Giugno 2019: provette scambiate, mattoncini e Stadia

Giugno si apre con un evento raro come un’eclissi solare: i 3 amici sono nella stessa città. Roberto è a Velletri, risalito dalla Calabria, e la prima giornata insieme si consuma tra un aperitivo a Vini e Caffè — dove Rocco annuncia “ho voglia di prosecco e di abbracciarvi” — e una cena da Don Cesare per 4 adulti e 2 bambini. Sandrino, che evidentemente aspettava questo momento per sfogare la sua vocazione di dietologo non richiesto, approfitta della vicinanza fisica per lanciare una crociata alimentare contro Roberto. Il cappuccino viene definito una bevanda “da persone tra virgolette scomode”, le spinacine a pranzo suscitano un disgusto viscerale — “questa cosa non mi ha sconfifferato” — e la soluzione proposta è un regime spartano di insalate con tonno, panini con prosciutto e insalata di riso. “Tu c’hai 44 anni, basta co sti zuccheri, co sto calcio, co ste calorie,” sentenzia Sandrino con la sicurezza di chi confonde la dietologia con l’entusiasmo. Poi stabilisce un ultimatum: misurarsi di girovita a luglio per verificare i progressi. Roberto, il giorno dopo, registra un vocale con l’orgoglio di un reduce: “Ironic mode on. Ho appena fatto colazione con un caffè maschio, privo di latte e privo di zucchero. Ironic mode off.”

Ma la vera ossessione di giugno è fatta di mattoncini colorati. Rocco sta costruendo l’Antico Negozio dei Pescatori della LEGO — 2.740 pezzi, acquistato usato dall’Inghilterra a 170 euro con spedizione, un affare considerando che i “pazzi su internet” ne chiedono fino a 450 per il nuovo. Il problema è che il venditore, pur avendo diviso diligentemente i pezzi in bustine ermetiche, ha lasciato alcune parti premontate: tegole del tetto, pavimenti, minifigure. Roberto, ascoltando il racconto dalla Calabria, ha una reazione che lui stesso definisce “quasi un colpo apoplettico”: trovare pezzi già montati è per lui un’offesa metafisica, una violazione del patto sacro tra costruttore e mattoncino. “Ma se la parte più bella è capire come si incastrerà il tutto!” esclama con la passione di chi parla di diritti fondamentali dell’uomo. E poi giura: “Dopo quello che mi hai detto, non andrò mai sull’usato. Mai.” Sandrino, con il pragmatismo di chi ha cose più importanti a cui pensare, sintetizza: “Qua il problema non è il cervello. Qua il problema è che tu sei un pazzo psicopatico. Basta che gli dici al venditore: per favore smontami tutti i pezzi.” E poi aggiunge che dividere i LEGO in bustine numerate è come dividere un puzzle per colori — una bestemmia ludica. Roberto ribatte: “Ah ma allora è colpa di Rocco che non ha chiesto espressamente di farli smontare!” Rocco, unico vero costruttore tra i 3, taglia corto: le minifigure le ha smontate per Leo, che si diverte a montarle, e decide di svuotare tutte le bustine in un unico contenitore per rimontare tutto da zero, pezzo per pezzo. Ha già trovato il posto in sala, sopra la mensola del televisore, con l’autorizzazione di Margherita dall’ospedale. E progetta un kit di luci LED con effetto giallo crepuscolare, controllabile via Alexa: “Posso dire ‘Alexa, evoca il grande Cthulhu’ e quello si accende.” Poi ci ripensa: “Non so se posso dire ‘evoca’, devo dire ‘accendi’ per forza.” Un dettaglio che trascende il LEGO per entrare nel regno della domotica lovecraftiana. Intanto Roberto ricorda con fierezza che il primo LEGO della sua vita fu un regalo di Rocco: “La zattera dei pirati col polpo del grande Cthulhu.” E Rocco, nel frattempo, valuta un’inserzione su eBay: un tizio vende 25 kg di LEGO sfusi a 10 euro al chilo, 250 euro per una quantità “abnorme” con cui costruire qualsiasi cosa con Leo. Il LEGO, in questo periodo, non è solo un hobby: è terapia, un ordine controllabile in un mondo che non lo è.

