Agosto 2019: Maalox, autoscontri e 100 giorni contati uno per uno

Roberto che cerca di ascoltare i vocali di Rocco dalla Punto senza aria condizionata, con i finestrini spalancati sulla statale calabrese e il vento che inghiotte metà delle parole. È la metafora perfetta del mese: segnali che arrivano a intermittenza, buone notizie che si mescolano a interferenze, e la sensazione costante di dover riascoltare tutto da capo per capire se quello che hai sentito è davvero quello che è successo.

La graft si è tolta dalle mani, dai piedi. Resta nell’intestino, che è il punto più pericoloso. Margherita fa ginnastica — 20 minuti di fisioterapia senza sosta, poi glutei, addominali, gambe — subito dopo la fotoferesi, quella procedura in cui le tolgono un litro e mezzo di sangue, lo separano, lo illuminano e glielo rimettono. Due ore e mezza attaccata al macchinario, e appena finisce si alza e ricomincia. Sono 72 giorni di ricovero, 62 dal trapianto. I primi 100 sono quelli critici, e Rocco lo ripete come un mantra, aggiornando il contatore ogni giorno con la precisione di chi conta le ore su un orologio senza lancette. Confessa anche qualcosa di intimo, con la voce di chi non l’ha detto a nessuno: la sera, quando è giù, si ripete in continuazione le frasi dell’I Ching che ha consultato qualche notte prima. Centoventivolte, forse. Un disturbo ossessivo compulsivo che riconosce, accetta, e usa come scudo. “Reggo,” dice. “Reggo. C’ho carburante per un’altra cinquantina di giorni.”

Poi arriva la prima doccia fredda. Rocco chiama dal raccordo, Margherita lo ha appena chiamato in lacrime: il dottor Blandino ha parlato di nuove informazioni, probabilmente non esce nemmeno per Ferragosto. Venti minuti di guida con la morte nel cuore. Arriva al reparto, suona, gli dicono di aspettare i dottori. Un quarto d’ora di ansia estrema. La porta si apre, la dottoressa lo guarda e dice “Sei già pronto?” poi si gira verso il collega: “Vado a prendere un po’ di… perché mi sa che serve.” In quel momento Rocco muore dentro — convinto che le stiano preparando un sedativo prima della brutta notizia. La dottoressa torna: “Scusa, mi sono presa un Maalox, un po’ di mal di pancia. Scusa il fiatone, avevo fatto le scale a piedi.” Si siedono tutti sorridenti. L’interazione tra farmaci ha abbassato i valori. Non è graft. Si sistema tutto. Per Margherita, che si era sentita dire prima “esci sabato” e poi “forse non per Ferragosto,” il problema è il day hospital sotto che chiude il 15 e fa ponte il 16 — e la dottoressa non se la sente di mandarla a casa senza rete di sicurezza. Roberto esplode dal suo angolo calabrese: “In Italia neanche i reparti di trapianti stanno aperti a Ferragosto, ma il GM Megastore in Calabria sì. Tutti i centri, tutti i giorni, per tutti.” Sandrino, più pragmatico: “Due passi avanti, uno indietro — ma il messaggio precedente, Rocco, specificalo meglio, perché ho pensato a cose molto peggiori di un ritardo di una settimana.”

