Marzo 2022: Voltron, Elden Ring e Steam Deck: il mese dei sogni nel cassetto

Marzo si apre con il fragore delle notifiche, e Roberto — come un conduttore radiofonico che nessuno ha assunto — lancia il suo buongiorno al gruppo con l’energia di chi ha già bevuto tre caffè e un espresso di coscienza. Il suo primo pensiero va a Rocco, quel fantasma digitale che giura di essere vivo ma che nel gruppo si materializza con la frequenza di un’eclissi solare. Non è solo Roberto a cercarlo: perfino sua madre, con la tenacia di un’investigatrice privata, chiede notizie del Rocchino a cadenza bisettimanale. “Ma Rocchino poi si è trasferito nella casa nuova?” — la domanda rimbalza da una telefonata all’altra, e Roberto non può fare altro che rassicurarla: la casa sta venendo su, Rocco è vivo, il mondo gira ancora.

Sandrino, nel frattempo, si è tuffato nel nuovo lavoro con la grazia di chi sa già nuotare. L’affiancamento procede, il collega uscente gli sta passando le consegne, e lui — con il pragmatismo che lo contraddistingue — ha già pianificato la strategia: delegare tutto il possibile, mantenere la responsabilità sul vecchio servizio dei giochi, e soprattutto non sacrificare le serate con Mila. Perché a un certo punto, dice, “mi piace staccà, giocà con Mila, guardamme un po’ di criptovalute” — frase che riassume perfettamente le priorità di un uomo del ventunesimo secolo.

Ma è sul fronte videoludico che il mese esplode come una granata di pixel. Elden Ring è appena uscito e Roberto, con l’entusiasmo di un archeologo davanti a una tomba intatta, annuncia al gruppo che il gioco sta frantumando ogni record: 10 milioni di copie vendute solo su Steam, recensioni fuori scala, il mondo intero in ginocchio davanti alla creatura di Miyazaki e George R.R. Martin. Il problema è che Roberto lo sa benissimo: è un gioco alla Dark Souls, e lui con i giochi alla Dark Souls ha lo stesso rapporto che un gatto ha con l’acqua. “Mi sto scaricando tutte le soluzioni, la mappa interattiva, tutti i segreti, qual è la classe migliore” confessa, con la meticolosità di chi prepara un’invasione militare sapendo già che non partirà mai. “Ma tanto lo so che non ci giocherò mai, perché io te sbatto la testa contro tre metri e morì come un settone schiantato mille volte.”

Sandrino conferma il fascino irresistibile del gioco: su YouTube si divora ogni gameplay, ogni speedrun, ogni combattimento con i boss. L’arte visiva lo incanta, i mostri lo lasciano a bocca aperta, e la scimmia dell’acquisto gli sale inesorabile. “Aspetterò di giocarci sullo Steam Deck” proclama, aggrappandosi a un dispositivo che ancora non possiede come a una zattera di speranza. Roberto, dal canto suo, conferma che i boss di Elden Ring sono “artisticamente la cosa più impressionante che abbia mai visto”, ma si salva da ogni tentazione con l’autoconsapevolezza di un ex alcolista davanti a un bar: “So già che farebbe la fine di Dark Souls. Comprato al Day One, giocato un quarto d’ora, mai passato il primo boss tutorial, tra bestemmie infinite e abbandonato completamente.” In compenso, si sta salvando ogni link possibile su come iniziare il gioco — un archivio meticoloso destinato a prendere polvere digitale per l’eternità.

Roberto, nel suo ruolo di consulente tecnologico non richiesto, si lancia in un’analisi della difficoltà degna di un trattato accademico. Le speedrun da mezz’ora non dimostrano nulla, argomenta, perché quelli sono mostri del joypad che sfruttano exploit e bug, farmano come forsennati, e probabilmente non hanno visto la luce del sole da quando il gioco è uscito. Miyazaki stesso si è pubblicamente scusato per la difficoltà brutale della seconda metà del gioco, ma il suo consiglio illuminante è stato: “Il segreto è morire, morire, morire e continuare a morire.” Sandrino lo interrompe: “Oh, no, questi Dark Souls lo finivano in mezz’ora, è che mi sembra proprio più facile, non lo so, è una sensazione.” Roberto scuote la testa dall’altra parte dello schermo.