E il mondo, per Rocco, è tutto fuorché controllabile. Margherita è nel pieno della fase post-trapianto, quella che i medici avevano descritto come la più difficile. La graft — la reazione del midollo di Giulio contro il corpo ospite — si manifesta con febbre che oscilla tra 38 e 38,5, mucosite, dolori ossei diffusi. Un giorno la tengono sotto morfina dall’alba al tramonto; il giorno dopo lei rifiuta: “Non la voglio, mi lascia rincoglionita tutto il giorno.” Rocco va a trovarla ogni pomeriggio, esce dall’ospedale la sera, e nel tragitto verso casa registra vocali che alternano aggiornamenti medici e riflessioni che gli escono come pensieri ad alta voce. Una mattina racconta che i neutrofili — le cellule “buone” del plasma — quando era entrata stavano a 1.000, poi con la chemio erano scesi a zero, e che per uscire devono arrivare a 100.000. “Salgono in maniera esponenziale,” spiega, “l’ultima volta sono passati da 250.000 a 500.000 in una sola notte.” E poi aggiunge un dettaglio che lo affascina: Giulio ha chiesto alla dottoressa “scusi, ma se a me succede qualcosa?”, e lei ha risposto che il midollo di Margherita è ormai il suo — può riprenderselo quando vuole, come un trapianto che ti fai da solo. Rocco parte in uno sprologio sulla genetica: “Gli X-Men stanno veramente, non dico dietro l’angolo, ma è una cosa fattibile.” Poi si ferma: “Vabbè, finito lo sprologio fantascientifico, mi sto andando a docciare.”

Ma gli sproloqui fantascientifici vengono interrotti dalla realtà. Un pomeriggio Rocco arriva all’ospedale e trova Margherita disfatta: un’infermiera le ha comunicato che i neutrofili sono saliti a 1.200 — un balzo miracoloso da zero in pochi giorni. Margherita ci ha creduto, ha pensato che Dio si fosse ricordato di lei, che fra 2 settimane sarebbe uscita. Poi si scopre che le provette sono state scambiate: quei valori non erano i suoi. I neutrofili sono ancora a zero. Non è una brutta notizia in sé — è la normalità del decorso — ma il contraccolpo emotivo è devastante. L’infermiera, mortificata, la coccola, si scusa, “si sentiva proprio un cane, poraccia.” Rocco passa ore a ricostruire la prospettiva: “Non ti hanno dato una brutta notizia. Ti hanno detto che la notizia fantastica era sbagliata. Stai normale come stavi ieri.” Roberto, dalla Calabria, riflette sulle scale di valori del cervello: “Improvvisamente quello che è la normalità pare una notizia negativa, perché ti hanno dato un attimo prima una notizia sbagliata dicendoti che andava tutto super bene.” E poi, con un’onestà che lo sorprende: “I miracoli succedono anche conseguendo la normalità.”

Pochi giorni dopo, un altro spavento, più serio. Margherita ha dolori forti alla schiena e alla spalla, non riesce a parlare, tiene gli occhi chiusi, respira e basta. Di notte le mettono l’ossigeno. La dottoressa chiede di parlare con Rocco e gli dice: “Voglio che lei si renda conto delle possibilità. Questi dolori potrebbero essere il midollo che ricresce, un infarto del miocardio, o un problema alle immunoglobuline.” E poi la frase che gli gela il sangue: “Se è un infarto del miocardio, non è detto che superi la notte.” Poi, dopo tutti i controlli — elettrocardiogramma, prelievi, tamponi, lastra al torace — la conclusione: non è infarto. Sono le ossa che fanno male perché il midollo sta ricrescendo, sta occupando spazi che erano vuoti da tempo. I globuli bianchi sono passati da 3 a 100. Una notizia buona travestita da incubo. Ma Rocco, quella notte, non dorme. E nei giorni successivi confessa agli amici: “Dalla settimana prossima ricomincerò ad andare dal mio analista, dal caro Bob, perché sento di aver bisogno anch’io di un aiuto.” E aggiunge, con la lucidità dello psicologo che riconosce i propri meccanismi: “Questa è proprio la strutturazione del disturbo d’ansia: nel momento in cui va tutto bene, cominci a preoccuparti, perché dici ‘se adesso penso che va tutto bene, poi prenderò la bastonata’.” Sente di essere arrabbiato, come Leonardo che ogni sera vuole litigare, che una notte si sveglia alle 2:00 dicendo “papà, ho paura a stare su.” E c’è un dettaglio che Rocco racconta con la voce di chi sa di toccare un terreno fragile: Lucia, la mamma di Margherita, è venuta in visita e la notte si è svegliata con dolore alla spalla — la stessa spalla che fa male a Margherita, nello stesso momento. Leonardo si è svegliato nello stesso istante. “Non so se queste cose servano a qualcosa,” dice Rocco, “però è carino pensare che siamo tutti connessi a qualche livello.”

