Gennaio 2020: tra termosifoni nuovi, reni dilatati e sogni che fanno male

L’anno nuovo si apre come si aprono tutte le cose tra questi tre: con Sandrino che inaugura il primo vocale del 2020 e sbaglia subito anno, dicendo 2019. Colpa del fuso, dice lui, anche se non ha attraversato alcun fuso orario. È semplicemente il suo modo di entrare nel futuro: con un piede ancora nel passato e la bocca che va per conto suo.

Sandrino si è barricato in casa durante le feste, trasformandosi in una creatura da divano con abbonamento Netflix e Amazon Prime. Ha una lista di film da recuperare che potrebbe rivaleggiare con l’archivio della Cineteca di Bologna. Parte con Blade Runner 2049, prosegue con Mad Max Fury Road — che lui definisce “la summa del film perfetto” con una solennità da critico di Cannes — e poi si tuffa nei John Wick. Del secondo dice “scialbetto”, parola che probabilmente non userebbe mai davanti a Keanu Reeves. Del terzo, Parabellum, parla come se avesse assistito a una rivelazione mistica. Ma il colpo di scena arriva di notte, quando invece di cedere alla tentazione di Six Underground — “puttanata con l’Alfa Romeo Giulia verde pisello”, parole sue — decide di affrontare il suo grande rimpianto cinematografico: non aver mai visto il finale della trilogia di Matrix. L’uomo ha rivisto il primo Matrix venti volte in vent’anni, ma non ha mai scoperto come finisce la saga. Si lancia in un’analisi della computer grafica degli albori con la passione di un archeologo digitale, confronta il Keanu Reeves di Matrix con quello di John Wick e conclude che quell’uomo ha fatto un patto col demonio, perché a distanza di vent’anni sembra incredibilmente più figo e prestazionale.

Rokko riemerge dalle vacanze natalizie come un reduce. I bambini si sono divertiti tantissimo, dice, tra calze della Befana a casa Petrilli e una maratona di pranzi, compleanni e cene che lo ha fatto passare per casa solo di striscio. Ma la vera notizia è un’altra: sta imparando a fare il papà a tempo pieno. Le nonne sono meno presenti, una scelta graduale e condivisa, e lui racconta con orgoglio impacciato di sere in cui cullava Lavinia col braccio destro mentre col sinistro toccava il piede a Leo, che protestava «papà, però fai addormentare solo Lavinia e non a me». Il primo giorno di scuola dopo le feste lo descrive con la precisione di un bollettino militare: sveglia alle 7, preparati alle 7:30, colazione, denti lavati, arrivo con 5 minuti di anticipo. Missione compiuta. Poi aggiunge, quasi sottovoce, che il 7 di ogni mese sarà una giornata “un po’ così”. Non serve che spieghi perché. Gli altri lo sanno.

Roberto sta anche provando a guardare The Witcher, ma la serie streaming più vista del mondo ha un problema: lo fa addormentare. La prima volta dopo 10 minuti, la seconda dopo 20. Non è ancora riuscito a finire la prima puntata. Nel frattempo ha terminato Agents of Shield e si è commosso con Coco della Pixar, che racconta ai due amici con la voce di chi ha ritrovato per un attimo la Pixar dei vecchi tempi. Rocco difende The Witcher: non è male, dice, è carina, leggera, il primo libro era “un po’ naif” e la serie lo rispecchia. Ha ragione quando nota che il problema è l’hype: «quando se ne parla troppo, automaticamente diventa una cosa messa sul cavolo». Come il Trono di Spade, che all’inizio era figo perché era ristretto, poi è diventato mondiale ed è diventato, testualmente, “una merda”.

I lavori professionali di Rocco riprendono con cautela. Ha ricominciato a vedere pazienti, ma il dubbio professionale lo accompagna: sta valutando se continuare con la terapia o dedicarsi solo alla diagnostica, fare solo i test ai bambini e mandare le terapie ad altri professionisti di fiducia. L’incertezza non è solo lavorativa, è esistenziale: si sente “spaisato”, usa proprio questa parola, come chi cerca una bussola dopo aver perso il nord.