Lo Steam Deck, intanto, diventa il protagonista di un dramma esistenziale degno di Shakespeare. Sandrino controlla la data di consegna — Q2 2022, che tradotto dal linguaggio Valve significa “prima di giugno, forse, se ti va bene.” Ma il vero colpo arriva quando inizia a leggere le recensioni: la ventola fa un rumore della madonna. E siccome gli unici momenti in cui potrebbe giocarci sono la sera a letto, con Mila addormentata nella stanza accanto e Veronica a portata di cuscino da lancio, il destino dello Steam Deck è segnato. “Mila penso che manco la sente perché quella adorò profondamente, ma Veronica mi dà una sedia in testa” proclama con la lucidità di un condannato. Il verdetto: probabilmente lo venderà al Day 2 o 3, magari pure con un bel 20% di ricarico, perché tanto saranno introvabili.

Roberto, incapace di restare a guardare senza proporre soluzioni, tira fuori l’asso dalla manica: il metodo di Federico. Praticamente, spiega con l’entusiasmo di chi ha scoperto il fuoco, un tale ha fatto il reverse engineering dello streaming della Nvidia Shield sul Nintendo Switch, e Federico gioca a Elden Ring sbragato a letto con la Switch che riceve lo streaming dalla 3080 Ti via Wi-Fi. Zero input lag, definizione impeccabile, silenzio monastico. C’è solo un piccolo dettaglio. “Mi sono ricordato adesso che forse c’è un problema. E che tu non hai più la Nintendo Switch. O sbaglio?” La risposta di Sandrino è una doccia fredda: “Questa cosa è boiala pazzesca, ma io che ce faccio? Io ce l’ho giocato pure sul treno, in mobilità. Mi porto il piccicola 3080 sul treno, Roberto, e chiedo al capotreno se mi permetti di attaccarlo alla centralina.” Roberto, con la dignità di chi ha appena capito di aver costruito un ponte verso il nulla, si arrende: “Vabbè, allora ritiro tutto, non avevo capito un cazzo.”

Roberto, sempre sul fronte nerd, cita anche l’analisi tecnica dei Digital Foundry sullo stuttering di Elden Ring: il gioco soffre su ogni piattaforma — PC, console, tutto — tranne che su Steam Deck, dove Proton riesce a mitigare completamente il problema. “Quindi dicono praticamente che attualmente il miglior modo per giocare a Elden Ring senza stuttering è quello di giocarci su Steam Deck. Pensa l’assurdità del mondo.” Un’ironia cosmica che non sfugge a nessuno.

Rocco, dal canto suo, è impegnato anima e core su Destiny 2, la cui nuova espansione — La Legione dei Sussurri — lo tiene incollato allo schermo. “È la miglior trama di un FPS mai uscita” dichiara con la solennità di un critico letterario, “colpi di scena, cose veramente commoventi, complesse, hanno raggiunto dei livelli di scrittura incredibili.” Roberto lo ascolta con un misto di curiosità e rassegnazione, sapendo che il multiplayer non fa per lui.

La guerra in Ucraina irrompe nel gruppo con la delicatezza di un carro armato. Sandrino espone la sua visione con quella franchezza senza filtri che lo contraddistingue, tirando in ballo la psicostoria di Asimov per inquadrare il conflitto in una prospettiva più ampia. “Da che mondo è mondo c’è stata una guerra, ed è soltanto grazie alle guerre, la storia ci insegna, che si arriva al progresso” ragiona, paragonando l’invasione a una crisi Seldon che nel suo piccolo sarebbe successa comunque. Le tensioni politiche, la crisi energetica, le materie prime — tutto puntava in quella direzione da vent’anni. Roberto preferisce saltare l’argomento: “Non ho conoscenze sufficienti per trattare delle motivazioni geopolitiche” dice, con una saggezza rara, e si limita a osservare che semmai si aspettava un colpo dalla Cina, non dalla Russia. Rocco la butta sull’unico aspetto che lo preoccupa davvero: gli americani. “Perché i cinesi hanno già detto che Putin è esagerato, ma gli americani sono quelli che quando gli ha roduto il culo hanno tirato due bombe atomiche sui civili.”

