Maggio 2019: biberon, pre-alpha e paure notturne

Maggio si apre con il primo del mese e Roberto che, dal suo avamposto calabrese, registra un vocale con l’entusiasmo di chi ha finalmente avuto ragione su qualcosa. Qualche settimana prima si era lamentato con i due amici di una masnada di ragazzi arrivati in zona per una festicciola a volume sparato — e lui, tra sé e sé, borbottava che invece di cantare e rompere le scatole avrebbero potuto dedicarsi ad attività più produttive. Ebbene, la notte tra il 30 aprile e il primo maggio una macchina si parcheggia sotto casa sua. Una sola macchina, una sola coppia. A mezzanotte stanno consumando. Alle 2 stanno consumando. Alle 6 stanno ancora consumando. Quando Roberto esce di casa, il motore della passione è ancora acceso. “Vi ricordate quando giocavamo a Call of Duty a casa mia? Peggio. Peggio!” annuncia trionfante. Alla fine, qualcuno gli ha dato retta.

Intanto, nel frattempo, a casa di Roberto si combatte una guerra ben più logorante di qualsiasi battaglia videoludica: Caterina, due anni appena, ha deciso unilateralmente che il cibo solido non fa per lei. Da una decina di giorni la piccola si rifiuta categoricamente di mangiare qualunque cosa che non sia contenuta in un biberon. Pastine, carne, riso — tutto respinto con la determinazione di un piccolo generale che non accetta compromessi. Un sabato pomeriggio la crisi raggiunge il suo apice: Caterina piange dalle 14:15 alle 17:00, ininterrottamente, buttandosi a terra con una furia tale che Roberto e Luisa, stremati e sconfitti, le concedono latte e biscotti nel biberon. Da quel momento, i genitori adottano la strategia della guerra fredda: nel biberon finisce di tutto — frutta, omogenizzati, frullati — ma in cambio Caterina perde ogni accesso alla tecnologia. Niente più Nintendo Switch, niente tablet, niente canzoncine sulla TV. “I primi giorni impazziva,” racconta Roberto con la voce di chi ha visto cose, “adesso se ne è dimenticata. Ha iniziato a giocare, finalmente.” Il lato positivo c’è, anche se la sera il custode si guarda le mani e si sente sconfitto. Rocco interviene con il pragmatismo di chi ha già due figli e conosce la trincea: stai tranquillo, è uno scontro di rigidità dove il muro deve restare fermo, e comunque dicono tutti che sta bene come peso. Pazienza e biberon creativi. Roberto ammette che le sculacciate non funzionano: “Lei non solo non percepisce lo schiaffo come punitivo, ma diventa anche cattiva — tu le dai una sculacciata e lei con la manina cerca di ridartela a te.” Alla fine, l’unica strategia è quella dell’attesa. Ogni sera Caterina siede a tavola con i genitori, gioca con il cibo, fa finta di mangiare, dice “buonissimo!” senza toccare nulla. E Roberto spera che prima o poi dalla finzione si passi alla realtà.

In quei primi giorni di maggio il gruppo si infiamma anche su un altro fronte, quello dell’universo Marvel. Roberto ha appena visto Captain Marvel con Luisa e lo trova “carino, molto veloce, molto movimentato.” La domenica successiva vogliono lanciarsi su Endgame al cinema, perché lo screener pirata si vede benino ma si sente maluccio. “Però visto che è un film che ci teniamo, ce ne andiamo a Roma, un cinema bello pulito e serio. Con mascherine, guanti e tutto quanto.” Il dettaglio delle mascherine al cinema — in un maggio 2019 in cui nessuno sa ancora cosa succederà un anno dopo — suona come una profezia involontaria, ma il motivo è molto più privato: Margherita sta affrontando una cura delicata e Rocco deve proteggerla da qualsiasi infezione. Roberto nel frattempo confessa i suoi peccati cinefili: non ha mai visto Infinity War, non ha visto Thor 2, non ha visto Iron Man 3, non ha visto Age of Ultron. “Una vergogna, lo so.” L’idea che lo tenta è quella del suo collega ventitreenne Mattia: rivedersi tutti e 22 i film del MCU dall’inizio alla fine. Rocco, dal canto suo, fa il censore benevolo e spiega che senza Civil War e Doctor Strange non si capisce nulla di Endgame, che Thor Ragnarok è un capolavoro, che l’universo Marvel è concepito come un unico grande film. E poi sgancia la bomba Disney Plus: tutti i film Marvel, tutti quelli di Star Wars, tutto il catalogo Pixar, le nuove serie come WandaVision e Falcon and the Winter Soldier, il tutto a 6,99€ al mese. Roberto reagisce con la sua tipica miscela di entusiasmo e disgusto: “La storia adolescenziale tra Visione e Scarlet Witch? Ma io dare fuoco a tutto!” Però poi ammette che solo per la Pixar l’abbonamento vale la pena. E Sandrino, dal canto suo, liquida l’universo Star Wars come “l’esempio di come una cosa possa essere sfruttata nella peggior maniera possibile” e rimpiange Star Trek.