Nel frattempo Rocco monta un tappeto elastico da 2 metri e mezzo nel giardino per i bambini — 150 euro su Amazon — più un’amaca da 2 persone a 80 euro. Poi, con l’incoscienza del padre che non fa sport da anni, ci salta sopra. Prova a rimbalzare col sedere e rimettersi in piedi: “Tutta la schiena e il collo mi si sono incriccati in un istante.” Un paio di salti più alti, un tentativo di fare lo sborone, e poi la resa: “Vabbè, saltiamo e basta.”

Nel mondo della tecnologia, intanto, esplode la bomba Google Stadia. La presentazione ufficiale promette gaming in streaming a 9,99 euro al mese — meno di Netflix — giocabile su qualsiasi dispositivo con Chrome, e i 3 amici si lanciano in un dibattito che dura giorni. Roberto è lo scettico: ha letto i test di Digital Foundry su Assassin’s Creed Odyssey in streaming e ha visto “blocchettoni” e artefatti video. Il suo argomento centrale, che declina in messaggi di complessità crescente, è che un flusso video di un film è prevedibile — “il processore sa che i prossimi 30 milioni di fotogrammi saranno quelli” — mentre in un videogioco ogni millisecondo dipende dall’input del giocatore. Poi ci tiene a precisare: “Non ho detto che scatta. Ho detto che la qualità video cala per mantenere i 60 frame al secondo.” Rocco controbatte con un’analogia che Sandrino definisce un colpo di grazia: “Se guardo uno su Twitch che gioca a Destiny 2 in 4K, il video a me non mi scatta. Perché? Perché è lui che elabora. Che differenza c’è tra una partita incasinatissima a Battlefield con 64 giocatori sullo schermo e un film? La traccia video è la stessa.” Sandrino gode apertamente: “Una persona laureata nella materia scientifica e umanistica ha dato in capo al tedioso Roberto tecnologo.” Ma poi rilancia con una teoria tutta sua sul vero collo di bottiglia: i provider. Telecom e Vodafone dovranno dare priorità ai dati di Stadia sulla CDN, e prevede che nel 2020 offriranno abbonamenti fibra con gaming incluso. E poi parte in una riflessione filosofica che rivendica come proprietà intellettuale: “Giochiamo sempre nel passato, perché quello che vedi sullo schermo è qualcosa che hai fatto 10 millisecondi prima. Col cloud saranno 20-30 millisecondi. Questa me la vendo io ed è mia, non ve la riprendete.” Roberto, dopo giorni di scambi in cui entrambe le parti sostanzialmente dicono la stessa cosa da angolazioni diverse, fa il test di velocità ufficiale — 90 Mbps — e conclude: sarà il primo a comprarlo, se funziona come promesso. Sandrino intanto consiglia a Roberto di vendere la sua RTX 2070: “Non varranno più una emerita ceppa tra un anno e mezzo massimo due.”

Il che apre il dibattito AMD contro NVIDIA, che procede in parallelo come un secondo binario. Sandrino sostiene che NVIDIA ristagna come Nokia e come sta ristagnando Apple. Roberto difende il Ray Tracing con la passione di chi ha avuto una rivelazione mistica: dopo aver visto Metro Exodus con l’RTX attivato, “qualunque altro gioco mi pare spento. È come quando uscirono le prime 3dfx e vedevi il primo Tomb Raider accelerato col bilinear filtering: dopo quello non potevi giocare più a nient’altra cosa.” Ci tiene però a non passare per fanboy talebano: “Ho aspettato fino all’ultimo che AMD se ne uscisse con una scheda competitiva. Speravo, imploravo, pregavo di saltare sul carro dei rossi.” L’annuncio all’E3 delle nuove Radeon 5700 senza supporto hardware RTX lo delude: “Mi ha fatto cadere le braccia.” Però riconosce il dominio totale di AMD sulle console — PS4, Xbox One, Xbox One X, Switch, la futura PS5, la futura Scarlett, e ora pure Google Stadia con CPU Ryzen 2 e GPU Vega 56. “Hanno piazzato il loro hardware praticamente ovunque. Incredibile.” Sandrino, del resto, è il primo ad ammettere che l’annuncio di Baldur’s Gate 3 da parte dei Larian Studios — quelli del venerato Divinity: Original Sin — lo entusiasma più di qualsiasi scheda grafica. L’unica preoccupazione: “Pare che ci siano gli Illithid che governano il mondo. Speriamo non mi sputtanino il mondo di Lovecraft.”

