Novembre 2016: Sandrino Scende in Calabria, Il Blackout Avanza, e Microsoft Rimborsa Tutto

Novembre 2016 si apre con una scoperta scientifica di portata mondiale, una di quelle che meriterebbero un convegno, una pubblicazione peer reviewed e forse anche un piccolo centro studi finanziato dall’Unione Europea. Roberto annuncia infatti di aver finalmente compreso la vera natura del Sandrino Blackout. Per anni, spiega, aveva creduto che fosse una banale conseguenza della stanchezza quotidiana: ti alzi, vai a lavorare, torni a casa, mangi qualcosa, ti cala la palpebra. Una roba normale, fisiologica, quasi borghese. E invece no. Aveva sottovalutato il fenomeno. Il Sandrino Blackout non è semplice sonnolenza: è un’entità metafisica, una forma del vuoto, un crollo sistemico dell’essere.

Roberto lo descrive con l’accuratezza di un testimone sopravvissuto a un disastro naturale. Intorno alle 20.30, dice, uno si sente ancora perfettamente operativo. Ha finito la doccia, la tavola è pronta, magari c’è pure il programmino registrato da guardare con Luisa. Tutto sembra normale, quasi promettente. Poi però, nel giro di cinque minuti, arriva il nulla. Il cervello si spegne come un quartiere lasciato senza corrente. Il programma che fino a un attimo prima sembrava interessante diventa un’impresa impossibile. Il videogioco che si pensava di affrontare appare improvvisamente come una punizione medievale. La concentrazione evapora, gli occhi si chiudono da soli, e si entra in quello stato inquietante in cui ti risvegli di colpo e non sai bene se negli ultimi cinque minuti hai riflettuto sul senso della vita o hai semplicemente russato in posizione verticale.

Il bello è che il fenomeno si ripete. Uno si ridesta scandalizzato dal proprio cedimento morale, guarda l’orologio, vede che sono appena le 22 e si dice che no, non può andare a dormire a quell’ora come un pensionato di guerra. Poi si risveglia di nuovo dieci minuti dopo, più confuso di prima. A quel punto Roberto capisce che non si tratta più di stanchezza ma di qualcosa di molto più antico e oscuro. Lo paragona al Nulla della Storia Infinita, e per una volta la definizione non è neanche eccessiva.

Sandrino, interrogato sul tema come massimo esperto vivente della patologia, conferma tutto con la serietà di chi accetta ormai la propria condizione clinica. Spiega che la cosa più assurda è che, se poi verso mezzanotte o l’una si alza per andare in bagno, lì accade il miracolo opposto: improvvisamente è fresco, lucido, pronto a fare qualunque cosa. Potrebbe mettersi al computer, giocare, iniziare un progetto, cambiare la pasta termica a una scheda video, affrontare la vita con l’energia di un bambino a Natale. Il Sandrino Blackout, insomma, non è un sonno. È una finestra maledetta. Roberto, colpito dalla conferma, lo tratta quasi come un ricercatore che ha appena dimostrato l’esistenza di una nuova particella.

In mezzo a queste grandi scoperte della neurologia informale, a fine mese arriva anche un evento atteso con entusiasmo reale: il 26 novembre Sandrino parte per la Calabria. Roberto, già in modalità pre-accoglienza, gli manda aggiornamenti meteo pieni della solita sicurezza da meteorologo improvvisato. Nonostante le previsioni catastrofiche, dice, quella mattina c’è il sole. Fa un freddo indecente, ma almeno il cielo sembra dalla loro parte. Poi, come sempre accade quando una persona si lancia in previsioni con troppa fiducia, la realtà si mette di traverso. Sandrino gli fa notare che forse non sta vedendo la pioggia ma le gocce sugli occhiali appannati dalla brina. Roberto, messo all’angolo dall’evidenza, ammette che probabilmente non aveva aggiornato la pagina e che quindi stava commentando il meteo del giorno prima come un reduce del televideo.

Ma il vero dramma del viaggio non è atmosferico: è ferroviario. Mezz’ora di ritardo. Che in Italia non dovrebbe nemmeno qualificarsi come notizia, e invece in quel contesto diventa l’inizio di un simposio logistico degno del Pentagono. Roberto si lancia subito in ipotesi, controipotesi, deviazioni strategiche, recuperi alternativi. C’è perfino la variabile San Gineto, dove pare sia in corso una manifestazione nazionale contro la morte del cane Angelo, con conseguenti possibili rallentamenti. Una di quelle frasi che lette tutte insieme sembrano frutto di un generatore automatico di nonsense, e che invece descrivono semplicemente il meridione quando decide di esprimersi.

