Febbraio 2021: Bitcoin evaporati, rover su Marte e banane mangiate in segreto

Alessandro accarezza il proprio PC nuovo come un padre orgoglioso. La macchina è silenziosa — la ventola della scheda grafica è stata staccata, le ventole del case girano a 0 RPM, la pompa del dissipatore a liquido mormora appena. Il radiatore, toccandolo, è tiepido. “È incredibile,” sussurra Alessandro con la voce di chi ha appena assistito a un miracolo termodinamico. “Non pensavo potesse mai succedere nella vita dei processori.” Il computer è silenzioso ed è di ultima generazione. Per lui, questo è il Nirvana.

Roberto, dall’altra parte della Calabria, ascolta rapito e prende appunti mentali. Ha ormai deciso: imiterà Alessandro pezzo per pezzo, perché non ha il tempo di informarsi su 3.000 forum e 3.000 recensioni — le sue ricerche le fa “sempre di corsa sulla tazza del cesso.” Vuole lo stesso dissipatore a liquido Corsair a doppia ventola, le stesse ventole a levitazione magnetica, lo stesso silenzio monastico. “Io te sto a imitare passo passo,” ammette senza pudore. C’è però un dettaglio che lo tormenta: gli AIO, ha letto, dopo qualche anno iniziano a gocciolare. Una perdita sulla scheda madre e butti tutto. Alessandro liquida la questione con la filosofia del guerriero: “Che problema? Quando si verificherà il problema, lo gestirò. Preferisco che se bruci il PC fra 2 anni, ma che sto 2 anni con un computer silenzioso e bello.”

Intanto, nel mondo delle criptovalute, la giornata del grande pump si trasforma in una lezione di umiltà cosmica. Alessandro racconta la cronaca in tempo reale: i guadagni che salgono a 600 dollari in poche ore, l’adrenalina, la decisione fatale di non vendere — “No, porca puttana, dobbiamo fare più soldi” — e poi il crollo, quando i milionari scaricano tutto e il prezzo precipita. Roberto torna a casa la sera e trova centinaia di messaggi. Non capisce se lo stanno prendendo in giro. “Dimmi che me stai accoglionando,” implora. “600 euro sono più di mezzo stipendio mio!” Quando scopre che Alessandro ha visto 600 euro dissolversi nel nulla, il suo cuore di impiegato calabrese trema: con quei soldi lui avrebbe aperto Amazon e comprato la prima cosa che gli appariva davanti. Ma la morale è amara: i milionari hanno venduto al momento giusto, la gente comune è rimasta col cerino in mano. “Alla fine è sempre la solita storia,” sospira Roberto con la malinconia di chi ha visto troppe promesse di rivoluzione dal basso. “Chi ha i soldi fa i soldi.”

Alessandro non si dà per vinto. Nel giro di una settimana trasforma quei 900 dollari iniziali in 3.000, comprando e vendendo come un trader di Wall Street in ciabatte. L’adrenalina è quella del giocatore d’azzardo, e lui lo sa: “Mi rendo veramente conto quanto sia una droga peggio delle sigarette.” Con i profitti si compra un Dyson V10, la scopa elettrica dei sogni — che però ha un difetto: per aspirare bisogna premere un grilletto come una pistola, e dopo 10 minuti il tunnel carpale è garantito. Roberto ascolta e rosica, rosica talmente tanto che ammette: “2.000 euro, mei coglioni. Per me è come vincere la lotteria.” Ma sa che non potrà mai farlo: entra in ufficio alle 9, il cellulare lo tocca 5 minuti in pausa pranzo, e se lo beccano lo cazziano. Per fare trading dovrebbe licenziarsi.