Il panorama videoludico si allarga. Sandrino ha finito Game of Thrones e il verdetto è un epitaffio: “Mi ha fatto cagare ancora di più di tutte le altre. Veramente non succede assolutamente nulla, e quando succede qualcosa ti incazzi perché succedono cose proprio a cazzo.” Poi ha riprovato No Man’s Sky — quello che Rocco gli aveva fatto comprare anni prima — ma dopo mezz’ora “mi sono rotto i coglioni e l’ho disinstallato di nuovo. Niente, non fa proprio breccia nel mio cuore, caro Rocco.” Rocco conferma che le ultime 2 stagioni del Trono hanno superato i libri di Martin e gli sceneggiatori hanno scritto un finale banalotto. Roberto, che deve ancora vedere la settima e l’ottava, fa un ragionamento deduttivo: “Se è il finale che le persone volevano, immagino che alla fine non muoia nessuno. Quando alla fine della terza stagione sgozzano tutti gli Stark al banchetto, quello è Martin. Se mi dite che il finale non è Martin, ho già capito.” Da consigliare: la serie Hanna su Amazon Prime, che Rocco sta divorando — 8 puntate di azione e spionaggio ambientata in Europa, “non come il Trono di Spade dove in 7 minuti a cavallo arrivano da una parte all’altra del regno.”

Sandrino, intanto, si infila in una polemica videoludica col Custode. Ha comprato Inside — il gioco degli stessi creatori di Limbo — a 7 euro su Steam, l’ha finito in 4 ore di treno, e lo ha trovato simpatico ma incomprensibile: “Non si capisce che cazzo è. La fine non ti spiega niente.” Soprattutto, non è riuscito a trovare le sfere segrete sparse nel gioco: ne ha spente 4 su 12-16, e ha dovuto leggere le soluzioni. Roberto, che lo aveva consigliato con recensione entusiasta, non riesce a contenersi: “Ma Sandrino, a me pare strano che le sfere di Inside siano così difficili. Io le ho trovate quasi tutte senza guida.” E poi, come se stesse svelando un segreto di stato: “Tu non mi hai mai visto giocare a questo genere di giochi. Ti ricordi come giocavo a Quake? Io su una schermata ci sto 5 minuti perché clicco ovunque.” Sandrino prende Metro Exodus e resta folgorato dalla grafica RTX: “Il gioco con la grafica migliore che ho visto quest’anno, senza dubbio.” Roberto, validato nelle sue teorie, parte in un’ode alla Global Illumination gestita dall’RTX che è quasi poesia tecnica, e annuncia che Cyberpunk 2077 e Vampire Bloodlines 2 la supporteranno nativamente. “Cambierà il giorno e la notte.”

E poi c’è il funerale del joypad. Roberto annuncia con la solennità di un necrologio che il suo controller Xbox One per PC, pagato 44 euro a ottobre, ha il tasto RB che non funziona più. Neanche 8 mesi di vita. Su internet scopre che è un difetto noto delle prime versioni. Si potrebbe riparare con una saldatura, “ma figurati se mi metto a saldare.” Intanto il vecchio joypad 360, comprato 6 anni prima, sopravvissuto a cadute, al passaggio di Caterina, e a migliaia di ore di gioco forsennato, funziona alla perfezione. Il dilemma hamletico — ricomprarne uno nuovo a 30 euro con lo sconto app Amazon? — occupa messaggi di una prolissità tale che Sandrino commenta: “Mi pare di ricordare che hai usato 4 messaggi per dircelo, e a un certo punto mi sono perso.”

Il 10 giugno Sandrino firma il rogito della nuova casa. La mattina esce presto mentre Veronica e Mila dormono, va a fare colazione, compra un gratta e vinci e vince 59 euro: “Sento che è una giornata fortunata.” L’obiettivo è trasferirsi per Natale, con i lavori di ristrutturazione pagati dal fondo pensione che arriverà in un paio di mesi — cantiere previsto per settembre-ottobre. Roberto, rendendosi conto in ritardo dell’evento, si flagella: “Mi ero completamente dimenticato che oggi fosse il 10 e che fosse la grande giornata del rogito.” Poi propone un brindisi digitale: “Mi faccio trovare in un bar e mi prendo un prosecco pure io.” E commenta i 59 euro del gratta e vinci con un’invidia che è già rassegnazione: “Considera che è più di una mia giornata di lavoro.”

