Luglio 2020: birre nell’umido, traslochi e cuori che ripartono

Luglio si apre con Roberto che torna a casa dal lavoro sporco, sudato, stremato — e scopre che non c’è acqua. L’acqua, a quanto pare, manca da domenica sera per un tubo rotto a Cetraro, ma nessuno se n’è accorto perché le cisterne da 1000 litri delle palazzine hanno mascherato il disastro per giorni. Roberto ha notato qualcosa di strano: la doccia perdeva pressione da lunedì, poi martedì ancora, poi mercoledì l’acqua è semplicemente sparita. E così si ritrova a lavarsi con le bottiglie d’acqua minerale, un’esperienza che lascia all’immaginazione di chiunque abbia mai provato a togliersi una giornata di cantiere con mezzo litro di Levissima.

Ma il colpo di grazia arriva la mattina dopo. Roberto scende a buttare l’umido, apre il secchio, e ci trova dentro due casse di birra — cartoni e 12 lattine di vetro — nel bidone dell’organico. Parte il berserk. Inizia a urlare nel cortile come un invasato, maledicendo l’universo e l’analfabetismo funzionale dei vicini. Sui secchi c’è scritto a caratteri cubitali cosa va dove, e il secchio del vetro sta letteralmente accanto. “Ma ci vuole la scienza?!” tuona Roberto alla palazzina deserta. Qualcuno si affaccia, lo guarda come si guarda un pazzo, e rientra. Il problema è serio: gli operatori ecologici, se trovano roba sbagliata nell’umido, non svuotano. E l’umido che fermenta sotto il sole calabrese di luglio diventa un’arma biologica in poche ore.

Roberto fa i conti: sono rimaste tre famiglie nelle palazzine — lui e Luisa, la signora sola con la mamma invalida, e un condomino nuovo arrivato da Cosenza. Due casse da 12 di birra escludono ragionevolmente la signora anziana. L’indagine si chiude con un sospettato unico, senza nemmeno bisogno di fare Sherlock Holmes. Il giorno dopo le bottiglie sono ancora lì, naturalmente. Roberto oscilla tra la furia omicida e la rassegnazione cosmica, e confessa agli amici che se lo becca in una mattinata storta, “può essere pure che ci vada alle mani — nel senso che sicuramente me menano di santa ragione, ma io me ci butto a capofitto.”

Alessandro, nel frattempo, è impegnato nel trasloco della vita. La casa nuova è finalmente realtà, e tra riunioni telefoniche e scatoloni si muove come un equilibrista tra il vecchio e il nuovo appartamento. Veronica e Mila sono al mare, lui è solo, sommerso di cartoni, e tra una call di lavoro e l’altra apre uno scatolone, sistema qualcosa, poi ne apre un altro. Il piano a induzione nuovo lo fissa con aria di sfida al bancone della cucina, ancora inviolato: Alessandro per il momento si nutre di cibo da asporto, rimandando il confronto con la tecnologia culinaria a data da destinarsi.

Roberto annuncia una notizia che elettrizza il gruppo: arriverà a Velletri per qualche giorno con la famiglia e inizia a contare i giorni con la fervida impazienza di un bambino prima di Natale. “Quasi un anno,” ripete, quasi incredulo. Non vede i suoi genitori da settembre dell’anno prima, e Caterina non vede i nonni dallo stesso periodo. Si organizzano pranzi, visite, si coordinano orari con la precisione di un’operazione militare: giovedì no perché arrivo alle 14:00, venerdì a pranzo ma Alessandro lavora fino alle 17:00, allora venerdì pomeriggio, ma alle 19:00 deve andare a prendere la madre a Fiumicino. I tre amici, che si parlano quotidianamente in messaggi vocali ma non si vedono di persona da un’eternità, cercano disperatamente una finestra temporale per guardarsi negli occhi senza “dover premere un tasto col pollice.”

La visita a Velletri si concretizza. Roberto sale in treno con Luisa e Caterina, Alessandro li accoglie nella casa nuova — ancora un cantiere di scatoloni — e Rocco si unisce con i bambini. La scena della cena è un piccolo capolavoro di quotidianità ritrovata: Caterina che ordina un menù Happy Meal intero e poi lo ignora completamente tenendo solo le sorpresine, Rokko e Alessandro che discutono e si dimenticano di pagare i panini a Sandrino, e alla fine Alessandro e Veronica che commentano: “ammappa comunque se ne sono andati senza pagare.” Ma non c’è rancore, solo la consapevolezza tenera che certe amicizie funzionano così, nella sciatteria affettuosa dei gesti quotidiani.

