Dicembre 2016: Joe Dever Muore, Luisa Rischia, e il Re Persico Non Si Fa Pescare

Dicembre 2016 si apre con una notizia di quelle che, per chi è cresciuto in un certo modo, fanno un effetto strano. Non il dolore da lutto personale, non il pianto inconsolabile, ma quella malinconia precisa che arriva quando capisci che un pezzo della tua adolescenza se n’è andato davvero. Roberto lo dice subito, con la sua solita onestà un po’ ruvida: non è uno che si affeziona facilmente alle morti celebri, anche perché ogni giorno ne muoiono a pacchi e il mondo non si ferma certo per chiedere il suo parere. Però Joe Dever no. Joe Dever gli ha fatto qualcosa di più sottile e più serio: gli ha costruito una parte dell’immaginario.

Per Roberto, Lupo Solitario non è stata solo una collana di libri-game. È stata una palestra di fantasia, un apprendistato emotivo, una forma precoce di evasione controllata che gli ha insegnato a perdersi dentro storie più grandi di lui. Ci era arrivato alle medie, in quell’età meravigliosamente stupida in cui basta un libretto con una copertina giusta per sentirsi trasportati in un altro mondo. E infatti lo saluta con una tristezza quasi pudica, come si saluta un vecchio compagno di viaggio che non vedevi da anni ma che sai benissimo di dover ringraziare per molte cose. Un altro mito che se ne va, dice. E dietro quel “pazienza” c’è il tono di chi sa che non è pazienza, è solo il modo adulto di chiamare il dispiacere.

Nel frattempo Sandrino si getta a capofitto nel suo solito campo di battaglia: i videogiochi, ma con metodo. Roberto, che lo conosce bene, vuole capire subito una cosa: Final Fantasy XV riuscirà davvero a finirlo oppure no? Non perché dubiti delle sue capacità, ma perché sa perfettamente che Sandrino con i giochi lunghi ha un rapporto delicato. Parte forte, si entusiasma, poi magari il lavoro riprende, il ritmo si rompe e il mood gli muore in mano come una pianta lasciata senz’acqua per quattro giorni. Sandrino ammette che il problema è esattamente quello. Trenta ore in sé non lo spaventano neanche troppo. Il vero nemico è la continuità. Se si interrompe il flusso, il cervello archivia tutto sotto “va bene, magari più avanti”, che è la formula elegante con cui l’essere umano giustifica l’abbandono.

Prima ancora di iniziare, però, si documenta. Scarica il film legato a Final Fantasy XV perché ha letto ovunque che senza quel passaggio all’inizio del gioco non si capisce un cazzo. E lui, giustamente, dopo anni di esperienza ha imparato che quando un fandom ti dice “guarda prima questo materiale complementare”, ignorarlo significa infilarsi da solo in un vicolo cieco narrativo. Così si prepara, organizza, e nel frattempo va pure in Umbria con Veronica a firmare il contratto del castello. Perché la vita di Sandrino ha questa struttura particolare: metà fantasy, metà burocrazia matrimoniale, metà kebab, tre metà totali e nessuno che si scandalizzi.

Poi però il gioco comincia davvero, e lì succede una cosa bellissima: invece di mollarlo, Sandrino ci affonda dentro con una disciplina quasi sospetta. A quaranta ore è ancora lì, vivo, lucido, motivato e ormai coinvolto al punto da raccontare con serietà assoluta la grande tragedia del re persico. A un certo punto uno dei personaggi gli dice che in un laghetto c’è questo pesce rarissimo che si può pescare solo in determinate ore del giorno. E poiché l’umanità, anche nei mondi fantasy, non ha mai smesso di amare le missioni inutilmente punitive, Sandrino prende la sua super canna da pesca e si mette lì.

Il problema è che il re persico non si fa tirare su. E qui il tono cambia. Perché va bene il male, vanno bene i boss, vanno bene i dungeon, ma dopo quaranta ore di gioco scoprire di non essere ancora abbastanza uomo per pescare un pesce ti tocca nell’orgoglio profondo. Sandrino ne parla quasi col magone. Si rende conto che dovrà giocare ancora decine di ore solo per diventare abbastanza “patente”, cioè abbastanza degno, da strappare all’acqua quel maledetto animale. È uno di quei momenti in cui il videogioco smette di essere intrattenimento e diventa una vertenza personale.

