Agosto 2021: tra incendi, giostrine e guerre di carte: l’estate non dà tregua

Agosto inizia con il fuoco. Non quello metaforico, non quello poetico: quello vero, quello che divora le montagne calabresi e riempie l’aria di un tanfo acre che si appiccica alla pelle. Roberto guida sulla statale tra Guardia e Cedraro con i finestrini aperti e il sudore che gli cola lungo la schiena, e racconta di una notte d’inferno in cui nessuno dei tre — lui, Luisa e la piccola Caterina — è riuscito a chiudere occhio. Il condizionatore acceso nelle stanze sbagliate, il rientro alle 23:30 con le pareti già bollenti, Caterina che smania nel letto come un pesce fuor d’acqua. “Qua siamo nella terra dei fuochi” sbotta, e non è neanche troppo lontano dalla verità.

A rendere il tutto più surreale ci pensa la festa di compleanno di Eugenio, cuginetto di Caterina, organizzata con la lucidità di chi evidentemente considera il solleone delle 17:30 una piacevole brezza estiva. Roberto, Luisa e Caterina arrivano alle 18:00 in un cortile all’aperto attrezzato con scivoli, tappeti elastici e macchinette elettriche: il Paradiso dei bambini e l’Inferno di chiunque abbia superato i vent’anni. Roberto suda dal “buco del sedere” — parole sue — e bestemmia in silenzio tutto e tutti, quando improvvisamente il grido collettivo “Maria! Maria! Maria!” gli gela il sangue. La nonna del festeggiato è inciampata su una motocicletta elettrica giocattolo ed è stesa a terra, mento e naso sfregati sull’asfalto. Per un istante Roberto è sicuro che sia morta. Per fortuna la donna si rialza sui gomiti, miracolosamente integra a parte qualche escoriazione. Ma la festa non è finita: poco dopo, durante la torta, zio Alfredo accusa un malore per il troppo caldo. Sipario. “Se andavamo in un forno forse eravamo più freschi” è l’epitaffio definitivo che Roberto dedica alla serata.

Dall’altra parte del gruppo, Rocco combatte la sua personale battaglia notturna. Lavinia si sveglia tra le 2:00 e le 3:00 di notte e non riesce a riaddormentarsi se non viene nel lettone, e lui sta cercando con tutta la determinazione di cui è capace di non cedere. La notte tipo è un bollettino di guerra: Leonardo svegliato alle 23:35 da ragazzine che urlano per strada, Lavinia sveglia a mezzanotte e mezza, breve tregua, poi nuova sveglia alle 2:00, poi alle 5:30, poi ancora alle 6:40, con il padre che si trascina come uno zombie tra le camerette sussurrando “non possiamo vivere così.” La sera è l’unico momento libero — dalle 22:00 all’una — per giocare o guardare un film, ma anche quello sta evaporando. Roberto ascolta e annuisce con la saggezza di chi ha già perso quella guerra: Caterina dorme nel lettone da quando è nata, appiccicata al padre come una cozza allo scoglio, con la testa sulla sua pancia a mo’ di cuscino e i piedi sulle gambe della madre. “Cerca di mantenere il pugno duro” consiglia, con la credibilità di un pompiere che ha dato fuoco alla propria casa.

Con Leonardo, però, Rocco ha messo un punto fermo. Un episodio difficile, una strigliata seria, poi una telefonata alla nonna: “Voi adesso state con nonna, io e Silvia ce ne andiamo.” Lacrime, comprensione, e poi la svolta. Il giorno dopo Leonardo taglia i pomodori col coltello, attentissimo, prepara l’insalata, Lavinia cucina per il fratello. Due angioletti. Almeno di giorno.

