Aprile 2019: buchi neri, bombole e la danza dei globuli bianchi

Aprile inizia con una doccia. Letteralmente. Roberto torna a casa dopo le vacanze di Pasqua a Velletri e scopre che, mentre era via, il suocero ha fatto entrare il tecnico per l’allaccio del metano. Una doccia calda, eterna, senza il tarlo della bombola che finisce. Dopo 4 anni di razionamento dell’acqua calda come fosse plutonio, il cervello continua a mandare segnali d’allarme — chiudi il rubinetto, non sprecare, la bombola! — salvo poi ricordare che la bombola non esiste più. L’uomo che ha portato la fibra ottica nel Medioevo calabrese adesso ha anche il metano. Le bombole, dichiara con solennità biblica, “possono andare a farsi fottere.” La civilizzazione, a Guardia Piemontese, avanza un allaccio alla volta.

A Roma, intanto, la realtà torna a mordere. Margherita è al secondo ciclo di chemioterapia, ma stavolta il reparto è diverso: le visite sono consentite solo dalle 15:00 alle 19:00, il che per Rocco significa non poterla vedere mai durante la settimana lavorativa. Quattro giorni senza vedersi, e il peso si sente. Margherita fisicamente sta bene, non ha sintomi, è serena. Chi non sta bene è Rocco. “Chi vive sulla propria pelle il ricovero arriva a un punto in cui sta decisamente meglio di chi sta a casa a pensare, pensare, pensare,” rifletté lui stesso. La notte, quando i bambini dormono e la casa si svuota, i pensieri si allargano come macchie d’olio. Più di una volta si addormenta dopo le 5:00 del mattino, il divano come trincea contro l’insonnia.

A casa, Lavinia è quella che soffre di più. La sera, quando arriva il momento di andare a dormire, sclera: si butta per terra, urla, rifiuta il pigiama, rifiuta il pannolino. Cinque minuti di delirio totale, poi la notte la tosse la sveglia e parte il ritornello: “Voglio mamma.” Leonardo, stoico come sempre, dorme tutta la notte nel suo letto, sereno. Ma la sera Lavinia vuole il papà accanto, gli tocca l’orecchio e restano così, venti minuti, lei che tossisce e si aggrappa e lui che stringe il cuore con le mani. Roberto, ascoltando il racconto, trova una nota tenera e amara: la reazione di Lavinia è identica a quella di Caterina quando non vede la mamma al lavoro. Lo stesso disperato rifiuto di ogni consolazione che non sia lei.

Ma aprile porta anche buone notizie, e arrivano in crescendo. Una dottoressa del reparto trapianti, la Proia — velletrana, allieva della Carosi, ovvero la madre di Roberta, il che genera un cortocircuito di connessioni paesane che solo Velletri può produrre — prende in carico Margherita e cambia tutto. Per prima cosa, risolve il problema pratico: “Non esiste che suo marito non la veda per una settimana. Mi dica lei quando vuole venire e io lo faccio entrare.” Poi si occupa di ogni dettaglio, compresa una pellicina al piede che Margherita liquida come niente ma che, in vista del trapianto, potrebbe diventare fonte di infezione. La dietologa dell’istituto le prepara pasti personalizzati: zuppa di legumi, fesa di tacchino, verdure. Margherita è felicissima. “Da quando mi è cambiato l’umore,” dice, “mi sembra pure più buono quello che fanno alla mensa.”

L’umore, del resto, è la medicina che Margherita si prescrive da sola. Con la cugina in stanza inventa il ballo dei globuli bianchi — una danza propiziatoria per farli risalire il prima possibile, perché quando risalgono si torna a casa. Roberto, commosso fino al ridicolo, chiede un video tutorial: vuole fare anche lui il ballo dei globuli bianchi dalla Calabria, per osmosi transizionale. I dottori sono molto contenti dei risultati. Quando un medico le propone di valutare le dimissioni anticipate, è Margherita stessa a frenarlo: “Dottore, ho troppo poco che sto dentro, l’analisi sarà sicuramente bassa.” Una paziente più lucida dei suoi stessi curanti.

