Gennaio 2017: nasce Caterina, Final Fantasy massacra, e la gaffe del vestito di Annalisa Minetti

Gennaio 2017 si aprì con un Capodanno che, invece di promettere eccessi, brindisi epocali e bilanci esistenziali davanti allo spumante, offrì al gruppo uno scenario molto più realistico: influenza intestinale, fughe strategiche e tisane da convalescenti. Roberto, infatti, inaugurò l’anno nuovo con il tono dell’uomo che aveva visto cose. Lui e Luisa erano andati a festeggiare, sì, ma avevano capito presto che l’atmosfera non era quella delle grandi occasioni: più che una festa sembrava un punto avanzato di pronto soccorso da campo. Gente piegata, facce livide, stomaci in sommossa. A un certo punto i due si guardarono, fecero il rapido calcolo costi-benefici della permanenza e, con la lucidità che si riserva alle vere scelte di vita, decretarono che non aveva senso morire socialmente in mezzo a un lazzaretto. Se ne tornarono quindi a casa ben prima della mezzanotte e accolsero l’anno nuovo brindando con una camomilla, che non sarà glamour, ma ha una sua compostezza da coppia adulta sopravvissuta al peggio.

Sandrino, dal canto suo, raccontò di un Capodanno più regolare, con botti finali e rientro alle due del mattino, ma la sua vera urgenza narrativa non era certo il cenone: era Final Fantasy XV. Rocco, invece, stava già entrando nella sua classica modalità da padre di famiglia assediato dal gelo. Avrebbe voluto portare Leonardo a vedere la Befana in piazza, ma Velletri, in quei giorni, sembrava essersi candidata a succursale di una base scientifica siberiana. Con temperature che precipitavano verso l’assurdo, Rocco concluse che l’unica soluzione sensata fosse ibernare simbolicamente l’intero nucleo domestico e tuffarsi su Final Fantasy XV, affidando al fantasy giapponese ciò che il meteo laziale stava negando alla vita reale.

E fu proprio Final Fantasy XV a impadronirsi dei giorni successivi con la forza di una dipendenza perfettamente legittimata. Sandrino aveva finito il gioco, ma come spesso accade nei JRPG giapponesi, il vero sadismo cominciava dopo i titoli di coda. Si erano sbloccati dungeon precedentemente chiusi, pieni delle armi più forti del gioco, e lui si era infilato in quelle caverne con l’incoscienza del veterano che pensa di avere ancora qualche risorsa residua. Dopo due dungeon aveva già capito l’antifona: uno durato mezz’ora, l’altro composto da cento stanze, una per ogni peccato commesso in gioventù. In ciascuna c’erano mostri da abbattere, minuti che evaporavano e soprattutto i Tomberry, quelle creaturine all’apparenza ridicole ma in realtà progettate dagli sviluppatori giapponesi con il solo scopo di spezzare la volontà umana. Piccoli, vestiti quasi da santoni armati di coltello, avanzavano lenti come pensionati in fila alla posta ma colpivano con l’efficacia di un mandato di cattura. Ce n’erano di normali, di master e di king, come se il gioco volesse dire: non ti basta soffrire, vuoi anche una gerarchia della sofferenza? Dopo tre ore di combattimento ininterrotto, Sandrino aveva prosciugato tutte le scorte accumulate in ottanta ore di gioco e raggiunto un’unica conclusione spiritualmente onesta: basta. Spento il gioco, chiusa la pratica, salutato il Giappone feudale con rancore.

Roberto colse subito l’assist per ricordare che anche Final Fantasy XIII non era stato da meno in termini di cattiveria gratuita. Raccontò dei Tomberry comparsi nelle missioni di caccia come boss facoltativi finali, roba da costringerti ad aprire guide online scritte da persone che probabilmente non avevano mai visto il sole. C’era un Tomberry che, se non veniva abbattuto entro pochi secondi, diventava di fatto immortale e con una singola coltellata azzerava il party. Poi arrivavano prove in cui i Tomberry erano addirittura tre insieme, come i tre dell’Ave Maria ma con molto meno spirito cristiano. Le missioni finali, già di per sé, erano una distesa di mostri impossibili, tartarughe enormi e cactus mostruosi che lanciavano aghi da diecimila danni a colpo, cioè abbastanza per polverizzare un intero gruppo nel tempo che serve a bestemmiare. Anche Roberto, a un certo punto, aveva riconosciuto il limite tra passione e masochismo: aveva spento tutto, disinstallato e dichiarato chiusa la relazione tossica.