Nello stesso periodo Roberto compra la prima bicicletta con le rotelle a Caterina — la famosa “bicicletta pink” che la bambina chiedeva da mesi. Ogni volta che vedeva un’altra bambina pedalare, ogni volta che le chiedevano cosa volesse, la risposta era una sola: “La bicicletta pink.” Avevano persino scritto una letterina anticipata a Babbo Natale. Ma l’acquisto si trasforma in un dramma meccanico: una volta a casa, Roberto scopre che le ruote sono sgonfie, l’impianto frenante anteriore è montato in modo che la ruota è perennemente bloccata, e inizia un calvario di chiavi inglesi, calibrazioni e imprecazioni interiori — “internamente ho tirato molte madonne rivolte a me stesso” — mentre Caterina lo guarda con gli occhi pieni di aspettativa e piange perché la bicicletta non funziona. Alla fine riesce a sistemarla, ma scopre che la bambina non ha ancora la forza di spingere sui pedali, e passa l’intera giornata piegato in due a spingerla. Caterina vuole salire dalla discesa e poi lasciarsi andare giù, e Roberto deve rincorrerla tenendola perché lei, a metà discesa, gira il manubrio di netto e “se scarava in tapetera.” Cosa che fa un paio di volte, salvata in extremis dal padre. “Belle cose,” conclude Roberto. “La felicità dei papà. Comunque mi sono divertito una cifra, ve lo devo dire.”

La prima metà di giugno si chiude con Roberto in macchina, in Calabria, con un cartone gigantesco dell’asse da stiro — “il ferro mi arriva martedì prossimo” — comprato per la suocera. L’imballaggio occupa entrambi i sedili posteriori e il sedile passeggero, “a 2 centimetri dall’occhio destro.” “Se alla prima frenata un po’ brusca mi si muove,” comunica agli amici con la serenità di chi ha accettato il proprio destino, “penso che mi ceca o mi sfascia direttamente il cranio. Quindi magari è meglio che non corro.”

La seconda metà di giugno si apre con un fine settimana in cui i 3 amici sono ancora vicini — Rocco e Sandrino a Velletri, Roberto lontano in Calabria ma presente in spirito. Rocco, una sera, in un messaggio che inizia come aggiornamento e diventa confessione, dice una cosa che resta sospesa nell’aria del gruppo: “Se non ci fossero stati i bambini, non so che cosa avrei fatto.” Non è retorica. È il bilancio di un uomo che ogni pomeriggio va in ospedale dalla moglie, ogni sera torna a casa dai figli, e ogni notte non sa se riesce a dormire. Leonardo, dal seggiolino posteriore, lancia baci con le mani e fa carezze sulle spalle del padre. Lavinia, che ormai si sveglia da sola, va in bagno e si prepara come fosse la grande di casa. “Sono costretti ad arrivare a 96 anni,” dice Rocco con un sorriso che si sente anche nel vocale. E Margherita, dall’ospedale, conferma: “Pure se avessi 90 anni, con loro ce la farei.” Roberto, dalla Calabria, si unisce al coro con la sua onestà disarmante: “A volte penso, ma è possibile che questa creaturina mi voglia veramente così bene? Evidentemente sì, e passa tutto, passa qualunque pensiero brutto.”

Ma i pensieri brutti non passano così facilmente. Margherita sviluppa una polmonite — non nuova, ma un virus dormiente che si riattiva ora che il sistema immunitario di Giulio, non avendola mai incontrata, non sa combatterla. La dottoressa l’aveva previsto: “È quasi scontato che venga, perché ce l’ha avuta due anni fa.” La curano con antibiotici che la fanno vomitare e poi addormentare. Il puntato midollare, previsto per fine mese, slitta al primo luglio perché il laboratorio è chiuso per la festa del 29 giugno. Poi la graft si sposta: lascia lo stomaco e attacca le mani. Le mani di Margherita si gonfiano al punto che non riesce più a staccare da sola le spine delle pompe per andare in bagno. La dottoressa decide una fotoferesi — le estraggono un litro e mezzo di sangue, lo illuminano con una lampada UV che “disorienta” il sistema immunitario, poi lo reinseriscono. Non è dolorosa, dura un paio d’ore, e va fatta 2 volte a settimana per 4 settimane. Ma prima di spiegare tutto questo, la dottoressa — fedele al suo stile comunicativo da pugno-nello-stomaco-poi-carezze — dice a Rocco: “Se la graft non si ferma, alla lunga le mani si spaccano, vengono piaghe, le piaghe portano infezioni. Un trapianto è come stare in rianimazione.” Rocco esce dall’ospedale frastornato, mangia un McChicken Variation saporito al McDonald’s — “con bacon croccante, una fetta tipo pecorino, senape con grani, molto molto buono” — e torna a casa col pensiero di Sirio Ferrella che gli dà forza: oggi c’è ancora, l’ho vista, stava bene.