Il compleanno di Sandrino cade in uno dei giorni più roventi del mese. Quarantacinque anni festeggiati a 12.000 gradi — stima prudente — nella zona del Colle degli Dei. Roberto, per una volta, gli dedica un messaggio personalizzato, evento talmente raro che Sandrino lo accoglie con un misto di commozione e sarcasmo: “È bello dover aspettare il giorno del proprio compleanno per avere un saluto in anticipo.” Come regalo, Sandrino si compra degli orologi per la bicicletta e accarezza l’idea di acquistare Zombicide, un gioco da tavolo “fighissimo” di sopravvivenza zombie con miniature spettacolari, consapevole al cento per cento che non ci giocherà mai perché non ha nessuno con cui giocarci. Roberto capisce perfettamente: il suo Arkham Horror giace ancora sigillato nella plastica protettiva da due anni, monumento al collezionismo compulsivo. “La cosa più brutta” ricorda, citando Rocco e i tempi delle action figure, “era lasciarlo lì nella scatola. Era un po’ farlo morire.”

E poi esplode la Grande Guerra dei Giochi di Carte Digitali. Il campo di battaglia: Legends of Runeterra contro Hearthstone. I generali: Roberto e Sandrino, trincerati ciascuno nella propria fede videoludica con la determinazione cieca di due crociati digitali. Rocco, rientrato nel vortice di Runeterra dopo una pausa, fa da miccia. Roberto coglie l’occasione per un’orazione che farebbe impallidire un telecronista sportivo: elenchi dettagliati dei punti vittoria giornalieri (prima 1.300, ora 2.600 grazie all’espansione), le combo devastanti di Miss Fortune, la strategia contro il boss Glank con i suoi barili esplosivi, la frase rarissima “Ehi, dietro di te, attento, una scimmia a tre teste” che Miss Fortune gli ha detto una volta sola e che aspetta con ansia messianica che si ripeta. Sandrino ascolta il messaggio, e quando Roberto parte con l’elenco dei punteggi dei rewards, ammette candidamente di aver mandato avanti col dito “tipo un minuto e mezzo.” Roberto, imperterrito, rilancia con un secondo messaggio interamente dedicato a consigli per Rocco sul laboratorio degli eroi leggendari: aperture con germoglio fugace 2-1, combo con poro, gemme di mana aggiuntive. Sandrino, informato che il secondo messaggio è “solo per Rocco,” lo salta a piè pari con sollievo visibile. Dal canto suo, Sandrino contrattacca: la modalità Battaglia di Hearthstone è superiore, punto. Otto giocatori, servitori da comprare, locande da potenziare, il meccanismo del triplicare i servitori per ottenerne uno dorato. “Secondo me la battaglia di Hearthstone proprio non si batte” proclama, con la fede granitica di chi non ammette repliche. Roberto allora cala l’asso filosofico: Runeterra è completamente free-to-play, nessuna modalità a pagamento, nessun vantaggio per chi spende. Hearthstone invece ha il pass battaglia che ti dà più scelta sui personaggi iniziali. “E a me questo dà fastidio” sentenzia. “Se perdo, perdo perché ho fatto una cavolata. Se vinco, vinco perché ho studiato bene. Questo mi piace.” L’argomentazione è inattaccabile. Sandrino risponde con un eloquente: “Giocaci per favore perché vedrai che gli monta in capo dieci volte a Legends of Runeterra.” Lo stallo è totale. Nessun vincitore, nessun convertito. Come in tutte le guerre sante che si rispettino.

A metà mese, in un intermezzo di dolcezza che squarcia il muro di nerdaggini, la piccola Mila irrompe nel gruppo con un messaggio vocale. “Ciao! Custode! Custode! E Rocco! E Rocco! Tutsoni! Tutsoni! Tutsoni!” Sandrino traduce dal milese: “Ciao zico zico, ciao zico zico, dopo Gigio.” Roberto tenta un’imitazione di Gigio che somiglia più a Pippo. “Yuck yuck” ammette, sconfitto.

