Febbraio si apre con un messaggio vocale che nessuno si aspettava: Leonardo, due anni e qualcosa, annuncia al gruppo che vuole andare a Torino. A nuotare nel laghetto. Rocco lo registra con la serietà di un padre che sa di star creando un documento storico, e lo spedisce nel gruppo perché Zio Custode, essendo di Torino, è l’autorità competente in materia di laghetti piemontesi. Roberto risponde con un messaggio vocale indirizzato esclusivamente a Leonardo, in cui racconta di Via Pozzo Strada, della pista da pattinaggio dove era un campioncino di piroette, e del famoso scivolo dove scese di faccia dimenticandosi di mettere le mani avanti, scorticandosi come uno zerbino. La promessa è solenne: ci andremo insieme a Torino, Leonardo. Il bambino probabilmente non ha capito una parola, ma l’alleanza tra zio e nipote acquisito è suggellata.
Nel frattempo la vita vera bussa con il pugno chiuso. Margherita è ancora ricoverata al San Camillo: i valori del sangue risalgono lentamente, da 7.3 a 7.6 a 7.9, e per la prima volta non le fanno prelievi. Tutti e tre gli amici incrociano le dita, convinti che sia un effetto collaterale dell’interazione tra aspirina e antibiotici su un organismo ancora debilitato dalla chemioterapia precedente. Ma in attesa di risposte certe, il gruppo fa quello che sa fare meglio: alternare angoscia e frivolezza con la disinvoltura di chi sa che ridere non significa non soffrire. Sandrino, per esempio, annuncia di aver finito Dragon Quest XI. O meglio: pensava di averlo finito. Dopo 55 ore e un boss finale sconfitto, scopre che il gioco è appena a due terzi. Un personaggio non giocante gli chiede per tre volte se è sicuro della sua scelta, come un notaio cosmico che vuole accertarsi che il firmatario sia in possesso delle proprie facoltà mentali. La risposta è sì, e si spalanca un endgame che richiederà altre 50 ore e una dedizione che Sandrino non è certo di possedere.
Il dilemma videoludico del mese è shakespeariano nella sua essenza: Resident Evil 2 o Ace Combat 7? Entrambi a 40 euro su G2Play, perché 60 euro su Steam sono roba da filantropi o da pazzi. Roberto ha già comprato Ace Combat a 44 euro con la gioia di chi attende un simulatore arcade da anni, salvo scoprire che il tutorial è ridicolo, banale e noiosissimo. A occhi chiusi consiglia Resident Evil 2, definendolo un capolavoro grafico e tecnico, un remake come dovrebbe essere fatto nel 2019. Però lui non ci giocherà mai. Non può. Si caga sotto. Ha visto le sequenze del Tyrant che ti insegue e aveva paura solo a guardarle su YouTube. Sandrino compra Resident Evil e nei giorni successivi conferma: bello, bellissimo, tanto che sul treno distribuisce gomitate involontarie ai passeggeri durante i jumpscare. Lo finisce con la femmina, poi ricomincia col maschio per vedere l’altra storyline. Roberto, dal canto suo, continua imperterrito con le missioncine ripetitive di Assassin’s Creed Odyssey, che gli si addicono come una vestaglia comoda.
Poi arriva il 6 febbraio, e tutto cambia. Sandrino apre il messaggio del mattino ritirando le proprie rassicurazioni statistiche del giorno prima. Quelle erano puttanate. Margherita ha una leucemia mieloide acuta. Una dopo l’altra: prima un tumore, poi questo. Nella chat cala un silenzio digitale che dura pochi secondi prima che i tre si ricompongano. Roberto parte con un buongiorno che vuole essere tale a prescindere, perché tutto si può curare e risolvere. Rocco spiega: potrebbe essere una leucemia secondaria, conseguenza della chemioterapia e radioterapia precedenti. La fortuna, e bisogna proprio andare a pescarla in fondo al barile, è che le 18 aspirine prese in un mese hanno fluidificato il sangue quanto basta per far apparire le petecchie e abbassare i valori, portando ai controlli. Senza quelle aspirine, Margherita se ne sarebbe accorta settimane dopo, magari con uno svenimento alla guida. La classificazione è T4, la più bassa in gravità. I medici sono sereni: la cura si fa, si deve fare, e si farà.