Roberto arriva a San Gineto e trova pattuglie di polizia ovunque, camionette, blocchi, atmosfera da summit internazionale, ma nessun manifestante visibile. Nessuno. Zero. È circondato da forze dell’ordine che presidiano il nulla. La cosa lo manda in tilt. Prima si chiede dove siano tutti questi protestanti. Poi, quando finalmente capisce che la manifestazione esiste davvero ma ha una densità umana inferiore a quella di un presepe in smobilitazione, se la prende con i cazzari in generale, categoria che in Calabria sembra sempre avere una sua presenza ontologica anche quando non si manifesta fisicamente.

Nel frattempo si apre il grande dibattito del pre-arrivo. Sandrino vuole essere preso a Scalea alle 14, mangiare in tempi umani e possibilmente sedersi a tavola con la dignità di chi ha viaggiato ma non intende patire inutilmente. Roberto però, fedele alla sua vocazione per i piani complicati, propone un’alternativa teoricamente più razionale ma praticamente assurda: far proseguire Sandrino fino a Paola, tornare lui a casa, farsi una bella doccia, recuperarlo con calma e poi tornare. Una strategia che nella sua testa produce ordine, efficienza e pulizia personale, ma che nella mente di Sandrino equivale a un sabotaggio deliberato della pasta.

Ed è lì che Sandrino esplode, con la lucidità del viaggiatore affamato. Gli fa notare che il suo piano geniale non ottimizza nulla, anzi li porta dritti verso un pranzo alle quattro del pomeriggio, quando lui invece desidera una cosa molto semplice e antica: arrivare, sedersi, mangiare la pasta. Il resto, inclusa la doccia di Roberto, può aspettare. Anzi, per quanto lo riguarda Roberto non ha nessun bisogno di lavarsi: si lava le mani e si presenta. Fine del discorso. Roberto, travolto dalla forza dell’evidenza e dall’autorità morale della fame, si arrende. Precisa solo che lui è schifignoso, dettaglio che nessuno gli contestava e che anzi ormai fa parte integrante del personaggio. Poi però aggiunge una cosa molto sincera: al di là della logistica, è veramente contento che Sandrino stia scendendo. E in quel momento si capisce che tutta la discussione su Scalea, Paola, docce e minuti persi è solo il modo in cui questi tre mascherano l’affetto.

Quando Sandrino arriva, manda una foto dal treno tutta pulita e ordinata, quasi a voler smentire la leggenda dei convogli del sud come carri bestiame su rotaia. Roberto coglie subito l’occasione per rilanciare propagandisticamente il territorio: ecco la dimostrazione che esistono anche i treni civili per andare a trovarlo in Calabria, quindi da quel momento in poi niente più scuse. Sandrino, da signore, si lascia attendere. Tutto è pronto.

Nel frattempo però il mese ha già tirato fuori un’altra questione di un certo peso: il matrimonio. Sandrino racconta che lui e Veronica stanno guardando una location in Umbria, il Castello di Montignano. Non una sala ricevimenti con i finti capitelli e il menù plastificato: un castello vero. L’idea è prenderlo tutto per un paio di giorni, pagare una notte agli ospiti, spa compresa, e fare le cose bene così nessuno possa parlare male. Una frase bellissima, tipicamente italiana, perché in fondo gran parte delle spese per un matrimonio non si fanno per sé stessi ma per neutralizzare preventivamente i parenti e gli invitati dotati di lingua lunga.

Roberto è sinceramente felice, quasi commosso dall’idea. Però intuisce subito che la faccenda non sarà esattamente economica. E infatti Sandrino, con una tranquillità che dovrebbe essere studiata dai cardiologi, butta lì la cifra: si aspetta una spesa intorno ai ventimila euro. Venti. Mila. Euro. Una quantità di denaro che in altri contesti basterebbe per comprare una piccola utilitaria, finanziare una fuga o adottare un tenore di vita da lord per tre settimane. Qui invece serve per dormire in un castello, offrire una notte agli invitati e preservare l’onore familiare. Rocco interviene subito in modalità consulente matrimoniale, ricordando che la vera mazzata non è il vestito ma mangiare e far dormire la gente. Sul vestito, dice, si può anche spendere poco. Il problema sono gli umani invitati: sono loro il vero costo occulto di ogni celebrazione.

Poi novembre si trasforma improvvisamente in un inno a Microsoft, e già questa sarebbe una frase che in tempi normali richiederebbe verifica psichiatrica. Sandrino racconta infatti di aver comprato Forza Horizon 3 sul Microsoft Store per 65 euro, di averci giocato per 15 ore, di aver sbloccato pure degli obiettivi, e poi di aver deciso che il gioco non gli piaceva. Fin qui tutto normale: l’umanità intera ha speso soldi per cose che poi si sono rivelate meno interessanti del previsto. Il colpo di scena arriva quando chiama l’assistenza Microsoft e, con una faccia tosta meravigliosa, chiede se per caso glielo possono rimborsare lo stesso.