Il farmaco sperimentale americano — quello da 1.200 euro a pasticca, autorizzato in Italia per soli 2 centri — resta in attesa. Per somministrarlo servono piastrine sopra i 50.000, e il corpo di Margherita è impegnato in un gioco di equilibrio delicatissimo: quando stimolano i globuli bianchi, scendono le piastrine; quando salgono le piastrine, scendono i globuli bianchi. La dottoressa Spirito spiega che non è più graft — “Perché con questa diarrea, se fosse graft, Margherita sarebbe morta in tre giorni. Invece sono più di due settimane e sta meglio” — e non è nemmeno un’infezione grave, perché dopo 5-6 giorni il corpo non reggerebbe. Gli organi stanno tutti bene: cuore, cervello, reni, pancreas, fegato. Il primario di endocrinologia passa per la tiroide: “Margherita, piacere. Come ti senti? Hai sete? Bevi quando hai voglia, non bere quando non hai voglia. Ci vediamo, ciao.” Visita del primario conclusa. La dottoressa Proia, incrociandolo in corridoio dopo la visita, gli confida: “Ma lei è Margherita Pucciarelli? È un miracolo. Dopo tutto quello che ha passato sta così bene?” Il trapianto è stato un miracolo. Sono gli effetti collaterali dei farmaci — 15 diversi, che nemmeno i medici sanno come interagiscono tra loro — a rendere il percorso un labirinto. Hanno un foglio Excel dedicato esclusivamente alla cacca di Margherita. Quando il dottore le chiede di descriverla — “Marroncino o arancione? Liquida o semiliquida?” — alla fine le dice: la prossima volta non la butti, la faccia vedere. A Ferragosto, Rocco e Margherita pranzano insieme in stanza: riso basmati per lei, riso con patate fagiolini e bistecchina per lui. “È stato molto carino.” Ma la diarrea continua, i valori oscillano, Margherita cade perché il cortisone non le regge le gambe e si fa un ematoma a mezza pallina da tennis sulla schiena che brucia 10-15.000 piastrine. Il contatore torna indietro. “Non mi va manco di ammorbarvi con tutte queste cose,” sussurra Rocco dal raccordo anulare, tornando a casa di sera. Jessica Jones? Una merda.

Intorno alla metà del mese, Roberto racconta l’episodio degli autoscontri con una gravità quasi biblica. È sera, Caterina in braccio, la cuginetta Viola — una decina d’anni — vuole salire sull’autoscontro. Fanno la fila. E lì Roberto vede, nelle sue parole, “la meschinità, mediocrità, caducità dell’essere umano in tutta la sua pienezza”: mamme assatanate che a ogni cambio turno cacciano a forza i propri figli dentro le macchinine allontanando gli altri bambini, genitori che comprano gettoni in continuazione così il figlio non scende mai, bimbi soli che aspettano invano il loro turno. Quaranta minuti in piedi con Caterina in braccio. Viola non fa un singolo giro. Alla fine è la bambina stessa a dire: “Va bene zio, dai, torniamo domani sera.” E Roberto, sconfitto, si ritrova a insegnare a Viola il gioco sporco: “Domani arriviamo prima, ci sediamo su una macchinina e non ci alziamo più finché non ci vengono le piaghe da decubito.” Ha abbassato i propri principi al livello del branco. Se non avesse avuto Caterina in braccio, confessa, “mi sarei messo a far cazzotti con chiunque. Le avrei anche prese, perché c’erano papà decisamente più energumeni di me. Ma me ci sarei buttato a capofitto.”

L’inizio del mese porta anche un lutto. Uno zio di Luisa, 80 anni, esce di casa una mattina come ogni giorno, salutando moglie e figlie. Invece di andare al consorzio, va in un campo vicino, appende una corda a una quercia e si impicca. Lo trovano nel tardo pomeriggio. La proprietaria del campo dichiarerà ai carabinieri che erano settimane che vedeva quest’uomo passeggiare ogni mattina e fermarsi all’ombra di quella quercia. Roberto lo aveva visto e salutato solo qualche giorno prima, alla festa di compleanno di un nipotino. Nessuno poteva immaginare. “Ne pensi tante, quando succedono queste cose,” dice con voce bassa. “Nell’assurdità del gesto, ci vogliono veramente le palle quadrate anche solo a organizzare una cosa del genere.” Poi chiude: “Parliamo d’altro.”