Il gruppo si trasforma in una centrale operativa di solidarietà e informazione medica. Sandrino tira fuori un asso dalla manica: la sua ex ragazza Federica, 15 anni prima, aveva avuto lo stesso tipo di leucemia. Si era curata con il Glivec, un farmaco sperimentale all’epoca, che le aveva fatto sparire la malattia. Sta bene, ha anche avuto una figlia. Che si chiama Caterina. La sincronicità fa venire i brividi a tutti. Roberto aggiunge un altro tassello: anche Luisa aveva usato il Glivec nel 2009-2010 per la sua mastocitosi, sotto il professor Mandelli. Funzionava, funzionava eccome. Federica, contattata da Sandrino, conferma che il Glivec ormai è superato, ci sono farmaci più efficienti, e che il San Camillo è una struttura all’avanguardia per l’ematologia. Se l’hanno presa subito, dice, potrebbe guarire anche solo con le pasticche. Rocco riferisce che i medici hanno tre opzioni davanti e sono ottimisti. L’oncologa Giuliani, pur essendo a Manchester, ha smosso mezzo ospedale: tutti i primari hanno la cartella clinica di Margherita sott’occhio. Roberto si offre come donatore di midollo. Nessuno glielo ha chiesto. Lo dà per scontato. Contami al cento per cento, dice. Non c’è bisogno neanche che tu lo chieda.
A metà mese inizia la chemioterapia. Una settimana intensiva: prima la boccia rossa, come la chiama Margherita, che dura 40 minuti, poi la cura vera da 24 ore. I medici spiegano che tenerla ricoverata serve proprio a questo: diluire in 24 ore quello che in day hospital si farebbe in 4, permettendo al corpo di riposare. Rocco comincia il conto alla rovescia. Margherita è positiva, quasi contenta perché ha perso un chilo e mezzo mangiando sano, senza dolci, senza patatine, con la sua sigletta e le sue cose. Ma è la sera il momento più difficile per Rocco. Lo racconta con una vulnerabilità che strozza il gruppo: la sera era il momento in cui lui e Margherita si incontravano davvero, dopo le giornate frenetiche di lavoro e bambini. Quel divano dove ora si ritrova solo, quella mezz’ora a chiacchierare che non c’è più. Dorme sul divano dal 30 gennaio, l’anca gli fa male, e ogni sera Lavinia chiede dov’è mamma. Arriva un bastimento carico carico di… e lei dice subito mamma.
Ma febbraio non è solo ospedale. Febbraio è anche la guerra santa contro i cornetti vegani, che prosegue con rinnovato vigore. Sandrino va al John Arley, uno dei migliori bar di Velletri, per comprare la colazione a Veronica. La treccina con le lucine sopra non c’è. Il cornetto alla carota nemmeno. Il cornetto semplice neppure. In compenso: cornetto vegano all’arancia, ai mirtilli, e altri quattro tipi di abominio vegetale. Sandrino incolpa Roberto, perché oggi gli va di dare la colpa a qualcuno. Roberto risponde che non darebbe fuoco solo al cornetto vegano, ma anche a chi lo mangia, a chi lo vende, e che nella sua classifica di gente a cui darebbe fuoco, quelli che mangiano il cornetto vegano stanno sopra a quelli che si fanno i tatuaggi. E ti ho detto tutto. Rocco, dal canto suo, fa notare che la sua dieta è al 90% vegetariana: zuppe, minestre, fagioli, ceci, lenticchie, ma il cornetto vegano no. Quello è il confine invalicabile.

Sempre in tema gastronomico, Roberto commette il crimine sociale di bersi un cappuccino alle dodici e cinquanta. Un ragazzo al bar lo guarda, ordina una birra, e tutti e due, lui e la barista, si mettono a ridere. Sandrino esulta: la vendetta del cappuccino colpisce anche a distanza. Ma il vero campo di battaglia culinario è la pinza romana, che sta invadendo il mondo della ristorazione come i cornetti vegani stanno invadendo i bar. Al ristorante Paradiso di Velletri, dove Rocco ha cenato con una ventina di persone spendendo 21 euro a testa, la pinza è arrivata quasi alle dieci di sera. Roberto, da emigrato calabrese, scopre che persino in Calabria i locali hanno abbandonato la pizza per la pinza. Il Clibanaro, quello della maxi pizza, improvvisamente fa solo pinza. Roberto non l’ha mai digerita, letteralmente. Per lui, cornetto vegano e pinza sono la stessa faccia della medaglia del male che pervade il mondo.
