Aprile 2020: carrucole, benchmark e 380 euro: la quarantena dei tre amici

Roberto che percorre ogni mattina i 42 chilometri tra Guardia Piemontese e Scalea come un pendolare dell’apocalisse. Le strade sono vuote, la SS18 è un nastro d’asfalto deserto, e lui ne parla agli amici con il tono di un inviato di guerra. “Cari amici, buongiorno! Di nuovo in partenza verso nuovi esaltanti avventure in quel di Capitan Sport,” annuncia con ironia da trincea mentre accende il motore.

Alessandro lo incalza dal divano di casa, dove Mila gli gira intorno e Veronica dorme ancora: “Roberto, facci un bel resoconto della vita ai tempi del coronavirus nelle strade tra Guardia Piemontese e Scalea, per favore, dai, sono molto curioso.” E Roberto, che non se lo fa ripetere due volte, parte con una cronaca degna di un documentario: la mattina qualche macchina sparuta, il pomeriggio il nulla cosmico, il ritorno serale nell’oscurità totale. Nessun posto di blocco, nessuna pattuglia, niente di niente su 42 chilometri all’andata e 42 al ritorno. Tre giorni di fila. Come se lo Stato si fosse dimenticato della costa tirrenica calabrese.

Il protocollo anti-contagio di casa Custode, però, è degno di un film di fantascienza a basso budget. Il suocero ha allestito nel suo ex negozio una “sala di decontaminazione”: Roberto torna dal lavoro, parcheggia, prende lo zaino col cambio, fa cinque minuti a piedi fino al negozio, si spoglia di tutto — “mantengo solo le mutande, ecco, se eravate curiosi di saperlo” — infila i vestiti contaminati in una busta sigillata, si cambia con una tuta da transito e torna a casa. Un balletto quotidiano che una sera gli costa il fermo dei carabinieri: lo vedono camminare con borsone e zaino come un profugo e gli chiedono dove diavolo stia andando. Lui balbetta qualcosa su un e-commerce, l’agente non capisce, Roberto traduce in “vendo abbigliamento sportivo online,” e quelli alzano le mani. Buonasera, arrivederci.

Al lavoro, intanto, è il delirio. Capitan Sport vende come se non ci fosse un domani. “Se vendessimo anche merda fritta, noi venderemmo tonnellate di merda fritta,” riassume Roberto con la delicatezza che lo contraddistingue. Sono in due in ufficio, mangiano dieci minuti in piedi, i pacchi si accumulano e la gente compra qualunque cosa. La parte che lascia Roberto più perplesso è che stiano vendendo costumi da bagno e ciabatte da mare. “Ma voi siete veramente convinti che ad agosto ci fanno andare al mare? Come stanno andando le cose?” si chiede, genuinamente stupito dall’ottimismo balneare degli italiani in quarantena. La tuta bianca da CSI con cappuccio, i guanti che si sfaldano dopo un’ora dal contatto con la polvere dei pacchi, le mascherine FFP arrivate direttamente dal Giappone tramite i cugini di Luisa — Roberto racconta tutto con la precisione maniacale di chi sta vivendo un’assurdità e vuole che resti agli atti.

L’unica consolazione è Pasqua: tre giorni a casa, compresa Pasquetta, che per la prima volta in cinque anni non lavora. “Grazie al cacchio,” commenta, spiegando che l’azienda non potrebbe giustificare la presenza in una giornata rossa. Martedì, lo sa già, lo seppelliranno di pacchi.

Nel frattempo, Alessandro è nel pieno di una febbre consumistica di tutt’altro genere. Ha venduto il suo PC fisso e la scheda grafica — una 2080 piazzata a 615 euro su internet, il PC a 450 a un amico — incassando un bottino di circa 1.050 euro. Ma non per ricomprare un altro mostro da gaming: stavolta la missione è un mini-PC compatto, un cubo da salotto, perché tanto il portatile da gaming ce l’ha già. Il processore scelto è un Ryzen 5 3400G, quella meraviglia di AMD che integra CPU e GPU sullo stesso chip, e Roberto lo saluta con un entusiasmo che rasenta la commozione: “Mi congratulo ancora di più con Sandrino per aver scelto il 3400G! Bravo Sandrino, bravo!”