Quando poi decide finalmente di andare avanti con la missione principale, arriva il colpo di scena classico da open world giapponese: tutto ciò che aveva visto fino a quel momento era solo metà del mondo. Metà. In pratica il gioco gli dice con grande delicatezza che quelle quarantacinque ore erano il tutorial emotivo. Sandrino reagisce come reagirebbe qualsiasi persona sana: con un misto di stupore, stanchezza e indignazione. Ma quante ore ci devo stare sopra? Trecento? La domanda è legittima. La risposta, nei giochi di ruolo moderni, è sempre sì.

Eppure, contro ogni previsione, il 27 dicembre arriva il trionfo. Non solo lo finisce: lo platina in ottanta ore. Ottanta. E la cosa più assurda è che ha ancora voglia di giocarci. Si sbloccano dungeon segreti, boss cattivi, armi ancora più cattive, e lui non mostra il minimo segno di nausea. Roberto resta letteralmente incredulo. Lo guarda come si guarda un atleta che ha appena concluso una maratona e chiede se ci sono pure le scale da fare. Gli ricorda che per platinare Final Fantasy XIII lui ci aveva messo 109 ore e alla fine era arrivato alla nausea chimica. Rocco, invece, rosica con metodo. Fa notare che proprio Sandrino, l’uomo che spesso li rimprovera per quanto giocano, nel giro di pochi giorni ha trovato il modo di passarci venti ore sopra. In pratica scopre che il moralista del gruppo, messo nelle giuste condizioni, diventa il più pericoloso di tutti. Sandrino, sereno, spiega che c’era il ponte, che non lavorava, che si è organizzato bene e che ci ha pure litigato con Veronica. Il che, in effetti, è la certificazione definitiva della dedizione.

Proprio da qui nasce uno dei dibattiti più belli e più spietati del mese: quello sul rapporto tra videogiochi e intimità di coppia. Rocco parte da una riflessione nostalgica. Dice che forse il problema è che sentono nostalgia di un tempo in cui si potevano fare chiusone mostruose senza dover rendere conto a nessuno, gustandosi trame, progressioni, mondi interi. Ora invece la vita è frammentata. Il 3DS gli piace proprio per questo: puoi giocarci in treno, a letto, sul divano, in bagno, cioè in quei ritagli di esistenza in cui la vita adulta ti concede ancora qualche centimetro quadrato di libertà. E da lì lancia persino una teoria rivoluzionaria sull’organizzazione sociale: bisognerebbe studiare fino a venticinque anni, poi andare in pensione fino a cinquanta, e solo dopo iniziare a lavorare. È una proposta folle, ma detta da uno che ha figli piccoli e sogna di giocare a Zelda con serenità, suona quasi sensata.

Sandrino però a un certo punto decide di colpire duro. Dice apertamente una cosa che pensa da tempo: non è normale che due uomini sposati mandino la moglie a dormire e poi restino fino alle due o alle tre di notte a giocare. Non dice che debbano necessariamente fare sesso, precisa, ma quel momento del sonno condiviso, del letto, della vicinanza, dell’intimità anche silenziosa, per lui conta tantissimo. È lì che una coppia esiste davvero. E racconta che lo pensava anche in passato, perfino quando la sua relazione precedente era già in crisi. Mai, dice, si sarebbe sognato di spedire la compagna a letto da sola per restare davanti a uno schermo.

Roberto incassa il colpo con una difesa ragionata. Non nega il punto, ma spiega che ogni coppia ha i propri equilibri. Lui e Luisa, dice, su sette sere almeno quattro vanno a dormire insieme. E poi uno ha bisogno anche di spazi propri. Quando lui gioca fino all’una non è che Luisa sia stata abbandonata in una landa desolata: spesso è sul divano a guardare programmi che piacciono solo a lei, quei capolavori di Realtime con titoli che sembrano inventati dal demonio, tipo matrimoni in culonia o parti in fresconia. Rocco, da parte sua, ammette che Sandrino ha ragione almeno in parte. In un periodo con Destiny si era davvero chiuso troppo, quattro o cinque sere a settimana fino a tardi, e la mancanza di intimità si sentiva. I figli, però, complicano tutto. Col 3DS almeno riesce a ritagliarsi momenti compatibili con la vita vera. È un’ammissione onesta e un po’ malinconica: la vita cambia, e certe libertà da nerd adolescenziale non tornano più.