Il trapianto resta l’ombra lunga sull’orizzonte. Nella migliore delle ipotesi: un mese di ricovero, poi controlli due volte a settimana per sei mesi. Nella peggiore: da tre a sei mesi di degenza, e fino a due anni per l’assestamento del midollo. Rocco chiede un secondo parere al centro Mandelli del Gemelli, porta tutte le analisi, parla col primario. L’idea — romantica, speranzosa, forse realistica — è che Margherita stia talmente bene da non aver bisogno del trapianto. Ma il primario è stato chiaro: se non lo fai e la malattia torna, devi ricominciare tutto da capo. “Penso che sognerò prima o poi la mia risposta,” dice Rocco. “La paura aumenta le dimensioni e diminuisce gli spazi. Ti fa pensare che una cosa gigantesca succederà tra 30 secondi.” La notte, sul divano, prova a rimpicciolire il gigante.

E il gigante, almeno per qualche settimana, si rimpicciolisce davvero. Verso metà mese, Margherita torna a casa. Rocco organizza la sorpresa: dice ai bambini che stanno andando a vedere la nuova Roomba. Arrivano a casa tutti eccitati a cercare l’aspirapolvere robotico, e trovano la mamma sul divano. L’abbraccio, i baci, Lavinia che le si attacca addosso e non la molla più. Nemmeno la mattina dopo. Segue l’inevitabile invasione: suoceri, madre di Rocco, parenti tutti a mille, più eccitati dei bambini. Quando alle 19:00 se ne vanno, il silenzio è un regalo. Rocco, Roberto e Sandrino tirano un respiro. Ma Rocco il giorno dopo deve già ripartire per Roma a lavorare. Dieci persone in studio, nessuno spazio libero fino a luglio, e ogni giornata persa significa bollette che bussano — come quella del riscaldamento da 407€ appena arrivata, gentile promemoria che in casa sua il termostato sta fisso a 20 gradi qualunque tempo faccia fuori.

Il lavoro, però, non è solo necessità: è ancora una volta salvezza. Rocco si sta ricavando una nicchia professionale unica: adolescenti dipendenti da videogiochi. Ragazzi che hanno girato 3 o 4 psicologi senza aprire bocca e che con lui, dal primo incontro, stabiliscono subito una relazione. Perché Rocco conosce il loro mondo, parla la loro lingua, capisce cosa significa perdersi in Fortnite fino alle 3:00 di notte. Su internet, cercando “psicoterapeuta videogiochi Roma,” esce praticamente solo lui. Una nicchia che può portare a convegni, docenze, articoli, libri. Il pericolo di YouTube — che secondo Rocco è “il male assoluto,” peggio del binge watching di Netflix perché offre un flusso infinito di contenuti senza pause — diventa materia clinica. Lavora con i genitori sul concetto chiave: il cellulare non è proprietà del ragazzo, è un dispositivo che va gestito nel tempo, un’ora al giorno se è bravo, due al massimo, ma mai consecutive. “Li ammazziamo nella creatività, nella mente, in tutto.”

Roberto, nel frattempo, sta conducendo una personale battaglia contro il sonno. La colpa è di Assassin’s Creed. Prima sessione notturna: si sveglia alle 01:38, gioca fino alle 3:00 del mattino, Caterina lo punisce svegliandosi alle 6:00. “Madonna santa, ma perché mi riduco in queste condizioni?” Seconda notte: le 3:35. Caterina alle 6:00 di nuovo, urlando che vuole il latte. Il calcolo delle ore di sonno è un esercizio che il suo cervello, a quel punto, non è più in grado di svolgere. Sandrino lo consola con la filosofia del “sti cazzi”: “Dai, non devi salvare il mondo né operare a cuore aperto.” Roberto concorda, ma fa notare che guidare 43 km rincoglionito dal sonno e poi spedire pacchi di scarpe invertendo destinatari non è esattamente privo di conseguenze.

Ma la vera droga di Roberto, in questo mese, si chiama Divinity: Original Sin 2. A 25 ore di gioco, con gli obiettivi che indicano un 25% di completamento — il che significa, per la gioia di Rocco che teme i giochi lunghi, un centinaio di ore totali — Roberto è in estasi. “Bello, bello, bello, bello, bello, bello, bello, bello, bello,” è la recensione sintetica. L’unico rimpianto: non aver dotato i personaggi dell’abilità di parlare con gli animali, perdendo così un sesto delle quest. Un collega gli rivela che in una caverna piena di lumache aggressive, una era in realtà una principessa con le sue cortigiane. Roberto le aveva ammazzate tutte. L’umache di merda, sentenzia, sono acqua passata. Intanto il suo personaggio è diventato “Gesù Cristo” con l’abilità furto al massimo: deruba ogni NPC dopo averci parlato, ha le tasche stracolme di oggetti leggendari e una fortuna economica che nemmeno Paperon de’ Paperoni. Sandrino, da parte sua, avanza sul treno col Surface Book 2, dove tra una sessione e l’altra si lancia in una maratona di consigli RPG: abilità animale sempre, loquacità sempre, furtività sempre, furto sempre. Roberto ascolta, annota, approva. “Quando il gioco di ruolo è fatto bene, rubare a tutti senza che nessuno se ne accorga è la cosa più divertente.”

