Ottobre 2016: Nasce Lavinia, Sandrino si Fidanza, e la Tigre Che Poteva Saltare

Ottobre 2016 è uno di quei mesi che, se lo racconti tutto insieme, sembra scritto da uno sceneggiatore sotto caffeina: esami medici da infarto, tigri parcheggiate a bordo strada come fossero Panda in doppia fila, computer posseduti da Microsoft, pellegrinaggi all’IKEA per due pezzi di plastica da pochi euro, babà rivelatori, bambini dimenticati sugli autobus, annunci sentimentali, viaggi in Iran, nascite, contrazioni, serie TV, videogiochi, tempeste marine e il solito gruppo di tre amici che affronta tutto con l’unico strumento davvero affidabile che possiede: l’iperbole.

Il mese, per Roberto, parte dentro una centrifuga emotiva. Il 14 ottobre lui e Luisa devono andare a Catanzaro per la morfologica, che già di suo non è esattamente una gita al mare. Però prima ancora dell’esame arriva la parte peggiore: dopo trenta giorni non hanno ancora ricevuto i risultati dell’amniocentesi. Trenta giorni. In pratica un tempo abbastanza lungo da consentire al cervello umano di attraversare tutte le fasi del disastro: dubbio, paranoia, catastrofismo, visioni apocalittiche e desiderio di prendere a testate il primo sportello disponibile. Roberto racconta che nella sua testa stavano già germogliando pensieri molto brutti e che la sensazione era quasi quella di essere evitati, come se da qualche parte qualcuno avesse deciso che il silenzio fosse una forma elegante di comunicazione medica. Naturalmente non era così. Appena arrivati glieli danno subito: nessuna anomalia, tutto a posto. Fine della prima tortura, inizio della seconda.

Perché poi inizia la morfologica, che Roberto vive come si vive un esame universitario in cui però l’argomento sei tu, tua figlia, il futuro, la paura e il senso complessivo della vita. Il medico parte con una scansione metodica, spietata, precisissima, elencando un pezzo del corpo dopo l’altro. Parete cranica, distanza, bulbi oculari, cristallini, arti superiori, tutto deve avere il suo bravo ok finale, come un inventario della speranza compilato da un ragioniere dell’anatomia. Mezz’ora così. Mezz’ora in cui ogni pausa del medico diventa un crepaccio. E il problema dei medici, in questi casi, è che più sono bravi e meno parlano. Loro controllano. Tu intanto dentro muori sette o otto volte.

Il momento peggiore arriva col cuore. Caterina — che in quel periodo è ancora Caterina, prima che l’universo faccia i suoi aggiustamenti anagrafici — si è messa in una posizione infame e il medico non riesce a vedere bene. A quel punto parte il balletto da sala parto zen: Luisa deve alzarsi, fare un giretto, ricevere piccoli colpetti sulla pancia per convincere la creatura a collaborare. In pratica già prima di nascere la bambina ha capito perfettamente come funziona la vita: quando gli adulti hanno bisogno di certezze, tu ti giri dall’altra parte. Alla fine, però, arriva il verdetto buono e tutto si scioglie. Roberto tira il fiato, si emoziona, quasi si vergogna di parlare sempre di bimbi, ma è la prima volta e si sente come se gli avessero smontato e rimontato il sistema nervoso senza anestesia. È felice in modo quasi imbarazzante, e lo dice pure agli amici con quella sincerità disarmata di chi ormai ha deposto le armi.

Nel frattempo Rocco, come se il mese avesse bisogno anche di una vena da documentario etologico girato male, si imbatte nel circo vicino casa. E non un circo qualunque: uno di quelli con gli animali veri, che già nel 2016 suona come una cosa uscita da una piega strana del tempo. Lì ci sono lama, cammelli, un elefante, un ippopotamo — animale che Rocco non riesce a collocare mentalmente in un camion senza immaginare il camion stesso in terapia — e poi leoni e tigri. Ma sono le tigri a conquistare il centro della scena. Le hanno messe in una gabbia a bordo strada con una leggerezza urbanistica che definire calabrese sarebbe quasi offensivo per la Calabria. Se ti sporgi dal marciapiede, dice Rocco, quasi le tocchi. La gabbia è aperta sopra ed è alta sei metri. E lui, da bravo psicologo ansioso che non si limita mai a vedere le cose ma va pure a cercarsi le statistiche della morte, si informa: una tigre può saltare sette metri.

