Il mese si apre con un dilemma esistenziale di proporzioni epiche: Roberto, borsa della palestra in spalla, si ritrova davanti a un bivio che neanche Ulisse. Luisa e la suocera gli hanno sganciato la frase nucleare, quella contro cui non esiste scudo né replica: “Devi pensare a tua figlia.” Roberto lo sa, è scacco matto. Lo chiama proprio così, scacco matto. Perché contro la frase magica non c’è contromossa. Puoi essere il più razionale degli uomini, puoi citare statistiche e percentuali, ma quando ti dicono “pensa a Caterina”, il borsone della palestra diventa un macigno e lo molli sul divano.
Alessandro, che ogni mattina si infila in un treno e poi in un autobus stipato come una scatoletta di tonno per andare a lavorare, ascolta il racconto e quasi si strozza. “Scusa,” dice con quella calma che precede le tempeste, “io che dovrei fare? Non dovrei andare al lavoro?” Perché la logica è cristallina: se la palestra con dieci persone è zona rossa, il trasporto pubblico romano alle 8 di mattina è Chernobyl. Ma la logica, in quei giorni, è un lusso che pochi si possono permettere. Alessandro è categorico: “Gliela farei pesare. Persone che vivono nel 1200, guardia mia.”
Rocco, dal canto suo, taglia la questione con la precisione dello psicologo clinico che è: i bambini non prendono il coronavirus, le persone che lo prendono guariscono, e quelle che non guariscono hanno ottant’anni. Cita Burioni, snocciola numeri, smonta il panico con la stessa disinvoltura con cui smonterebbe una difesa in tribunale. “E mettici pure che sul gruppo dell’asilo di Caterina” aggiunge Roberto, “ogni dieci messaggi spunta un presunto caso positivo a Cetraro, a Guardia, a chissàddove.” La follia collettiva è già in atto, e nessuna mamma porta più i bambini all’asilo. Caterina, da oggi, sta in casa.
Qualche giorno dopo, è il compleanno di Roberto. O meglio, è il 7 — un numero che lo ha accompagnato per tutta la vita, dice, in un rapporto quasi cabalistico. Il 7 del suo compleanno, il 7 che ricorre ovunque. Ma adesso il 7 è anche il giorno che segna sei mesi da qualcosa di terribile per Rocco, qualcosa che non viene detto esplicitamente ma che pesa come piombo in ogni parola. Roberto ringrazia Rocco per gli auguri con una commozione trattenuta: “Se tocca a me, non posso immaginare quanto possa toccare te. E tu hai avuto la gentilezza di farmi gli auguri.” Lo passa in famiglia, chiuso in casa dai suoceri con Luisa e Caterina, questo compleanno strano in un mondo che sta cambiando forma.
E il mondo cambia forma in fretta. Una sera, Roberto racconta che hanno chiuso la Lombardia e undici province. Il cognato di Luisa, Alessandro, si trovava fuori zona e ha dovuto mollare tutto per rientrare prima che scattasse il blocco. La notizia è arrivata a mezzanotte, e in casa si è sentito quel brivido sottile che precede le cose serie. Il capo di Roberto e la sua compagna sono rientrati dal Messico con scalo a Milano e adesso sono a casa con la febbre. “Sarà sicuramente una sciocchezza,” dice Roberto, ma la frase gli esce già svuotata di convinzione, perché il cervello lavora, lavora, lavora, e la domanda è sempre quella: e se poi Caterina, e se poi i nonni?
Nel frattempo, in quella zona grigia tra il dramma e l’assurdo che solo l’Italia sa abitare, Alessandro va da Davis a comprare la pizza e trova Velletri deserta. Nessuno ai tavoli, mai vista una cosa del genere. Una signora dentro il locale sbrocca con un altro cliente perché non le sta a un metro di distanza, urla, e se ne va. Alessandro guarda la scena reggendo i suoi supplì e pensa che forse il Medioevo non è così lontano come credeva. Poi aggiunge, quasi tra sé e sé, che Gianna — la cognata dottoressa — ha mandato nel gruppo famiglia un articolo che consiglia brodo caldo e temperature sopra i 24 gradi per prevenire il virus. L’ha cancellato subito dopo, ma troppo tardi: Alessandro l’aveva già letto, e il suo livello di sconforto ha raggiunto nuove vette.