A metà mese, Roberto viene travolto da una rivelazione artistica. Arcane. La serie animata tratta da League of Legends. Il primo episodio lo lascia con gli occhi sgranati e la bocca aperta come un pesce fuor d’acqua, e quello che succede dopo non ha precedenti nella storia del gruppo: lo riguarda immediatamente una seconda volta. Di fila. Nella stessa serata. “Penso che non mi è mai accaduto in vita mia di vedere un episodio di una serie tv due volte di seguito nella stessa serata” confessa, e la confessione ha il peso di un evento epocale. Ma i dettagli temporali sono quelli che rendono la scena davvero eroica: il primo episodio dopo l’1:00 di notte, il secondo viewing fino quasi alle 3:00, sveglia alle 6:30 di un lunedì mattina. “Sto sempre uno zombie, però faccio così, io veramente muoio nella ignavia.” Poi aggiunge, con una lucidità disarmante: “Al lavoro non è che devo salvare il mondo. Sto a chiudere scarpe. Il massimo che posso fare è inviare un costumino slip al posto di un paio di scarpe.”

La terza puntata lo sconvolge definitivamente. “Penso ieri sera di aver visto una delle cose più belle, ma veramente più belle che abbia mai visto a livello di narrativa, impatto visivo, animazione, audio.” La paragona al film di World of Warcraft solo per mostrare gli estremi: da una parte una “porcata inguardabile” che ha calpestato un grande brand, dall’altra Arcane che è “l’alpha e l’omega, a vari universi di distanza.” Quando finisce tutti gli 8 episodi, Roberto resta con il magone: avrebbe voluto altri 20 episodi, ma riconosce che “la perfezione si raggiunge solo così.” Ama alla follia il personaggio di Silco, villain capace di minacciare una bambina in una stanzetta dei giochi e al tempo stesso di essere il padre più presente dell’intera storia.

Sandrino, nel frattempo, conferma che anche Reacher è un bel prodotto — opinione che Roberto condivide con un voto di 7,5 abbondante, confessando peraltro che “il macismo di quell’attore ha scosso in me le corde più profonde del mio essere gay.” Sandrino, dal canto suo, dissente con garbo: “Voi avete preso strade diverse in quanto a gusti su film e serie tv, già dal Trono di Spade, ma per questo non per questo continuo a volervi bene.” Almeno su Arcane, però, sono tutti d’accordo.

Il compleanno di Roberto cade di lunedì mattina, e il gruppo si mobilita con l’entusiasmo calibrato di chi lotta contro il primo giorno della settimana. Arrivano gli auguri di Sandrino, di Rocco, e soprattutto quelli dei bambini — Mila, Leonardo, Lavinia — con le voci impacciate e adorabili di chi non ha ancora capito perché gli adulti si emozionino per queste cose. Roberto si commuove, lo ammette con la franchezza di chi non si vergogna di essere “un po’ fregnone”, e pianifica la serata perfetta: un tiramisù e un episodio di Arcane. Il carburante per sopravvivere alla deprivazione cronica di sonno.