La risposta è talmente civile da sembrare fantascienza. La signora Microsoft gli dice di sì, certo, che ha trenta giorni per chiedere il rimborso a prescindere da quanto ci abbia giocato. E cinque minuti dopo, tac, 65 euro di nuovo su PayPal. Sandrino è in estasi. Sente di aver visto una civiltà migliore, un futuro possibile, un modo diverso di concepire il rapporto tra azienda e cliente. Roberto resta colpito in positivo in modo quasi commovente. Però, da uomo equilibrato, precisa subito che se da una parte l’assistenza Microsoft è stata miracolosa, dall’altra il Windows Store resta una piaga biblica, un cancro digitale, il più grande fallimento dell’azienda. In pratica Microsoft è contemporaneamente una santa e una calamità. E a pensarci bene è una sintesi perfetta.

Poco dopo arriva anche un episodio meravigliosamente italiano sulla privacy e le SIM telefoniche. Il fratello di Luisa è a Cuba, perde il telefono e ha bisogno di bloccare la scheda. Luisa chiama il 155, spiega tutto, racconta che il fratello è all’estero, impossibilitato a contattare il servizio clienti, e riceve un muro burocratico impeccabile: no signora, può farlo solo il diretto interessato. La legalità, in quel momento, è un monumento all’inutilità. Allora Roberto fa quello che ogni cittadino esasperato finisce per fare quando il sistema gli chiude tutte le porte legali: entra dalla finestra. Chiama lui, si spaccia per Alessandro Onorato, fornisce i dati essenziali e in un attimo la SIM viene bloccata. Tutto risolto. Illegalmente, ma con efficienza impeccabile.

Roberto ne trae una morale molto semplice: se fai le cose per bene non ottieni niente, se fai un trucchetto da deficienti risolvi tutto in due minuti. Sandrino però, stavolta, non gliela lascia passare. Gli spiega che no, il punto non è che il sistema sia stupido: è normale che un operatore non possa bloccare una SIM a una terza persona solo perché questa racconta una storia credibile. Altrimenti basterebbe un ex rancoroso, un parente invadente o un cretino ben informato per sabotarti il numero ogni tre giorni. Se invece uno telefona dichiarandosi l’intestatario, lì il problema non è dell’operatore ma della verifica possibile. In sostanza Sandrino difende la legalità mentre Roberto difende il risultato. E sono entrambi, a modo loro, perfettamente nel personaggio.

Sullo sfondo si impone poi uno dei grandi temi del mese: l’elezione di Trump. Rocco ascolta Radio 24 e ne esce galvanizzato come un uomo che ha finalmente trovato una trasmissione capace di salvarlo da Triomedusa e da Linus. Dice che si sta aprendo una nuova Yalta, che il grande sconfitto è la stampa, che tutti hanno fatto una campagna mondiale contro Trump e lui ha vinto lo stesso. Ne parla come di un terremoto geopolitico che riporta in primo piano il nazionalismo, l’asse tra Stati Uniti, Russia e Inghilterra, e l’idea che forse il mondo stia cambiando pelle mentre i giornali stanno ancora cercando il titolo giusto.

Sandrino, dal canto suo, si dice contentissimo della vittoria. La Clinton gli mette addosso una paura profonda, quasi biologica, mentre Trump lo affascina per la sua capacità di fregarsene di tutto, mandare a fanculo la stampa e costruire una campagna elettorale completamente fuori dai codici tradizionali. Roberto rincara con una definizione degna di Lovecraft: Hillary Clinton gli suscita la sensazione di un male antico, di una follia lucida, di qualcosa di marcio e atavico. In pratica non la descrive come una candidata ma come un’entità preumana emersa da un lago nero. Politicamente discutibile, narrativamente perfetto.

Nel frattempo Roberto continua a giocare a Forza Horizon 3 come se avesse trovato una droga legale autorizzata dal Ministero. Confessa di non toccare quasi più altro. Fa gare, si diverte, colleziona auto come fossero Pokémon di lusso, si entusiasma per le sfide contro il treno e per il fatto che nel garage ci siano ormai decine di vetture e ne restino centinaia da raccogliere. Si diverte soprattutto perché vince, dettaglio fondamentale nella psicologia del giocatore adulto: la profondità va bene, ma la vittoria aiuta moltissimo. Vede persino il driveatar di Sandrino comparire tra gli avversari controllati dal gioco, e questo gli dà la sensazione di competere davvero con lui, anche se in realtà sta correndo contro un bot che possiede il suo nome ma non la sua anima.

Sandrino, invece, è molto meno impressionato. Secondo lui il gioco non ha spessore, manca di senso di progressione, l’autolivellamento toglie soddisfazione e alla lunga tutto diventa troppo facile, troppo infantile, troppo vuoto. Insomma: soldi buttati. Roberto prova a difenderlo spiegando che le auto più performanti servono, che la collezione ha un senso, che c’è piacere nello sboronare con una macchina sempre più potente. Ma si capisce che lì non troveranno mai un vero accordo. A volte due persone guardano lo stesso gioco e uno vede un parco divertimenti, l’altro un centro commerciale.