Roberto, dalla Calabria, ascolta tutti i messaggi e fa quello che sa fare meglio: trovare la luce nel buio. “Nei tuoi messaggi c’è sempre la visione esponenziale della brutta notizia,” dice a Rocco. “Ma se ti fermi a pensare, la leucemia è finita. Non c’è più. Un grande mostro è stato sconfitto. E la fotoferesi — permettimi — sono raggi UV alle mani. Poteva essere una cosa molto più invasiva.” E poi, con una metafora che lo fa ridere da solo: “È un po’ quello che fa Caterina con me: prima ti fa un’è pista de botte e poi ti chiede scusa e ti dà i bacini.” Rocco apprezza, ma precisa: “Non è che io vedo solo il negativo. È che la dottoressa te la dà prima la bastonata, e in quei 10 secondi prima della buona notizia te li fa vivere male.” Roberto insiste: “Margherita ha il sistema immunitario migliore di tutti noi messi assieme. Cioè, ci vedi a me e Sandrino? Quello un mal di schiena l’ha steso, io praticamente ho le caviglie da elefante da 4 anni. E lei adesso si ritrova con un sistema immunitario da ventenne che l’accompagnerà per il resto della vita.”

In quei giorni Rocco contatta finalmente il suo analista, Roberto Mercurio — “il caro Bobby” — via mail, perché “la persona che ti scrive la mail è una che si ferma là, ci pensa, ci ragiona.” Bobby risponde subito, carino, dice di aver sempre seguito la sua vita da lontano. L’appuntamento sarà il primo luglio. Intanto Rocco ha sviluppato quella che lui stesso diagnostica come “sindrome da WhatsApp”: se Margherita non risponde per mezz’ora, l’ansia parte. “La mia parte razionale mi dice: starà dormendo, le fanno l’antistaminico, le arrivano 60 messaggi l’ora da tutti.” Ma la parte irrazionale vince sempre. E i sogni non aiutano: una notte si trova sul tetto di una città a forma di L, a parlare con un uomo mucca. “C’è qualcosa che non va,” ammette. “Non riesco più a capire quello che sogno.”

Roberto, ascoltando, pronuncia una delle sue riflessioni più belle: “Tu sei proprio una banderuola al vento. Le devi subire ogni raffica, e per non spezzarti ti devi girare come la bandierina in ogni direzione. Le devi sorbire tutte, le devi incamerare, le devi masticare, le devi divorare. E come mi chiedo io: come hai fatto ad arrivare fino a oggi senza aiuto?” Poi aggiunge, con affetto: “Te lo dice uno, Rocco, tu lo sai, io e Sandrino ti abbiamo sempre preso in giro, lo psicologo col pendolino. Ma ti ricordi che se sta dove sta ed è contento come sta, è perché l’ha salvato lo psicologo?”

Intanto il corpo di Margherita si trasforma in modi che sfiorano la fantascienza. Un giorno Rocco racconta che le papille gustative si sono completamente rinnovate: la lingua è “rosa chiara chiara chiara, come quella di un bambino.” Margherita non riconosce più i sapori — le patate non sanno di patate, il pane le sembra salatissimo, l’unica cosa familiare è il Polaretto alla fragola, “perché evidentemente quel sapore così chimico è sempre quello.” E poi la cosa più strana: lei, che non ha mai mangiato pesce in vita sua, improvvisa voglie da Giulio. “Mi sogno un bel risotto alla pescatora,” dice. “C’ho proprio voglia di spigola.” Rocco spiega che il sistema immunitario di Giulio ha cambiato la flora batterica, gli enzimi dello stomaco, persino il gruppo sanguigno — da zero positivo ad A positivo come il fratello. Roberto resta folgorato: “Se lo dicessi io, mi verrebbe da dire: sono in preda agli ultracorpi, ho qualche baccello alieno nella testa. Cioè, non avevo idea che funzionasse così.” E poi, con la mentalità del quarantenne: “Beato Giulio col metabolismo da ventenne. 2 etti di pasta a cena e pesa 78 chili per un metro e 90. Se io mangiassi la metà della metà di quello che mangiano loro, sarei già sulla tomba.”

Nel frattempo Rocco scopre che l’ASL ha indetto un concorso per dirigenti psicologi — il primo dopo 16 anni. Assumeranno 33 psicoterapeuti nelle ASL di Roma e provincia, di cui 9 nella zona Velletri-Ciampino. Ha tutti i titoli, l’esperienza, la fatturazione, e per giunta un bonus: avere un familiare con malattia grave dà punti aggiuntivi. “A parte i raccomandati, dovrei essere messo bene,” dice con il realismo di chi conosce l’Italia.