Il dibattito sulle criptovalute scatena anche un piccolo terremoto emotivo. Roberto pronuncia un discorso che definisce lui stesso “cattivo”: Sandrino li ha sempre tenuti informati, ha condiviso ogni mossa, ogni consiglio, ogni piattaforma. Federico e Check invece si sono messi in società per conto loro, senza dire niente a nessuno, e stanno guadagnando in silenzio. “Potevamo fare una cosa del gruppo, tutti assieme,” dice Roberto con una punta di amarezza nella voce. “Ce lo potevano pure chiedere.” È il principio della brigata violato: si era partiti insieme, e qualcuno ha deciso di proseguire da solo. Alessandro conferma con le sue battute taglienti sulla chat delle cripto: “Gli altri sono tutte chiacchiere e distintivo.” Rocco, dal canto suo, guarda i numeri con la parte giocatrice seriale del cervello e pensa: se avessi investito 8.000 euro, adesso ne avrei 25.000. Ma capisce che non fa per lui, almeno non in questo momento.

Roberto intanto combatte la sua battaglia quotidiana con il tempo. Racconta agli amici, in uno sfogo che gli trema la voce, la routine che lo schiaccia: esce alle 8, rientra alle 7, e da quel momento Caterina è tutta sua fino a quando non crolla. Per trovare un’ora per sé deve aspettare le 3 di notte, dormendo 2 ore e mezza a notte. L’unico momento di decompressione è quando parcheggia sotto casa la sera, tira fuori una banana dallo zaino e la mangia passeggiando nel cortile, leggendo i messaggi degli amici. Ma la suocera, dal balcone — da quando hanno potato l’albero si vede diritto sul parcheggio — lo spia e va a dire a Luisa: “Ma che cosa fa tuo marito 10 minuti in macchina col telefono? Non è che c’è una tresca?” Roberto, permaloso come pochi, da quel giorno si ferma al distributore o al parcheggio del supermercato, arrivando a casa alle 19:30 invece che alle 19:00. La suocera è contenta, e lui si tiene i suoi 30 minuti di libertà. “Ma vi rendete conto a che livelli siamo arrivati?” sbotta, e il misto di rabbia e autoironia dice tutto sulla claustrofobia emotiva di un padre calabrese che chiede solo 10 minuti per mangiare una banana in pace.

Roberto confessa anche un’altra cosa che gli rode: Luisa gli fa pesare il tempo al telefono, quando in realtà lui non parla con nessuno se non con Alessandro e Rocco, e solo durante il tragitto casa-lavoro. Le altre chat le legge e basta. “Se non mi sfogo con voi, con chi mi devo sfogare?” chiede retoricamente, e la risposta è un silenzio affettuoso che vale più di mille parole.

Alessandro, che intanto non smette mai di leggere Reddit e di seguire il mercato crypto, racconta di aver comprato una 1050 usata a 70 euro per sostituire la GT 710 che “scattava pure le finestre.” Ma la scheda ha un problema misterioso: il mouse si blocca e scatta come se ci fosse un conflitto di driver. Passa un giorno intero a scapocciarci, reinstalla driver, il microfono smette di funzionare, e alla fine ficca la chiavetta USB e formatta tutto. L’informatica, nella sua perversa ciclicità, restituisce sempre al punto di partenza.

Rocco, intanto, è un uomo che si divide tra lo studio professionale dove lavora dalle 9 alle 19, i bambini, la ristrutturazione della casa nuova e una stanchezza che comincia a pesare. “Sono tempi un po’ stupidi,” confessa una sera, “tempi che non riesco a riempire, che mi mettono un po’ di tristezza.” Ma poi il giorno dopo è alla casa a raccogliere foglie, potare piante, organizzare lo svuotamento totale. Una cooperativa di 8 ragazzi bergamaschi arriva e in 3 ore smonta tutto. Sotto il parquet incollato c’è il pavimento vecchio, e gli armadi a muro erano stati montati prima del pavimento — il che significa che togliendo gli armadi il pavimento risulta tagliato. La conseguenza è inevitabile: bisogna rifare tutto, non solo la zona giorno ma anche la zona notte. I tempi si allungano, i costi lievitano. L’impianto elettrico da solo costerà almeno 5.000 euro con i materiali più economici, e Rocco sta pensando se investirne 5.000 in un impianto base o fare il salto verso la domotica con Alexa. La sua visione è da film di spionaggio casalingo: luci che si accendono e spengono a orari diversi, Radio 24 a tutto volume alle 20:00, Roomba che pulisce a mezzogiorno, persiane automatiche. “Qualunque passante vede la casa sempre viva,” spiega con l’entusiasmo di chi ha progettato Fort Knox in versione Ikea. Roberto apprezza l’idea ma non può fare a meno di gufeggiare: “Tieni a bada gli scazzagani, ma i veri rumeni del mestiere non li frega manco Alexa.”