Ma il momento più bello del mese appartiene a Roberto e Caterina. Tutto comincia anni prima, quando Rocco gli aveva regalato il set Lego dei 5 leoni di Voltron. Roberto li aveva costruiti con amore maniacale, ma non era mai riuscito a portarli a casa: Luisa non li voleva nel salone, e così erano rimasti nella soffitta dei suoceri, dimenticati da tutti tranne che da Caterina, che ogni volta che li incrociava chiedeva cosa fossero. Roberto, con la pazienza di un seminatore, aveva piantato il seme: “Papà per Natale vorrebbe un robottone, papà quando era piccolo giocava con i robottoni.” Un giorno, mentre è al lavoro, gli arriva un messaggio vocale della figlia: “Papà, quando torni stasera fai attenzione che c’è una piccola caccia al tesoro a casa.” Rientra, apre la porta, e sulla parete attrezzata sopra la tv ci sono i 5 leoni con un bigliettino: “Tanti auguri papà, il mio regalo per te, i tuoi robottoni.” Quella sera si stendono insieme sul tappeto morbido a giocare, e Caterina — con la logica infallibile dei bambini — decide che il leone rosso non può combattere perché “gli scappa la pipì” e deve andare nel boschetto. La sera dopo assemblano Voltron insieme, e Caterina ogni cinque secondi vuole aprire la bocca del leone più grande per far uscire la faccia del robot. Roberto deve trattenerla: “Quella è l’ultima cosa, quando papà ti farà vedere il cartone vedrai che è l’ultima cosa che succede.” Sandrino ascolta il racconto e si scioglie: “Dev’essere veramente una bella sensazione, spero di provarla anche io non appena Mila sarà in grado di gestire meglio i Lego.”

A proposito di Mila: è ufficialmente entrata nella fase Disney. Veronica ha aperto il vaso di Pandora cominciando con Mary Poppins, e da lì è stata una cascata inarrestabile. Cenerentola, Biancaneve — visti 150 volte l’uno — e adesso Alice nel Paese delle Meraviglie, che Mila canta a memoria includendo le canzoni del Cappellaio Matto. Sandrino, sbragato sul divano nelle serate post-cena, si ritrova a guardare il cartone con occhi adulti e resta disturbato: “Alice nel Paese delle Meraviglie è veramente veramente disturbante, cari amici. Soprattutto la storia del tricheco e del carpentiere che invitano le ostrichette a pranzo e poi le ostrichette fanno una finaccia.” La Regina di Cuori che fa staccare le teste non aiuta. Roberto, veterano assoluto della fase Disney — Caterina aveva visto Biancaneve 2-3 volte al giorno per un mese intero durante la pandemia — gli fa da Virgilio in questo nuovo inferno colorato. La Sirenetta non piace? “Insistete, perché a Caterina la prima volta non è piaciuta neanche, poi è scattato qualcosa e adesso la considero una delle cose più belle che la Disney abbia mai prodotto.” E poi la profezia: “Preparati, Sandrino, perché tra poco arriverà la fase Frozen. Ti assicuro che quando verrà la fase Frozen a Mila, tu passerai le tue giornate a cantarti Let It Go in testa.” Rocco aggiunge il suo consiglio: Le Follie dell’Imperatore, godibilissimo anche per gli adulti, e Encanto, con le canzoni che sono “molto fighe” e la particolarità di non avere un vero cattivo.

Sul fronte del peso, Roberto ha quasi raggiunto il traguardo: partito da 86 chili, è tornato a 75,4 — il suo peso forma storico — semplicemente limitando le schifezze. Ma una settimana di carnevale, tra castagnole, chiacchiere, frappe e bignè alla crema, lo ha riportato a 76,6. Un chilo e 2 in una settimana. “Ma stiamo a saltare per aria con la guerra mondiale, ma fatemi manià, no?” Sandrino confessa di pesare 89 chili, con un peso forma ideale intorno agli 84-85 raggiunto durante il lockdown, quando correva a giorni alterni e non metteva piede al ristorante.

Rocco, nel frattempo, procede a tappe forzate verso il traguardo della casa nuova. Mattonelle della cucina stoccate, mobile del bagno finito, in attesa dell’idraulico, del fabbro per le 5 finestre nuove, del pittore che deve finire i colori. Valuta pannelli solari, pompa di calore e accumulatore — circa 23.000 euro con lo sconto in fattura che scendono a 11.000 — e intanto nota con amarezza che 50 euro di benzina gli danno 360 km di autonomia invece dei soliti 500. Ma la vera notizia arriva a fine mese: una coppia vuole vedere l’appartamento attuale, “sono molto interessati”, e Rocco spera di vendere in tempi brevi. I lavori procedono, i termosifoni vanno comprati, e tra una corsa e l’altra Rocco riesce anche a dare un aggiornamento personale che scalda il cuore: Silvia, la sua compagna, si era trasferita da lui durante la positività di Leonardo al Covid, per aiutare con il bambino, e da quel giorno non se n’è più andata. “Funziona tutto molto bene, siamo molto sereni” dice, con la semplicità di chi ha trovato un equilibrio.