Mentre si discute di queste grandi questioni filosofico-coniugali, la realtà decide di tirare un colpo serio a Roberto. Il 10 dicembre vive probabilmente il peggior spavento del mese. Torna a casa, Luisa non c’è, e lui inizialmente non si preoccupa. Si lava, canticchia, fischietta, vive quella leggerezza da uomo ignaro che ancora non sa che sta per perdere dieci anni di vita in due secondi. Quando Luisa rientra e scoppia a piangere, il suo cervello collassa immediatamente sulla domanda più ovvia e più atroce: Caterina come sta?

Il responso è brutto da sentire anche solo nominare: pressione molto alta, rischio gestosi, pronto soccorso a Cetraro, tracciato, ecografia, pillole, monitoraggio e la prospettiva concreta che, se la pressione non scende, bisognerà correre a Cosenza o Catanzaro perché Cetraro non è attrezzata per un parto prematuro. Roberto racconta tutto con il tono di uno che fa avanti e indietro tra euforia stupida e mosceria profonda, e sa benissimo di sembrare psicopatico ma non può farci niente. In quei momenti l’umore non lo governi: ti governa lui. L’unica buona notizia, quella a cui si aggrappa con tutte le forze, è che Caterina sta bene e Luisa pure, anche se si è presa un panico comprensibile quando un medico ti dice di scappare subito al pronto soccorso. Sandrino, stavolta, abbandona per un attimo lo sfottò e si mette in modalità amico vero: sfogati pure, parlacene, non ci tedi affatto. Due giorni dopo arriva un primo aggiornamento rassicurante. Le analisi sembrano nella norma, la pressione resta un po’ alta ma gestibile, la dottoressa non la ricovera e non anticipa il controllo. Roberto non è del tutto tranquillo, ma sente Luisa più serena e decide di farsi bastare anche quello.

Come se la gravidanza non stesse già offrendo abbastanza materiale emotivo, entra in scena anche il grande nemico cromatico del mese: il rosa. Roberto parte con un monologo memorabile. Spiega che da quando si sa che nascerà una femminuccia il mondo sembra aver deciso che l’unico colore legalmente ammesso sia il rosa. Tutto. Tutine, sciarpine, corredini, regali, perfino la volontà di sua suocera, che continua imperterrita a produrre un corredo intero in rosa semplicemente perché a lei piace. Il problema è che a Roberto e Luisa il rosa non piace. Anzi, a dirla tutta, gli fa pure un po’ cagare. E lui non capisce perché le femmine debbano essere condannate fin da neonate a questo colore molle e depresso, quando potrebbero benissimo essere vestite con toni più vivi, più belli, più degni.

Rocco gli risponde con la calma di chi ci è già passato. Gli spiega che sono convenzioni sociali, purtroppo. Fiocco rosa, fiocco azzurro, e via con tutta la filiera dell’abbigliamento a tema. Però gli dà anche una dritta pratica: all’OVS per le femminucce si trovano cose blu, grigie, gialle, e soprattutto lo invita a fare una cosa molto sana e molto liberatoria: prendere tutto quello che non gli piace, portarlo in negozio e cambiarlo senza sensi di colpa. Gli racconta pure che Margherita chiama quel colore “rosa cappella”, espressione perfetta che Roberto adotta immediatamente con entusiasmo. Alla fine decide che i primi mesi saranno comunque invasi da questo tsunami rosa, tanto vale farsene una ragione. Poi, promette, Caterina diventerà un arcobaleno. Una soluzione diplomatica, ma almeno non monocromatica.

Nel frattempo Rocco prende una decisione che considera importante: non va a Milano. Aveva un impegno con dei servizi sociali, ma Trenitalia si mette d’impegno per ricordargli che il sadismo logistico in Italia è sempre dietro l’angolo. Trova l’andata a ottanta euro, ma il ritorno è un percorso a ostacoli tra cambi, ore perse e alternative aeree da quattrocentoquaranta euro, cioè un prezzo più vicino a un rapimento che a un viaggio. A quel punto pensa a Sandrino, che nella sua testa è spesso la voce della filosofia pratica, e decide che no, non si può dannare la vita per far contenti gli altri. Li sentirà via Skype, o si rimanderà tutto a gennaio. Ma lui domani resta a casa in panciolle. È una piccola dichiarazione di indipendenza personale.