Rocco entrò nella discussione con la sicurezza del platinatore selettivo. Lui aveva completato solo l’ottavo e il tredicesimo capitolo, e sulle evocazioni si lasciò andare a un giudizio netto: erano una delle cose più belle della serie. Proprio per questo gli sembrava assurdo che in Final Fantasy XV, dopo ottanta ore di gioco, Sandrino ne avesse viste soltanto due. Era una questione di principio: perché gli sviluppatori giapponesi continuavano a nascondere le cose belle dietro meccanismi incomprensibili, armi definitive inutili perché sbloccate a gioco finito e sistemi di crafting che richiedevano la preparazione di un revisore contabile? Roberto confermò, raccontando che per creare le ultime armi in Final Fantasy XIII servivano guide, tabelle, calcoli e probabilmente pure un master in matematica applicata. Aveva consultato quattro siti diversi senza capire nulla, aveva persino interpellato persone esterne all’indagine, ma il mistero era rimasto tale. Il punto era chiaro: a un certo livello, questi giochi smettevano di essere intrattenimento e diventavano selezione naturale.

Nel frattempo Roberto stava vivendo anche un’altra conversione, meno drammatica ma per lui quasi mistica: quella al joypad. Giocando a Dishonored 2, da lui definito senza esitazioni il gioco perfetto, aveva scoperto che il controller Xbox 360 era la vera forma finale del controllo in prima persona. Era partito con mouse e tastiera convinto che fossero superiori per definizione, come un integralista della precisione digitale, ma rigiocando tutto da zero si era accorto che scivolate, combo e movimenti risultavano più naturali col pad. In undici ore di gioco aveva completato appena il livello introduttivo, il che per lui non era un problema ma anzi la prova della profondità dell’opera: un livello che si poteva chiudere in dieci minuti e che invece lui aveva setacciato per dieci ore, esplorando stanze, storie, anfratti e dettagli come se fosse un ispettore del catasto di Dunwall.

Sandrino, da parte sua, osservava tutto questo con la serenità di chi in vacanza aveva ricominciato a dormire come un cristiano. Da due settimane si alzava alle nove e sentiva che la vita, finalmente, gli stava restituendo qualcosa dopo un anno di lavoro. Sulle armi definitive di Final Fantasy XV, però, voleva precisare: non erano difficili da forgiare, erano semplicemente inutili, perché nel gioco se ne trovavano di migliori. Stesso discorso per le evocazioni: per vederle tutte avrebbe dovuto mettersi con la PlayStation accesa e internet davanti, come uno che consulta le istruzioni per evocare demoni, ma sinceramente non ne aveva la minima voglia. Almeno, concluse, Roberto era finalmente entrato nel mondo del joypad, che era già una piccola vittoria per la civiltà.

Poi arrivò l’Epifania e il tono del mese cambiò di colpo. Roberto raccontò che Luisa era stata ricoverata dopo una visita ginecologica a Cosenza. L’idea iniziale era solo quella di valutare una struttura più vicina rispetto a Catanzaro, ma la visita aveva rivelato una pressione molto alta e i medici avevano deciso di trattenerla per sicurezza. Caterina stava bene, era già in posizione, l’ecografia era rassicurante, ma la situazione andava monitorata. Roberto, nel riferire tutto, alternava la preoccupazione autentica a quella meraviglia quasi infantile per il fatto di aver visto la neve in Calabria sul passo della Crocetta. In mezzo all’ansia per la pressione, i controlli e la possibilità di un parto anticipato, trovava ancora lo spazio mentale per stupirsi della neve a bordo strada, come un turista scaricato per sbaglio in un’altra regione.

Rocco, ovviamente, non perse l’occasione per alleggerire il tutto con una delle sue osservazioni chirurgiche. Ringraziò per le buone notizie e fece notare che era sempre positivo quando una visita ginecologica veniva effettuata da una ginecologa e non, per esempio, da un panettiere, perché quello sì che sarebbe stato un segnale preoccupante. Poi sottolineò che, almeno, sulla strada verso Cosenza Roberto stava trovando neve invece che prostitute, il che per certi versi rappresentava un avanzamento paesaggistico.

