Settembre è il mese della resa dei conti. I vacanzieri se ne vanno, la Calabria torna al suo silenzio ancestrale, e Roberto finalmente entra nella casa nuova. Ma prima di arrivarci, deve attraversare un mese di rivelazioni, Lego e lavastoviglie mai viste.
Il mese si apre con la fine dell’estate e Roberto che esulta: se ne sono andati tutti. Le strade sono vuote, il traffico è un ricordo. Ma la quiete dura poco, perché il retroscena della perquisizione di agosto esplode come una bomba. Mimmo, un collega, gli racconta la verità su Marcello: non è che non aveva visto il posto di blocco. È scappato perché aveva la macchina piena di xxxxxxxx. La polizia lo ha inseguito fino al parcheggio del centro commerciale di Belvedere, lo ha buttato fuori dall’auto e perquisito davanti a tutti. Roberto, che era stato fermato e palpeggiato per pura associazione, si incazza di brutto. Ma la cosa peggiore gliela dice Luisa quella sera stessa: essendo stato perquisito insieme a Marcello, i carabinieri lo hanno segnalato come persona in contatto con un sospetto. Luisa è avvocato, sa di cosa parla. Roberto è furioso. L’idea di essere finito in un qualche database per colpa di un passaggio al gommista gli manda il sangue alla testa.
Il frigorifero è stato comprato: un Hotpoint Ariston, andando contro il consiglio di Rocco che aveva sconsigliato la marca. Roberto lo sa, ma tra il budget limitato e la pronta consegna, ha scelto pragmaticamente. Non è il top di gamma, non sa neanche il modello, ma “sembra carino”, sua moglie ha detto che è ottimo, e il venditore ha detto che è fantastico. Tre conferme sufficienti per un uomo che ha già speso troppo.
Il problema del mese, però, è il divano. Il divano di casa vecchia non entra dalla porta di casa nuova. Non c’è angolo di manovra, il corridoio è stretto, il cartongesso a destra blocca tutto. La soluzione più quotata: farlo entrare dal balcone con un paranco. Serve contattare uno di Fuscaldo che fa queste cose. Roberto accoglie l’ennesimo ostacolo con la rassegnazione di chi ha ormai sviluppato anticorpi contro le disgrazie domestiche.
A metà settembre arriva un momento di malinconia vera. Roberto porta Caterina a spasso per Guardia la sera. Lei vuole fare i suoi riti: vedere i gattini, il negozietto con Minnie e i PJ Masks, la bancarella di Titti, il palco dove cantavano in piazza, lo scivolo al parco. Ma è tutto chiuso, smantellato, sparito. “Luci, luci!” dice Caterina davanti al negozio spento. “Titti, Titti!” nella piazza vuota. “Canta, canta!” dove non c’è più il palco. “Scito, scito!” ma il parco è al buio. Roberto la guarda e si chiede: ma che posso offrire io a mia figlia in un posto dove dal 31 agosto non c’è più nulla? Una città dove non c’è niente da fare se non andarsene. Il pensiero lo logora, lo tiene sveglio mentre costruisce l’ultimo pezzo di Voltron. Sa di deprimersi con poco, sa che i problemi seri della vita sono altri, ma la domanda resta: che stimoli può dare a sua figlia in una città mortorio?

Ma poi la luce torna. Il calendario della Thun, quello coi dadi a sei facce, era fermo al 16 maggio: il giorno in cui Roberto ha lasciato la casa in affitto. Quattro mesi accampato dai suoceri. Quattro mesi. Lui e Luisa si guardano quasi con orrore. Ma finalmente il trasloco accelera. Prima i viaggi con pacchettini e pacchettazzi. Poi la culla di Caterina, portata a mano dalla casa dei nonni fino a casa nuova. E il 22 settembre è il giorno: Roberto si sveglia nella sua casa, con sua moglie e sua figlia. I genitori sono scesi da Roma e dormono nella cameretta di Caterina. Caterina ha assimilato il cambio con una naturalezza stupefacente: è salita sul lettone, si è buttata nella culla e ha detto “notte notte” come se avesse sempre abitato lì. Il mattino dopo dormiva ancora beata. Roberto la invidiava parecchio. Una casa tua è tutta un’altra cosa, anche se ancora spartana, anche se mancano i lampadari, anche se la doccia è scivolosissima — Luisa è già caduta — e dal bagnetto piccolo viene puzza di fogna. Piano piano, si riempirà di quelle cose che danno familiarità e accoglienza.