In tutto questo, Rocco ha anche scoperto la Wii U trovata nella casa e l’ha modificata con una SD: scarica le ISO e partono tutte. Leonardo ci gioca entusiasta e Rocco realizza che la Switch, a parte Animal Crossing, è sostanzialmente un catalogo di remake di giochi Wii U venduti a 60 euro. Il business model Nintendo, visto da un padre che ha appena trovato la console gratis in cantina, appare in tutta la sua spietata genialità.

La saga dell’assemblaggio PC di Roberto prosegue con la solennità di un’opera buffa. Dopo aver scelto la scheda madre senza Wi-Fi per risparmiare 30 euro, scopre che l’unica postazione disponibile in casa — la scrivania di Caterina — non è raggiunta dal cavo Ethernet. Risultato: spende 40 euro per una scheda PCI Wi-Fi. “Porca di quella zozza,” commenta, consapevole di aver violato ogni principio di economia domestica. Alessandro suggerisce maliziosamente di vendere tutto e rifare il PC in formato Mini-ITX, ma Roberto è categorico: “Basta Mini-ITX. Per me basta. Voglio lo spazio, voglio che quando apro il case ci posso mettere pure una gamba dentro.” La questione dell’alimentatore diventa poi un’odissea: Corsair 750 RMX a 130 euro ma con coil whine segnalato da tutti i recensori, Seasonic 750 a 140 euro che sparisce dal carrello, e infine un misterioso MSI A750GF appena uscito sul mercato a 149 euro. Roberto decide di affidarsi al karma: “Se oggi pomeriggio sarà ancora disponibile, è destino.”

A metà mese, una notte, Alessandro e Veronica vivono ore di terrore. Mila da una decina di giorni dice che le fa male “la patatina e il culetto.” La pediatra non risponde ai messaggi, Gianna minimizza. Ma quando le analisi delle urine risultano pesantemente positive a un’infezione batterica, e la pediatra continua a non farsi viva — ha letto il messaggio e lo ignora — Alessandro e Veronica prendono Mila e corrono al Bambin Gesù. Lì i medici li gelano: i batteri stavano già entrando nei reni, rischiava la necrosi. “Ve la facciamo riportare a casa solo perché non ha la febbre,” dicono. Dieci giorni di antibiotico, tachipirina per il dolore, rientro a casa alle 3 di notte. È la seconda pediatra che cambiano: la prima non aveva diagnosticato la pertosse. Roberto ascolta il racconto e gli trema la voce: “Me trema pure la voce. I brividi. Sarei andato fuori di testa. Bastardi tutti, morissero tutti.” Il suo sfogo contro i medici incompetenti è un fiume in piena che travolge anche la sua pediatra calabrese, quella che Luisa non vuole bypassare “perché ce può rimanere male.” La rabbia di un padre che non può proteggere i propri figli dalla burocrazia sanitaria risuona in ogni parola.