E lì il mese prende un tono bellissimo, perché a quel punto la matematica entra al servizio del panico. La gabbia è sei metri, la tigre salta sette: in pratica non è una gabbia, è un suggerimento. Rocco passa di nuovo la mattina dopo, perché evidentemente un essere umano sano, se trova una possibile via d’uscita per una tigre incazzata, ci ripassa pure per controllare meglio. E racconta tutta l’inquietudine del caso: una di loro va avanti e indietro scavando quasi il terreno, con l’aria di stare progettando una fuga o una vendetta. Leonardo naturalmente vuole sempre andare a vedere gli animali. E Rocco, che da una parte prova quel fascino primordiale del contatto con la natura pericolosa, dall’altra si sente completamente disarmato, cioè esattamente come si dovrebbe sentire qualunque uomo con un figlio davanti a una tigre che potrebbe tecnicamente arrivargli addosso con un balzo ben piazzato. Però gli piace. Gli mette paura, ma gli piace. È la definizione perfetta di quasi tutte le cose che contano nella vita.

Roberto invece passa il mese a combattere contro l’altra grande bestia feroce del nostro tempo: Windows 10. E qui la tigre, in confronto, è una creatura onesta. Almeno la tigre ti mangia apertamente. Windows ti promette aggiornamenti, facilità, sincronizzazione, e poi ti umilia davanti ai parenti. Roberto aveva passato un intero weekend a sistemare il computer per lo studio di Luisa. L’aveva configurato, pulito, smontato, imballato, portato giù come un tecnico Apple col diploma preso in trincea. Arriva lì, lo accende davanti a Luisa e al padre di lei, pronto a godersi il suo momento da uomo utile, e il PC cosa fa? Schermata blu. Quella schermata che non vedeva da dieci anni, come una maledizione vintage che torna a chiedere il conto.

Lui, tra l’altro, aveva pure fatto voto di non bestemmiare più. E Windows, come tutte le entità maligne, sente questi giuramenti e li prende come sfida personale. Riavvia, ritenta, cerca online soluzioni assurde, tutte diverse e tutte spiegate da gente che scrive in un inglese tecnico che sembra tradotto da un tostapane. Niente. Alla fine deve reinstallare Windows da zero, e già questo basterebbe per distruggere un uomo meno motivato. Ma la giornata non è finita. Torna a casa, accende il Lenovo di Luisa e parte l’anniversary update, che apparentemente funziona benissimo. Solo che al riavvio il computer è diventato completamente inglese. Tutto. Menù, opzioni, finestre, impostazioni. E Luisa, giustamente, dell’inglese non se ne fa nulla. Quindi Roberto si ritrova a cercare su internet la guida per ritrasformare il computer da immigrato digitale a cittadino italiano. Ne esce distrutto, svuotato, con gli occhi di un reduce.

Rocco, in compenso, reagisce come reagiscono sempre quelli a cui in quel preciso momento va tutto bene: pontificando. Il suo Surface, dice, è il miglior acquisto che abbia mai fatto. Bluetooth perfetto, fluidità, pace ritrovata con Microsoft. E già che c’è, lancia pure una stoccata a quelli che sui treni stanno attaccati alla corrente con i Mac come se avessero acquistato un soprammobile di design invece di uno strumento di lavoro. Per lui la tecnologia deve essere tecnologia, non fashion. Una frase che, detta da un uomo che si entusiasma per un tablet che accende il mouse da solo, ha comunque una sua coerenza poetica.

