli indicatori a schermo, e il boss tutorial del serpentone gli ha dato filo da torcere in modalità facile. Si sente vecchio, inutile, buono solo per le uccisioni furtive nell’erbetta alta. Sandrino compra il gioco, ci gioca un’ora, fa il reso su Steam. Non è scattata la scintilla. Roberto arriva alla stessa conclusione poco dopo: tedio allucinante, è il suo verdetto finale. A 50 anni non può più stupirsi della classica missione “libera le cantine della taverna dall’infestazione dei ratti giganti.”
A metà mese esplode la bomba Fallout. La serie tv di Amazon Prime scatena un terremoto nel gruppo. Sandrino è il primo a lanciarsi: quattro puntate magnifiche, riproducono fedelmente il mondo di Fallout, le ambientazioni, persino il rumorismo. Ma prima c’è la questione della pubblicità. Roberto dichiara guerra alla nuova politica di Amazon Prime di inserire spot prima, durante e dopo i contenuti. Paga 1,99 euro al mese per toglierla senza nemmeno provarla, perché già con YouTube gli vengono gli istinti omicidi. Sandrino intanto macina episodi e conferma: trasposizione videoludica fatta come mai prima d’ora. Roberto inizia Fallout dopo aver chiuso Shogun e resta colpito dalla qualità produttiva, ma da perfezionista quale è, nota degli stacchi di regia e montaggio che lo fanno riavvolgere più volte pensando a un errore dello streaming. Sandrino conferma: ha notato la stessa cosa, e l’ha vista anche in Dune Parte 2. Ma nel complesso, un’operazione grandiosa che rende omaggio all’universo Fallout.
Il Problema dei Tre Corpi, invece, diventa il grande tradimento del mese. Sandrino parte entusiasta — le prime cinque puntate sono stratosferiche, strane, visionarie — ma dalla sesta in poi precipita tutto. Introspezione, sentimenti, e una dichiarazione di omosessualità inserita in modo gratuito che fa scattare in Roberto una reazione a catena di indignazione contro le politiche inclusive forzate delle produzioni moderne. Sandrino finisce la serie e la dichiara irrecuperabile: mai vista una serie scendere così in basso dal climax raggiunto a metà. Roberto, dopo aver sentito il resoconto, annuncia che non la guarderà mai, neanche sotto tortura. Fallout prima di tutto.
Nel mezzo di film e videogiochi, la vita reale bussa con insistenza. Alessandro riceve la notizia che viene trasferito di sede: dall’amato ufficio al centro di Roma, raggiungibile in treno col portatile per giocare, alla desolata sede in Via Aurelia, raggiungibile solo in macchina attraverso il purgatorio del raccordo anulare. Un’ora e mezza all’andata, quasi due al ritorno. La disperazione è tale che vende immediatamente la bicicletta pieghevole a un collega per 500 euro e annuncia che il ricavato andrà investito nel Meta Quest 3. L’ultimo giorno nella vecchia sede diventa un pellegrinaggio gastronomico: caffè caraibico da Barnum, girella alla cannella da 3 euro, kebab d’autore dall’amico del centro tagliato a fettine come un rollé con salse e hummus a 9 euro, gelato da Fata Morgana, secondo caffè sudamericano. Costo totale dell’addio: 25 euro di pura estasi culinaria.
L’acquisto del Meta Quest 3 è un piccolo thriller. Sandrino lo trova su Subito.it a 400 euro, nuovo, imballato. Il venditore accetta l’offerta in 2 microsecondi — primo campanello d’allarme. Poi pubblica altre due inserzioni identiche con la stessa foto della scatola — secondo campanello. Paga con TuttoSubito, che trattiene i soldi fino alla conferma, e divide in tre rate PayPal per limitare i danni. Il pacco arriva: pellicolato, originale, funzionante. Sandrino esulta. Poi lo prova collegato al PC con la RTX 4090: Half-Life Alyx a dettagli massimi è una goduria, il pass-through a colori gli fa mappare la stanza reale. Ma la gioia dura esattamente un giorno. Lo rivende. Roberto, per nulla sorpreso, commenta che dalla prima mini-recensione si percepiva nell’aria un senso di noia. La realtà virtuale, sentenzia Roberto con la saggezza del veterano, è sempre sul punto di svoltare e non svolta mai.