Rocco e Margherita intanto combattono la loro battaglia. Leonardo è geloso di Lavinia perché “mamma gioca solo con lei”, e il fatto che lo dica apertamente è tenero e straziante insieme. La famiglia non è andata in vacanza quest’estate, il peso della malattia si fa sentire, tutti sono arrivati stremati. Ma la notizia buona arriva: il 20 settembre Margherita fa l’ultima radioterapia. È quasi alla fine. Mancano solo l’intervento alle ovaie e poi le “zinne nuove”, come dicono loro con l’ironia di chi ha attraversato troppo per piangere ancora. La rottura delle palle è finita.
Nel mondo nerd, Roberto ha completato tutti e cinque i leoni di Voltron. Ne parla con la commozione di un padre al primo giorno di scuola del figlio. Ha scoperto che montare i Lego lo rilassa come nient’altro: è un toccasana per cervello, salute fisica e mentale, come un vecchio che costruisce il suo galeone. La costruzione è stata un viaggio di scoperta: i pezzi che non capisci a cosa servano finché non prende forma il tutto, le chiavi inglesi degli omini Lego usate per far roteare la mandibola, il cacciavite a croce che diventa la croce sul petto di Voltron. Geniale. L’unica nota dolente: per montare il busto del robot bisogna staccare e riattaccare le spalle, invece di roteare i pezzi come per gli altri quattro leoni. C’è un tizio su YouTube che ha risolto il problema, ma non ha detto come. Roberto lo ha stramaledetto.
Sandrino irrompe con la rivelazione che il futuro del gaming è lo streaming. Il custode, prevedibilmente, ha una posizione più sfumata: il futuro è quello, certo, ma l’ecosistema italiano è un’altra storia. Cita il servizio GeForce Now di NVIDIA, che garantisce 1080p a 60fps con una connessione da 50 megabit, ma con un limite di quattro ore per sessione, dopo le quali ti butta fuori e devi riloggarti. Roberto si è letto una discussione su NeoGAF dove anche gli americani si lamentano delle infrastrutture insufficienti. E se non va bene a loro, figuriamoci in Italia. Il problema principale non è la qualità video, ma le latenze: lo streaming in competitivo è ancora improponibile. La conclusione è che il futuro è assodato, ma il presente è ancora in alto mare.
Rocco invece porta a casa un’esperienza di PlayStation VR, prestatogli dal collega Mirko. L’immersione è incredibile: la gabbia che ti cala negli abissi con i pesci e le mante intorno, lo slittino a duecento all’ora su una strada americana. Rocco scopre di non soffrire di motion sickness, il che è già una vittoria. Ma i problemi sono evidenti: risoluzione da PS3, cavi ovunque che ti tirano quando ti giri, impossibile giocare in piedi. A quattrocento euro era un furto, ma ora a novantanove con il ritiro di due giochi usati da GameStop è una tentazione seria. Roberto concorda: la VR ha due limiti ancora insormontabili, i cavi e la risoluzione. Il futuro è il 4K per occhio, ma nemmeno una RTX 2080 Ti da milletrecento euro riuscirebbe a gestirlo.