Anche Hell’s Kitchen continua a fare il suo dovere di reality palesemente costruito ma misteriosamente ancora discusso come se ci fosse un margine di autenticità residua. Roberto racconta una puntata così smaccatamente finta da sembrargli quasi offensiva. Non solo i concorrenti recitano, ma sembra che abbiano fatto recitare pure sei tavoli del ristorante. Sandrino, naturalmente, non capisce dove sia la novità: per lui fa cagare dalla prima puntata ed è sempre stato evidente che fosse tutto messo in scena. Roberto però rivendica un diritto fondamentale del telespettatore medio: la sospensione volontaria dell’intelligenza. Se vuoi spegnere il cervello e guardarti una finzione, la finzione almeno deve impegnarsi a non prenderti per idiota. Se invece ti sbatte la recitazione in faccia con la delicatezza di un pugno, allora diventa difficile anche quello. Sandrino chiude il discorso con una sintesi perfetta: se deve guardarsi qualcosa di recitato per spegnere il cervello, allora preferisce il wrestling. Almeno lì nessuno finge di essere naturale.

Westworld, intanto, divide. Roberto guarda la prima puntata con grandi aspettative, caricate soprattutto dall’entusiasmo preventivo di Rocco. Gli piace, la trova fatta bene, piena di attori importanti, ma non gli sembra ancora questa epifania assoluta di cui tutti parlano. Non si strappa i capelli, non sente il botto. Si riserva di proseguire, sperando che decolli. Sandrino è più drastico e liquida la prima puntata come una merda, con quella generosità critica che ormai Rocco, grazie agli insegnamenti ricevuti, sa apprezzare come gesto di onestà. Rocco però difende la serie con convinzione crescente, spiegando che andando avanti emergono dettagli sottilissimi, sorprese vere, intuizioni etiche, perfino il piacere raffinato di riconoscere al pianoforte del saloon versioni western di Paint It Black e Black Hole Sun. È uno di quei casi in cui la serie, più che guardarla, sembra voler essere capita. E questo ovviamente al gruppo piace e irrita in proporzioni variabili.

Nel resto del mese si accumulano altri episodi che da soli basterebbero a fare da contorno a qualunque biografia. A X-Factor i Diana Lu si autoescludono, gesto che Roberto interpreta non come atto artistico ma come liberazione personale: lui e Luisa non li sopportavano, quindi quando annunciano che se ne vanno lui esulta dal divano come per un gol al novantesimo. Rocco, dopo aver sperato in una resurrezione di No Man’s Sky grazie al Foundations Update, cambia idea e lo condanna definitivamente come truffa conclamata, dimostrando che il percorso di apprendimento del “questa cosa è una merda” prosegue con buoni risultati. Si compra pure il 3DS in offerta, si innamora del 3D salvo poi notare che ti rincoglionisce se non giochi fermissimo come un cadavere ben disposto. Roberto scopre Dishonored 2 e già lo considera l’unica cosa capace di staccarlo da Forza Horizon, il che equivale a un’investitura quasi religiosa. Gli Steam Deals del Black Friday, invece, lo deludono: senza daily deal e senza sorpresa quotidiana, dice, è venuta meno la curiosità. In sostanza anche i saldi, per emozionarlo, devono dargli l’illusione del rischio.

Poi ci sono lo Speed Scout a Guardia, che multa anche in movimento e viene annunciato come se fosse un boss finale da evitare; la patente scaduta di Rocco, che scopre di aver guidato un mese e mezzo fuori legge con la stessa serenità con cui altri si accorgono di aver dimenticato un ombrello; il baby blues di Margherita, che Rocco racconta con attenzione e delicatezza, spiegando quanto sia frequente e quanto per fortuna stia già rientrando; e infine Final Fantasy XV, che Sandrino decide di comprare applicando la nuova regola del bastian contrario: se a Rocco non piace già dalle recensioni, allora forse è il momento di fidarsi e buttare altri 50 euro. Il che, a ben vedere, non è più critica videoludica ma astrologia applicata.

E così novembre 2016 si chiude nel suo modo naturale: con un blackout trasformato in teoria universale, una discesa in Calabria organizzata come un’operazione NATO ma motivata dalla pasta, un castello da ventimila euro, Microsoft elevata a istituzione morale, dibattiti sulla privacy più efficienti della privacy stessa, Trump letto come spartiacque storico, automobili virtuali collezionate come figurine, reality smascherati, serie difese a colpi di colonna sonora e il solito, inconfondibile sottofondo di amicizia feroce. In pratica, il caos normale.