Per il compleanno di Sandrino — il 6 agosto, 43 anni — Roberto improvvisa una rima baciata (“Del custode un anno in meno / ma a nessun mettiamo il freno / mo mi fermo per un cornetto / e lo metto nel ghirbetto”), Rocco è ad Anzio con i bambini sotto al faro e ha appena sentito che Margherita sta bene: “Oggi è proprio una buona giornata.” Sandrino si auto-regala 2 scatole LEGO del Signore degli Anelli del 2012 — Gandalf Arrives e Shelob Attacks — pagate 80 euro per set che ne costavano 15 all’uscita. Non per montarli, ovviamente: per tenersi le scatole. Roberto quasi sviene: “Quando sento che voi comprate LEGO mi si addrizza tutto. Mi si addrizza il pelo, la gioia, non pensate male. I LEGO vanno montati!” Per lui il montaggio è la magia — quando finì il Voltron fu “fantastico, ma qualcosa mi rendeva triste perché era finita la magia del montaggio.” Sandrino ribatte che un LEGO montato accumula polvere, non ci giochi mai, e ha perso la sua utilità ludica. “Senso? Che senso ha, Roberto?” Il dibattito LEGO-come-investimento vs LEGO-come-esperienza resta irrisolto, con Sandrino che lo chiude con un assioma: “Se hai 1.000 euro da investire, comprati una scatola LEGO. Dopo 2 anni vale il doppio. Poco ma sicuro.”

Rocco, nel frattempo, ha finito di montare il Vecchio Negozio dei Pescatori e scopre un dettaglio commovente: mancano 3 pezzi, tra cui il supporto della bandiera bianca. Si arrabbia, poi guarda Leonardo e dice: “Papà, manca la bandiera bianca.” In quel momento lo chiama Marco che gli dice “C’è ragione, i Scienzi non alzeranno mai bandiera bianca.” Un bel momento, anche se gli mancano comunque 3 pezzi. Roberto, contemplando il set finito, ha un’illuminazione: “Ma com’è possibile che tra 3.000 LEGO Ideas nessuno abbia pensato a qualcosa di cthuloide? Il porto di Innsmouth? Cthulhu che emerge dalle acque? Quel capanno dei pescatori trasuda elementi cthuloidi da ogni parte, eppure è solo il capanno dei pescatori. Non è il capanno dei pescatori di Innsmouth.”

Il mese è anche il mese degli orologi. Sandrino manda a Rocco foto di Casio subacquei e Seiko di lusso, si appassiona al Bell & Ross GMT da 41mm, scopre l’app Chrono24. Rocco si lancia in una lezione magistrale sull’orologeria che copre Gerald Genta e il Nautilus, le 48.000 vibrazioni dello Zenith El Primero, i meccanismi che Zenith forniva al Rolex Daytona, la rivalutazione del Patek Philippe (“Lo compri a 22.000, lo rivendi tra i 45 e i 60.000. Il miglior investimento del mondo”), fino al riciclaggio di denaro tramite orologi di lusso da parte di camorristi e ‘ndranghetisti. Il suo Submariner vale 1.800 euro più di quanto l’ha pagato. L’Omega Moonwatch, pagato 2.500 euro, ne vale 3.100. “L’uomo si è inventato il tempo, che è una cosa che non esiste in natura. E uno strumento per misurare qualcosa che non c’è. Quello che noi chiamiamo tempo è solo movimento.” Sandrino, da terra, lancia la granata: “Chrono24 è una bolla. I soliti mille utenti che se li comprano e rivendono tra di loro. Il mio Millennium Falcon non è una bolla. Tu e i tuoi amici di Chrono24 siete sempre gli stessi, caro Rocco. Ricordalo.”

La Mi Band 4 raggiunge una tappa storica: si scarica per la prima volta dalla sua nascita. Sono passati quasi 2 mesi, e Roberto non l’ha quasi mai caricata perché la porta solo la sera e nei weekend. “Avevo letto durata di 25 giorni. Mai e poi mai me lo sarei aspettato.” Continua a controllare ossessivamente il battito cardiaco ogni 5 minuti: “A 70, a 87, mo sto a fare salita, a 110, mo sto seduto, sto a morire a 60.”