La saga di Sandrino e la bicicletta elettrica raggiunge il climax. Stava per comprare una super bici futuristica su Kickstarter, progettata da due danesi, pubblicizzata dal Corriere della Sera. Tutto bellissimo, finché un utente nei commenti della campagna non scopre che la stessa identica bici è in vendita al Lidl tedesco a ottocentocinquanta euro: una cinese rimarchiata. Il commento sparisce in cinque minuti, ma Sandrino lo ha visto in tempo. Kickstarter è pieno di queste furbate: ti vendono l’originalità e l’esclusività a prezzi folli, quando sotto c’è produzione cinese di serie. Alla fine Sandrino compra una bici elettrica cinese direttamente da Gearbest a quattrocento euro, saltando l’intermediario danese. Roberto commenta: non sei una persona sprovveduta, ma che cazzo ne sapevi che questo stava a far furbata? I genitori di Roberto, intanto, lo avvistano dalla stazione che sfreccia in bicicletta e riferiscono: “Sembrava un furetto.” Per tutta la settimana, Sandrino diventa il Sandrino Furetto.
Rocco prova anche il Segway del cognato e ne resta colpito: trenta chilometri di autonomia, diciotto all’ora, puoi guidarlo col cellulare come una macchina telecomandata. Settecento euro al dettaglio, ma il cognato lo ha preso all’Amazon Prime Day a trecentosettanta. L’unico problema: servirebbe una città civile con piste ciclabili e strade senza buche per usarlo davvero. Roberto chiede “Dabbia?” e nasce un tormentone linguistico che Rocco non gli perdonerà per tutto il mese.
Sul fronte delle serie TV, Roberto ha finito La Casa di Carta e lo ha trovato stupendo, paragonandolo a Prison Break per le prime due stagioni. Rocco consiglia Netflix: Jessica Jones, Daredevil, Punisher e Luke Cage per la protagonista, ma sconsiglia Iron Fist che è “una stronzata di proporzioni colossali.” Stanno anche guardando Maniac, che dopo un inizio promettente sulla schizofrenia paranoide diventa una mezza fregnaccia. E Roberto non sa chi è Patrick Stewart. Rocco quasi sviene: “Ma tu dove vivi? Nel mondo dei buffi? Lo sa pure Veronica!” Roberto il giorno dopo risponde con dignità olimpica: “Jean-Luc Picard si è sempre chiamato Jean-Luc Picard, anche nella vita vera, basta.”
Il matrimonio del collega Mimmo diventa un’avventura sociologica. Roberto e Luisa arrivano alle otto e mezza invece che alle sette, ma trovano che gli sposi non sono ancora arrivati: la messa è durata due ore e mezza, con un prete-showman stile telepredicatore americano che faceva alzare le mani, applaudire e cantare. Roberto è segretamente felice di essersela persa. Al ristorante, Mimmo lo piazza al tavolo con tutte le commesse dei vari centri GM. Roberto fa il bravo marito e impedisce ai suoi occhi di scendere sotto altezza collo. La sera però, osserva due colleghi completamente ubriachi con le mogli che non battono ciglio, e nasce una conversazione con Luisa su un retaggio culturale calabrese: l’uomo vero alle feste deve ubriacarsi fino a vomitare. Ai tempi dei nonni, durante i matrimoni la tarantella finiva regolarmente in rissa, con lo sposo che prendeva a botte il padre della sposa. Il giorno dopo nessuno ricordava nulla e tutti amici come prima. Questo nel 2018, tra ragazzi che non hanno neanche trent’anni.
A fine mese arriva la bomba di Sandrino: ha trovato una casa a Velletri, a Parco Muratori. La visita con Veronica è andata bene, così bene che pensano di fare un’offerta. Servirà un mutuo da centosettantamila euro su trent’anni, ma lo ripagherà con l’affitto della casa di Velletri. La casa costa duecentoquindicimila, ci sono altri offerenti ma loro hanno un vantaggio: non devono vendere un immobile prima, devono solo prendere il mutuo, che è più veloce. Veronica gli ha detto di non dirlo a nessuno per scaramanzia, e naturalmente lui lo racconta subito nella chat. Mila, portata a vedere la casa, si è fatta una bella pennica dentro: buon segno. L’ultimo proprietario è morto il 2 giugno, giorno di nascita di Mila. Potrebbe essere un segno. O potrebbe non esserlo. Ma Sandrino, che crede nel malocchio e ci ha detto lo stesso, preferisce crederci.