A metà mese, la vita di Roberto prende una piega che nessuno avrebbe voluto. Caterina comincia con la febbre. Non la febbriciattola dei bambini, ma 39 e mezzo che non scende, tremori nel cuore della notte, la corsa al pronto soccorso di Cetraro alle 3:15 del mattino con la tachipirina che a casa non funziona e in ospedale magicamente sì. Poi l’ospedalizzazione. Roberto racconta tutto con vocali lunghi, concitati, che si accavallano. Tre pediatri diversi dicono tre cose diverse. Un’ecografista trova una dilatazione del rene sinistro a 11 mm, quando alla nascita era a 6 mm e nelle ecografie successive era scesa a 3. L’ecografista di Cetraro, forte dei suoi dodici anni di carriera, dice che è impossibile: le dilatazioni non aumentano mai. Le ecografie fatte a Cosenza nel primo anno di vita? Sbagliate, tutte quante. Roberto è confuso, Luisa è sclerata, e per complicare il quadro trovano anche una piccola cisti nel fegato, «nulla di preoccupante, però bisognerebbe farla controllare». Il compleanno di Caterina — il terzo — lo passa in ospedale. Nessuno riesce a spiegare con certezza cosa abbia avuto la bambina. “Influenza”, rispondono tutti. Ma restano le pulci nell’orecchio.

Sandrino e Rocco si stringono attorno a Roberto con la praticità degli amici veri. Sandrino gli dice di leggere i referti in italiano, punto per punto, senza farsi confondere dai dottori. Rocco spiega la febbre come un meccanismo semplice: se dura tre giorni è virus, se dura di più serve l’antibiotico, perché c’è un batterio che il corpo non riesce a combattere da solo. Roberto ascolta, annuisce a distanza, e alla fine prende la decisione giusta: appuntamento al Bambin Gesù appena possibile.

Verso fine mese, una dottoressa specialista rassicura finalmente la famiglia: la cisti al fegato c’è ma non è vascolarizzata, probabilmente congenita, nulla di cui preoccuparsi. La dilatazione del rene sinistro è confermata — 12 mm, compatibile con gli 11 di Cetraro — e questo significa che le ecografie di Cosenza erano effettivamente fatte alla meno peggio. La dottoressa consiglia un primario del Bambin Gesù di sua fiducia, il professor Caione, e prescrive ulteriori accertamenti. Roberto respira, ma non del tutto. Il cruccio di aver fatto avanti e indietro per un anno a Cosenza fidandosi di ecografie sbagliate gli brucia come sale su una ferita.

Nel frattempo, anche Mila dà pensieri. La figlia di Sandrino ha un mese di problemi intestinali, Veronica si è consultata con mezzo albero genealogico — compreso un cugino al Bambin Gesù e la compagna del fratello che è ingegnere biomedico e «ha progettato una valvola per il cuore della Madonna» — e qualcuno le ha messo in testa la possibilità di un’occlusione. Sandrino oscilla tra la calma olimpica e il contagio dell’ansia: «sono la persona più calma e tranquilla del mondo, però a forza te batte sul chiodo». La pediatra alla fine ridimensiona tutto: variare la dieta, aspettare qualche giorno, e se non cambia nulla fare le analisi delle feci. Rocco, da psicologo, offre il consiglio più sensato del mese: «bisogna avere un pediatra, due pediatri di cui ci fidiamo ciecamente, e andare da loro». Basta cugini, basta ingegneri biomedici, basta internet.

Roberto annuncia con la solennità di un editto reale che ha installato la caldaia con i termosifoni. Fino a quel momento, la famiglia si riscaldava con i condizionatori. «Un miracolo che non siete schiattati nessuno in tutti questi anni», commenta Sandrino con la delicatezza di un martello pneumatico. Roberto delega tutto a Leonardo, il tecnico di fiducia del suocero: non sa la forma dei termosifoni, non conosce il numero di elementi, non ha fatto calcoli. «L’esperto sei te, basta che mi scalda casa.» Il primo collaudo produce un allagamento in cucina per colpa di una chiave di arresto dimenticata dall’architetto, ma alla fine tutto funziona. Costo dell’operazione: 2.000 euro tutto compreso, caldaia Bosch inclusa. Sandrino lo cazzia bonariamente per non avergli chiesto consiglio. Roberto si scusa 150 volte. «Non mi devi chiedere scusa 150 volte, mandami a quel paese qualche volta che mi fa bene», gli risponde Sandrino.

Red Dead Redemption 2 torna protagonista nelle serate di Sandrino, che ha ripreso a giocarlo con una filosofia zen: niente sparatorie, solo esplorazione. Racconta con l’entusiasmo di un esploratore del Settecento la scoperta casuale di una porta blindata dietro una farmacia in una città enorme. Bussi, ti mandano a fanculo. Torni dal farmacista, per sbaglio gli punti la pistola in faccia — «è quello che capirai, è figo perché la gente si spaventa» — e scopri un’attività clandestina con 5 persone, banconote sul tavolo e una pistola rara. Segue un quarto d’ora di tentativi falliti per scappare dalla polizia e la soddisfazione finale di una taglia minima sulla testa. Tutto questo, precisa, per puro caso.