Roberto compra un abito blu cobalto per un matrimonio a Firenze. La storia merita il racconto. Luisa lo trascina una domenica mattina in un negozio a Belvedere — Dimensione Moda, concorrente diretto del GM dove lavora — perché non entra più in nessuno dei suoi vestiti. “Portavo la 46, poi la 48. Sono arrivato alla 50.” La proprietaria, bella signorona con occhi azzurri, prende l’abito che piace a entrambi e dice: “Guardate, provatelo, ma se posso darvi un consiglio dall’alto dei miei 40 anni di esperienza, non ve lo consiglierei. Pessimo rapporto qualità-prezzo. Gli abiti che costano troppo poco a me non piacciono.” Roberto e Luisa si guardano con la stessa identica domanda nel cervello. Comprano l’abito per 200 euro — “proprio per la legge del dare in quel posto alla signora.” Il pagamento diventa un’odissea: il bancomat non funziona, la signora dirottava tutti i clienti con carta al negozio di intimo accanto, e li accompagna alla porta “non perché non mi fido, è che voglio controllare se c’è la finanza in giro.” Palesemente voleva controllare che non se ne andassero con 200 euro di vestito. “Magari da questo punto di vista aveva anche ragione. Non te conosco. Con tutti i napoletani di pupù che ci sono in giro.”

Il fronte Caterina si muove: abbandonano il Bambin Gesù per una psicoterapeuta infantile a Paola, molto più vicina e con sedute settimanali invece che mensili. Alla prima seduta vera, Caterina fa qualcosa di inaudito: si siede in braccio alla dottoressa, tra le sue gambe incrociate, una sconosciuta. Rimangono tutti a bocca aperta, compresa la dottoressa. Roberto, che considera Caterina una bimba empatica — “Quando ci sono persone che a pelle sa che non sono buone, piange; quando le percepisce come buone, è contenta” — ci legge un segno del destino. Rocco conferma: una volta alla settimana è l’unica cosa che può funzionare, il controllo mensile al Bambin Gesù è solo un modo per spiegare i soldi.

Sandrino scopre The Boys su Amazon Prime durante il tragitto in treno e lo definisce subito spettacolare — “Supereroi corrotti, super splatter.” Roberto, che già lo teneva d’occhio dai primi trailer, non ha letto il fumetto e se ne compiace: “Me la godrò scevro da ogni problematica.” Rocco invece finisce Person of Interest in 82 puntate — il finale lo emoziona, “bel finale che chiude bene” — e inizia Mr. Robot. Roberto, che ha divorato Assassin’s Creed Odyssey fino a 130 ore restando al 54% di completamento, viene venduto su Ghost Recon Wildlands dalla descrizione di Rocco: missioni in cui puoi paracadarti da un elicottero sul tetto, catturare narcotrafficanti senza sparare un colpo, o distruggere fabbriche di coca bombardando tutto dall’alto. “Il gioco non ti interessa come lo fai. Il gioco ti dice: fai come vuoi.” Sandrino si immerge in Hellblade: Senua’s Sacrifice e ne esce devastato: “Un’esperienza bellissima e terrificante. La narrazione della psicosi con le voci continuamente nell’orecchio, a sinistra e a destra, per 15 ore. Entra nella leggenda dei giochi migliori che ho giocato.” Roberto consiglia Control, il nuovo gioco dai creatori di Max Payne e Alan Wake — 50,99 euro su Epic Game Store, “prezzo molto alto per un titolo PC, ma con supporto nativo al ray tracing e DLSS al day one fatto con i controcoglioni.”

Un dettaglio autobiografico illumina Sandrino da dentro: durante una settimana tranquilla in ufficio, riesce a craccare la mail Gmail del padre — provando password fino a trovarne una semplice, confermata sul numero di telefono ancora attivo — e legge le email dal 2008 in poi. Corrispondenze con il padre di Alma, che scriveva dal Brasile chiedendosi se Andrea e Gianna si sarebbero mai sposati, se avrebbero fatto figli, “perché i giovani d’oggi queste cose non le riguardano più.” Invece poi le nipoti sono arrivate — e alla terza, Chiara Cinquini, che nasce proprio in questi giorni di agosto, Sandrino è già zio per la terza volta. Roberto è il primo a conoscerla: “Sono passato stamattina con i bambini. Cosa che avete intuito dal cognome, ovviamente.”