Per addolcire la rinuncia, va a ritirare il suo nuovo robot da cucina, il Moulinex iCompanion, e qui si capisce subito che l’uomo sta entrando in una fase nuova della vita: quella in cui gli elettrodomestici smart danno una felicità vera. Il giorno dopo racconta con orgoglio di aver fatto il ragù alla bolognese e di essersi divertito parecchio, soprattutto perché il robot ha le lucette, i bottoni e si può comandare dal cellulare. In pratica è un Bimby che parla coi droni. Roberto approva senza riserve. Anche lui, da possessore di Bimby, sa che a un certo punto della vita il vero potere non è più avere una macchina veloce, ma dare ordini a un robot mentre mescola il soffritto.

Rocco nel frattempo si gode anche il suo 3DS come un uomo che ha finalmente trovato una nicchia ecologica adatta alla propria specie. Si fa lunghe sessioni di Ocarina of Time, compra altri Zelda, si prepara a Xenoblade e poi si butta pure su Monster Hunter Generations, che descrive come Grindr Extreme, un’espressione talmente sbagliata e perfetta da non meritare correzioni. La sua analisi del gioco è lucidissima: vai in giro a uccidere mostri giganti per costruire armature che ti permettono di uccidere mostri ancora più giganti, in un ciclo di violenza produttiva che, a ben vedere, somiglia molto anche al capitalismo. I combattimenti gli piacciono moltissimo, il sistema di smembramento delle creature per ottenere materiali diversi lo esalta, e il fatto di aver trovato un party di italiani e spagnoli con cui massacrare gallinacci giganti e scimmie delle nevi lo rende sinceramente felice. Roberto ascolta e rosica quel tanto che basta, ricordando che su Wii U una roba del genere non l’hanno mai portata davvero come si deve.

Sul lato criminalità locale, invece, Roberto vive una scena da film. Il 16 dicembre si trova improvvisamente in mezzo a una sfilata impressionante di camionette, Punto dei carabinieri, jipponi, sirene, elicottero in volo e generale sensazione che o stia per arrivare Cthulhu dalle acque della Calabria o che stiano arrestando metà provincia. Conta i veicoli come un cronista embedded in tempo di guerra, si agita, si fa salire l’ansia, poi scopre la verità: una retata con trenta arresti. La ciliegina arriva quando al lavoro uno dei colleghi guarda i nomi e riconosce cinque persone, compreso un carissimo amico che “non c’entra niente” ma si è solo fatto invischiare in un sistema più grande di lui, frase che in certi posti d’Italia è praticamente un genere letterario. Rocco, deluso dal fatto che non si tratti di dischi volanti giganti o del grande Cthulhu, osserva però un dettaglio importante: per trenta arresti hanno mobilitato un esercito. In Calabria, evidentemente, anche la spettacolarità operativa ha il suo peso.

Verso fine mese arriva anche un raro momento di consenso cinematografico quasi unanime: Rogue One. Sandrino ne parla con entusiasmo sincero, quasi sollevato. Finalmente, dice, uno Star Wars fatto per adulti, con gente che muore davvero, battaglie vere, un finale epico e quella sensazione che il bene vinca sì, ma pagando il conto intero. È contento anche del fatto che i bambini in sala abbiano riso poco, perché per una volta il film non è pensato per coccolare i bambocci ma per ricordare agli adulti che nello spazio si può pure soffrire. Roberto rosica tantissimo perché a Guardia lo proiettano a un solo spettacolo serale, salta la compagnia con cui doveva andare e capisce che lo vedrà su Sky tra un anno, sempre che nel frattempo il film sia ancora vivo. Una tragedia minore, ma narrata col tono di una sconfitta epocale.

Anche X-Factor continua a fornire materiale. Rocco segue la finale, si dice soddisfatto, soprattutto perché Arisa viene fischiata appena apre bocca, evento che lui considera quasi il picco televisivo della stagione. Si discute di share, di social, di come X-Factor conti più per il rumore che produce che per gli ascolti reali. Roberto azzecca pure il vincitore senza vedere la finale: se Rocco è contento, devono aver vinto i Soul System. Però ne approfitta per raccontare una delle immagini più ridicole della serata, con Tommassini che si alza ad applaudire e gli cadono letteralmente i pantaloni, dettaglio che a lui basta per giustificare l’intero carrozzone.

