Maggio 2020: tamponi, cipolle e terre di Runeterra

Roberto si sveglia alle 8:02 e il mondo è già in ritardo. La sveglia, probabilmente, ha suonato nel vuoto — lui dormiva il sonno di chi ha passato la notte incollato allo schermo fino alle 3:15 del mattino. Si lava, fa colazione, si veste — e forse non in quest’ordine, ammette lui stesso — e si scapicolla verso il lavoro con la grazia di un cerbiatto su una lastra di ghiaccio. Il motivo di tanta veglia notturna ha un nome che pronuncia con la riverenza di chi ha trovato una nuova religione: Legends of Runeterra.

Il gioco di carte digitale della Riot Games è entrato nella vita del Custode come un virus, e lui non ha alcuna intenzione di sviluppare anticorpi. Due ore la prima sera, e già parla di meccaniche, forzieri, ricompense da sbloccare. «Era da Hearthstone che non mi prendeva così tanto», confessa con la voce di chi si è appena reinnamorato. La differenza fondamentale con il vecchio amore, spiega con la precisione di un analista finanziario prestato al gaming, è che in Runeterra non esiste l’aleatorietà degli acquisti: niente pacchetti random, niente preghiere al dio delle loot box. Vuoi una carta specifica? Vai nel negozio e te la compri. Punto. «E questo per me è importantissimo», dice, e la sua voce trema di commozione sincera, come se stesse parlando di diritti civili e non di carte virtuali.

Alessandro, dal canto suo, difende Hearthstone con la lealtà di chi ha investito 80 euro a espansione per anni e non intende ammettere che forse esisteva un’alternativa. «Io non mi staccherò mai da sto gioco», proclama, e invita Roberto a giocare mezz’ora al giorno con lui. Il tono è quello del predicatore che cerca di salvare un’anima già perduta in terre lontane. Roberto ascolta, annuisce, ma ormai il suo cuore batte per Runeterra, e nessun discorso sulla Blizzard potrà riportarlo indietro.

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In un momento di quiete tra una partita e l’altra, Roberto abbassa la voce e confida qualcosa che non ha nulla a che fare con le carte. Lui e Luisa desiderano dare un fratellino o una sorellina a Caterina. «Non è che stiamo andando con l’idea meccanica», precisa, ma ammette che in quei giorni «ci siamo impegnati un po’ di più del solito». Tiene i piedi per terra, sa che non è facile, ma nella voce c’è quella luce tenue e ostinata di chi spera senza volerlo ammettere troppo.

Alessandro reagisce con la delicatezza di un amico che capisce. Anche a lui e Veronica piacerebbe un secondo figlio, ma confessa di sentirsi «devastato cerebralmente» al solo pensiero. Poi, con quel suo modo di trasformare qualsiasi argomento in commedia, racconta che Veronica gli ha proposto scherzosamente di fare il figlio con Rocco, «così almeno viene pure con gli occhi azzurri». Risate, battute, il solito modo in cui tre amici trasformano anche i desideri più intimi in qualcosa di condiviso.

Qualche settimana dopo, Roberto aggiorna il gruppo con voce un po’ spenta. Il ciclo è arrivato, i test di gravidanza comprati in quantità industriale restano inutilizzati. «Non viene, Sandri, non viene», dice, e si sente il peso di un’attesa che si rinnova. Ma la delusione dura il tempo di un respiro: «Ritenteremo», conclude, e Alessandro gli risponde con un proverbio che diventa istantaneamente leggendario nel loro vocabolario condiviso: «Dagli e dagli, le cipolle diventano agli». Roberto lo trova fantastico, e per giorni si salutano come «amici delle cipolle».