Sul fronte tecnologico, Sandrino si presenta un giorno con un hack da manuale. Ha scoperto che Microsoft offre la conversione dei vecchi abbonamenti Xbox Live Gold in Game Pass Ultimate per 1 euro. E il trucco è: comprare prima 3 abbonamenti da 12 mesi di Xbox Live Gold a 40 euro l’uno su Mediaworld, attivarli, e poi convertire il tutto con 1 euro. Risultato: 3 anni di Game Pass Ultimate — tutti i giochi Xbox e PC inclusi — per 121 euro totali. “Vi consiglio di farlo perché secondo me è un cambio di vita per i videogames,” annuncia con l’entusiasmo di chi ha trovato un glitch nella matrice capitalista. Poi avverte: “Occhio, ogni volta che attivate un abbonamento vi dice ‘vuoi un mese gratis in più con la fatturazione ricorrente?’ Dovete dire assolutamente no, altrimenti il terzo abbonamento non ve lo fa attivare.” Roberto ascolta tutto, si complimenta — “Ti chiamerò Sandrino lo Sperimentino! Sei diventato un bello smanettone!” — ma declina. Il motivo è triplice: 120 euro adesso sono troppi, ha già quasi tutti i giochi del catalogo su Steam, e soprattutto soffre di una patologia che definisce senza vergogna: il collezionismo compulsivo su Steam. “1.100 giochi, Sandrino. So che è una cosa da matti. Probabilmente Rocco ci farà un’altra tesi di laurea su sta cosa.” Il punto è che Roberto gioca a un gioco alla volta fino al platino: 118 ore di Assassin’s Creed Odyssey e sta al 52% di completamento. “Ma sai che c’è? Se è un gioco che mi interessa, me lo compro quando sono sicuro che ci posso giocare.”

Sandrino, nel frattempo, ha un’altra esperienza formativa con l’Epic Game Store. Metro Exodus, comprato a 35 euro, l’ha disinstallato dall’Epic Store e reinstallato dal Windows Store perché “sulla versione Windows si carica molto più velocemente, si blocca più raramente e gira tutto più fluido. Sto Epic Game Store, veramente una chiavica.” Roberto conferma: “Non ho remora alcuna a dire che è proprio fatto di cacca.” Poi sviluppa una teoria: la versione Epic usa Denuvo come protezione anti-pirateria, e Denuvo rallenta tutto. Ma poi arriva la vera notizia bomba di Sandrino: Metro Exodus gli ha fatto “venire il latte alle ginocchia” e l’ha abbandonato. “Bella grafica, però mamma mia che annoia. Fortunatamente con l’Xbox Game Pass posso non sentirmi male.” Si è già scaricato Guacamelee 2, Ori and the Blind Forest e Wolfenstein 2.

Roberto, una sera, scatena una tempesta con 4 messaggi consecutivi sul calcio femminile. Ha visto la partita della nazionale e il verdetto è spietato: “Quello che ho visto ieri è come se io guardassi in tv una partita a Otello e mi mettessi a tifare.” Poi si autocorregge: il vero problema non è il livello di gioco ma la mentalità “itagliota” — tutti improvvisamente esperti di calcio femminile solo perché l’Italia sta vincendo, mentre fino a ieri “faceva ridere soltanto a nominarla.” Sandrino, laconico: “Robertì, hai ripetuto per 4 messaggi lo stesso concetto, mannaggia la miseria. Comunque ti voglio bene, buona giornata.”

La serie del momento è Chernobyl. Roberto la guarda alle 2:08 di notte sul PC via NowTV e ne esce devastato: “L’ansia che riesce a metterti è allucinante. Non si vede niente di visivamente brutto, ma l’ansia è allucinante.” Scopre poi che NowTV supporta l’HD solo su Xbox One, Samsung, LG e la propria chiavetta — non su PC, non su PS4 — e che questa informazione non sta scritta da nessuna parte sul sito. “Soliti magheggi e inghippi all’italiana.” Rocco vede 3 puntate e concorda: “Fatta veramente bene, bella fotografia, attori bravissimi. Non sapevo tutti i pericoli che abbiamo scampato.” Sandrino e Rocco, in parallelo, scoprono Love, Death & Robots su Netflix e ne sono entrambi entusiasti: episodi brevi, fantascienza spinta, computer grafica che in certi momenti è indistinguibile dal reale.

Nella quotidianità di Roberto in Calabria succedono 2 cose. La prima: la macchina non parte più. Gira la chiave, si illumina tutto il quadro comandi, ma il motore non si avvia. Niente “plac” del motorino d’avviamento. Chiama il suocero Franco, che molla tutto alle 18:00 e si fa il viaggio Guardia-Scalea con i cavi. Roberto lo avverte: “Guarda, penso che non sia la batteria. Il quadro comandi si accende, la radio funziona, i finestrini pure.” Il suocero: “Vengo lo stesso, al limite ti vengo a prendere.” Attacca i cavi e — miracolo — la macchina parte. Era la batteria. Costo previsto: 80-100 euro. Età della macchina: 14 anni. “Santo suocero due volte,” conclude Roberto.