Parte così una settimana di acquisti a rate cosmiche. Alessandro ordina processore, dissipatore e pasta termica su un sito perché costa meno. Poi scheda madre e case. La scheda madre è una Gigabyte X570 I Pro Gaming in formato mini-ITX con USB-C posteriore, e costa una caterva — ma non c’era alternativa, perché le schede madri mini-ITX moderne con USB-C sono rare come unicorni. Il case è un Thermaltake full black con pannello frontale liscio, lo stesso identico modello di Roberto. “Sandri, non ci crederai? Ma pure io ho la versione con la parte davanti liscia, full black,” conferma Roberto con la gioia di chi scopre che il suo migliore amico guida la stessa macchina. Vende la vecchia scheda madre, processore e RAM a 250 euro, ci compra 16 giga di RAM nuova a 3600 MHz e un SSD NVMe M.2 da un tera. Bilancio finale dell’operazione: 650 euro per il PC nuovo, con un avanzo netto dall’ecosistema venduto. Alessandro è soddisfatto. Roberto è soddisfatto. Tutti parlano di dissipatori Noctua con la reverenza che si riserva ai santi. “Noctua tutta la vita!” proclama Roberto. “In tutti i PC che ho attualmente monto solo Noctua e monterò soltanto Noctua.”

Roberto, dal canto suo, parte con un monologo epico sulla storia del suo PC da salotto — il case Silverstone SG-13, l’i3 dual core della serie 4, la AMD Radeon RX 470 da 4 giga che ai tempi del mining andò a ruba e che lui, “sono stato un coglione,” non rivendette quando valeva il doppio. Poi racconta di un video di Linus Tech Tips in cui un tizio cerca di infilare un Uber PC con Ryzen e una 2070 mini della Gigabyte nel case mini-ITX più piccolo esistente, un accrocco allucinante assemblato a martellate, con i cavi interni infilati alla meno peggio perché lo spazio non c’era. Roberto racconta la scena con la stessa intensità con cui altri raccontano il finale di un thriller.

Una sera Alessandro monta il PC, lo accende, e scopre che scalda come un forno. Il case è piccoletto, il flusso d’aria inesistente, e chiede a Roberto se per caso abbia aggiunto una ventola. Parte così la sfida dei benchmark. Roberto propone Forza Horizon 4 — 75 giga da scaricare, benchmark integrato, supporto multicore. Alessandro accetta. Scaricano, lanciano, confrontano i risultati. E qui succede l’impensabile: il miserabile i3 dual core di Roberto, processore di tre anni fa, fa punteggi CPU più alti del Ryzen quad core di Alessandro. Roberto è interdetto: “Non riesco a capacitarmi di come un dual core riesca a fare punteggi più alti di un quad core. Ma neanche fosse un dual core uscito oggi.” Ipotizza conflitti del chipset, scarso sfruttamento del multicore, magia nera. C’è poi il problema delle temperature: 85 gradi a riavvio per Alessandro, che Roberto giudica “un tantinello eccessivo” ma comprensibile, visto che su quel packaging c’è sia la CPU che la GPU Vega 11 tutte ammassate insieme. La battaglia dei benchmark si chiude con un rilancio cavalleresco: “Scegli te stavolta il benchmark che più ritieni appropriato e mi adeguo.”

Alessandro, dal canto suo, scopre il significato della parola “liquidare” solo dopo un lungo messaggio audio: “Ho capito che tu stessi parlando di raffreddamento ad acqua solo quando mi hai parlato di… che cacchio mi hai parlato… non so cosa… perché ‘liquidare,’ li giuro, non capivo che cacchio intendevi, caro Roberto.” Roberto sogna un futuro di raffreddamento a liquido per i suoi mini-ITX, una via costosa ma necessaria per chi vuole silenzio e potenza in un cubo da quindici centimetri di lato.