Come se non bastasse, a un certo punto Roberto scopre di dover andare all’IKEA di Salerno per colpa di due gancetti da 2,50 euro. Il problema nasce da una spedizione precedente all’Anagnina, fatta con Sandrino e Veronica, in cui avevano comprato tutto per le tende dello studio di Luisa tranne i pezzi minuscoli che servono davvero per attaccarle. La classica esperienza IKEA: entri per due cose, esci con mezzo appartamento e ti dimentichi proprio l’unica indispensabile. Stavolta, però, c’è un dettaglio non trascurabile: tra andata e ritorno sono cinquecento chilometri. Per due ganci. È qui che Sandrino, che davanti a queste situazioni sente il dovere morale di diventare l’ufficio verità del gruppo, parte con una ramanzina spettacolare. Gli dice sostanzialmente che a Stefan 7 Roberto ha perso la sua mascolinità e si è trasformato in uno zerbino motorizzato. Gli ricorda che Luisa aspetta pure un bambino e che forse portarla a fare mezza Italia in macchina per due pezzetti di plastica non è esattamente una strategia da Premio Nobel per la logistica domestica. Poi precisa, con quella cattiveria educativa che gli è propria, che il suo compito è tenerlo sempre sul chi va là. Perché con la bontà di Rocco uno rischia di rilassarsi troppo, mentre lui ci sarà sempre a ricordargli come stanno veramente le cose.

Roberto, naturalmente, si difende come può. Dice che non sono andati solo per i gancetti, che hanno comprato mezzo arredamento per lo studio, che non è stato un viaggio inutile. Ammette pure che la sera prima c’era un certo scoglionamento nell’aria, non proprio una lite ma nemmeno una gita parrocchiale. Luisa se n’è accorta, si è scusata, lui ha fatto il solito bambacione e alla fine la spedizione è stata archiviata come una sofferenza necessaria. Con un grande colpo di scena finale, però, perché la giornata a Salerno porta anche due ricompense. La prima è una capatina da Decathlon dove Roberto si compra finalmente l’abbigliamento da bici. La seconda è la vera epifania del mese: Babà Napoli.

Qui Roberto entra in una fase mistica. Racconta di questa pasticceria salernitana con il tono di uno che ha incontrato la fede. Premessa: a lui i babà hanno sempre fatto schifo. Stessa cosa Luisa. Per tutta la vita hanno creduto che il babà fosse quella specie di spugna alcolica deprimente che capita nei vassoi assortiti delle pasticcerie mediocri. Poi arriva un ragazzo di Salerno che li trascina in questo posto e praticamente li obbliga a prenderli. Loro volevano le sfogliatelle, cioè volevano continuare a vivere nell’errore. Ma il salernitano li blocca, li guarda con disprezzo civile e gli fa capire che se sei a Babà Napoli e non prendi i babà, sei solo un turista della tua stessa ignoranza.

Roberto cede. E lì succede il disastro. Se ne mangia otto. Otto. Una quantità che in un essere umano sano dovrebbe attivare almeno due organi di controllo e un allarme. E invece lui racconta l’esperienza come una rivelazione culinaria totale. Se ne portano a casa due confezioni da dodici, perché quando scopri il cibo vero la reazione più naturale è fare scorta come se stesse per finire il mondo. Da quel momento tutti i babà mangiati prima vengono retrocessi ufficialmente a rifiuto organico. In confronto, l’hot dog dell’IKEA consumato poco dopo fa l’effetto opposto: al primo morso gli viene un conato. Lo lascia lì, 1,29 euro buttati, ma soprattutto l’ennesima conferma che dopo un’autentica illuminazione gastronomica non si può più tornare indietro.

Nel frattempo Rocco racconta una delle storie più spaventose del mese, che per fortuna finisce bene ma solo dopo aver regalato a tutti venti minuti di puro orrore immaginato. Leonardo e la sua classe vanno a fare la vendemmia, sessanta bambini in gita, risate, giochi, pigiatura simbolica e tutto il repertorio scolastico dell’infanzia felice. Tornano indietro, le mamme vanno a prendere i figli, ma all’appello ne manca uno: Giulio non si trova. E lì si apre l’abisso. Le maestre ipotizzano che si sia addormentato sul pullman, e infatti dopo venti minuti salta fuori che è proprio così: dormiva nel deposito degli autobus. Tutto risolto, quindi. Solo che quei venti minuti, spiega Rocco, per un genitore sono la sintesi di tutte le morti possibili. Il bambino magari non si accorge di nulla, ma il genitore in quel tempo muore, rinasce, si disintegra, odia il mondo, valuta denunce, immagina rapimenti, tragedie, titoli del TG. E ha pure ragione a indignarsi: non puoi portarti dietro sessanta bambini e dimenticarne uno sul pullman come fosse una giacca.