Sandrino, Veronica e Mila partono per le vacanze intorno al 13, direzione Apecchio, al confine tra Marche e Umbria. Rocco parte in parallelo con i bambini e Silvia. Roberto resta solo in Calabria, tra il lavoro e il traffico dei villeggianti che invadono Santa Maria del Cedro, e il suo rapporto con la solitudine diventa il filo più commovente del mese. “Io qua sto solo” confessa un pomeriggio, tornando a casa in macchina. “Non esco con nessuno, non vedo nessuno, non ho amici. Gli amici che ho siete voi, ma siete un po’ distanti.” Spiega che la sua prolissità nei messaggi vocali — quella che fa sbuffare Sandrino e sorridere Veronica — nasce proprio da lì: il bisogno di parlare, di sentire le voci degli altri, di immaginare che il sedile passeggero della Punto non sia vuoto ma occupato dalla sagoma di Rocco o di Sandrino. “Ecco, adesso potete togliere la base tristezza” chiude, con quella capacità unica di rendere il dolore sopportabile attraverso l’autoironia. Veronica, durante una cena, gli ha detto qualcosa che non ha mai detto neanche a Sandrino: che gli vuole bene dal profondo del cuore, ma che è troppo prolisso. Roberto accoglie la critica con grazia: “Praticamente un messaggio da due minuti potrebbe essere riassunto in 10 secondi. Lo so, cara Veronica.”

Nel frattempo, Roberto racconta un piccolo aneddoto di mezza estate che tiene il gruppo incollato ai messaggi. Una sera, seduto nel cortiletto davanti all’ex negozio del suocero, vede arrivare un’Audi A4 station wagon lucidissima, con la musica a palla. Ne scendono due ragazze bellissime, una mora riccia e una bionda coi capelli lisci, vestite con tacchi altissimi e vestitini corti. Roberto resta “imbambolato,” con la bocca spalancata. Le due gli passano davanti, lo salutano ridendo, e improvvisamente il ricordo scatta: sono le due bambine che venivano in vacanza con le famiglie milanesi affittuarie delle zie di Luisa, quelle che lui ricordava dal 2002-2003 come “la bambina bionda coi capelli lisci e la bambina mora coi ricci.” Sono passati quasi vent’anni. “Mi è venuto il pensiero” ammette, “quando sarà che Caterina, Lavinia e Mila usciranno a 18-20 anni vestite così, ci sarà veramente da preoccuparsi.” Sandrino lo riporta brutalmente sulla terra: il problema non è solo immaginarle a 18 anni, ma pensare che ci sarà un quarantacinquenne “porco” a guardarle come ha fatto lui. Roberto concorda con rassegnazione: “Dovremmo stare proprio con i fucili spianati.”

Roberto propone anche un’idea che definisce lui stesso “omosessuale” e che Sandrino stronca immediatamente: farsi un tatuaggino tutti e tre, in un posto nascosto, a imperitura memoria della loro amicizia. “Te lo puoi anche scordare” risponde Sandrino. “Non è una questione di essere gay o no, perché io un po’ gay ci sono, è proprio che non mi vado a dare fuoco da solo.” Roberto incassa la sconfitta con la dignità di chi sapeva già come sarebbe andata.

Dal fronte meccanico arrivano due bollettini di guerra in rapida successione. La Ford di Luisa si pianta per strada con tremila spie accese: avaria motore, accelera ma non va. L’elettrauto — un mezzo parente acquisito la cui parentela Roberto tenta invano di ricostruire attraverso una catena genealogica degna dei Borbone — diagnostica un sensore staccatosi nel cofano. La soluzione proposta dal suocero Franco è degna di un film comico: far guidare a Roberto la Ford avariata lungo il tragitto casa-lavoro, prendendo più buche possibili per provocare il guasto. “Vedi te, prende più buche possibili” gli dice Franco. Roberto obbedisce e guida a 40 all’ora con gli occhi fissi sul cruscotto, aspettando che la macchina gli muoia sotto. Naturalmente, il guasto si ripresenta il giorno dopo, all’altezza del Parco Scoglio. Dall’altra parte, Rocco si è scontrato con uno spuntone di ferro in un parcheggio che gli ha squarciato un copertone, costringendolo a una danza di gomme tra anteriore e posteriore.

