Marzo 2025: Jinx, boss notturni e 200.000 euro in banca: il diario di tre amici incorreggibili

Marzo si apre con un sapore di caffè schiumato e una voce calabrese che scalda le orecchie più di qualsiasi cappuccino. Rocco è in fermento: domenica si avvicina, la rimpatriata è alle porte, e l’ansia gli monta come la schiuma di quel caffè. “Sarò contento di vedervi tutti quanti,” dice, ma la voce tradisce un tremore che non ha nulla a che fare col freddo.

L’ansia non è solo per la festa. Rocco deve spedire una valigia tramite Packlink e scopre, con l’incredulità di chi ha appena visto sparire un continente dalla mappa, che il punto di ritiro delle Poste di Scalea è evaporato dal sistema. Prova e riprova, riduce le dimensioni del pacco a quelle di una scatola di fiammiferi, ma niente: Scalea è diventata un buco nero logistico. Alessandro gli spiega che la volta precedente aveva prenotato tramite eBay Spedizioni, che evidentemente dispone di punti di ritiro fantasma invisibili a Packlink. Rocco risolve deviando su Cetraro, a un misterioso “Pet Shop” che evoca più crocchette per gatti che corrieri.

Intanto Roberto racconta, con l’enfasi di un cronista sportivo, la saga del bowling di Marcellina. La festa del piccolo Diego, 8 anni, 20-30 ragazzini scatenati e un festeggiato che con la palla da bowling non riesce a colpire nemmeno l’aria. Tiro dopo tiro, tutti ci provano: papà, zio, zia, lo stesso Roberto. Persino Caterina, che la palla quasi non la solleva, riesce a mandare giù qualche birillo. Diego no. Niente. Zero. Al quarantesimo tentativo, di fronte all’evidenza che pure i più piccoli fanno meglio di lui, il ragazzino esplode in una crisi apocalittica di urla e lacrime. Mezz’ora di genitori a rincorrerlo per calmarlo. Roberto, da padre esperto di caratteri esplosivi – Caterina non è certo da meno quando perde – si chiede: ma i genitori non potevano prevederlo? Non conoscevano il temperamento del figlio? La riflessione si perde nel vento, filosofica e senza risposta.

Alessandro, dal canto suo, è immerso nel pantheon nerd come sempre. Sta giocando a Jedi Survivor, che definisce “inoffensivo” e “fighetto” con la stessa nonchalance con cui un sommelier descrive un vino da tavola. Ma il vero terremoto videoludico si chiama Monster Hunter Wilds, appena uscito. Alessandro ne parla con gli occhi che brillano: meccaniche semplificate, cavalcatura tuttofare, compagni guidati dall’intelligenza artificiale che non muoiono mai, un gallo gigante da combattere con i bargigli che danzano come bandiere al vento. “È molto più semplice ma anche più divertente,” sentenzia, con la soddisfazione di chi ha trovato il Santo Graal della caccia virtuale. Il problema è il tempo: la nuova dieta della nutrizionista Gianna lo ha trasformato in un cuoco del weekend. Yogurt greco, pancake, zuppe di fagioli e spinaci, cicoria e broccoletti da surgelare. Il sabato e la domenica sono diventati un laboratorio culinario, e Monster Hunter deve accontentarsi del martedì e giovedì mattina. “Non è Diablo che ti metti dentro, premi quadrato e i nemici muoiono,” precisa, con il disprezzo affettuoso di chi sa che certi giochi richiedono postura eretta e concentrazione.

In mezzo alle chiacchiere nerd, Rocco lascia cadere una confessione più pesante. È un periodo difficile, ciclicamente la tristezza lo riassale, la malinconia che non ha nome preciso ma che gli pesa come un macigno. Si riempie i vuoti di cose da fare, e quella domenica di rimpatriata diventa un faro nel buio. Ma la luce è ambigua: le persone che vedrà – Carlo, Marco Ercolani, Duke, Check – sono quelle che per dieci anni sono state ogni mercoledì a casa sua. Poi, quando ha smesso di invitarle, sono sparite. “Cioè, Cech in vent’anni non gli è mai venuto in mente?” mormora, e nella voce c’è una ferita antica che non si è mai del tutto rimarginata.