Parlando di Surface Book 2, Sandrino ha finalmente domato la bestia. Il problema che affligge ogni portatile ultrasottile del pianeta — il thermal throttling, ovvero quel momento in cui il processore decide autonomamente di rallentare perché sta per fondere — è stato risolto con l’arma segreta dei forum: l’undervolting. In sostanza, mandare meno corrente alla CPU e alla GPU, ottenendo temperature più basse e, paradossalmente, prestazioni migliori. La CPU passa da 100 a 64 gradi: 35 gradi recuperati. La GPU da 100 a 70. La GTX 1050 interna, undervoltata da 1,1V a 0,85V, non solo non esplode ma accetta pure un overclock di 200 MHz sulla GPU e 100 sulla memoria. Le ventole tacciono. La batteria dura 2-3 ore in più. Sandrino è in brodo di giuggiole. Roberto ascolta rapito, parte un dibattito tecnico sulla silicon lottery — il fatto che ogni chip esce dalla fabbrica leggermente diverso — e su perché Intel e AMD non undervoltino già di fabbrica. La risposta, concordano tutti, sta nella garanzia di stabilità per il peggior chip possibile. Rocco, che gioca a Dead Cells sul Surface Pro e subisce il throttling dopo venti minuti, chiede subito il programma: ThrottleStop, “nome molto fantasioso.” Sandrino promette di installarglielo di persona. La fraternità del millivolt è nata.

A metà mese arriva il portatile nuovo di Sandrino: un MSI con RTX 2060. La 2070 costava 300€ in più per un misero 5% di prestazioni nei benchmark — “posso pagare 300€ per una cazzatina di velocità in più? No, assolutamente no” — e la 2080 avrebbe richiesto un mutuo aggiuntivo. La 2060, promette, verrà overcloccata a manetta. E mantiene la promessa: tramite MSI Afterburner e la funzione OC Scan, la scheda guadagna 500 MHz sulla GPU, viaggiando alle frequenze della versione desktop. Roberto, che sulla 2080 domestica ottiene una decina di frame in più con lo stesso software, è impressionato. Tomb Raider con RTX attivo gira a 64 fps sul portatile; Roberto perde 30 frame con l’RTX su alto ma concorda che su medio è giocabile. Parte la liturgia delle demo RTX: quella di Star Wars è “indistinguibile da un film,” quella di Metro Exodus “il gioco più bello mai visto.” Sandrino, nel frattempo, ha comprato Shadow of the Tomb Raider a 20€ su G2Play. Roberto avverte: il ray tracing è implementato solo sulle ombre, non su riflessi e luci. Ma nelle zone boschive, la differenza è impressionante.

A proposito di cose impressionanti: il 10 aprile l’umanità vede per la prima volta la foto di un buco nero. Roberto è in trance mistica. Da giorni spiava i rumor, si era guardato i video divulgativi su YouTube, aveva scoperto che l’immagine del buco nero in Interstellar non era fantasia ma previsione matematica basata sulla relatività generale. La foto arriva: la galassia M87, non Sagittarius A come pensava inizialmente. “Sono cose che vanno al di là dell’immaginabile,” mormora. Rocco apprezza ma raffredda gli entusiasmi: “A noi del buco nero non ci cambia cazzo. È una conferma delle teorie di Einstein, bella per carità, ma nella vita di tutti i giorni non cambia assolutamente nulla.” Roberto si inalbera: il punto non è l’utilità pratica, è “l’idea dell’uomo che supera i confini di quello che dovrebbe fare, un essere non fatto per volare che ti dice sti cazzi, io vado avanti.” Entrambi concordano, però, su una cosa: i commenti sui forum sono allucinanti. Gente che scrive che i buchi neri non esistono e quella è “una stella nera.” Cento anni fa, riflette Roberto, gli stupidi venivano messi ai margini. Oggi fanno il bello e il cattivo tempo. La democrazia digitale, a volte, è una maledizione.