Poi arriva il capitolo Iran, che per Sandrino ha un doppio valore: viaggio vero e, soprattutto, viaggio simbolico. Il 22 ottobre manda i primi aggiornamenti da Shiraz. È arrivato dopo pranzo, è stanco morto, il primo impatto non è stato esattamente da cartolina patinata, e nel frattempo Veronica ha già individuato un ristorante dove lui pensa di ordinare un kebab nel coccio con la serietà con cui Marco Polo avrebbe descritto una rotta commerciale. La colazione iraniana lo colpisce molto: niente baretti, niente cappuccino al banco e cornetto triste. Qui ci sono tè, miele, biscotti, uova, fagioli e un pane che gli ricorda subito la pizza del forno di San Clemente, solo completamente priva di sale, cioè la versione mediorientale della malinconia farinacea.

Nel gruppo, però, tutti sanno che il vero annuncio arriverà qualche giorno dopo. E infatti il 26 ottobre la notizia si materializza con quella forza da “evento dell’anno” che Roberto riconosce immediatamente. Sandrino e Veronica fanno il grande passo: il fidanzamento diventa ufficiale, entra nel racconto comune, acquista corpo e peso specifico. Rocco reagisce in modo perfettamente rocchiano: da una parte è contento, dall’altra è malinconico perché loro sono tornati e Lavinia — o meglio, quella che ancora nella testa di alcuni continua a essere Caterina fino all’ultimo riassetto cosmico — non è ancora nata. Poi aggiunge che gli è arrivato il Raspberry e quindi si metterà a smanettare, perché nel suo cervello emozione e hardware convivono sullo stesso piano gerarchico. E in mezzo a tutto questo racconta pure di aver sognato il loro matrimonio in un teatro vittoriano talmente lungo che a un certo punto lui e gli altri si mettevano a cucinare. Il sogno viene completato da Leonardo che, con l’eleganza narrativa tipica dei bambini, saluta gli zii e chiede in regalo un fantasma. Nessuno sa bene perché. Ma ormai, a quel punto, tutto è possibile.

Il 30 ottobre, però, il mese mette il sigillo definitivo. Rocco scrive dall’ospedale e si capisce subito che ci siamo. Le contrazioni sono ravvicinate, un minuto di dolore ogni due di tregua, una scansione temporale che da fuori sembra già infernale e da dentro dev’essere semplicemente una barbarie. Lui esce un attimo, mangia qualcosa al volo, torna da Margherita e le sta vicino. È uno dei rari momenti in cui anche il solito tono ironico del gruppo lascia un po’ di spazio al rispetto puro per la fatica umana. Poi, la sera, arriva il messaggio che tutti aspettavano: Lavinia è nata. È bellissima, sta benissimo, già poppa, Margherita ha il latte, Leonardo ha salutato la sorellina. Rocco è distrutto, svuotato, felicissimo. Dice che l’indomani, quando avrà rimesso insieme i pensieri, racconterà meglio. E infatti il giorno dopo lo fa, con un dettaglio che solo in quella chat poteva diventare materiale da tramandare: quando arriva il ginecologo per ricucire Margherita, davanti alla scena pronuncia una bestemmia talmente sincera e terrorizzata da diventare subito leggenda. Rocco la racconta ridendo e con un fondo di trauma. Però, precisa, hanno ricucito tutto molto bene. Che è un modo meravigliosamente italiano di chiudere una narrazione ostetrica.

A quel punto Roberto tira le somme del mese e lo definisce giustamente un mesone. Sandrino si è fidanzato, Rocco è diventato padre di una bambina bellissima, lui ha conosciuto ancora meglio la sua futura figlia durante la morfologica e si sente dentro un frullatore emotivo a pieno regime. Aggiunge persino che spera che tutti i mesi siano così. E qui Rocco, dimostrando di essere l’unico ancora parzialmente lucido, lo frena subito: se ogni mese è ricco come ottobre, schiattano tutti. E in effetti non ha torto.