Il fronte miniature si infiamma. Alessandro sta lavorando a una Jinx di Arcane in stampa 3D, e i tre discutono con una serietà da consiglio di guerra su quale versione stampare: quella col cappuccio o senza. Roberto analizza con “super vista telescopica” ogni dettaglio a 3 centimetri dal naso e vota cappuccio. Alessandro sceglie senza, per il blu dei capelli. È un dibattito che avrebbe fatto impallidire il Concilio di Nicea, ma con meno conseguenze teologiche.

Roberto apre un vero e proprio corso accademico sulla pittura delle miniature. Primer zenitale, colori contrast della Citadel a 6 euro per 5 millilitri, la differenza tra base, layer, dry e technical. “Ognuno costa 6 euro, sono 5 millilitri, fate 6 per 30, saranno 200 euro di colori,” elenca con la precisione di un commercialista del fantasy. Alessandro ha appena speso 30 euro per 5 colori fosforescenti per i tatuaggi di Jinx. Rocco ascolta rapito: “Fantastico, veramente fantastico,” ripete, già innamorato dell’idea di una stampante 3D. Poi la notte porta consiglio e la voglia si sgonfia: non ha né la capacità manuale né quella mentale.

Roberto confessa che fare le 4:20 di notte per sconfiggere un boss di Metaphor Re Fantazio non è un’eccezione ma una patologia. “Non si può andare a lavoro in queste condizioni,” ammette, con la consapevolezza di un tossicodipendente che sa di esserlo ma non può smettere. Il barbatrucco: era crollato alle 22, svegliato all’1:26 dalla vescica, e invece di tornare a dormire ha deciso che “una mezz’oretta” di gioco sarebbe bastata. Tre ore e un boss infernale dopo, eccolo alle 4:20 con tutti i consumabili delle 56 ore di gioco sacrificati per una quest secondaria. Alessandro lo guarda con un misto di ammirazione e preoccupazione: “Ma come fai a campare così?” Poi aggiunge, con pragmatico cinismo: “In realtà la tua vita te lo permette. Continua.”

La domenica della rimpatriata arriva, e il giorno dopo Rocco ringrazia con voce rotta. “Grazie per esserci stati. Principalmente per i regali, ma soprattutto per esserci stati.” La madre di Roberto, vedendo Jinx – la statuetta stampata e dipinta da Alessandro – chiede se è per Caterina. “No, mamma, è per me. L’ha fatto Sandrino.” Caterina, però, sa già chi è Jinx: l’ha vista mille volte quando il papà giocava a Legends of Runeterra.

Il viaggio a Torino di Roberto porta con sé la solita catena di imprevisti pre-partenza: Luisa non sta bene, catarro e tosse, e nulla va mai liscio prima di una partenza. L’obiettivo è visitare via Pozzostrada, dove Roberto è cresciuto, e la Reggia di Venaria, di cui confessa di non sapere quasi nulla con una candida ammissione di “grandissima ignoranza.”

Il capitolo medico del mese è doppio. Al Bambin Gesù di Roma, la piccola Caterina fa una scintigrafia ai reni col mezzo di contrasto. Il viaggio è un’odissea: la bambina vomita 4 volte tra andata e ritorno. Ma le notizie sono buone: tutto stabile, i reni funzionano perfettamente, la dilatazione c’è ma resta invariata. Per la prima volta dicono di tornare tra un anno e mezzo invece del solito anno, e questo è il segnale più rassicurante che potessero ricevere. Roberto, dal canto suo, fa un ecodoppler alla gamba e risulta tutto stabile. L’unico neo: tra qualche mese sarebbe bene un piccolo intervento per chiudere la vena della vecchia tromboflebite. E poi c’è la questione del gel viscido dell’ecodoppler, che gli lascia le gambe in uno stato di appiccicume che descrive con un disgusto teatrale: “Mi avrete viscido questa sera.”