Nei momenti di viaggio verso Scalea, il cervello di Roberto si accende sulle auto. Stavolta l’oggetto del desiderio è la Kia ProCeed GT, una station wagon turbo-benzina da 204 cavalli a 29.000 euro, full optional con ogni diavoleria di sicurezza. L’ha fatta vedere pure a Luisa, che incredibilmente ha detto che le piace senza obiettare sul fatto che sia Kia. Un miracolo. Kia offre anche 7 anni di garanzia, anche se le clausole nascondono dettagli. Ma il vero pezzo di bravura arriva con la recensione della nuova Audi A1: un motore 1.000 a 3 cilindri con bocchettoni di scarico finti, prese aerodinamiche finte, e casse interne che simulano il rombo del motore perché quello vero sembra un motorino. Costo: 40.000 euro. Per una macchina nella classe di una Fiesta, di una Corsa, di una Grande Punto. Come nota giustamente un commentatore online: con 40.000 euro mi compro un’Alfa Romeo Giulia da 190 cavalli. Roberto non riesce a farsene una ragione.
In casa Roberto c’è un altro fronte aperto: Caterina non mangia. Non mangia proprio. Non tocca cibo, non vuole assaggiare niente. Mangia solo tre volte al giorno il suo biberon di latte e biscotti, e quando ha fame grida lattuccio, lattuccio, lattuccio per un’ora e mezza finché i genitori cedono. Luisa le ha preparato 40 pietanze, le ha allestito un tavolinetto sul tappeto, hanno provato con la dolcezza e con la forza, l’hanno ignorata, le hanno lasciato il cibo a disposizione. Una pediatra ha suggerito di non darle il latte e lasciarla piangere: sono solo capricci, comandate voi. Dopo un’ora e mezza di pianti, la mamma piange pure lei e si alza a preparare il lattuccio. Due pediatri dicono che è una fase, che è normale. Rocco, in veste professionale, offre un’analisi raffinata: potrebbe essere una regressione, un voler tornare alla parte più tenera dello svezzamento, rifiutando di crescere. Il bambino ha bisogno di regole come confini sicuri, non come imposizioni. Roberto porta Caterina da un illustre pediatra di Cosenza che, dopo averle dato uno schiaffetto sulla manina per farla smettere di piangere, sentenzia: la bambina sta bene, è una questione di testa, datele le vitamine e mandatela all’asilo.
Anche Sandrino ha le sue traversie genitoriali. Porta Mila al Bambin Gesù per la visita di controllo della plica retronucale, quell’incubo che aveva tormentato la gravidanza di Veronica. Viaggio fino a Civitavecchia quasi, giornata faticosa, ma il verdetto è liberatorio: Mila non ha niente. Tutto quel casino durante la gravidanza era stato per nulla. Ma guardare avanti, sti cavoli. Poi c’è la questione asilo. I nidi famiglia non prendono Mila perché gli inserimenti partono solo da settembre, l’asilo dove andava la figlia di Paolo G è stato chiuso con i sigilli per irregolarità, e così Sandrino e Veronica ripiegano sul Giardino di Archimede, dove Rocco manda Leonardo e Lavinia. Quando Sandrino fa il nome di Rocco, le porte si spalancano: ah sì, lei è l’amica del dottor Cenci, prego, prego. Ma il costo è 480 euro al mese fino alle quattro. Rocco rivela che tra nido e mutuo gli partono 1.326 euro appena si sveglia la mattina, senza contare bollette e spese. L’alleanza dei papà costa cara.
Sul fronte nerd, Sandrino fa il grande passo. Ha un tesoretto segreto, sconosciuto a tutti tranne che al gruppo, messo da parte l’estate precedente. La 1050Ti del Surface Book 2 fa girare tutto a 720p, ma quegli scattini durante Resident Evil 2, quando stai per scapocciare uno zombie e il gioco ti manda il mirino in un’altra dimensione, sono intollerabili. Dopo attente ricerche tra MSI, Asus e Acer, Sandrino sceglie il Lenovo Legion con RTX 2070 Max Q, display a 144Hz, 16 giga di RAM. Costa 800 euro in meno dei concorrenti e, grazie a uno sconto del 16% come dipendente Telecom, diventa quasi un affare. Pesa 2,1 kg contro gli 1,5 del Surface, è 15 pollici, e non ha lo schermo che si rigira, ma chissenefrega. Roberto, entusiasta, gli spiega che la 2060 sarebbe già l’80% più veloce della sua 1050Ti, figuriamoci la 2070. Poi chiede se Sandrino ha ancora la RTX 2080 desktop e se per caso la venderebbe, magari tramite il suo amico eBay. Ci ha provato. E gli consiglia Metro Exodus, il nuovo punto di riferimento grafico dell’umanità.