Nei giorni seguenti Roberto entrò ufficialmente nella sua breve e tragicomica fase da uomo solitario. Senza Luisa in casa, scoprì che da solo poteva sopravvivere poche ore prima di regredire a creatura semiassistita, tanto che sua suocera si ritrovò improvvisamente con un secondo figlio adulto da accudire, stirare e nutrire. Lui, nel frattempo, cercava di interpretare il ruolo del piccolo casalingo: lavava, stendeva, passava lo straccio, raccontando con orgoglio quasi commovente attività che milioni di persone svolgono ogni giorno senza aprire un canale vocale dedicato. Il lato positivo, però, era il ritorno alla notte nerd: con la casa silenziosa e nessuna struttura familiare a contenerlo, poteva dedicarsi all’Uber PC o alla sua serie preferita fino alle due di notte, come un adolescente con le responsabilità di un adulto ma senza la disciplina di nessuno dei due.

Intanto i controlli su Luisa continuavano. Tracciati, misurazioni continue della pressione, due punture di Bentelan per favorire lo sviluppo dei polmoni di Caterina in caso di cesareo anticipato. Roberto spiegava con notevole precisione i valori pressori e gli sbalzi, come se nel frattempo avesse conseguito un master accelerato in ostetricia da corridoio. Il Bentelan aiutava la bambina ma rischiava di far impennare ulteriormente la pressione di Luisa, quindi dopo due dosi i medici si fermarono. Lei, raccontava Roberto, era serena e rassegnata all’idea che ormai ci si fosse quasi. Lui invece doveva ancora attraversare il passo della Crocetta con ghiaccio, freddo polare e un dubbio esistenziale molto concreto: se fosse stato necessario montare le catene, come diavolo si faceva? La Ford ne era provvista, certo, ma possedere delle catene e saperle montare sono due piani completamente diversi della conoscenza umana. Roberto intuì che forse YouTube, oltre a contenere video di gattini e trailer di videogiochi, poteva anche salvargli la vita.

L’8 gennaio, però, il gruppo venne distratto da un dramma sociale di ben altra natura: la leggendaria gaffe del vestito. Sandrino lanciò il tema raccontando che le rispettive compagne avevano probabilmente compromesso per sempre i rapporti con Elisa, la fidanzata di Check. Rocco ricostruì la scena con la gravità di un testimone oculare. Serata piacevole, cibo, vino, uomini sul divano a giocare a Final Fantasy XV, donne raccolte in un angolo a parlare di abiti da matrimonio. Fin qui tutto normale. Poi, come accade nei migliori disastri, qualcuno aveva aperto l’argomento sbagliato al momento sbagliato. Veronica e Margherita iniziarono a massacrare verbalmente il lavoro di Laura Ciarla, sarta di Velletri, definendo i suoi vestiti brutti, poco riusciti, inadatti. Elisa, seduta con loro, diventava sempre più rossa, fino a confessare che il suo abito lo aveva appena commissionato proprio a lei. Non mesi prima, non in un passato vago e recuperabile: praticamente due ore prima. Era fresca di acquisto, ancora emotivamente attaccata al tessuto, e si era ritrovata davanti una recensione distruttiva in tempo reale del proprio investimento sentimentale. A peggiorare il tutto, nel tentativo di recuperare, una delle due aveva aggiunto che Laura Ciarla faceva anche vestiti per le star, citando il matrimonio di Annalisa Minetti. E lì il livello del dialogo salì definitivamente nell’Olimpo della comicità involontaria, perché il concetto di “star cieche” entrò nella conversazione con una violenza tale da rendere impossibile ogni ricomposizione diplomatica.

Roberto, che in quel momento era in macchina, fu costretto ad accostare solo per ascoltare meglio il resoconto. Già pregustava il disastro dal primo messaggio, ma quando sentì l’intera sequenza crollò in un pianto da risata incontenibile. Rideva come uno che sa benissimo di star assistendo a una tragedia relazionale irreversibile, ma proprio per questo ne apprezza ancora di più la purezza comica. Sandrino rincarò la dose aggiungendo il dettaglio fatale: Elisa aveva comprato l’abito non più di due ore prima. Era entrata nella serata felice, galvanizzata dalla scelta, e ne era uscita con la sensazione di aver investito denaro e speranze in un sacco di iuta cucito male.