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Sul fronte tecnologico, i tre si lanciano in una guerra di benchmark che ha l’intensità emotiva di una disputa territoriale. Alessandro ha il suo nuovo Ryzen 3400G e Roberto la sua fidata scheda video RX 470 — e il confronto deve avvenire. Il banco di prova è il Superposition Benchmark, e quando i risultati arrivano, Roberto resta deluso: la Vega 11 integrata nel processore di Alessandro non si avvicina nemmeno lontanamente alla sua 470. «Speravo in prestazioni, non dico mirabolanti, ma che ci si avvicinasse», lamenta con l’aria di chi ha scoperto che il ristorante stellato serve surgelati. Roberto, dal canto suo, minimizza con eleganza: «Io te l’avevo detto che la mia GPU era più performante, mi interessava il lato CPU». La discussione si sposta sul Cinebench, il vero campo di battaglia per i processori, dove il Ryzen a 4 core promette di «fare i sorci verdi» al povero i3 dual core di Roberto.

E proprio in quei giorni, come a voler infierire sulla situazione, AMD lancia i nuovi Ryzen 3100 e 3300X: processori da 130 euro che al Cinebench fanno 2.400 punti, surclassando i top di gamma della generazione precedente. Roberto li descrive con l’entusiasmo di un commentatore sportivo durante una finale: «Con 130 euro ti fai un processore che batte il 2600X!». Poi sospira: «Se avessi i soldi lo comprerei subito». È il ritornello del mese, una sinfonia di desideri frustrati dalla realtà economica.

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Perché il vero spettro che aleggia su maggio 2020 non è il coronavirus — o almeno, non direttamente — ma la cassa integrazione. Roberto lo annuncia una mattina con la leggerezza forzata di chi ha imparato a scherzare sul dolore: il mese scorso ha preso uno stipendio ridotto, questo mese prenderà esattamente zero. L’azienda li manda al lavoro, ma ufficialmente sono in cassa integrazione. «Se qualcuno ci sta intercettando, sappiate che io non lo faccio per frodare lo Stato, lo faccio per portare da mangiare a mia moglie e mia figlia», dice rivolgendosi a un pubblico immaginario con la dignità di chi non ha nulla da nascondere. Alessandro ascolta e si rende conto, non per la prima volta, di quanto sia fortunato con il suo lavoro.

Nonostante questo, Roberto non smette di sognare. Un aspirapolvere Xiaomi a 200 euro in 5 rate? Ci penserebbe. Una RTX 2060 a 70 euro al mese? Gli viene «lo schiribizzo» — un termine tutto suo per indicare quel prurito irresistibile dell’acquisto — ma si trattiene. Un iPad a 389 euro rateizzabile in 5 rate da 77 euro? «Ve lo giuro, se non fossi in questa fase di mestizia economica acuta, avrei acquistato a occhi chiusi». Il suo rapporto con il denaro che non ha è una storia d’amore tormentata: lui cataloga offerte, calcola rate, immagina combinazioni finanziarie con la creatività di un ingegnere aerospaziale, per poi concludere ogni volta con un sospiro e un «non me lo posso permettere».

Il tablet, in realtà, gli servirebbe per una ragione precisa e nobile: smettere di disintegrarsi gli occhi giocando a Runeterra sullo schermo da 5,5 pollici del cellulare, seduto sulla tazza del cesso ogni mattina e ogni sera. Ha già un tablet Asus, ma il processore Intel lo rende incompatibile. Alessandro taglia corto con la saggezza dell’evangelista Apple: «L’unico tablet che uno si deve comprare è l’iPad. Lo compri e te lo scordi là, non ne devi comprare altri». Facile a dirsi quando non sei a zero euro di stipendio.

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Intanto Runeterra continua la sua conquista silenziosa delle ore di Roberto. A metà mese il gioco compie il colpo di genio: l’intelligenza artificiale del single player, che inizialmente lo faceva vincere con facilità sospetta, alza progressivamente l’asticella. Le prime sconfitte arrivano come uno schiaffo gentile, e nel giro di pochi giorni «è grasso che cola se vinco una partita ogni due o tre». Roberto analizza il meccanismo con la passione di un ricercatore: il computer genera mazzi randomici calibrati sul livello di vittoria del giocatore, e ogni partita è un’esperienza diversa. «Non c’è una volta una che mi fa giocare con un mazzo già visto», esclama, e la sua ammirazione per l’algoritmo è genuina e commovente.