Roberto, intanto, inaugura la sua quarantena da bel paese con una mossa che la dice lunga sulla gravità della situazione: si prende 8 giorni di ferie. Non per scelta, ma perché il capo ha annunciato turnazioni, metà personale la mattina e metà il pomeriggio, e chi non lavora si vede decurtare lo stipendio del 50%. “Già io non prendo tanto,” mormora Roberto con quella rassegnazione lucida che è il suo marchio di fabbrica. Le ferie le aveva tenute per salire a Velletri, per vedere gli amici, per far giocare Caterina con gli altri bambini. E invece le spende chiuso in casa a Guardia Piemontese, in una quarantena che puzza di beffa. “Da domani avrete più tempo per sentire le mie cazzate,” promette agli amici. “Sarò, Caterina permettendo, libero tutto il giorno di parlarvi.”
Ma è sulla Fiat 500 elettrica che il gruppo raggiunge vette di comicità involontaria degne di un atto unico al teatro dell’assurdo. Roberto, che quando parla di automobili si trasforma in un ingegnere mancato del Politecnico, dedica un vocale infinito alla nuova 500 full electric: 118 cavalli, 320 km di autonomia dichiarata che saranno 250 reali, 0-100 in 9 secondi che per una macchina così piccola significa che pesa come un rinoceronte. E poi il prezzo: 37.900 euro per la versione limitata, con edizioni griffate Trussardi e Bulgari. “30.000 euro per una 500,” ripete Roberto come un mantra dell’incredulità, “30.000 euro, 30.000 euro, 30.000 euro.” Alessandro ascolta tutto, lascia passare qualche ora, e poi sgancia la sentenza definitiva: “Robertino, ascoltare te che parli di automobili… Vi chiedo la cortesia di non parlare più di automobili in questa chat.” Pausa. “La 500 costa 30.000 euro e allora? Tuo padre si compra Fiat tutta la vita. Quando invece c’è la Duster…” E nomina la Dacia Duster, il suo cavallo di battaglia, la macchina che nessuno prende in considerazione ma che lui difende con la fede di un crociato. Poi ammette, con disarmante onestà: “Mi sono fatto un goccetto di vino di troppo, forse.”
Il lockdown, giorno dopo giorno, mostra il suo volto più grottesco. Roberto racconta che i carabinieri di Guardia fermano chiunque si muova. Un collega di Luisa è stato denunciato perché tornava da un intervento condominiale: i carabinieri gli hanno detto che non era una motivazione valida, a meno che non si stesse allagando un appartamento. Una signora è stata fermata perché stava andando a prendere le polpette dalla mamma anziana. “Se le polpette se le può cucinare da sola,” le hanno detto i carabinieri. Denuncia penale, da trasformare in sanzione pecuniaria tramite oblazione — un iter burocratico che Luisa ha spiegato a Roberto in ogni dettaglio e che ora Roberto ripete agli amici con la precisione terrorizzata di chi ha capito che il sistema non scherza. Per andare a casa dei suoceri, che distano 50 metri in linea d’aria, Roberto usa un verricello: il suocero cala dal terzo piano una carrucola con una corda per passare le cose, senza contatto diretto, come in un film di spionaggio girato da un regista con il budget di una sagra di paese.
Una sera, Luisa chiama Roberto sul balcone. “Vieni un attimo,” gli dice. Stanno lì, dieci minuti, a fissare il ponte della SS18, la statale che passa sopra Guardia con le sue gallerie. Quel ponte è sempre trafficato, a qualunque ora del giorno e della notte: macchine, camion, il rumore costante della civiltà in movimento. Quella sera, non passa nessuno. Non una macchina, non un camion. Solo il vento, qualche insetto, gli uccelli. “Sembrava di stare in Io sono leggenda,” dice Roberto, e in quella frase c’è tutto lo spaesamento di un uomo che guarda il mondo fermarsi dalla finestra di casa sua.

Le giornate si trasformano in un loop di cartoni animati, cortiletti e piccole battaglie domestiche. Roberto descrive la sua routine con la precisione di un cronista di guerra: la mattina gioca con Caterina nel cortile — pallone, nascondino, bicicletta spinta a mano — poi rientra, pranzo, e il pomeriggio ricomincia. Disney+ arriva come la cavalleria: Nemo visto sette volte, la Sirenetta, Frozen un numero imprecisato di volte, Biancaneve che contro ogni previsione piace tantissimo, e Pinocchio che è “una palla allucinante.” Ma Caterina non guarda i cartoni dall’inizio alla fine: li tiene accesi come sottofondo mentre fa tremila altre cose, e guai a spegnerli. Alessandro, dall’altra parte, combatte la stessa guerra con Mila, ma con un handicap: Mila è troppo piccola per seguire i film, e gli unici cartoni che regge sono quelli di YouTube — Baby Shark in loop eterno, fino a quando Alessandro ricomincia a giocare a Hearthstone sul cellulare per non impazzire.