Roberto, nel frattempo, scopre una barista al bar La Cuccagna di Guardia che gli sconvolge l’esistenza. Ricciolina bionda, occhi di un castano che vira al grigio o al verde, e un fondoschiena che quando si gira per fare il caffè Roberto deve cacciare gli occhi. Balbetta, dice cose assurde, guarda ovunque per non guardarla. Chiude il messaggio con un solenne: mia moglie è meglio, TM. Ma la vera crisi esistenziale è un’altra: Roberto ha smesso di fermarsi alle strisce pedonali. Una tara atavica lo costringeva a fermarsi anche se ce n’erano 20 in fila. Adesso tira dritto come se i pedoni non esistessero. Si calabresizza, e non può farci niente. A consolarlo, la macchina della polizia davanti a lui fa la stessa identica cosa. E poi c’è il dramma del caffè offerto: Roberto offre a tutti, sempre, ovunque, e nessuno ricambia mai. L’ultima goccia è Fabrizio il falegname, a cui offre un caffè e che invece di pagare cornetto e cappuccino in cambio, si paga il suo e basta. Le madonne che si prende Roberto sono proporzionali alla sua permalosità, che è leggendaria. L’unico che gli offre qualcosa è Mattia, un ragazzetto di 23 anni che guadagna quattro lire a Capitan.
L’ecosistema Xiaomi continua a espandersi nella vita del gruppo. Roberto vuole una telecamera per la sala, per vedere cosa fa Caterina a pranzo. Sandrino gli consiglia la Xiaomi con testa motorizzata, perché allo stesso prezzo della concorrenza il fatto che sia motorizzata è impagabile. Rocco già ne ha tre della Ezviz, collegate ad Alexa, e ne parla con l’entusiasmo di chi può riconoscere i pantaloni del figlio dalla telecamera. Rocco, intanto, deve cambiare telefono: Team gli offre un iPhone XS a prezzi improponibili, tipo 200 euro d’anticipo e 40 al mese. Decide per il OnePlus 6T, e poi cambia idea per lo Xiaomi Mi 9 appena uscito: 48 megapixel di fotocamera, prezzo umano. Roberto lo difende: il OnePlus 6T è il top di gamma Android, non è una ciofeca, e chi lo dice non sa di cosa parla. Intanto il Samsung Galaxy Fold viene presentato a 1.990 dollari. Rocco smonta il concetto con chirurgica precisione: uno schermo 4:3 non serve a niente, YouTube ha le barre sopra e sotto, e 2.000 euro per avere un telefono che diventa un tablet troppo piccolo per Netflix è un’idea del cazzo. Molto meglio l’idea del Motorola Razor nuovo: un telefono che si chiude e diventa piccolo, non uno che si apre e diventa grande ma non abbastanza.
Roberto vive il suo personalissimo Calvario professionale: l’inventario di Capitan Sport. Due giorni interi a sparare codici a barre uno per uno con tablet e pistola, dalle cinque e mezza alle otto e mezza di sera. Il tutto imposto il 14 febbraio, giorno di San Valentino, con il dettaglio che Mimmo alle sei se ne va a cucinare la cenetta per la moglie, e Marcello alle sette meno un quarto ha un appuntamento con una ragazza. Lui, Mattia, Sara e Sebastian si guardano come chi ha appena scoperto di essere gli unici a non avere diritto a una vita sociale. E perché l’inventario a febbraio e non a gennaio? Perché prima dovevano finirlo i sette negozi del gruppo, poi il collega Marcello si è fatto una settimana a Londra, e insomma di riffa e di raffa si è arrivati a metà mese. Sandrino, da esperto di sistemi informativi, chiede la domanda ovvia: ma non è tutto automatizzato? Roberto spiega con la pazienza di chi vive nell’abisso: il sistema è informatizzato, ma le movimentazioni vengono sparate a mano, e quando una commessa si dimentica, il sistema dice che un articolo c’è in tre negozi e in realtà non c’è in nessuno. Da qui l’inventario annuale che riallinea tutto.
Nelle ore di viaggio verso Roma e Scalea, il gruppo scopre gli audiolibri. Sandrino è il pioniere: stufo di Radio 24 e della radio generica, si è messo ad ascoltare Thomas Ligotti, autore americano di weird fiction lovecraftiana, che scrive come un autore dell’Ottocento, con terminologia aulica e stile asciutto. Il racconto Lo Zalal lo esalta, anche se la parte finale del Nottuario è più debole. Ma il vero colpo di fulmine è il ciclo dei sogni di Lovecraft, letto da un doppiatore eccezionale su Audible: Azzathoth, Kadath, i gatti di Ulthar. Sandrino ne parla con una commozione che contagia Roberto. Rocco aggiunge che Pannofino legge tutto Harry Potter e che il ciclo di Dune sono 20 ore solo il primo volume, ma in 10 giorni di pendolarismo si finisce. Roberto si commuove ascoltando Sandrino parlare del ciclo dei sogni, perché fu la prima cosa che lesse di Lovecraft, e il gattino rosso a cui si era affezionato lo chiamò Niarlatotep in onore di quei racconti. Tante cose belle, tanti ricordi, tanti odori e sapori di mondi alieni che un misantropo di Providence ha creato per l’eternità.