Il giorno dopo l’ansia tornò a bussare alla porta. Roberto raccontò che durante l’ultimo tracciato della sera i medici avevano parlato di “tracciato stretto” e del fatto che Caterina non si era mossa nel corso della giornata. Luisa era arrivata da lui con l’espressione di chi cerca di mantenere il controllo dicendo però cose come “mi sa che Caterina nasce stanotte”. Roberto, che già viveva sul crinale fra agitazione e speranza, sentì il sangue raffreddarsi. Alla trentatreesima settimana non era il tipo di sorpresa che si accoglie con leggerezza. Fortunatamente un nuovo tracciato fatto poco dopo mostrò movimento, la pressione migliorò e i medici decisero di aspettare. Il mattino successivo Roberto chiamò subito per avere notizie e seppe che Caterina si era mossa tutta la notte. Sandrino, nel tentativo di sdrammatizzare, confessò che quando aveva sentito parlare di “tracciato” aveva pensato per un attimo a un circuito di Forza Horizon. Era il suo modo per ricordare a Roberto che, nel panico generale, un po’ di ironia restava l’unico analgesico gratuito.

Il 13 gennaio arrivò finalmente la notizia che cambiò il mese e, in fondo, anche tutto il resto. Luisa stava entrando in sala operatoria per il cesareo e Roberto stava correndo a Cosenza. Il suo messaggio fu rapido, teso, pieno d’amore e di paura compressi in poche frasi. Sandrino e Rocco risposero subito con incoraggiamenti, raccomandazioni a non correre troppo e quel miscuglio di affetto sincero e linguaggio scemo che da sempre definiva il gruppo. Poco dopo, Roberto aggiornò gli amici: gliel’avevano fatta vedere, gliel’avevano fatta toccare. Caterina era nata, piccolissima, fragile, incredibile. Lui non aveva parole. In quel momento tutta la retorica da chat, i videogiochi, le polemiche su Nintendo e le gaffe matrimoniali si accartocciarono per un attimo sullo sfondo. C’era una bambina, c’era un padre che la guardava come si guarda qualcosa che fino a un attimo prima era inconcepibile e che adesso era improvvisamente tutto.

Naturalmente, passato il momento di vertigine pura, la vita del gruppo riprese anche la sua traiettoria più abituale, fatta di digressioni nerd e ricadute nel ridicolo. Si parlò di Yamato 2199, che Sandrino consigliò con entusiasmo a entrambi descrivendolo come un remake riuscitissimo, con una struttura molto simile a Battlestar Galactica e un’estetica capace di fondere disegno classico e computer grafica. Roberto si lasciò subito sedurre dalla semplice evocazione del nome Starblazers. Per lui non era solo un cartone: era una colonna sonora interiore, un deposito di memoria infantile e adolescenziale. Quando finalmente riuscì a guardare le prime puntate su Netflix, rimase colpito dal tratto moderno ma soprattutto dalla fedeltà alla musica originale, che per lui conservava ancora un potere quasi sacrale. Più avanti, una puntata incentrata sul tema degli androidi, dell’anima artificiale e del confine fra uomo e macchina gli toccò corde profondissime. Bastava poco per riportarlo ad Asimov, a Ghost in the Shell, al fascino eterno di quella domanda che accompagna tutta la fantascienza degna di questo nome: una macchina può avere un’anima? Roberto, com’era evidente, era disposto a discuterne per ore.

Sempre su Netflix, Sandrino si era lanciato anche su L’Attacco dei Giganti, descrivendolo come un horror vero, cupo, violento, pieno di scene da stomaco forte. Roberto concordò immediatamente: più che bello, un capolavoro. Rocco, invece, partì cauto e finì travolto, arrivando a spararsi otto puntate di fila. Restò colpito dalla brutalità degli eventi, dai colpi di scena e da quella capacità tutta giapponese di costruire un mondo assurdo e farlo sembrare perfettamente coerente finché non ti ritrovi a notte fonda a guardare il braccio di un protagonista che ricresce e a chiederti perché diavolo non stai dormendo. Quando arrivò alla puntata ventuno, era ormai completamente dentro la serie, pur continuando a odiare i flashback messi nei momenti sbagliati. Per lui era il classico vizio delle produzioni di successo: idea fantastica, esecuzione ottima, poi qualcuno dall’alto diceva di allungare il brodo e lì partiva il sabotaggio interno.