La sete di fantascienza, del resto, è un tema che attraversa tutto il mese. Rocco consiglia Umbrella Academy su Netflix — serie di pseudo-supereroi dove nessuno usa davvero i poteri, il che la rende paradossalmente più interessante. Roberto lo accusa immediatamente di spoiler: “Grazie Rocco, adesso so che nessuno usa i superpoteri, hai rovinato tutto.” Rocco protesta che non è uno spoiler, è una descrizione. Roberto emette sentenza: lo classificherà nella “sindrome da spoilerone seriale.” Ma la vera scoperta è Love, Death & Robots su Netflix: corti di fantascienza da 10-16 minuti, adulti, violenti, tecnicamente impressionanti. Alcuni in CGI talmente avanzata che Rocco fatica a distinguerli dalle riprese reali. “Ho capito la differenza vedendo quella con gli attori veri, perché nella vita reale i colori sono meno interessanti.” La fantascienza, concordano tutti, è il genere più bistrattato: tolti Star Wars e il vecchio Mass Effect, non c’è praticamente nulla. Né al cinema, né nei videogiochi. Roberto invoca disperatamente Squadron 42, che “non uscirà mai.”

Ma il vero monologo epico di aprile è quello di Roberto sulla macchina elettrica. La Grande Punto del 2004 consuma sempre di più, il suocero e il padre hanno controllato iniettori, filtri, elettrauto, senza risultati. Da qui l’illuminazione: e se la prossima fosse elettrica? Roberto costruisce il suo castello in aria con la precisione di un ingegnere e l’entusiasmo di un bambino. La Peugeot 208 elettrica: 32.000€, meno 6.000€ di incentivi con rottamazione, totale 26.000€. Oppure 20.500€ con la formula di noleggio a riscatto a 329€ al mese. Autonomia 300 km, accelerazione 0-100 in meno di 8 secondi come un’Alfa Romeo Giulia, interni futuristici, zero costi di benzina. L’idea lo esalta: “Mi piace tantissimo essere una sorta di pioniere.” Il problema, come puntualmente fa notare Sandrino con chirurgica crudeltà, è dove ricaricarla — a Guardia Piemontese non esistono colonnine neanche a pregare la Madonna — e soprattutto: “Roberto, ma con lo stipendio tuo e col mezzo stipendio di Luisa, come cazzo fate? Devi avere un segreto, Roberto, dimmelo.” Roberto ammette candidamente: i soldi non ce li ha, i genitori aiutano quando serve, e il discorso macchina è “soltanto un vorrei ma non posso.” Ma per 43 minuti di messaggi audio, il sogno ha brillato.

A proposito di soldi buttati: Roberto disdice finalmente Sky. Dall’agosto 2018 paga 44,50€ al mese senza aver mai visto nulla, perché la parabola è rimasta attaccata a casa dei suoceri e quella condominiale non ha mai funzionato. Il calcolo è devastante: quasi 500€ gettati al vento, con cui “avrei potuto comprarmi una 2070 gratuitamente.” La speranza è che Sky richiami con un’offerta da capogiro: riattivazione gratuita, prezzo dimezzato, e soprattutto Sky Q. “Se mi rivogliono come cliente, devono fare una grande offerta. Se no, rimango con Now TV.” Rocco, che aveva lo stesso abbonamento a 43€ con la promozione forze armate, racconta che dopo la disdetta gli hanno proposto lo stesso pacchetto a 48€ al mese spacciandolo per sconto del 40%. “Vabbè, signora, ti saluto.”

In uno dei momenti più sinceri del mese, Roberto confessa il vero motivo della sua alluvione di messaggi vocali. Non è logorrea: è solitudine. “Sono solo come un cane,” dice alla chat, con una trasparenza che lo sorprende per primo. La boccata d’aria fresca sono loro, Rocco e Sandrino, la mattina andando al lavoro e la sera tornando. Nerd, videogiochi, tecnologia: cose di cui non può parlare con nessuno a Guardia. Poi c’è Luisa, c’è Caterina “che è il sole che illumina la mia vita,” ma degli amici c’è bisogno. “So perfettamente che i miei messaggi vi rompono le palle. Li ascolterete a 2x sperando che arrivi anche il 3x. Però intanto è così. Mi sembra di essere meno solo parlandovi.” E intanto, con Luisa, c’è il desiderio di un secondo figlio. La visita a Catanzaro rassicura: niente cisti preoccupanti, via libera teorico. Ma il ginecologo è brutale: a 43 anni i rischi si moltiplicano, aborti, distacchi di placenta, e il sottotesto commerciale della clinica di fecondazione assistita lascia un retrogusto amaro. “Nella pratica,” riassume Roberto con la consueta lucidità, “il motivo principale è che non trombiamo. Come dice mi suocera: se la schedina non la giocate, non potete certo vincerla.”