Leonardo, positivo al Covid insieme a 4 compagni di classe, se la cava con un po’ di mal di gola e una tossetta leggera — niente febbre, niente drammi. “La carica virale è abbastanza alta perché ha perso subito la positività” spiega Rocco, generando in Sandrino una battuta inevitabile: “Sono contento che Leonardo abbia una carica positiva, perché se ce l’avesse avuta negativa sarebbe andato indietro nel tempo.” Qualche giorno dopo, la buona notizia: tutti negativi.

Per il compleanno di Rocco, Silvia gli regala un orologio. Ma non un orologio qualunque: un Seagull 1963, il cronografo cinese dell’aeronautica militare con 21 rubini e le scritte in cinese sul quadrante, selezionato con l’aiuto di Sandrino che ha fatto da consulente orario segreto. La storia è un piccolo capolavoro di diplomazia: Silvia chiede aiuto a Sandrino, dicendogli che voleva comprare uno di quei WoodWatch — orologi di legno — Sandrino la percula e le suggerisce il Seagull. Rocco è entusiasta: “È veramente figo, il meccanismo è diverso da qualunque altro che abbia mai visto, si vede proprio come un meccanismo studiato da altri.” Sandrino si congratula e confessa che lo vorrebbe pure lui. Roberto, che di orologi non capisce assolutamente nulla, ammira le foto degli ingranaggi con l’innocenza di un bambino al museo della scienza, e chiude con una perla: “Toh, sarà l’orologio di Pinocchio!” — battuta riferita ai precedenti orologi di legno di Rocco, che ne possedeva già due, scatenando l’incredulità di Sandrino: “Rocco, ma veramente hai due orologi di legno? Ma stiamo proprio agli sgoccioli qua.”

Sandrino, nel frattempo, si è comprato Zombicide per 90 euro — “ce l’avevo su Amazon con l’allerta prezzi” — il gioco da tavolo con le miniature degli zombie che la critica osanna come uno dei migliori degli ultimi tempi. Giocabile da 1 a 6 giocatori, con crafting, potenziamento delle armi, aumento di livello: “Sembra quasi di giocare a un gioco di ruolo sul PC trasposto sulla plastica del tabellone.” Le miniature sono “fichissime”, e Sandrino ha già pianificato di dipingerle — anche se con Mila in giro è un’impresa impossibile, perché quei colori da 400 euro non possono finire nelle mani di una bambina. A fine mese lo vediamo chino sulle miniature in un sabato mattina di libertà, mentre Veronica e Mila sono all’outlet. Roberto, ammirato dalle foto splatterose, gli chiede di raccontargli le meccaniche in solitario. Sandrino promette di farlo, poi si dimentica. Roberto se ne accorge giorni dopo: “Me lo sto a inventare, me lo sto a immaginare… No, ma lo so immaginato. Non ho mai risposto a quel messaggio. Pace.”

Il mese si chiude con Roberto che constata il nulla cosmico della propria vita extra-lavorativa — “Niente, il niente più assoluto, a parte andare a lavorare” — e invoca grandi notizie dagli amici, “tipo che Rocco ha costruito un Gundam dentro casa, che Sandrino sta lavorando per Elon Musk.” Rocco risponde con le foto dei termosifoni. Sandrino con le miniature dipinte. Roberto annuisce, soddisfatto. Il gruppo è vivo, le case si costruiscono, i figli crescono, e da qualche parte nel mondo c’è uno Steam Deck che aspetta di essere acquistato, usato una volta, e rivenduto con il 20% di ricarico.