Settembre 2016 si apre con quella forma di ansia molto specifica che precede gli esami importanti, solo che qui non si parla di un’interrogazione o di una visita di routine: si parla dell’amniocentesi, cioè di uno di quei momenti in cui anche chi normalmente si atteggia a uomo pratico e razionale comincia a guardare il soffitto con sospetto, come se potesse arrivare una risposta da lì. Roberto racconta che lui e Luisa hanno fatto l’ecografia e che, per il momento, l’intruso o l’intrusa stanno bene. Lo chiama così, con quell’ironia difensiva da futuro padre che prova a fare il duro ma intanto ha già il cervello in subbuglio. L’esame è fissato per il 14 settembre a Catanzaro, perché quando in ballo c’è una gravidanza delicata non ci si affida al primo luminare da corridoio, ma a quel medico che anni prima aveva già compiuto il miracolo di operare Luisa in laparoscopia, quando tutti gli altri proponevano con grande entusiasmo di aprirla come un bagaglio a mano sospetto in aeroporto.
Rocco, da buon amico, fa la domanda più semplice e più sensata del mondo: ma davvero non esiste un ospedale più vicino? Roberto spiega che no, quando trovi uno bravo davvero, uno che non si limita a dire “signora mia, bisogna tagliare”, ma invece si mette lì e risolve, poi te lo tieni stretto come si fa con i meccanici onesti e gli idraulici che non spariscono dopo il sopralluogo. Quindi si va a Catanzaro e basta, con tutta l’ansia del caso.
Quando finalmente arriva il giorno dell’esame, Roberto aggiorna gli amici con quel tono alleggerito che si usa per non crollare: è andato tutto bene, hanno rivisto quella creatura che lui ribattezza subito ciccio pasticcio o ciccia pasticcia, a seconda dell’ipotesi anatomica del momento, e che pesa già centocinquanta grammi. Centocinquanta grammi di speranza, di paura, di futuro e di immaginazione compressa dentro un’ecografia. Per adesso, racconta, sembrerebbe una femminuccia. Ma il vero capolavoro della giornata lo regala Luisa, che davanti al medico se ne esce con una frase perfetta: visto che ha preso dal padre, potrebbe pure essere maschietto. Roberto incassa lo smerdamento pubblico con la dignità che può avere un uomo appena colpito a bruciapelo mentre osserva il proprio possibile erede in definizione standard.
Poi però succede una cosa che lo spiazza davvero. Per la prima volta gli fanno sentire il battito del cuoricino. E lì salta tutto il castello della finta asetticità maschile. Roberto, che fino a quel momento si era raccontato come uno pratico, uno controllato, uno non particolarmente incline alle smancerie emotive, si ritrova improvvisamente in balia di un rumore. Un suono minuscolo, ritmico, quasi assurdo nella sua semplicità, che però gli manda il cervello in pappa nel giro di tre secondi. Lo racconta con una sincerità disarmante: quel battito gli è sembrato la cosa più bella del mondo. E perfino mentre ne parla si emoziona. È uno di quei momenti in cui capisce, forse con un leggero terrore, che il processo è iniziato davvero e che da lì in poi il cinismo avrà vita dura.
Naturalmente, siccome la serenità nella vita di questo gruppo dura quanto una promozione MediaWorld, dopo la parentesi dolce arriva subito la doccia fredda. Il fish test non va a buon fine. Il campione prelevato è troppo ridotto e quindi niente risposta rapida: bisogna aspettare i test in coltura, cioè circa venti giorni di ulteriore tensione. Roberto trova Luisa in lacrime, convinta che le stiano nascondendo qualcosa. E lui, che fino a quel momento aveva fatto il sostenuto, comincia a preoccuparsi davvero anche lui. Però prova a restare lucido: se ci fosse stato un problema evidente, dice, gliel’avrebbero detto. È il classico tentativo umano di costruirsi una razionalità d’emergenza mentre dentro si è già aperto il cantiere dell’angoscia.
Nel frattempo, come sempre, la realtà si incarica di riequilibrare il pathos con l’imbecillità pura. E qui entra in scena M….o, collega di Roberto e creatura apparentemente uscita da un laboratorio clandestino dove si allevano adulti col cervello opzionale. Una mattina se ne esce con una riflessione che, già in partenza, meriterebbe un TSO preventivo: si rende conto che con il suo gatto non ha ancora mai giocato col laser. Già questa frase, da sola, produce in Roberto una pausa di silenzio carica di tutto il disprezzo possibile. Ma il peggio deve ancora arrivare.
M….o, animato da un entusiasmo che sarebbe commovente se non fosse pericoloso, va dai cinesi, compra un puntatore laser da otto euro e torna a casa convinto di avere finalmente elevato il rapporto col gatto a un nuovo livello. Il problema è che il gatto, a differenza di molti esseri umani, conserva una certa dignità e non ha alcuna intenzione di collaborare. A quel punto una persona normale avrebbe riposto il laser e sarebbe andata avanti con la propria esistenza. M….o no. M….o si mette sul balcone e inizia a puntare il fascio rosso sui palazzi vicini, evidentemente deciso a usare la tecnologia per il male.
Non pago, chiama persino la zia per avvisarla di guardare verso la finestra: vedi quel puntino? Sono io. Una frase che, detta così, ha il tono di un messaggio cifrato tra cecchini, ma che in realtà nasce dall’euforia infantile di un uomo adulto che ha appena scoperto il laser come se fosse il fuoco. Roberto racconta la scena sconvolto, ricordando agli amici il dettaglio più importante: questo individuo non è un passante qualunque, non è un vicino strano, non è un cugino da tenere lontano ai pranzi di Natale. È un suo superiore. E in quel momento capisce che il concetto di carriera, nell’Italia contemporanea, meriterebbe un convegno a parte.