Ma il vero momento epico arriva una mattina, sulla tazza del cesso, ovviamente. Dopo un aggiornamento alla versione 1.1, Roberto lancia una partita e nota che l’avversario ci mette un’eternità a fare le mosse. «Madonna come ha rallentato tutto», pensa, maledicendo l’aggiornamento. Vince 20 a 0 e solo alla fine scopre la verità: rincoglionito dal sonno, invece di lanciare una partita contro il computer, ha lanciato la sua prima partita contro un giocatore umano. «Oh, ecco perché ci pensava tre ore il computer! Non era il computer, era l’avversario umano!». La vittoria per 20 a 0 contro un essere umano in carne e ossa lo riempie di una gioia così pura che decide istantaneamente: «Basta, non ci giocherò più online, giocherò sempre contro il computer!». Naturalmente non mantiene la promessa.

A fine mese, dopo un mese intero di gioco quotidiano — un record personale che lui stesso fatica a credere — Roberto è diventato un enciclopedista di Runeterra. Snocciola punti esperienza, spiega il sistema dei jolly colorati per l’acquisto delle carte, descrive le spedizioni con la meticolosità di un manuale tecnico, e conclude ogni monologo con un «fine, non vi rompo più le palle» che precede puntualmente il messaggio successivo. Alessandro, l’amico buono, lo incoraggia: «È bello veramente sentire quando ti esalti per le cose». Rocco, pragmatico come sempre, ammette che il gioco gli piace ma con i bambini non riesce nemmeno a mettere in pausa.

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Poi c’è il giorno in cui il mondo si ferma.

Caterina, la figlia di Roberto, ha un eritema strano da qualche giorno. Bolle sulle mani, polsi gonfi, quelle che sembrano geloni sulle punte delle dita. Luisa fa le foto e le manda alla pediatra, come sempre. La risposta arriva un minuto dopo, e il tono è quello che nessun genitore vuole sentire: «Si sieda un attimo, signora». Quelli, dice la pediatra, sono i tipici segni della vasculite da Covid-19 nei bambini. La bambina ha probabilmente preso il virus, e va attivato il protocollo d’emergenza: quarantena, tampone, e soprattutto preoccupazione non per Caterina — nei bambini il Covid è quasi innocuo — ma per Luisa, che è immunodepressa per la mastocitosi, e per la suocera, che ha avuto due polmoniti consecutive.

Luisa chiama Roberto al lavoro alle 14:15. Un collega lo avvisa: «Robè, te stasquilla il telefono, c’è scritto Luisa». Lui risponde e sente la voce tremula della moglie: «Allontanati un attimo». «Vi giuro, mi è balenato di tutto nel cervello», racconterà poi agli amici, e la voce gli si incrina nel ricordo. Va dal capo, Marco, che lo manda a casa all’istante: «Molla tutto, vai a casa, stai vicino alla tua famiglia. E mi raccomando, vai piano, non t’ammazzare che poi è peggio».

Seguono giorni di angoscia e burocrazia kafkiana. La dottoressa dell’ASL li informa che fino a domenica non ci sono tamponi disponibili. Non uno. In tutta la provincia di Cosenza. Poi, miracolosamente, «si è liberato un tampone» — un’espressione che Roberto ripete con lo stesso sgomento con cui si parlerebbe di un biglietto della lotteria trovato per strada. Arrivano due medici del 118, vestiti con jeans e maglietta, senza guanti, senza documentazione, senza nemmeno presentarsi. Fanno il tampone a Caterina che urla come se non ci fosse un domani, prendono i dati anagrafici, e se ne vanno portando il campione direttamente a Cosenza. «Non abbiamo alcuna prova, testimonianza che tutto ciò sia successo», dice Roberto, «a parte la nostra testimonianza oculare». Domenica sera, alle 19:00, arriva la chiamata della dottoressa: il tampone è negativo. Caterina sta bene. Tutti stanno bene. Il lunedì Roberto torna al lavoro.