Roberto scopre The Boys e perde completamente la testa. Si fa violenza alzandosi all’una meno un quarto dopo aver messo a letto Caterina e la mamma, perché «c’era proprio Stasmania», un termine che probabilmente non esiste in nessun dizionario ma rende perfettamente l’idea. Dalla prima puntata all’ultima, il suo entusiasmo cresce in maniera esponenziale. Il casting lo trova «praticamente perfetto per ogni personaggio», con una venerazione particolare per l’attore del Patriota: «ha quella cazzo di faccia, è il Patriota». La quarta puntata lo lascia a bocca aperta, soprattutto per il discorso sulle Spice Girls che definisce «una genialata allucinante». Rocco, che ha letto il fumetto originale di Garth Ennis, rivela che quel dialogo è copiato paro paro dal fumetto e che il protagonista Hughie era stato disegnato con le fattezze di Simon Pegg, che poi nella serie interpreta il padre. Roberto non lo sapeva e resta estasiato. Sul finale della prima stagione, Roberto è meno entusiasta: si frena, dice, non c’è il bada boom bam boom che si aspettava. Ma quando hai un villain che è praticamente Dio, ammette, è difficile chiudere in maniera credibile.

La discussione su The Witcher prosegue come un tormentone. Roberto non l’ha ancora visto e ogni volta che si siede per iniziarlo finisce per guardare altro. Lo guarda «più perché sembra quasi che lo debba fare, un lavoro». Sandrino ne ha visto i manifesti a Roma Termini e gli attori gli fanno cadere le braghe — in senso negativo — perché è abituato alle cosplayer russe che impersonano Yennefer e Triss con risultati decisamente più conformi alle sue aspettative estetiche. In compenso, annuncia l’imminente arrivo della serie di Star Trek: Picard con un trasporto fisico che rasenta l’indecenza: «Madonna santa, lì mi faccio veramente una sega, mi violento, Custode, lì mi violento perché veramente Patrick Stewart su Star Trek per me è proprio il non plus ultra.»

Rocco, nel frattempo, porta avanti la sua personale maratona di Doctor Who su Amazon Prime, lodandone la creatività sconfinata e spiegando con dovizia di particolari l’escamotage della rigenerazione che permette il cambio di attore a ogni stagione. Roberto si ricorda che Rocco ai tempi aveva mandato a quel paese Netflix per aver rimosso le stagioni dal catalogo senza preavviso, e aggiunge la sua teoria sugli “Angeli piangenti” — quegli episodi con le statue che si muovono quando distogli lo sguardo — che gli arrivano continuamente tra le notifiche di YouTube.

Il dibattito automobilistico del mese è un classico del trio. Rocco sta valutando l’acquisto di un’auto ibrida plug-in e posta un articolo di 757 righe — stima di Sandrino — sulle caratteristiche della nuova Renault Captur. «Ormai siamo abituati che un paio di volte l’anno ci mandi un articolo lungo 757 righe che non leggeremo mai», lo sfotte Sandrino, che poi dispensa il suo consiglio: le macchine sono soldi buttati, punto. Se proprio deve, meglio aspettare la Dacia Sandero elettrica che costerà sotto i 20.000 euro: «è come farsi a gennaio una scheda grafica nuova quando sai che a luglio presentano quelle dell’anno successivo, è una cazzata Rocco, è un grosso errore.» Roberto interviene con una dissertazione tecnica sui motori tre cilindri 1000cc che farebbe impallidire un ingegnere meccanico. Il nocciolo: sono sottodimensionati, vanno sempre sotto sforzo, i primi modelli avevano una moria stimata intorno ai 100.000-110.000 chilometri, e producono un rumore da trattore. Meglio almeno un 1.3 quattro cilindri. La Jeep Renegade ibrida esce a 40.500 euro e Roberto quasi si strozza: «questi sono matti». Rocco alla fine decide di aspettare, ma si orienta sulla Captur. Il budget massimo: 15.000 euro. L’idea è dare dentro la Panda a 35.000 chilometri e la 500 a 119.000, aspettare un eco-incentivo e prendere un chilometri zero.

I lavori di ristrutturazione della nuova casa di Sandrino sono partiti, e con essi i primi intoppi. Il budget è sforato di 9.000 euro che presto diventeranno 10.000, poi 11.000, in una progressione che ha la stessa inesorabilità dell’inflazione. «Questi 9.000 euro non ce li ho, non so proprio dove mettere mano», confessa con una sincerità che fa tenerezza. Rocco gli offre un prestito «al tasso del 75% giornaliero», e Roberto, pur essendo «alla frutta», si rende disponibile con la stessa generosità impotente. Sandrino, per esorcizzare l’angoscia economica, si butta sui Gratta e Vinci. Pensa di aver vinto 500 euro, poi scopre di aver grattato male. Non demorde: investe 1 euro dei 7 vinti con una scommessa sportiva in una giocata al SuperEnalotto. Rocco e Roberto gli dicono che è una cazzata cosmica. Rocco, da psicologo, gli spiega che quello che gli è capitato «è proprio quello che attiva la dipendenza dal gioco d’azzardo». Sandrino non si arrende: «vi dimostrerò, carissimi amici».