Ma aprile non è solo nerdaggini e benchmark. Il piccolo Leonardo, figlio di Rocco, ha la febbre per qualche giorno — una di quelle febbri da virus stagionale che nei bambini si risvegliano periodicamente. Supposta alle 22:00, cena a base di due Polaretti, gola chiusa e niente appetito. La pediatra consiglia di aspettare senza antibiotico, e in effetti passa da sola. Rocco, però, sta attraversando un periodo più complesso. La quarantena ha amplificato tensioni familiari: Leonardo torna nervoso da casa della nonna, le due nonne non si parlano, e Rocco si ritrova a fare da equilibrista tra mondi che non comunicano.

Alessandro ne parla con una delicatezza rara, abbandonando completamente il tono da nerd per quello dell’amico che c’è passato: “La mia situazione, Rocchino, tu lo sai meglio di tutti, l’ho risolta facendomi aiutare.” Roberto aggiunge il suo pezzo, raccontando del periodo nero tra i suoi genitori e Luisa, del percorso con lo psichiatra che lo ha “sbloccato in tante cose.” Non c’è ironia, non c’è battuta. Solo due amici che dicono a un terzo: non sei solo, e chiedere aiuto non è debolezza.

Una sera Rocco manda un messaggio che cambia il tono della conversazione. Racconta di aver lasciato i bambini a dormire dalla suocera Lucia senza sentirsi in colpa per la prima volta. “Credo che sia la cosa più normale del mondo,” dice, e aggiunge che la quarantena gli ha dato una conferma: “Ci amiamo proprio tanto.” I due giorni di Pasqua passati solo con Leonardo e Lavinia gli hanno restituito una serenità che gli mancava. Roberto risponde commosso la mattina dopo, nel tragitto verso Scalea: “Sono contento di sentire quest’ultimo messaggio. Non ci vedo assolutamente nulla di male se i bimbi dormono dai nonni. Anzi, ti dirò di più, beato te che lo puoi fare.”

Perché Roberto e Luisa non possono. Da quando è iniziata la quarantena hanno scelto l’isolamento totale dai suoceri, che vivono a venti metri di distanza. La suocera viene da due polmoniti invernali consecutive, e il rischio è troppo alto. Si parlano dal balcone. Si passano le cose con una carrucola tra il terzo piano e il cortile. “Nonna, ma perché non scendi che ti voglio dare un bacio?” chiede Caterina guardando in su, e la nonna piange dal balcone. È una delle immagini più dure di questo mese, e Roberto la racconta senza filtri, senza retorica, con la voce di chi sta semplicemente resistendo. A peggiorare le cose, il lato economico è una catastrofe silenziosa: a marzo lo stipendio è stato di 380 euro per la cassa integrazione che il datore di lavoro non anticipa, e ad aprile potrebbe essere zero. Luisa non può lavorare perché sta con Caterina tutto il giorno, i tribunali sono fermi, e i nonni servirebbero come il pane per poter ricominciare. Ma ricominciare adesso, con Roberto che va al lavoro ogni giorno a contatto con merci e corrieri, sarebbe paradossale dopo un mese di isolamento totale. “Vedremo,” chiude Roberto. E quel “vedremo” pesa come un macigno.

Il mese si chiude con un colpo di scena tutto calabrese. L’ultimo giorno, Roberto accende la radio e scopre che la presidente della Regione Calabria, Santelli, ha emanato un’ordinanza che riapre bar, ristoranti e pizzerie con tavoli all’aperto dal primo maggio, in aperto contrasto con il DPCM del governo. “La cosa era talmente assurda che molti sospettavano si trattasse di una bufala, oppure che qualcuno avesse hackerato il profilo Facebook della Santelli per scrivere ste fregnacce,” racconta Roberto con l’incredulità di chi ha appena visto un unicorno sulla SS18. Il terrore è concreto: le palazzine dove vive sono seconde case di cosentini, e se passa il decreto si riempiono tutte nel ponte del primo maggio. Luisa chiama il cugino poliziotto, che conferma: “A noi sta notizia è arrivata come una pistolettata. Se domani passa il decreto, facciamo prima a buttarci da un ponte.”

Alessandro, con il tempismo comico che lo contraddistingue, taglia corto: “Custó, lo vuoi un consiglio? Vattene a fare un cappuccino a sto punto, no? E un bel cornettino.”