Un sabato piovoso diventa l’occasione perfetta per un’altra delle grandi discussioni del trio: i SUV. Sandrino ha visto una puntata di Grand Tour dove la Stelvio Quadrifoglio domina in pista la Porsche Macan e il Range Rover, salvo poi fare una figura barbina nella prova pratica perché l’Alfa Romeo non prevede il gancio di traino. Roberto si precipita a correggere il tiro con la veemenza di chi è stato accusato ingiustamente: “Caro Sandrino, io i SUV li odio! Trovo che siano le macchine più inutili e insensate dell’universo!” Dell’Alfa Romeo salva solo la Giulia, e nemmeno tutte le motorizzazioni. Se avesse 90.000€ da spendere, si farebbe una berlina e vivrebbe felice. Rocco, più avanti nel mese, avvista una Range Rover Velar al parcheggio del giardino di Archimede e ne resta folgorato. Roberto coglie la palla al balzo: “Rocco, una volta che ti sarai fatto la casa da millemila metri quadri, tu abbini una macchina di livello. La Range Rover Velar parcheggiata lì è un obbligo morale che hai verso di me.”

E a proposito di tecnologia, Sandrino registra due video amatoriali su Star Citizen — la nuova patch 3.5 con un pianeta ipertecnologico alla Blade Runner — e li condivide nel gruppo. Roberto resta impressionato: “Quando dallo spazio esterno le astronavi atterrano su sto pianeta che è una mega metropoli, è impressionante.” Però poi alza il sopracciglio e cita un articolo di Forbes che ha analizzato i conti dello sviluppatore: dei 200 milioni di dollari raccolti dai backer ne restano solo 14, e la testata sostiene che il progetto è destinato al fallimento. Sandrino è d’accordo a metà: “Star Citizen non vedrà mai la luce, ma forse Squadron 42 sì.” La soluzione pragmatica sarebbe concentrarsi sul single player, incassare, e poi sviluppare il multiplayer. Ma con 8 anni di pre-alpha alle spalle, il futuro è tutto fuorché certo. Rocco, dal canto suo, ha Star Citizen installato sul PC ma con una scheda video talmente vecchia — quella che gli ha passato Roberto — che non riesce nemmeno a godersi gli aggiornamenti. Il suo sogno è una conversione per PS5, “se non PS6, visti i loro ritmi.”

Sandrino, nel frattempo, ha finito Divinity: Original Sin 2 dopo una settantina di ore. Il verdetto è positivo ma con riserve: l’ultimo atto lo ha sfinito, la trama si diramava in mille rivoli impossibili da seguire, e soprattutto il gioco non permette di tornare indietro negli atti precedenti per completare le missioni lasciate in sospeso. Per un completista come Roberto, questa è una notizia devastante. “Ma quando dici che non si può più tornare indietro… cioè, tu prima di passare all’atto successivo hai la possibilità di fare tutto?” chiede con apprensione crescente. No, risponde Sandrino. Nel secondo atto non puoi tornare nel primo, nel terzo non puoi tornare nel secondo. “Bella fregatura.” Rocco alza il livello della discussione evocando lo stile Metroidvania — “Non c’è cosa più goduriosa dello sbloccare abilità e tornare indietro ad aprire tutte le porte che non potevi aprire prima” — e cita God of War come esempio virtuoso: una volta sbloccate le porte di Odino, puoi tornare indietro e combattere tutte le Valchirie.