Rocco intanto porta la famiglia a Torino per il ponte del 25 aprile, entusiasta dopo un congresso in cui ha tenuto una lezione sul trauma infantile e ha scoperto una città che lo ha incantato. La preparazione è un calvario: museo Egizio tutto esaurito, museo del Cinema tutto esaurito, Mole Antonelliana inaccessibile. Tutto prenotato online, tutto finito. Poi il miracolo: Silvia refresha la pagina e spuntano quattro biglietti per il venerdì pomeriggio. Esattamente quattro, esattamente quando servivano. Roberto, da Torino natale, si commuove a ogni aggiornamento. Racconta di Via Pozzostrada 24, l’ottavo piano da cui da bambino vedeva le Alpi, della cartolibreria su Corso Peschiera dove scoprì i librogame di Lupo Solitario e, con essi, i giochi di ruolo che lo hanno reso il Custode che è oggi. Le domeniche in bicicletta al Parco del Valentino col papà, la discesa facile e la salita infernale al ritorno. E ora c’è persino la metropolitana, che ai suoi tempi era utopia.
Rocco e la famiglia si innamorano di Torino. La dichiarano la più bella città italiana che abbiano mai visto. Cenano alla Fondue, dove Lavinia scrive un biglietto ai proprietari — “la vostra fonduta è da 3.000 stelle Michelin e vi voglio bene” — e i proprietari, Riccardo e Rebecca, si commuovono e regalano ai bambini due fornelli da raclette con palette e manuale. Il Parco del Valentino è stupendo, il Museo Egizio bellissimo, la cena al Piano 35 del Grattacielo Intesa San Paolo costa 50 euro a persona per un servizio impeccabile con camerieri che ti puliscono le briciole con i guanti bianchi. Roberto, dal suo ufficio calabrese, vive il viaggio per procura e si domanda come mai, a quasi 50 anni, non sia mai tornato nella sua città natale.
La salute, però, non dà tregua. Roberto scopre di avere una tromboflebite superficiale alla gamba. Il medico conferma con l’ecodoppler, prescrive eparina, e Roberto torna ai tempi della trombosi precedente, con la sua bella cartella clinica che si ingrossa a ogni visita. Dieci punture, poi altre venti. Il bozzo è duro come una placca di metallo e la sera fa un male cane. A completare il quadro, la suocera Erminia deve mettere un pacemaker. Il mondo crolla addosso a Roberto, che nell’immaginario ancora associa l’intervento a cuore aperto con divaricatore. Ma la cognata Monica, ingegnere biomedico alla Boston Scientific — quella che ai congressi aziendali si veste da Star Trek con i colleghi — spiega che oggi è un’operazione di routine da 30 minuti, due buchetti sotto l’ascella, e a casa il giorno dopo. L’intervento avviene a fine mese all’Ospedale di Cosenza, dopo giorni di attesa al pronto soccorso tra tanfe e barelle. Erminia telefona lei stessa alla famiglia per dire che è andato tutto bene. È stata cosciente per tutto il tempo. La scienza, ammette Roberto con sollievo, fa passi da gigante.
E nel mezzo di tutto questo, Rocco scopre il Tissot PRX Powermatic 80 e se ne innamora perdutamente. Legge recensioni su Fratello Watches, ammira il quadrante che sembra valere il triplo del prezzo, i suoi 11 millimetri di spessore, le 80 ore di ricarica. A Torino, passando dalla gioielleria Rocca, lo vede esposto accanto al Baume & Mercier Riviera e chiede aiuto agli amici per decidere. Sandrino conferma: l’ha visto da vivo da Terino, è un bel giocattolino. L’alta orologeria, in questo gruppo, è una malattia condivisa e incurabile.
Aprile si chiude con Sandrino che si abbona al Game Pass per 1 euro, si fa un trekking solitario di 13 km alla Cima Nardi a Carpineto Romano per ritrovare il contatto con la natura, e torna a casa col bisogno di ritrovare se stesso. Roberto pedala da Roma a Velletri, con le gambe che fanno male e il cuore pieno. Rocco torna da Torino dichiarando che ci ritornerà, perché alcune città ti entrano dentro e non escono più.