Roberto scopre che il ragazzo che gli sta facendo i lavori in casa è il cugino della proprietaria del Bargello, e decide saggiamente di non dirgli che «il Bargello fa degli aperitivi che fanno cagare» almeno fino a fine cantiere.

Sempre Roberto racconta con gioia infantile la scoperta che Amazon sta testando il pagamento a rate senza interessi. Non è tra i fortunati selezionati per il test, ma questo non gli impedisce di andare in estasi. Una scheda video da 600 euro? Diventano 125 al mese in 5 rate. Un portatile da 500 euro? 100 al mese. Un telefono da 400 euro? 63 e 90. «Si apre un mondo», ripete come un mantra, «un mondo del mondo del mondo». È il suo personalissimo sogno americano, e non importa che i prodotti selezionati probabilmente non includeranno mai componentistica PC.

Roberto decide di iscriversi in palestra a Diamante. L’annuncio ha la solennità di una dichiarazione di guerra: «siete… cioè avete compreso bene quello che vi ho appena raccontato?» Andrà con due colleghi, Davide e Mattia, tre volte a settimana, un’oretta dopo il lavoro. Lo fa per scaricarsi il cervello, come ai tempi dello spinning con Sandrino da Felice. Fino all’ultimo tenta di tirarsi indietro: «finché domani sera non mi fermo per pagare la quota mensile, non ci credo che ci sto andando». Luisa lo sprona, i colleghi lo trascinano, e il fatto di essere «tre pippacce» lo consola: almeno possono sfottarsi a vicenda.

Roberto, generoso come sempre, pubblicizza la Dacia Duster di Sandrino a un collega neo-papà che cerca un’auto familiare. «Io ho praticamente un mio carissimo amico che ha sempre avuto belle macchine sportiveggianti, viene da un’Audi A3 e poi una BMW Serie 1, e improvvisamente si è comprato una Dacia Duster e dice che è il migliore affare della sua vita.» Il collega Davide resta colpitissimo.

Verso fine mese, Roberto mette il piede in una pozzanghera melmosa appena sceso dalla macchina a Cetraro. «Se credete nei segni del destino, dovrei capire che oggi sarà una gran giornata di cacca», commenta con la rassegnazione di chi ormai non si stupisce più di nulla.

E poi c’è Rocco, che attraversa il mese come un funambolo sopra un abisso. Ogni tanto si concede battute sulle auto e sui videogiochi, ma poi lascia cadere frasi che pesano come macigni. «Non provo entusiasmo quasi per niente», dice un giorno. «Devo recuperare un progetto di vita.» Si sente “useless”, parola che usa con la precisione di chi l’ha soppesata a lungo. La sera si annoia, la solitudine si sente, «sarà la pioggia, sarà buono». Poi, una notte, Margherita torna. In sogno. Torna a casa con i capelli lunghetti, dicendo «basta, fine, sono tornata», e parlano, si dicono tante cose. Il sogno è così vivido che quando Leo gli si appoggia sulla spalla nel letto, per un secondo — un secondo che vale un’eternità — Rocco è convinto che sia lei. Poi si sveglia. «Cinque secondi dopo un po’ brutti», ammette, con una di quelle litoti che dicono più di mille parole. Racconta che ogni sera, prima di chiudere gli occhi, le dice: «se mi vuoi venire a trovare in sogno, sarebbe veramente un bel regalo.» Quella notte, il regalo è arrivato.

Sandrino gli risponde con le parole giuste, quelle che non consolano ma accompagnano: il tempo non è passato abbastanza, troppo è stato fatto dopo una tragedia del genere, guarda il bicchiere mezzo pieno, guarda quello che hai costruito. «Non sarà una felicità piena al cento per cento, ma è comunque un grosso passo avanti rispetto a qualche mese fa.» Roberto arriva dopo — arriva sempre dopo, come dice lui stesso — e trova che Sandrino ha già detto tutto. Ma aggiunge qualcosa di suo, con quella filosofia spicciola che è il suo marchio di fabbrica: «a che serve? È la vita. La vita a che serve? Niente, serve perché tu vivi e respiri e quindi fai.» Poi smonta il tono dicendo che nel frattempo sta guardando uno che prova a parcheggiare in un posto impossibile facendo venti manovre. Così, per smorzare un po’.