Poi arriva il capitolo DLSS, e il gruppo si trasforma in un simposio di ingegneria grafica. Roberto, con la passione didattica che gli è propria, spiega nei minimi dettagli come funziona il Deep Learning Super Sampling di NVIDIA: reti neurali che si allenano su migliaia di fotogrammi, upscaling intelligente, qualità d’immagine che migliora con ogni patch successiva. Sandrino dimostra tutto in pratica: sulla sua RTX 2060 da portatile, con Shadow of the Tomb Raider in 4K e DLSS attivo, il gioco gira fluido come il burro. Roberto però solleva una questione filosofica: ha senso investire in una tecnologia che richiede allenamento costante delle reti neurali e patch dedicate per ogni gioco, quando la potenza bruta delle schede future renderà obsoleto tutto questo? Sandrino ribatte che la grafica correrà sempre più veloce dell’hardware — “la mia RTX 2080 non riesce a giocare in 4K col ray tracing attivo, e Tomb Raider è un gioco di un anno fa” — e che il DLSS riduce i consumi: la sua 2060 da laptop a 80 watt raggiunge le stesse prestazioni di una 2080 desktop senza DLSS che ne consuma 200. Il custode concede il punto ma non molla: “Quando si attivano quei cipettini, per forza di cose devono aumentare il consumo energetico. Di quanto? Non lo so. Saranno sciocchezze. Però consuma di più.”

Una sera Roberto scopre Shaun the Sheep su Rai YoYo e ne resta folgorato. “Signori, è bellissimo, mi fa morire da ridere!” La tecnica della plastilina e lo stop motion, lo stesso stile di Wallace e Gromit e Galline in fuga, conquista sia lui che Caterina, che se lo guarda accovacciata sulle ginocchia del papà col biberon al collo. Rocco rilancia con i suoi classici: Teen Titans Go, “la versione super deformed dei supereroi DC, totalmente fuori di testa,” e Il fantastico mondo di Gumball, dove una banana viene sorpresa a guardare al computer un video in cui sbucciano un’arancia — “l’equivalente fruttifero di YouPorn,” spiega Rocco con la nonchalance di chi analizza la semiotica dei cartoni animati da anni. La conversazione si allarga a una riflessione sorprendentemente profonda sull’assenza dei genitori nei cartoni Disney. Rocco nota che nei PJ Masks non esistono figure genitoriali, e Roberto rivela che il suo professore di religione al liceo fece un’intera lezione sull’allegoria dei Paperi Disney — Paperino senza genitori, solo zii — e che quella lezione gli è rimasta scolpita nella memoria per trent’anni. “Ogni volta che vedo un cartone animato dove non esistono i genitori, mi metto a riflettere.” Masha e Orso, pur adorata, è “una ragazzina buttata in mezzo alla Siberia da sola,” e anche Henry Mostriciattoli presenta un bambino la cui unica interazione è con oggetti inanimati parlanti. Rocco intanto controbilancia facendo vedere ai suoi figli i grandi classici Disney rimasterizzati in HD: La Bella Addormentata, Ariel, Robin Hood. “Questi cartoni vecchi fanno ancora la loro porca figura,” commenta, “e il fatto di essere disegnati a mano… gli spiegavo, vedi, questi disegnavano uno per uno.”