Come se non bastasse, in quei giorni Sandrino decide di affrontare un tema che gli sta particolarmente a cuore: il drammatico rifiuto di Rocco di definire una cosa per quello che è. Dopo l’ennesima visione discutibile, in questo caso Independence Day 2, sbotta. Gli dice chiaramente che non è possibile continuare con questa neutralità diplomatica, con questo eterno galleggiamento morale per cui tutto è “carino”, “guardabile”, “non male”. No. A volte una cosa è una merda, e bisogna avere il coraggio civile di dirlo. Anzi, secondo Sandrino è pure terapeutico: ti sfoghi, ti alleggerisci, rimetti ordine nel mondo. C’è chi va in terapia, e chi invece dovrebbe semplicemente imparare a insultare con più precisione.
Rocco, da uomo riflessivo e tendenzialmente bonista, incassa il colpo e risponde qualche giorno dopo con un messaggio che sembra quasi una dichiarazione programmatica. Ammette di essere troppo incline a voler bene a tutti, o quantomeno a non investire abbastanza energia nell’odiare qualcuno con metodo. Dice che i suoi giudizi sono inaffidabili proprio perché spesso, nel profondo, non gliene frega davvero un cazzo di nessuno. Ma poi, per dimostrare di aver recepito la lezione, sgancia quella che lui stesso definisce una bomba: No Man’s Sky è una merda totale. E in quel momento, probabilmente, da qualche parte Sandrino avverte una vibrazione nel cuore, come un padre che sente il primo vagito del figlio. Rocco ce l’ha fatta. Il percorso di emancipazione critica è iniziato.
Nel frattempo Sandrino si trova alle prese con un’altra forma di degradazione umana, più internazionale e più digitale: la classica truffa online dalla Costa d’Avorio. Ha messo in vendita il drone e viene contattato da una tale Jacqueline Pelletier, nome francesissimo e quindi perfetto per sembrare rispettabile mentre ti alleggerisce il conto. La signora si dice interessatissima, desiderosa di concludere tramite bonifico, e già qui Sandrino avverte quell’odore preciso di fregatura che si sente quando uno sconosciuto è troppo educato su internet.
Spiega subito agli altri il meccanismo, che evidentemente conosce bene: prima chiedono l’IBAN, poi arriva qualche storia confusa su bonifici bloccati, pratiche da sbloccare, piccole somme anticipate per liberare il pagamento, e alla fine quello che parte è solo il tuo cervello, insieme a cento o trecento euro. Però invece di limitarsi a ignorarla, Sandrino decide di trasformare la faccenda in un esperimento sociale a bassa moralità: manderà dati falsi, fingerà di stare al gioco e la farà perdere tempo. Se lei vuole truffare, benissimo, ma dovrà almeno lavorare duro per non ottenere nulla.
Roberto approva con entusiasmo vendicativo. D’altronde lui ha un precedente personale: per una Xbox ha perso trecento euro, e dalla polizia postale, racconta, ha ricevuto più prese per il culo che assistenza concreta. Ne parla con un rancore così puro da sembrare quasi conservato sottovuoto. In quei momenti emerge il suo lato più lirico: la maledizione selettiva rivolta a intere categorie professionali che, a suo dire, esistono solo per occupare sedie e respirare aria condizionata.
Poi, come se settembre non fosse già abbastanza generoso, Roberto annuncia un ritorno trionfale a Velletri. E non da solo: viene su anche Luisa. Il tono è quello delle grandi occasioni, del ricongiungimento, della serata tutti insieme, delle pizze, delle battute dal vivo e non solo vocali. Peccato che la vita, che conosce bene il tempismo comico, decida di intervenire il giovedì mattina con un carroattrezzi.
Roberto manda il messaggio che nessuno vorrebbe mai scrivere e tutti, in fondo, sperano segretamente di ricevere dagli amici perché è materiale narrativo di prima qualità: sono sul carroattrezzi, mannaggia. La macchina è stata caricata sopra in una posizione talmente inclinata che lui e Luisa si sentivano come su un’attrazione da luna park, solo con meno sicurezza e più bestemmie trattenute. Le ipotesi tecniche si sprecano: FAP, valvola EGR, sigle che ogni automobilista conosce come conosce i nomi dei demoni maggiori. Ma il punto non è neppure capire subito cosa si sia rotto. Il punto è sopravvivere psicologicamente alla scena e riderci su, perché l’alternativa sarebbe mettersi a urlare fino a modificare la geografia del Lazio.
Eppure, nonostante il carroattrezzi, il mese riesce comunque a chiudersi con una nota quasi tenera. Roberto racconta la cena insieme della sera prima, il piacere semplice di ritrovarsi, le pizze Michelone giudicate fantastiche, la cipolla riscoperta come se fosse un’esperienza mistica dopo anni di astinenza. E in quella frase finale, quel “tanto ci vediamo stasera”, c’è tutta la forza di questo gruppo: anche quando ci sono esami da aspettare, risultati che non arrivano, colleghi deficienti, truffatori ivoriani e macchine che muoiono nei momenti peggiori, alla fine il baricentro resta sempre lì. Vedersi, raccontarsela, insultarsi con affetto, mangiare qualcosa e continuare a trasformare ogni rottura di coglioni in una storia degna di essere tramandata.