Sandrino, però, aveva anche maturato una posizione drastica su Stranger Things. A lui quella serie non era piaciuta per niente. Anzi, la massacrò con una foga rara, definendola una puttanata senza capo né coda, un accumulo di bambini, romance preadolescenziale e soluzioni narrative assurde. Lo irritava il tono, lo irritavano le dinamiche tra i ragazzini, lo irritava perfino il mantra morale “gli amici si dicono sempre la verità”, che riferiva con una vocetta caricaturale come se stesse leggendo un catechismo scritto da sceneggiatori in preda a nostalgia mal gestita. Roberto, che non l’aveva ancora vista, ammise che Sandrino era la prima voce davvero contraria in mezzo a un coro di lodi e che, visto il precedente gusto di Rocco per No Man’s Sky, forse valeva la pena mantenere un certo scetticismo. Però l’ambientazione anni Ottanta continuava ad attirarlo. Insomma, non si fidava fino in fondo, ma neppure riusciva a resistere al richiamo del sintetizzatore vintage.

Nel mezzo di tutto questo, il 19 gennaio, Sandrino sentì il dovere morale di impartire a Roberto una sonora cazziata domestica. Il punto era semplice: non era possibile che un uomo di quarant’anni, sposato e con un figlio in arrivo, continuasse ad andare a cena dai suoceri ogni sera, assorbendosi ore di programmi di politica calabrese come dazio da pagare in cambio della pappa pronta. Secondo Sandrino, Roberto avrebbe dovuto fare l’ultimo salto evolutivo e rinchiudersi finalmente a casa sua, cucinarsi una pasta, una bistecca, perfino una pizzetta surgelata, e poi stravaccarsi sul divano sentendosi padrone della propria esistenza. Il problema, spiegava, non era mangiare dai suoceri una volta ogni tanto: era non aver mai davvero fondato il proprio nucleo familiare indipendente. Roberto incassò la critica con onestà. Ammetteva di essere un figlio viziato, abituato troppo bene, coccolato al punto da preferire la cena pronta alla libertà televisiva. Era, in sostanza, uno che per non cucinare era disposto a sorbirsi tre ore di analisi geopolitica locale. Rocco rincarò la dose chiedendosi come fosse possibile che, dopo anni di Masterchef, Hell’s Kitchen e programmi analoghi, Roberto non avesse imparato nemmeno a mondare una cipolla. Poi però concesse che forse l’esposizione continuativa al suocero Franco, esperto di politica locale e generale, gli stesse fornendo competenze da sopravvivenza territoriale che non andavano sottovalutate.

L’altro simbolo di casa Roberto-Luisa, in quel periodo, era il Bimby. Quando emerse il tema, si scoprì che non era stato regalato da nessuno ma acquistato da Luisa a caro prezzo: milleduecento euro, anticipo e rate mensili comprese. Roberto ricordava ancora lo smarrimento di fronte a quell’oggetto misterioso per cui sua moglie aveva deciso di spendere una somma da piccola utilitaria. Poi, però, aveva dovuto ammettere che il Bimby funzionava eccome. Luisa ci aveva fatto di tutto: dolci, succhi, frappè e altre preparazioni degne di un culto domestico ben organizzato. Solo il riso pareva resistere al miracolo tecnologico. Il vero problema, semmai, era stato un altro: dopo un anno e mezzo di utilizzo intensissimo, il Bimby era scivolato nel dimenticatoio, come tanti elettrodomestici acquistati con entusiasmo rivoluzionario e poi trasformati in monumenti alla speranza.

Neanche Nintendo riuscì a sfuggire al processo collettivo del mese. Quando si seppe che Switch non avrebbe incluso Netflix o app simili, Sandrino reagì con la delusione di chi vede sprecata un’occasione evidente. Una console portatile perfetta per guardare film in viaggio e loro, niente. Roberto si associò allo sdegno, lamentando l’ennesima serie di decisioni incomprensibili da parte di una casa che sembrava fare di tutto per complicarsi la vita. Line-up di lancio povera, giochi già disponibili altrove, prezzi alti, supporto multimediale assente. Il punto che li irritava di più era l’esistenza stessa dei fan disposti a difendere qualunque scelta Nintendo come se provenisse da una tavola incisa sul monte Sinai. Sandrino, intanto, ragionava su un possibile viaggio di nozze in Giappone, dopo che l’idea della foresta del Borneo era stata respinta per manifesta incompatibilità con sanguisughe, polpacci e serenità coniugale. Se fossero andati davvero, si sarebbe almeno consolato con qualche action figure seria e magari, chissà, con una Switch comprata direttamente lì.