Rocco e Silvia annunciano il matrimonio ai familiari, e Alessandro, in un lungo messaggio, suggerisce con delicatezza di coinvolgere Leonardo e Lavinia nei preparativi. I ragazzi sono rimasti a casa mentre i genitori erano a scegliere posate e piatti a Borgo Dolciano, e Alessandro sospetta che gli sbuffi e le richieste insistenti di Leonardo – le gare di atletica, il viaggio a Londra a 1.800 euro – siano un modo per dire “voglio passare tempo con voi.” Roberto conferma: le mamme di Marina non sono una gita, e i ragazzi forse hanno bisogno di sentirsi parte del progetto. La riflessione si allarga ai figli e alle loro attività sportive: Roberto fa un ritratto esilarante della gioventù calabrese dove il 99% delle bambine fa danza e i maschi karate o calcio, “dalla quale dovrebbero uscire solo nuove Carla Fracci o nuovi Bruce Lee.” Caterina al primo saggio di danza gli ha fatto mettere le mani nei capelli: “Ha preso tutto da te l’essere completamente annodata nelle articolazioni e completamente slegata dal ritmo,” gli ha detto la moglie. Grazie tante.

Roberto si piazza lo spacer di Goldrake – custodia dell’orologio Tissot ricevuto per i 50 anni – e la Jinx nella sua teca. Alessandro dice: metti lo spacer nell’armadio, perché è la prima cosa che i ladri vedono. Roberto si piange il cuore all’idea. Rocco interviene con la filosofia opposta: “Se te lo rubano tu te lo sei goduto. Se lo tieni nell’armadio te lo sei rubato da solo.” Alessandro, che nella vita si è visto entrare i ladri in casa tre volte, è categorico: la roba va nascosta. Punto.

Roberto scopre il trailer di 10 minuti di Death Stranding 2 e lo descrive come “un’opera d’arte,” con la solennità di chi sta parlando di Michelangelo. Alessandro, che al primo Death Stranding ha dedicato ore incalcolabili, geme: esce solo su PS5, lui dovrà aspettare il porting. “Kojima è Dio,” sentenzia, e nessuno osa contraddirlo.

Sul fronte vendite online, la sfortuna colpisce Alessandro. Christian gli aveva affidato due Nintendo Switch limited edition da vendere, e il primo acquirente – napoletano, account appena creato su Subito.it – segnala la scatola arrivata “mezza aperta.” Alessandro apre la contestazione, ma i tempi sono biblici. Roberto, traumatizzato dalla vecchia truffa con una Xbox di anni addietro, rivive “vecchi bruciori di stomaco.”

La 5080 Nvidia è finalmente montata nel PC di Alessandro, e il verdetto è positivo: non è veloce come la 4090 sulla carta, ma consuma 300 watt in meno, è completamente silenziosa, sta sempre a 50-55 gradi, e con il DLSS e il frame generation a 4x in molti titoli è addirittura più veloce. “300 euro in tasca dalla vendita della 4090, e una scheda che non sento nemmeno,” riassume con la soddisfazione di chi ha fatto il colpo del secolo. Roberto, che segue quotidianamente i forum di Hardware Upgrade, annuisce compiaciuto e parte in un’analisi termodinamica delle 5090 da 600 watt che trasformano i case in forni, specialmente a Ferragosto.

L’angolo telefoni diventa una saga epica. Roberto si innamora dei Nothing Phone con la passione di un evangelizzatore: il 3A con il suo Snapdragon 7S Gen 2 medio-basso che vola grazie a un software ottimizzato, i glyph luminosi sul retro, gli aggiornamenti costanti. Lo confronta con concorrenti che “montano lo stesso hardware e sembrano chiodi.” Alessandro, dopo 15 minuti di monologo sui SoC, reagisce con la brutalità di un critico: “Mi hai distrutto. Penso che non riuscirò più ad ascoltare una tua sequela di messaggi per una settimana.” Rocco, nel frattempo, lamenta che l’ultimo aggiornamento del suo Pixel 7a gli ha dimezzato la batteria – evidente obsolescenza programmata in concomitanza col lancio del 9a.