La seconda: Roberto decide di ricominciare ad andare in bicicletta. Si ferma dal gommista a cambiare la camera d’aria bucata, compra Strava per il telefono nuovo — che Sandrino gli aveva già fatto installare anni prima, ma “l’ho usato talmente poco che me n’ero scordato” — e pianifica giri serali dopo il lavoro. La motivazione è brutale: “Sto ingrassato come un barilotto. Non mi entrano più i vestiti dell’anno scorso. Ho la panza che mi stringe sull’attacco della cintura. Mi sono fatto proprio un maiale.” Sandrino è raggiante: “Non sai che gioia mi danno queste parole. A un certo punto ho temuto che ti fossi fermato per il solito cappuccino e già ti stavo per cazziare.”

Sandrino, intanto, si scopre un buco dietro la testa. “Mi sono andato a guardare col doppio specchio,” racconta, “e c’è un buco dietro la capoccia. I capelli mi sono proprio saltati.” Probabile alopecia. “Ma posso andare a spendere 120 euro dal dermatologo per farmi dire che ci devo mettere una crema? Che palle, ragazzetti.” Rocco lo spinge: “Investi sulla tua cura, sulla tua bellezza. È importante stare bene.” Roberto racconta la sua storia parallela dell’unghia incarnita: un mese a curarla da solo con alcol e pomatine, Luisa con la cugina estetista, “bla bla bla” — poi 2 sedute dal podologo e risolto. “Questo per dire che molto spesso facciamo delle gran cavolate per cose che si risolverebbero affidandoci a professionisti.”

L’altro grande tema della seconda metà di giugno sono i figli perennemente malati. Caterina ha i bronchi pieni di catarro, 4 giorni di antibiotico e aerosol. Leonardo febbre a 38 per l’ennesima volta. Roberto si chiede: “Un giorno stanno bene e 3 con febbre. Ma quando finirà sta cosa? A 18 anni?” Sandrino racconta che Mila in 12 mesi ha già preso l’antibiotico 4 volte, e la sua amica Gianna si è “scandalizzata” perché le sue figlie di 5 e 8 anni non ne hanno mai preso uno. Roberto sospetta la pediatra: “Appena Caterina ha qualcosa, aerosol e antibiotico. Aerosol e antibiotico. Aerosol e antibiotico.” Si chiedono se da piccoli fossero così fragili anche loro, e Roberto ammette: “Io fino a che non mi hanno tolto le tonsille stavo male ogni 3 per 2.”

Verso fine mese esplode la questione Mi Band 4. Roberto la voleva comprare a 34,99 euro su Amazon, ma è esaurita in 4 minuti. Si inalvera: “Sono tutte fregnacce commerciali. Le scorte ci saranno state 2 o 3 pezze al massimo. A me, più che crearmi hype, mi creano odio.” Sandrino, più zen, la ordina e la riceve. Si apre un dibattito sul colore del cinturino che occupa una mezza giornata di messaggi. Roberto: “Se mi prendo color vinaccia, sta bene al polso?” Sandrino: “Se l’avessi saputo che c’erano altri colori, il nero non l’avrei mai preso!” Roberto percepisce ironia: “Noto una sottile e velata ironia nell’ultimo messaggio.” Sandrino giura di essere serio e racconta che ha colleghi che cambiano braccialetto ogni giorno in base al colore dei calzini. Rocco, dal canto suo, ha già 12 braccialetti di ricambio comprati su Amazon — “un pack da 13 pezzi a 11 euro” — anche se ne ha già perso uno al Burger King di Genzano, dove il cinturino si è sganciato e non l’ha più trovato.

Giugno si chiude con un pensiero di Margherita che Rocco riporta e che Roberto sottoscrive: “Mai più sabati e domeniche buttate senza sapere che fare. C’ho proprio voglia di andare con i bambini, di andare a pranzo fuori, di andare a fare passeggiate.” Roberto, dalla Calabria, dà voce a quello che tutti pensano: “Non è questo il senso della vita? Le brutte cose, una volta che si passano, aiutano a comprendere proprio questo.” E mentre lo dice, schiva un uccellino sulla strada: “Stavo per mettere sotto un uccellino. L’ho schivata all’ultimo. Ma vedi te se devo stare attento pure agli uccellini.”