Come se il piatto non fosse già abbastanza colmo, ottobre regala anche una serie di episodi collaterali che, in qualsiasi altro contesto, basterebbero da soli a riempire un mese intero. Roberto racconta la tromba d’aria comparsa verso Fuscaldo, con i pescatori che escono in mare con falci e cantilene per “tagliarla”. Lui assiste alla scena e giura che, dopo il rito, la tromba d’aria si è davvero spezzata e dissolta. Ne parla con l’aria di chi ha appena visto la magia infilarsi tra le crepe del reale e per una volta non trova nessuno pronto a smontargli del tutto la suggestione.

Sandrino, dal canto suo, scopre il film di Warcraft e lo promuove con l’entusiasmo cieco dell’appassionato vero: gli attori saranno pure delle merde assolute, ma chi se ne importa quando hai magie, armature, portali e un immaginario fantasy che finalmente osa essere tamarro fino in fondo. Per lui è praticamente il film fantasy del secolo, tutto quello che altre saghe avrebbero dovuto essere e non sono state. Rocco invece si innamora di Rise of the Tomb Raider, parlando della neve sui vestiti di Lara con un livello di coinvolgimento quasi sentimentale. La valle geotermica lo tiene sveglio fino alle due, e lui ne è pure contento. Sempre lui, poi, guarda la Battaglia dei Bastardi del Trono di Spade e perde completamente il controllo, arrivando a formulazioni lirico-sessuali che probabilmente andrebbero sottoposte a censura preventiva ma che restituiscono benissimo il livello di esaltazione raggiunto.

Roberto, nel frattempo, commenta X Factor e Hell’s Kitchen con la solita grazia da motosega. Arisa gli sembra visibilmente brilla, e proprio per questo quasi simpatica. I concorrenti gli fanno cagare quasi tutti. Luisa decreta che in Hell’s Kitchen i personaggi hanno interesse zero e sembrano attori. Sandrino li guarda e conclude che lui e Rocco stanno invecchiando pure nei gusti, cosa che in fondo sanno benissimo anche da soli. Rocco cerca il riscatto portando in dote Westworld, che descrive come una serie di altissimo budget, piena di temi morali, domande etiche, regia elegante e attori bravissimi. In pratica cerca di ricordare al gruppo che esiste ancora la televisione fatta bene e non solo i talent con gente truccata male e chef isterici.

Poi arrivano gli annunci videoludici. Red Dead Redemption 2 viene presentato e Sandrino esplode di gioia, mentre Roberto resta guardingo come chi ha già sofferto abbastanza per credere alle promesse senza garanzie. Sul fronte Star Citizen e Squadron 42, invece, si rinnova la tradizione della delusione infinita: slittano ancora, rinviano, promettono, incassano milioni e producono trailer come se i trailer fossero ormai il gioco vero. Sandrino li demolisce senza pietà, convinto che Chris Roberts ormai campi di rendering e speranze altrui. Rocco poi sente parlare di ponte sullo Stretto e va in modalità rivoluzionaria, ricordando che in Italia certe idee spuntano ciclicamente solo per riaprire la mangiatoia dei miliardi, tra camorra, ‘ndrangheta e politica da baraccone.

E infine c’è il dettaglio forse più intimo, più piccolo e più rivelatore: quando Sandrino torna dall’Iran e mostra i suoi amiibo, Rocco lo aggredisce con una verità semplice ma ferocissima. Gli dice di tirarli fuori dalla scatola, perché le collezioni lasciate dentro il blister gli puzzano di sugo. È una frase bellissima, perfetta, definitiva. E in fondo racchiude anche il senso dell’intero mese: ottobre 2016 non è stato un mese da guardare attraverso la plastica. È stato un mese da spacchettare tutto, da vivere senza protezioni, da subire, celebrare, bestemmiare, raccontare e ricordare. Un mese esagerato, scomposto, pieno di cose insieme. E proprio per questo, perfetto.