Poi c’è la questione degli orari. Roberto, senza il vincolo del lavoro, ha fatto slittare la sua vita in una dimensione notturna parallela. Gioca al computer fino alle 4, alle 5 del mattino, poi crolla e si sveglia a mezzogiorno con Caterina. Alessandro, pragmatico e fraterno, lo cazzia senza mezzi termini: “Roberti, i tuoi orari sono deleteri per la salute mentale. Vai a dormire alle 9, portaci anche Caterina, e svegliatevi alle 8 come persone normali.” Rocco, intanto, mantiene con i figli gli stessi orari di sempre: sveglia alle 8, colazione, compiti mandati dalle maestre per Leonardo, un’ora di Scooby-Doo, giochi, pranzo, e alle 21:30 tutti a dormire. La differenza tra le due case è un abisso che fa ridere e piangere allo stesso tempo.
Ma è nel cuore della notte che il lockdown regala a Roberto il suo momento più surreale. Sono le 2, sta giocando a Ori and the Blind Forest — quel metroidvania con il pupazzetto di luce che Alessandro aveva finito un paio d’anni prima. È a un passaggio difficile, spara col joypad, bestemmia sottovoce, si agita sulla sedia con le cuffiette al computer mentre tutti dormono. E a un certo punto la sedia si muove da sola. Non è lui. È il terremoto. Sei scosse nella stessa fascia oraria, poi altre diciannove nella notte. Roberto guarda lo schermo, guarda la sedia, guarda il buio fuori dalla finestra, e pensa quello che pensano tutti in Calabria in quei giorni: “Se non ci ammazza il virus, ci fa fuori il terremoto.”
L’angolo nerd del mese è ricco come un bazar mediorientale. Roberto resta estasiato dai Lego Hidden Wars che Rocco ha montato con Leonardo — “fantastico, fantastico, fantastico” — salvo poi aggiungere un sospiro finale che spiega così: “Era dovuto al fatto che non me lo posso comprare.” Alessandro segnala che sull’Epic Game Store regalano World War Z. Roberto consiglia Ori and the Will of the Wisp, il seguito del gioco a cui stava giocando durante il terremoto. E poi c’è il progetto che scalda il cuore hacker di Alessandro: vuole la Nintendo Switch di Roberto per verificare se l’hardware è di quelli hackerabili. “Nel caso la tua fosse predisposta,” dice con la nonchalance di un chirurgo che propone un intervento a cuore aperto, “te la chiederei e te ne do un’altra.” Roberto, saggiamente, non risponde.
Ma il momento di autentica poesia trash del mese appartiene alle Crocs. Alessandro le ha comprate perché suo fratello le porta da anni, Rocco le porta da anni, e lui ha pensato: vabbè, proviamole. Il risultato è un bollettino medico degno di un pronto soccorso podologico. Il piede sinistro fa male perché il tallone struscia sulla gomma. Il medio e l’anulare del piede destro stanno diventando lividi. Sono dure come la morte. Sono scomodissime. “Ma io dico,” esplode Roberto dal suo nuovo microfono appena consegnato da Amazon, “le pantofole non dovrebbero essere comode per definizione? E lo chiedo a voi. E lo chiedo a voi.” La ripetizione finale, quasi liturgica, eleva il lamento sulle Crocs a preghiera universale.
Rocco, in mezzo a tutto questo, ha un sogno. Ha sognato il suo bambino — quello di cui non si parla mai direttamente ma che è sempre lì, nel sottotesto di ogni messaggio, nell’ombra di ogni silenzio. Leonardo scendeva le scale, e da dietro le scale faceva “bu!” e rideva. Rocco lo guardava e diceva: “Ma che ore sono? È tornata?” Era un sogno sereno, giocoso. Il bambino aveva i capelli lunghi, stava bene. E stavolta, dice Rocco, non c’è stata la malinconia al risveglio. Si è tenuto il bel sogno. “Però sì, il tempo passa. E niente, e questo è quanto.” E poi, come per liberarsi dal peso di quella confessione, aggiunge: “Mi vedo Parasite mentre i bambini dormono.”
Il mese si chiude con Alessandro che fa la conta dei dispersi. Roberto aveva promesso aggiornamenti quotidiani e poi è sparito. Rocco è svanito nel nulla cosmico. “Ma che cosa avete da fare a casa?” chiede Alessandro con l’esasperazione comica di chi manda messaggi nel vuoto. “State forse salvando il mondo? Siete dei pompieri?” Nessuno risponde, perché Roberto sta facendo la cacca, Rocco sta mettendo a posto casa, e il mondo fuori continua a non girare. L’unica certezza, in quei giorni sospesi tra la paura e l’assurdo, è che prima o poi qualcuno manderà un vocale. E che in quel vocale ci sarà tutto: la stanchezza, la risata, il terrore, l’amore per quei bambini che sclerano, e la promessa — mai mantenuta — di chiamarsi stasera.