Alessandro commenta con l’unico modo possibile: «Una puntata di Dottor House condensata in 15 minuti di messaggi vocali». E poi aggiunge, con quella sua capacità di trovare l’assurdo nel tragico: «La cosa buffa è che per Caterina hanno usato l’unico tampone disponibile in Calabria nella settimana».

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In mezzo a tutto questo, Roberto decide anche di rivoluzionare le proprie abitudini alimentari. Niente più bar, niente più doppi cappuccini e doppi cornetti mattina e sera. Solo fette biscottate con Nutella e caffellatte a casa, «come i bambini», ammette senza vergogna. La quarantena lo ha costretto, ma lui ha deciso di vedere quanto resiste. «Per uno come me, se mi conoscete anche solo un pochino, capite che troncare di netto una simile abitudine è una cosa notevole», si auto-elogia con una fierezza che commuove. «Olè, me lo sono detto».

E quando Alessandro racconta di essere passato al tè verde al bar — abbandonando il caffè perché gli cadevano i capelli — Roberto reagisce come se l’amico avesse tradito la patria. «Sandri, ma il tè verde? Come le femmine! Se mi avessi detto che ti prendevi un cornetto vegano, forse ci sarei rimasto meno male». Il tè verde costa 2 euro e 50 al bar Kairos, 1 euro e 50 da Zi Checco, e 1 euro al Bahama Bar — e Alessandro, con la precisione del consumatore consapevole, sceglie naturalmente quest’ultimo. Tra l’altro, da Kairos «ci stanno madre e figlia che sono molto appetibili», ma non abbastanza da giustificare il sovrapprezzo.

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Alessandro, nel frattempo, vive la sua vita parallela fatta di ristrutturazioni e debiti. La casa nuova sta venendo bene — il pittore lavora, i bagni si montano, la cucina arriva la settimana dopo — ma i lavori costano 70.000 euro, trentamila sopra il budget previsto. Ha chiesto altri soldi alla madre, «che è stata felice di darmeli ma non felicissima», ha chiesto un prestito alla finanziaria oltre al mutuo che già paga, e arriva a fine mese «paro paro». La salvezza sono i rimborsi IRPEF: 1.500 euro quest’anno, 4-5.000 l’anno prossimo. Intanto lavora mattina e sera per il suo nuovo incarico a TIM Games, e quando non lavora va a testare i bar della zona per la colazione.

Sul fronte immobiliare, è Rocco a muoversi. Va a vedere una casa con giardino, rustico, soffitti in legno, cucina in muratura, vasca jacuzzi — una di quelle case strane che piacciono ai romantici dell’architettura rurale. I materiali sono di prima scelta, il porfido e il tufo si sposano con i coppi antichi, e lui la descrive con l’entusiasmo di un agente immobiliare poeta. Ma Alessandro, che lo conosce bene, gli sconsiglia l’acquisto: «Non ti ci vedo, Rocco. Io ti vedo più su un bel super attico, monopiano, senza scale». Rocco annuisce, ma continua a guardare case — un’altra dello zio di un conoscente, due appartamenti con giardinetto — perché cercare una casa è anche un modo per cercare una direzione.

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Rocco porta dentro di sé un dolore che non si estingue. Il 20 maggio è un anno esatto dal ricovero di Margherita, e da qui in poi inizia una serie di ricorrenze che gli scavano dentro. «Un anno dall’ultimo giorno che è stata a casa», sussurra, e poi elenca: un anno dall’altra parte, poi il compleanno di lei, poi il suo. «È difficile», dice semplicemente, e in quella parola c’è tutto quello che non riesce a dire. Poi si corregge, perché Rocco è fatto così: «Però non è neanche giusto lamentarsi. C’ho tanto e faccio tanto, e sono fortunato anche in tante cose».