Una sera a Guardia Piemontese, Roberto porta fuori Caterina come ogni sera dopo cena, verso la piazzetta dove giocano i cuginetti. Sono appena arrivati quando cadono le prime gocce. “Saranno quattro goccioline,” dice qualcuno. Le quattro goccioline diventano un diluvio biblico. I suoceri salgono in macchina con Luisa e Caterina, ma Roberto resta bloccato sotto un balcone con Alfredo Giuseppe, un cuginetto di sette-otto anni che non può lasciare solo. Quando finalmente il suocero avvicina la macchina urlando “Sali, sali!”, Roberto fa 5 metri sotto la pioggia torrenziale e si bagna fino alle ossa. Arrivati a casa, il cortile è un lago di fango, gli stendini sul balcone grondano acqua, e Roberto deve spogliarsi nel pianerottolo per non allagare l’appartamento. Luisa e Caterina, comodamente in macchina, aspettano che smetta di piovere e salgono un quarto d’ora dopo, asciutte come angioletti. “A volte l’essere umano non ha proprio capacità di razionalizzare le cose,” riflette Roberto, che per due stupidate si è dovuto rifare la doccia da capo.

A Guardia Piemontese la stagione turistica esplode con un mese d’anticipo. Roberto lo registra con stupore e fastidio ogni sera tornando dal lavoro: Santa Maria del Cedro a metà luglio è già piena come fosse Ferragosto, nonostante il Covid, nonostante il lockdown, nonostante tutto. “Morti viventi che vanno al mare o che rientrano dal mare,” li descrive, schivando pedoni che attraversano ovunque. Le palazzine dove vive si riempiono nel weekend — da tre famiglie a quindici-venti — e il parcheggio, di solito deserto con solo la sua Punto e le auto di Luisa e della vicina, diventa un salone dell’auto di lusso. Mercedes, Audi, SUV da 40.000-50.000 euro, alcuni cambiati ogni anno. “Io con la mia Punto sono il pezzente di turno,” commenta Roberto con una serenità che ha il sapore della rassegnazione.

Il Covid genera tensioni anche in famiglia. Una sera Roberto si ritrova a una cena all’aperto con 25 persone, tutti parenti di Luisa scesi nel weekend dalla Lombardia. Assembramento totale, distanze di sicurezza inesistenti. Roberto prende Luisa in disparte e le fa presente che queste persone, fino a ieri, vivevano e lavoravano in zone ad alto contagio, senza aver fatto tamponi né quarantena. “Quando si tratta degli altri, puntiamo tutti il dito. Quando si tratta dei nostri parenti, va bene tutto.” La serata finisce “a muso” tra i coniugi. Qualche giorno dopo, Roberto fa pace con la realtà: ormai le braciolate da 30 persone ci sono state, i contatti pure, “se la frittata è fatta, è fatta.”

In mezzo a tutto questo, arriva un momento di pura magia. Le giostrine a Guardia Piemontese. Ogni sera Caterina trascina Roberto in bicicletta a controllare se sono arrivate, e ogni sera il piazzale è vuoto. “Giostrine, ma vi siete dimenticate di noi?” dice la bambina con quella serietà devastante che hanno i bambini. “Io sono pronta, dovete venire!” Roberto la guarda e gli si stringe il cuore, convinto che quest’anno, per colpa del Covid, le giostrine non arriveranno. Poi una sera, svoltato l’angolo, Caterina si ferma di colpo sulla bicicletta. Spalanca gli occhi, spalanca la bocca, si porta le mani ai capelli. “Papà, sono tornate le giostrine! Iuppii, si sono ricordati di noi!” Roberto vorrebbe piangere e ridere insieme, ma deve subito affrontare il dilemma successivo: Luisa non è convinta che sia sicuro farla salire, e in effetti lui ci ripensa.

Rocco va in vacanza in Sardegna e il gruppo riceve cartoline audio da un altro mondo: spiagge di sassolini bianchi alle Saline, acqua così salata che le mani restano appiccicose per dieci minuti, Leonardo che si avventura con la maschera dove non tocca, escursioni alla spiaggia di Coscia di Donna con stelle marine e pesci tra gli scogli. Rocco è “ultra coccolato” — c’è chi cucina, chi pulisce, i bambini giocano felici — ed è in modalità relax totale, tra gelaterie a Stintino e seadas fritte e mielate a 3,50 euro.

Ma dietro la leggerezza delle vacanze, Rocco porta con sé qualcosa di più profondo. Una sera racconta agli amici di aver parlato con Lucia — la suocera, la mamma di Margherita — di Silvia, la donna che sta frequentando. Il momento è delicato, carico di storia e di dolore, ma Lucia reagisce con una generosità che commuove tutti. Si abbracciano, si emozionano, e Lucia gli dice: “Tu non sei il marito di Margherita. Sei Rocco. Sei uno della famiglia. Se tu sei felice, io non posso che essere felice.” Gli dà consigli saggi: gustati questa relazione, prenditi il tuo tempo, e solo quando sei sicuro falla conoscere ai bambini. Nei giorni successivi Lucia non cambia di una virgola il rapporto con Rocco — è un’informazione che ha assorbito con grazia, non un terremoto. Anzi, comincia a chiedere quando potrà conoscere questa Silvia.

Rocco racconta poi una passeggiata sul Monte Artemisio con Silvia e i bambini — da Fontana del Turano al Rifugio dell’Artemisio, i piccoli che camminano senza fiatare. A un certo punto Leonardo scivola, Rocco scatta in avanti per prenderlo, ma Silvia lo guarda calma e gli dice: “Stai tranquillo. Se mi serve aiuto te lo chiedo.” I bambini le danno la mano nelle parti ripide, Leo attraversa un tunnel d’alberi buio tenendola per mano nonostante la paura, e Rocco capisce che qualcosa sta succedendo, qualcosa di importante. “Questo mi fa pensare che ci possa essere una speranza,” dice con quella voce di chi non vuole crederci troppo per non soffrire. “Un futuro diverso.”