Fortunatamente, gli antibiotici funzionano. E dalla crisi nasce un progresso inatteso: Mila toglie il pannolino. Il primo giorno qualche incidente, dal secondo comincia a trattenersi. Alessandro filosofeggia: “Ci vogliono le crisi per rinnovarsi.” Caterina, con i suoi 4 anni, è già oltre con la pipì di giorno ma la notte resta una lotteria, e la cacca va ancora rigorosamente col pannolino — “Mamma, papà, cacca, pannolino” è il protocollo inderogabile.

Il 18 febbraio Roberto è in fibrillazione per un evento che non c’entra niente con PC, criptovalute o pannolini: il rover Perseverance della NASA tenta l’atterraggio su Marte. “A me queste cose mi mandano in brodo di giuggiole,” confessa con gli occhi che brillano. Stasera, alle 21:55, si vedrà solo una telecamera fissa su un centro operativo pieno di ingegneri cicciotti, e si capirà se è andato tutto bene solo dal loro urlo collettivo o dalle mani nei capelli. Ma per Roberto è poesia pura. Racconta ai suoi amici ogni dettaglio con la passione di un divulgatore scientifico in FM: il cratere che era un lago, l’elicottero Ingenuity che potrebbe non volare perché l’atmosfera marziana è troppo rarefatta, il processore single core a 200 MHz che muove il rover, le 3 telecamere che per la prima volta hanno trasmesso video da un altro pianeta. “Quando ho visto il video mi veniva da piangere,” ammette. Alessandro, pragmatico, confessa: “Anche io pensavo che Ingenuity significasse ingenuità.” Roberto scopre l’arcano e si sente un babbeo, ma poco importa: significa ingegno, e torna tutto.

Ciò che invece non gli va giù è l’atteggiamento dei commentatori italiani, quei giornalisti televisivi di prima serata che trattano lo sbarco su Marte con la battutina, il sorrisetto, il “sì, bello, ma qui abbiamo altri problemi.” Roberto si lancia in un monologo appassionato sulla tecnologia come motore del progresso umano — dal GPS alle auto elettriche, dalla domotica ai tessuti avanzati — tutto nasce dalla ricerca, anche quella apparentemente inutile di mandare un rover su un pianeta morto. “Li metterei tutti alla forca,” conclude, consapevole di essere un “talebano” ma incapace di trattenersi.

Il mese si chiude con Alessandro che va dal fisioterapista. Lo smart working lo ha incriccato: schiena, bacino, gambe. Non riesce nemmeno a divaricare le gambe abbastanza da salire in bicicletta. La diagnosi preliminare è preoccupante: sospetta artrosi alle anche. Servono lastre, poi si deciderà. Roberto resta senza parole: “Come fa avvenire l’artrosi a 44 anni a uno che fa attività sportiva a livello agonistico?” Ma il fisioterapista spiega che viene a prescindere dal livello sportivo. È una di quelle notizie che si depositano sul fondo dello stomaco e ci restano.

Roberto, dal canto suo, scopre una sera per caso alcuni cortometraggi animati di World of Warcraft su YouTube. Li guarda alle 2 di notte, va a dormire, e la mattina dopo, accendendo il computer dell’ufficio collegato al Wi-Fi aziendale, si trova i banner pubblicitari esattamente di quei personaggi. Il telefono, collegandosi alla stessa rete, ha trasmesso i cookie della navigazione notturna al browser del PC. “Siamo profilati non al 100%, al 1000 per 1000,” realizza, con lo stupore di chi ha sempre saputo che la privacy è un’illusione ma vederla materializzarsi sui banner dell’ufficio è un’altra cosa.

E Roberto, che ancora non ha montato il PC nuovo perché ogni sera si perde in Legend of Runeterra — “100 ore, forse di più, sulla modalità single player” — ogni sera dice “mo lo monto, mo lo monto” e poi resta incollato a combinare modificatori randomici fino alle 3. Ha appena completato il gioco con 2 eroi su 8, “goduto come un riccio,” e gli ne mancano altri 6. Il PC nuovo, nella sua scatola, attende paziente come un gatto ignorato dal padrone che gioca al cellulare.