Alessandro interviene con un gesto di rara delicatezza. Il 20 maggio è anche il suo anniversario di matrimonio con Veronica, e Rocco gli ha fatto da testimone. «Prova a ricordarla come la data in cui siete venuti tutti al mio matrimonio», gli dice. «Pensa come siamo stati bene insieme, come ci siamo divertiti». Roberto, che si era dimenticato dell’anniversario — «sono una bestia», ammette — aggiunge il suo strato di calore: il 20 maggio è stato anche il primo viaggio in assoluto con Caterina neonata, lontano da nonni e genitori. «Il ricordo è stupendo», dice, e si sente che sta offrendo i suoi ricordi felici come un dono. Rocco accoglie tutto con gratitudine: «Cambia tanto poter unire un giorno così difficile a un giorno che è stato così bello». E poi, con la sensibilità di chi nota i dettagli, aggiunge: «Ancora conservo la custodia del regalo che mi facesti come testimone. Non solo i regali, ma anche la carta».

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In un momento di pura magia quotidiana, Roberto racconta che la piccola Caterina, frugando nella vecchia cameretta della nonna dove sono accumulati i ricordi di una vita, ha trovato il Kindle che lui cercava da mesi. Quello regalato da Rocco e Margherita per il matrimonio, disperso in traslochi su traslochi. «Nonna, ma c’è il tablet di papà!», ha gridato la bambina scambiandolo per un tablet, e gliel’ha portato a casa tutta orgogliosa. Roberto si commuove nel raccontarlo, e la sincronicità lo colpisce: proprio il giorno prima si parlava di regali di matrimonio e di testimoni. «Mi si è aperto il cuore», dice, e per una volta non c’è ironia.

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Verso la fine del mese, il custode rompe il suo voto di sobrietà gastronomica. Una mattina, senza il collega da scorrazzare, accetta l’invito a fare colazione alla pasticceria Delice di Diamante. Il cornetto al pistacchio è buono, «niente di trascendentale», ma il cappuccino — ah, il cappuccino — è «il più buono che abbia mai bevuto in vita mia, un capolavoro». Lo dice alla barista con quella schiettezza tutta sua: «Ma ti è venuto a culo o lo fai sempre così?». Lei sorride: «Lo faccio sempre così». Roberto è già innamorato del posto, nonostante il cartello di un franchising gestito, a suo dire, «dalla Camorra e dall’Andrangheta». Dettagli.

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Alessandro, intanto, svela finalmente i dettagli del suo nuovo lavoro a TIM Games. È un servizio di streaming videoludico basato sulla piattaforma Gameloft — «cari amici, è un servizio di merda», dice con la brutalità di chi non ha tempo per i giri di parole. La piattaforma va a 720p massimo, ha giochi mediocri e costa 7 euro al mese. Uno zombie, lo definisce. Ma lui ha un piano: eliminare l’abbonamento da 7 euro, introdurre il noleggio a ore dei videogiochi — «una cosa che ancora non fa nessuno» — e integrare Twitch sul decoder TIM Vision per cavalcare la tendenza dello spectator mode. «Il videogiocatore si sta trasformando in spettatore», teorizza, e cita il concerto su Fortnite come prova. Il piano è ambizioso, e deve convincere la sua capa, il capo della sua capa, il capo del capo della sua capa, e infine l’amministratore delegato di Telecom.

Roberto ascolta con la devozione del fan che finalmente vede il suo amico nel ruolo giusto. «Il futuro è quello, lo diciamo da parecchio», lo incoraggia, e poi demolisce Stadia, il servizio di Google che a suo dire «è in una bara». I tre si lanciano in un’analisi comparativa dei servizi di streaming — Google Stadia, GeForce Now di NVIDIA, Xbox Game Pass di Microsoft — con la competenza di analisti di settore e la passione di ragazzini che discutono della console migliore. Alessandro, forte della sua esperienza professionale, conferma: tra i tre non si farebbe mai Google. Roberto concorda, e aggiunge che persino PlayStation Now sta guadagnando terreno. La discussione si chiude con la notizia che Valve sta lanciando il suo servizio di streaming su Steam, e Roberto la segnala ad Alessandro con il fiuto di chi sa che ogni informazione può tornare utile al progetto dell’amico.