Il Jova Beach Party devasta la viabilità costiera tra Diamante e Cirella. Svariati dipendenti del GM hanno minacciato le dimissioni per andarci, il capo ha proibito le assenze, Roberto osserva il caos dalla sua Punto. La montagna sopra Guardia brucia per tutta una notte, cenere ovunque la mattina, finestre chiuse coi condizionatori accesi e tanfa di fumo. “Spero che chiunque sia stato, abbia una bella autocombustione interna.” Al lavoro, un pomeriggio manca la corrente e il gruppo elettrogeno gigante — appena installato dall’Enel — non parte. Restano dalle 13:00 alle 17:30 senza aria condizionata in uffici che sono bunker senza finestre, ad agosto, in Calabria. Trenta ordini non partiti. Roberto, che da anni suggeriva un piccolo gruppo di continuità per il computer della stampante, mastica amaro: “Noi siamo un e-commerce. Basiamo tutto il nostro essere sull’essere attaccati alla corrente. Misteri della fede.”

La casa di Rocco nel bosco diventa argomento di dibattito corale. Sandrino e Veronica la bocciano senza appello: “Rocco, io non te ce vedo in mezzo ai cinghiali. Margherita non è tipa da bosco, ma manco da campagna. È tipa da appartamento.” Roberto si unisce: “Io e la natura siamo due cose che ci rispettiamo, ma non ci amiamo. I cinghiali devono stare dove stanno i cinghiali, e io sto dove stanno i custodi.” Poi aggiunge, dalla sua terra di cacciatori: “Qui la caccia al cinghiale è sport nazionale. O lo mettono sotto con gipponi, o gli fanno saltare la cervella con 3.000 colpi di schioppo.”

A fine mese, un cane morde Rocco. Non un randagio — il cane di suo cugino Danilo, “sto cagnetto de merda grande come il mio piede” che lo odia e gli molla un morso sul polpaccio mentre è di spalle. Il cane è iper-vaccinato, nessun rischio sanitario, ma con Leonardo e Lavinia che giocavano lì vicino la reazione è immediata: “Grazie, arrivederci. Con molta tranquillità, molta serenità.” Sandrino è categorico: “Un cane che morde un uomo deve essere soppresso. Lo ha fatto una volta, lo farà in futuro. Se morde un bambino sulla faccia o sul collo, sono cazzi.” Roberto concorda e ricorda di quando anni fa, durante una corsa, fu morso da un cane il cui padrone giurò fosse vaccinato ma non gli mostrò mai il pedigree. Sandrino giura di ricordarsi la scena come se ci fosse stato anche lui. Roberto: “Ti giuro che ero da solo. Però mi fa piacere pensare che spiritualmente eri con me al punto da ricordarti la scena. Te voglio bene, Sandri.”

L’ultimo giorno del mese, Margherita fa la colonscopia con una piccola biopsia per togliersi il dubbio su quell’intestino. Rocco parte presto per Roma. I movimenti intestinali sono nettamente migliorati, la quantità dimezzata, l’aspetto tornato marrone — “non è ancora cacca-cacca, ma sta sulla strada.” Non ha fatto un giorno di ferie, ma non è stato ferie nemmeno un giorno. Pensa di non riaprire lo studio fino a ottobre. Il pensiero di ricominciare un anno di lavoro senza aver riposato lo stanca prima ancora di iniziare. Roberto e la famiglia salgono a Velletri per gli ultimi giorni prima del matrimonio a Firenze, ultimi 2 posti liberi sul treno, e Sandrino si guarda Glass di Shyamalan mentre una bufera allaga la camera da letto. “Porca troia, fatto meno male che sono venuto. Incrocio le dita per Rocchino e Margherita.”

Settembre è alle porte. Il contatore dei giorni di ricovero supera i 90, quello dal trapianto si avvicina ai fatidici 100. “Fino a ottobre non certezza,” ha detto la dottoressa. Ma la graft non è più graft, gli organi funzionano, Margherita fa 200 ripetizioni di esercizi che Rocco non riesce a finirne 14. “Reggiamo,” ripete Rocco. “Reggeremo ancora un po’, amici miei.” E poi, con quella lucidità che arriva solo quando hai contato i giorni uno a uno: “L’aspetto positivo è che tutta la convalescenza me la sono fatta qua dentro. Quando torno a casa, le cose più difficili le ho già passate.”