Rocco poi porta in chat anche i suoi retroscena sul mondo della musica italiana dopo un pranzo con Andrea Ra. Il racconto è bellissimo e insieme deprimente: a Sanremo non vai con la canzone che vuoi tu, vai con quella che l’etichetta decide che tu debba portare. Tutto è una faccenda di spinte, promozioni, produttori, incastri mediatici e percorsi tracciati da X-Factor o Amici verso il grande slam finale. La parte migliore è forse il ribaltamento dei personaggi: Morgan, che in TV sembra un saccente pieno di sé, viene descritto come giocoso, preparatissimo, piacevole. Manuel Agnelli, che molti immaginano come il duro ma giusto, viene invece dipinto come una discreta merda d’uomo. In pratica, come sempre, la realtà dei retroscena si diverte a fare il contrario delle apparenze.

Uno dei dibattiti più assurdi del mese è però quello su Victoria’s Secret. Roberto vede una pubblicità con angeli, passerella e cantante di contorno, e dichiara di essere quasi infartato dalla bellezza generale del tutto. Il problema è che sia Rocco sia, incredibilmente, Sandrino, gli smontano l’entusiasmo. Per loro quelle modelle fanno piuttosto schifo, o comunque non suscitano il minimo trasporto erotico. Roberto resta sconvolto. Non può credere di essere stato lasciato solo in questa battaglia estetica. Prova persino a insinuare che forse a Rocco inizieranno a piacere gli uomini, ma lo dice con l’affetto di chi sa che gli vorrà bene comunque, anche se ormai i suoi criteri di selezione femminile sembrano tarati su un altro pianeta.

In mezzo a tutto questo arrivano anche gli episodi laterali che danno sapore al mese. Gli smartwatch vengono liquidati come una bufala costosa: fanno l’ora, contano i passi, ti avvisano dei messaggi, fine, e infatti il mercato sta crollando. Roberto scopre l’esistenza di un Transformer che non si trasforma, cioè un ossimoro commerciale che dovrebbe far intervenire la Guardia di Finanza. Rocco si fa una cultura sugli smoking, tra revers in seta e giacche senza tasche, entrando in quella fase della vita in cui il maschio adulto scopre con inquietante entusiasmo dettagli sartoriali che fino a due anni prima avrebbe liquidato con “vabbè nero va bene”. Roberto, il 29 dicembre, racconta una Calabria polare artica a sette gradi come se stesse guidando in Siberia senza guanti, e naturalmente quando decide di premiarsi con un cappuccino bollente la barista che di solito lo fa lavico glielo serve tiepido. Perché la sua vera maledizione non è il freddo: è il tempismo.

Verso la fine del mese si parla anche di MasterChef e del mistero del quarto giudice, di cambi marcia entrati senza frizione come se Roberto avesse sviluppato poteri paranormali, e infine di Capodanno. Roberto descrive con rassegnata tenerezza il tipico ultimo dell’anno calabrese: cena da una zia, una decina di persone, mezzanotte, trenino, massimo mezzanotte e mezza e poi tutti a casa come se fosse finito il turno in fabbrica. Se regge il Sandrino Blackout, magari tira fino alle sei di mattina con Dishonored. Sandrino invece ha già escluso l’ipotesi della campagna con sedici adulti e undici bambini, soprattutto per una ragione semplicissima e non negoziabile: mangiare in piedi no. Piuttosto va dagli amici giovani di Veronica, in un contesto più umano. Roberto, sentendo l’espressione “mangiare in piedi”, reagisce come se gli avessero descritto un rito satanico. Rocco, in tutto questo, prepara foto misteriose e promette sorprese, come se anche il 31 dicembre non potesse concludersi senza un piccolo cliffhanger.

E così finisce il 2016 del gruppo: con Joe Dever che se ne va lasciando un vuoto da medie inferiori, Final Fantasy XV che resiste eroicamente fino al platino e al re persico, discussioni serissime sull’intimità coniugale rovinate dai videogiochi, la gravidanza che spaventa e poi concede tregua, il rosa cappella che invade le case, i robot da cucina che diventano oggetti di desiderio, i carabinieri che sembrano prepararsi all’invasione aliena, Star Wars finalmente adulto, i retroscena della musica italiana che confermano il peggio, modelle che dividono più della politica e un Capodanno che, comunque vada, non potrà mai competere con il vero spettacolo dell’anno: loro tre che si raccontano tutto, sempre, con un misto di affetto, ferocia e ironia che ormai è diventato l’unico modo sensato di stare al mondo.