Il 23 gennaio Sandrino aprì anche un altro fronte: l’automobile. Usando spesso la BMW per andare in ufficio, si era convinto sempre di più che quella macchina non facesse per lui. Troppo bassa, troppo rigida, troppo adatta a una fase della vita in cui evidentemente la colonna vertebrale non aveva ancora iniziato a presentare il conto. Ogni dosso di Velletri era accompagnato da un rosario di bestemmie meccaniche. Cominciò così a valutare l’idea di venderla e passare a qualcosa di più alto, più comodo, più umano. Guardava con interesse la Renault Captur e chiese consigli. Rocco colse l’occasione per ricordargli, con sadico tempismo, che all’epoca dell’acquisto lui stesso gli aveva suggerito prudenza. Ora la schiena presentava la fattura. Roberto, dal canto suo, si disse quasi ferito nell’animo all’idea che una BMW Serie 1 venisse ripudiata per i sobbalzi, ma riconobbe che l’età e i dossi sanno essere democratici. Gli suggerì Captur, 500X, Nissan Juke, perfino Jeep Renegade, con l’entusiasmo di chi in realtà vorrebbe comprarle tutte lui. In sostanza, più che un consiglio fu una sfilata di crossover con commento da salone automobilistico improvvisato.

Verso fine mese Roberto raccontò anche un episodio surreale legato al nuovo corriere SDA del suo lavoro, un certo Franco di Cosenza. Appena conosciuto, l’uomo gli aveva detto che gli sembrava parecchio euforico e aveva buttato lì una battuta sulla “polverina bianca” che girava a Guardia. Roberto, giocando la carta dell’allusione, aveva risposto che no, non ne faceva uso, pur frequentando spesso il luogo dove ce n’era il maggior smercio. Il corriere aveva immediatamente colto il riferimento e indicato senza esitazione un bar ben preciso, noto a tutti, a quanto pare, per frequentazioni e traffici meno che limpidi. Roberto riferì la storia con la meraviglia scandalizzata di chi scopre che una voce di paese è in realtà patrimonio informativo interprovinciale.

Il mese si chiuse con una festa in campagna e il solito carico di stanchezza. Sandrino aveva concesso la propria casa a un collega che festeggiava i cinquant’anni e si era ritrovato coinvolto in una maratona alcolica di proporzioni ragguardevoli. Ventisei persone, cinquanta litri tra vino e prosecchi, donne comprese, tutti a bere con un’efficienza che al gruppo storico sembrò quasi professionale. Lui tornò a casa distrutto, con mal di testa, arsura e il terrore di addormentarsi sul raccordo. Roberto gli mandò subito un messaggio di allerta, come un angelo custode in versione vocale: sveglia, non addormentarti. Rocco, intanto, confessava di essersi fatto risucchiare da Clash Royale per motivi di lavoro, scoprendo con una certa ammirazione come Supercell fosse riuscita a progettare un meccanismo perfetto di dipendenza controllata e spinta all’acquisto. Lui resisteva usando solo i crediti gratis dei Google Reward, ma la china era evidente.

Alla fine gennaio 2017 lasciò dietro di sé la sensazione di un mese pienissimo, stratificato, quasi indecente nella quantità di cose riuscite a entrarci dentro. C’era stato un Capodanno da infermeria e camomilla, c’erano stati i dungeon assassini di Final Fantasy, la conversione mistica di Roberto al joypad, la paura vera per Luisa e Caterina, il gelo del passo della Crocetta, la gaffe del vestito esplosa come una granata nel salotto, l’arrivo di Caterina a cambiare il peso specifico di ogni conversazione, i processi a Nintendo, il linciaggio di Stranger Things, i rimproveri culinari, i sogni da crossover e i cinquanta litri di vino inghiottiti in campagna. Un mese in cui si passava dalla neonatologia ai Tomberry con la stessa naturalezza con cui, in certe amicizie, si cambia argomento senza mai cambiare davvero tono: sempre un passo tra la tenerezza e la presa in giro, tra la paura vera e la battuta scema, che poi è spesso il modo più onesto per attraversare le cose senza farsene schiacciare.