Dal sublime al grottesco. Roberto scopre che Capitan Sport è diventata sponsor ufficiale di un brand di abbigliamento ciclistico chiamato Terun. Sì, esattamente quello che sembra. “Come quando i settentrionali appellano quelli della Calabria.” Tutta l’azienda è in estasi — “Oh fantastico, faremo clienti a frotte!” — mentre Roberto muore di vergogna. Sandrino conferma di aver visto la marca sui siti specializzati, ma nota che in vita sua non ha mai incrociato un ciclista vestito Terun: di solito vanno tutti con Santini o Castelli. La tuta completa costa 150€, e alla domanda se i dipendenti avranno un omaggio, Mimmo, il capo, si è messo a ridere: “Vediamo se riusciamo a ottenere un 20% di sconto.” Roberto quasi si strozza: “Ma la sera, mori ammazzati. 5€ di Decathlon tutta la vita.” A giugno ci sarà la granfondo a Scalea con stand Capitan Sport. Roberto è stato ignorato come possibile partecipante e convocato esclusivamente per montare e smontare gazebo. La dignità, a Capitan Sport, è un optional.

Pasqua e Pasquetta scorrono tra parenti, pranzi e un evento sociologico che Roberto eleva a questione esistenziale: una trentina di ventenni occupano il piano terra del suo condominio con un impianto karaoke da stadio San Siro, cantando ininterrottamente dalle 14:00 alle 23:30. Il volume è tale che dall’altra parte di Guardia chiedono chi stia facendo il concerto in piazza. Quando finalmente i vicini scendono a intimare il silenzio, Roberto formula la domanda che lo tormenta: “Tenete vent’anni, siete chiusi in una casa da soli, ragazzi e ragazze, e invece di trombà dalla mattina alla sera cantate? Ma andate a fanculo.” Sandrino, intanto, propone a Roberto di prendere il treno per andare al lavoro e risparmiare sulla benzina. Roberto apprezza il pensiero ma spiega che i treni da Guardia a Scalea offrono due opzioni: arrivo alle 7:41, cioè un’ora e mezza prima dell’apertura dell’ufficio, oppure arrivo alle 9:21, cioè mezz’ora dopo. “Come puoi intuire, Sandrino, la cosa è totalmente impraticabile.” Fine mese, Sandrino va al cinema a vedere Avengers: Endgame. “Fantastico, veramente fantastico.” Rocco lo accusa immediatamente di spoiler per aver detto che il finale gli è piaciuto. Roberto si schiera con Rocco: “Babbo Natale ne terrà conto nella somma del regalo di Natale.” Lo spoilerone seriale, stavolta, è innocente. Ma la sentenza è già stata emessa.

L’ultimo scorcio di aprile porta Rocco e Margherita al primo Mi Store Xiaomi del Lazio, a Valmontone. Molto figo, molto stile Apple Store, con un dettaglio inspiegabile: i telefoni costano 40€ più che su Amazon. “Direi che hanno deciso che vogliono chiudere.” Rocco compra due sensori di umidità e temperatura Bluetooth da 10€ e se ne va orgoglioso. Per la mamma di Margherita prendono un Redmi 7 a 137€, perché l’iPhone 5S che ha “è un telefono fisso: se non ce l’hai attaccato alla corrente non puoi neanche telefonare.” La ricerca di casa continua: via Ceppeta Inferiore, zona giardino d’Archimede, totalmente ristrutturata su un piano solo con giardinetto. Prezzo: 295.000€ trattabili. “Architettonicamente carina,” dice Rocco. “No, fa cagare,” corregge subito dopo. “Ha delle colonne orrende. No, non è vero, non è super kitsch.” Margherita gli lancia uno sguardo. Sandrino fa notare che dal giardino si sente il Pala Bandinelli come fosse l’aeroporto di Malpensa. Margherita e Veronica lo guardano come si guarda un matto.