Ma la vera tragedia tecnologica colpisce Roberto sul fronte informatico: la sua scheda video 2070 sta morendo. Lo schermo si frizza, il segnale video si perde, le ventole vanno a palla. “Ho come la sensazione che la 2070 mi stia facendo ciao ciao con la manina” annuncia con il fatalismo di chi sa di essere maledetto. Ma Roberto, per una volta, ha giocato d’anticipo: il 4 agosto ha trovato su Amazon una 3070Ti a 865 euro, rateizzabile in 10 rate da 87 euro, non disponibile ma acquistabile. Una scommessa nel buio. E ora la scheda è stata spedita da Barcellona, in arrivo per il 25. Il fatto che la vecchia scheda abbia deciso di morire proprio nel momento in cui ne ha ordinata una nuova lo fa imprecare, ma almeno il tempismo cosmico, per una volta, gioca a suo favore.

Verso la fine del mese, Rocco manda un messaggio lungo e denso che cambia il tono dell’intero gruppo. È appena stato da Bob, il suo analista a Roma, e ha deciso di tornare alle sedute settimanali. La vacanza, racconta, è stata difficile. Si è isolato, è stato tutto il tempo al telefono, Silvia non stava bene tra il caos delle 31 persone con 17 ragazzini. Ha realizzato di aver trascurato i propri bisogni, di essersi adagiato troppo nel ruolo del convalescente gestito dagli altri. Ma Sandrino, in vacanza, gli ha detto delle cose importanti — dirette, brutali, senza un grammo di diplomazia — e quelle parole gli hanno fatto meglio di due mesi di terapia. Da quel momento Rocco ha ripreso in mano la gestione della casa, la spesa, la cucina, l’educazione dei figli. “I miei figli me li stavo perdendo perché li stava educando qualcun altro” ammette. La voce è fragile ma determinata. Roberto ascolta commosso e risponde con una sincerità rara: “Alessandro è quello che io e te non possiamo essere. Sbatterci in faccia la realtà, e chi ce la deve sbattere in faccia se non uno che non ha diplomazia.” Poi aggiunge, in un momento di vulnerabilità che si concede di rado, che anche lui avrebbe bisogno di aiuto psicologico, ma non ha il tempo, il denaro, la voglia, né le persone adatte. Racconta di come non riesca a godere delle serate con i parenti scesi da Milano: “Mi sento sempre lo scemo del villaggio, mi metto in disparte, sto da solo.”

Sandrino, con la sua grazia che non è grazia, conferma tutto con Rocco e aggiunge: “Forse ci dovrei andare anche io dallo psicologo. Credo faccia bene a tutti.” Poi, con la stessa naturalezza, cambia argomento e annuncia che gli arriverà da Amazon la Bibbia del Barbecue di Steven Raichlen, accompagnata da un barbecue comprato col bitcoin, perché si è anche comprato un mal di schiena che gli impedisce di dormire supino da un anno e mezzo. Roberto, leggendo “Steven” nel messaggio, parte per la tangente: “La Bibbia di Steven Seagal? Ma Steven Seagal quello che menava?”

L’ultimo fine settimana del mese, Roberto annuncia con il tono di chi parte per il fronte che deve andare a Milano per il matrimonio del cognato. Ma prima c’è un sabato di pura gioia paterna: la tappa forzata alle giostrine di Guardia con Caterina e i cuginetti, che lo hanno trascinato prima sull’ottovolante — lui che soffre di vertigini e non c’era mai salito — poi sull’autoscontro. Lì, tra una caracca e l’altra, Caterina si morde il labbro ma non dice niente per paura che il padre le proibisca di risalire. “Tranquillo papà, non mi sono fatta niente” lo rassicura lei, e a Roberto si scioglie il cuore. Il costo dell’operazione giostrine, però, è di 15 euro ogni due sere. “Ma io posso spendere 15 euro ogni due giorni?” si chiede, calcolando mentalmente 60-70 euro a settimana con l’espressione di un commercialista davanti a un bilancio in perdita.

Il mese si chiude con Rocco munifico come non mai, che offre il pranzo a Sandrino, Veronica e Mila al ritorno da un’uscita al parco giochi di Rocca di Papa. “Fai una telefonata a Rocco, fagli una cazziata” suggerisce Sandrino a Roberto, “magari ti fa il munifico. Hai visto mai?” L’estate continua, il caldo non molla, le montagne smettono finalmente di bruciare, e i tre amici restano aggrappati ai loro messaggi vocali come a un salvagente nel mare di agosto.