Il dibattito sui telefoni si intreccia col tema Trump e boicottaggio dei prodotti americani. Rocco vorrebbe comprare europeo – Nokia o Nothing – come azione “against Trump, against Musk.” Alessandro sbotta: “Non ho detto che non voglio sentire frasi anti-americane. Ho detto che non voglio sentire ‘boicotterò i prodotti americani’ da uno che parla col cellulare americano.” Roberto osserva divertito, poi confessa: “Anche io la penso come Rocco,” ma si guarda bene dal farne un manifesto politico.

Roberto va al cinema e torna con due recensioni. Biancaneve live action: “All’80% mi è piaciuto, la sirenetta al confronto è inguardabile,” e racconta degli applausi scroscianti in sala sulle tre scene iconiche. Oceania 2 è ben fatto ma tradito dalla colonna sonora: “Le canzoni del primo me le ricordo tutte, del secondo mi sono sembrate anonime.”

L’evento mondano del mese è la serata fuori di Roberto con gli ex colleghi Davide e Pezzottino – soprannominato così perché frequenta napoletani – in una pizzeria che fa storie per la torta portata da fuori. “Basta che mi fai vedere lo scontrino,” concede la titolare. Per Roberto, che in dieci anni in Calabria ha fatto forse due uscite serali, è quasi un evento straordinario.

Le madri sono un capitolo a sé. Rocco perde la pazienza con la sua, che lo tartassa con messaggi e chiamate per organizzare la consegna delle partecipazioni della nipote Ilaria. Dieci telefonate e quindici messaggi per decidere un orario, rimbalzando tra Silvia e lui in un ping-pong nevrotico. “Hai rotto le palle,” le dice, poi ci ripensa, poi no. La madre al pranzo dice a Silvia dieci volte che è una rompipalle. Roberto, in un momento di rara tenerezza, confessa di rivederci la propria: 82 anni, vive in una bolla tutta sua, parla sempre lei, risponde al posto del padre. “Il terrore è che un giorno potremmo essere anche noi come loro,” mormora, e il silenzio che segue è più eloquente di qualsiasi risposta.

Alessandro riprende Baldur’s Gate 3, e questa volta è una rinascita. Dopo 90 ore abbandonate e 7-8 libri dei Forgotten Realms letti grazie a Rocco, crea un personaggio Lone Wolf – ranger ladro che combatte da solo, in stealth, uccidendo con un colpo e sparendo nell’ombra. Senza il party e i suoi personaggi “sopra le righe,” il gioco si trasforma: “Sto giocando a un gioco fantasy finalmente privo da qualsiasi corrente dei costumi moderni.” La gioia più grande è quando un drow gli droppa la cappa di Mezzo Beranzanna nell’Underdark, e Alessandro gode come un bambino perché sa esattamente cos’è, avendola letta nei romanzi di R.A. Salvatore. Roberto lo ascolta estasiato e si concede una riflessione che è quasi una dichiarazione d’amore al gioco: “Può essere la cosa più woke del mondo e allo stesso tempo, con le giuste calibrazioni, il gioco perfetto per chi è anti-woke. E questo non è una cosa da poco.”

Il mese si chiude con la confessione di Rocco sul perché non si compra un telefono costoso pur potendoselo permettere: “Io ho bisogno di 200.000 euro in banca. È il mio principio.” Alessandro e Roberto, che si ratizzano le schede video e guidano auto senza termometro, guardano quei numeri come si guarda un unicorno. Ma Rocco è così, e i suoi amici lo amano anche per questo – forse soprattutto per questo. Perché in fondo, tra orologi da esporre o nascondere, boss da sconfiggere alle 4 di notte, miniature da dipingere e telefoni da scegliere con la cura di chi compra un diamante, sono questi i fili che tengono insieme trent’anni di amicizia. Sottili, ridicoli, indissolubili.