Rocco, tra l’altro, confessa ridendo un tormento quotidiano: ogni mattina, accompagnando Leonardo al centro estivo a Colle degli Dei, sulla curva davanti ai campi da tennis trova due ragazze che giocano in shorts e top, abbronzatissime, sudate, con le code che oscillano a destra e sinistra. “Mettono molto alla prova il mio occhio signorile che non scende mai in certi punti,” ammette con finta solennità. Roberto gli risponde con un monologo memorabile sulla nuova stagista diciottenne del magazzino — “raga, c’ha due tette che sono qua, te parlano” — e sulla sua strategia di sopravvivenza: camminare a testa bassa, evitare ogni dialogo, non salutare nessuno. “Sono un vecchio porco maniaco, ma insomma, credo che sia nella normalità delle cose.” Rocco e Roberto si rassicurano a vicenda sulla propria normalità con la solidarietà imbarazzata di due quarantenni che si scoprono ancora umani.

Rocco va anche a vedere una casa in costruzione in Contrada Madonna degli Angeli, vicino Velletri. La descrizione è promettente: 135 metri quadri sopra, 200 sotto da finire, 3.000 metri di terreno con vista sulle isole, vicini ma non appiccicati. Il costruttore l’aveva fatta per la figlia, che poi ha cambiato idea. Un conoscente gli aveva detto: “Guarda, lui vuole 260.000 da finire, 320.000 tutta finita.” Rocco arriva, visita, apprezza — e poi arriva il prezzo reale: 380.000 euro, e solo il sopra finito. “120.000 euro di differenza, bruscolini,” commenta Rocco con l’amaro in bocca. Parte una filippica contro il “velletrano” — l’atavica tendenza locale ad aprire bocca per dar fiato a cifre inventate. Roberto interviene difendendo l’universalità del fenomeno — “non è un discorso da velletrano, è da velletrano, calabrese, guardiolo, torinese, milanese” — ma poi non resiste e fa il nome del campione locale della categoria: FDA, “il classico velletrano che ogni volta ti dice una cosa e non è mai quella cosa.”

Il mondo nerd non riposa neppure d’estate. Roberto è al quarto mese consecutivo di Legends of Runeterra e non accenna a smettere. Descrive agli amici, con la passione dettagliata di un commentatore sportivo, un mazzo mai visto prima basato su creature che si auto-rigenerano: muoiono da 2-2, risorgono come 3-3, poi 4-4, poi 5-5, fino a diventare mostri inarrestabili. “Ho perso, ma sono stato contento di perdere,” dice, con l’entusiasmo del vero giocatore che riconosce la bellezza anche nella sconfitta. Alessandro confessa di aver smesso — il trasloco gli ha cambiato la vita — e vorrebbe qualcosa di più immersivo di un gioco di carte, ma per ora firma contratti di locazione e ripara tubi della lavatrice.

Roberto intanto scopre con orrore estatico i benchmark del nuovo Ryzen 4700G di AMD — un processore con GPU integrata che fa girare Doom Eternal a 1440p tra i 40 e i 70 frame al secondo, Death Stranding a 30 fissi, GTA V in maniera “strafluida.” Per una GPU integrata è roba da fantascienza, e Roberto non riesce a contenere l’entusiasmo. Segue un’analisi finanziaria degna di un analista di borsa: Intel ha perso il 20% in una settimana per il ritardo cronico sui 7 nanometri, AMD le sta rosicando quote di mercato a velocità impressionante, e la roadmap Intel è slittata al 2023. Roberto racconta queste cose con la stessa intensità con cui altri parlano di calcio, e in fondo è esattamente lo stesso sport, solo con i transistor al posto dei giocatori.

Il mese si chiude con una scena che è un monumento al Meridione profondo. A Roberto scade l’assicurazione della macchina, stipulata con la Cattolica di Fuscaldo. Cerca online un modo per pagare: bonifico, carta, PayPal, qualunque forma di transazione elettronica accettata nel 2020. Niente. Zero. La filiale chiude all’una, il pomeriggio è chiusa, e Roberto lavora fino alle 17:30. È fisicamente impossibile arrivarci durante l’orario di apertura. La soluzione è mandarci il suocero con i contanti, “con il cavallo, col calesse.” Alessandro rabbrividisce e gli suggerisce di cambiare compagnia, farsi un’assicurazione online, pagarla la metà. Ma Roberto è Roberto, e Roberto vive a Guardia Piemontese nel 2020, che è un po’ come vivere nel 1200 con la fibra ottica. “Poi mi vogliono venire a parlare che stiamo nel futuro,” chiude Roberto con la rassegnazione epica di chi ha capito tutto. “Sì, stiamo nel futuro perché avremo la fibra prima di tutti. Finisce qua.”