Roberto, in un impeto di sfogo professionale, apre una parentesi sul sistema di bollettizzazione GLS che diventa un monologo da stand-up comedy involontaria. Il problema: i clienti Amazon scrivono prima il presso e poi la via, il sistema GLS si prende il presso come indirizzo, e Roberto deve correggere tutto a mano. E se gli sfugge uno, il pacco va in fermo deposito, GLS addebita i costi, e i colleghi lo cazziano. Sandrino, con la precisione dell’informatico, gli fa notare che GLS è progettato da mentecatti e che sin dall’elementare si insegna a scrivere le lettere diversamente. Ma il capolavoro è il finale: i clienti più idioti, racconta Roberto, al campo indirizzo mettono l’indirizzo email. E quando li chiami per avvisarli, rispondono: ebbè, e quindi? Che ci dovevo mettere?
La fine del mese porta una tempesta di vento apocalittica in Calabria, la peggiore in 19 anni di frequentazione di Guardia. Il vento divelle il mercato coperto accanto a casa di Roberto, le tegole sfondano macchine, a Paola il vento quasi ribalta le auto, e lungo lo stradone per Terracina gli alberi di Mussolini cadono come foglie. Sandrino, dal canto suo, si immerge nella settima stagione di The Walking Dead, che lo lascia quasi a vomitare sul treno per la crudezza del primo episodio. E Roberto, in una sera sulla SS18, vive il suo piccolo dramma personale: investe un gatto. Inchioda, si ferma con le quattro frecce, ma l’animale è sparito nei cespugli. Vi giuro, mi è dispiaciuto da morire, dice con la voce di chi sa che è una sciocchezza ma non riesce a togliersela dalla testa. Sandrino lo consola: il gatto si ficca sotto come se se volesse suicidare, succede a tutti. Lui ha all’attivo 4-5 gatti e addirittura un cane sulla Via dei Laghi.
Margherita finisce la chemioterapia. Ha ripulito completamente il midollo, e adesso bisogna aspettare che il corpo si rimetta in moto: 20 giorni, forse meno se il suo organismo giovane reagisce bene. Ma nella settimana post-chemio arriva la febbre, 37.7 poi 38, e l’ansia sale. Gli infermieri fanno antibiotici via vena, tamponi, analisi. Il dottore rassicura: è fisiologico, il corpo non trova più niente e si allarma per qualunque cosa. RX torace pulito. Signora, lei è sana come un pesce, ha solo questo problema che si fa. Rocco conta i giorni: sono 19 che Margherita è fuori casa, ne mancano forse altri 20, e trovarsi nel punto più lontano sia dall’inizio che dalla fine è il momento di massima stanchezza. Dorme sul divano, l’anca cede, lavora, studia, porta i bambini, visita Margherita, e la notte dorme 40 minuti. Sente che il suo corpo inizia a cedere, ma finché non arriva sabato, quando può alcolizzarsi un po’, non c’è via d’uscita. Il regalo di San Valentino per Margherita è un Samsung Tab A da 10 pollici, 199 euro, con Netflix e Sky Go, perché guardare le serie sul cellulare la stava facendo diventare cieca. L’ha aggiornato tutto, messo tutte le password. E aspetta.
L’ultimo giorno di febbraio porta due notizie. La prima: Lavinia sta sbocciando nel parlare. Stamattina ha detto al padre: papà fatti in fretta a portare Leonardo. La nonna, stupefatta: ammazza come parla questa. E quando Lucia le dice sei ciao, Lavinia risponde: nonna, che cosa stai salutando? Due anni e mezzo e già smonta la logica degli adulti. La seconda notizia: la febbre di Margherita è passata, 36 gradi, e Rocco va dal dottore a chiedere se possono iniziare a ragionare su una data di ritorno. Una settimana, dieci giorni. Spera che gli dicano lunedì, veniamo a prenderla. Sarebbe una goduria fantastica. Il mese finisce così: con Rocco che conta i buongiorni. Spero di arrivare a 40.000, 50.000 buongiorni, ha detto ai primi di febbraio. Non importa quanti ne manchino. Ogni buongiorno è un giorno in meno verso casa. E domani sarà un altro non oggi, alla Syrio Forel. E si va avanti.