A metà mese Rocco sale su un palco a Roma per una tavola rotonda con 200 tra avvocati, psicoterapeuti e giornalisti. “Dire che mi sto cagando sotto non rende l’idea della struttura del mio sfintere in questo momento,” confessa nel vocale pre-evento, per poi tornare trionfante: “È andata bene, tanti applausi.” Ma il momento più intenso del mese arriva quando Rocco decide di condividere qualcosa che si è tenuto dentro per settimane. La dottoressa che segue Margherita gli ha comunicato un’ipotesi terribile: la possibilità che sua moglie abbia la sindrome di Li-Fraumeni, una mutazione genetica che impedisce al corpo di produrre la proteina TP53 — quella che riconosce e distrugge le cellule anomale. Se confermata, significherebbe che dopo la leucemia arriverebbero altri tumori, uno dopo l’altro, all’infinito. Rocco ha scelto di non dirlo a nessuno, nemmeno a Margherita, nemmeno agli amici. “Ho scelto di non condividerla con nessuno. Voi per primi. Ci ho pensato molto. Ci ho non dormito tante notti.” Ma quando i risultati dell’analisi genetica arrivano e la proteina risulta normale, sana, presente — l’ipotesi peggiore è sventata — Rocco finalmente parla. Margherita sintetizza con il suo dono inimitabile: “Non sono una fabbrica di tumori. Sono solo sfigata.” Roberto e Sandrino rispondono ognuno a modo suo. Roberto, dalla sua macchina sulla strada calabrese, confessa: “Rocco, a momenti mi facevi piangere. Sono proprio un frignone.” E aggiunge, con la voce che trema: “Certe volte ne parliamo con Luisa e ci chiediamo che persone dovete essere tu e Marghe per affrontare così la situazione.” Sandrino sceglie le parole con la cura di chi le pesa una per una: “Non vorrei troppa gente che mi stesse vicino, preferirei la discrezione. Però queste sono cose molto soggettive.”

Prima di quel momento di verità, Rocco aveva fatto a Roberto un discorso che lo aveva lasciato senza fiato. “Tu hai la capacità di comunicare,” gli dice, elogiando la sua chiarezza espositiva, il suo umorismo, quel modo di parlare che ti tiene incollato — e poi affonda: “Il perché devi fare questo è perché se non lo fai dovrai spiegare tra vent’anni a tua figlia perché non può andare all’Università a New York.” Roberto, che ha sempre pensato di non aver fatto nulla di buono nella vita, risponde con una confessione disarmante: “Se deve avere un senso la mia vita, oltre ad aver conosciuto dei fratelli come voi, è quello di aver donato al mondo Caterina. Caterina per me è l’unico lascito, l’unica cosa buona che lascio a questo mondo.” Sandrino lo incalza: somiglia a Yotobi, è logorroico al punto giusto, potrebbe fare lo Yotobi calabrese, e con 500 iscritti su Twitch si campa già di rendita. Roberto tentenna, si schermisce — “non mi piace la mia voce, non mi piacciono le cose che dico, come le dico” — ma alla fine confessa di aver avuto un’idea buffa parlando col collega ventitreenne Mattia: un canale YouTube chiamato “Il vecchio e il giovane,” con lui quarantaquattrenne impedito ai videogiochi e Mattia che lo insulta. “Ovviamente la cosa è nata e morta lì,” chiude con un sorriso amaro. Ma Rocco e Sandrino lo sanno: quel seme è stato piantato.

Sandrino intanto sta a casa da giorni con la schiena bloccata. Ha mandato un video in cui si contorce dal dolore, ma Roberto l’ha scambiato per una gag comica. “Non avevo assolutamente capito che quel video era reale,” ammette, per poi scoppiare a ridere immaginando la scena: “Un fusto della Madonna, alto 1,90, fisico scultoreo, accasciato per terra che si tira su tenendosi alla macchina. Come minimo avranno detto: questo è un fattone.” Sandrino si è pure fatto fare una radiografia e una risonanza, ma il tono dei suoi vocali resta quello di sempre: tra un lamento e l’altro, recensisce un trailer di Rage 2 che lo ha convinto a comprare il gioco.

La ricerca della casa nuova per Rocco e Margherita procede a singhiozzo. Una villa a Via Ariana con tanto di spa, pozzetto artesiano e tre bagni li tenta — prezzo 450.000€, che con la vendita della casa attuale e un mutuo da 150.000€ sarebbe fattibile — ma quando scoprono che Via Ariana confina con i pratoni del Vivaro, “praticamente la terz’ultima casa prima della montagna,” Rocco frena. L’altra casa a Via Ceppeta Inferiore sfuma perché un’altra agenzia ha già ricevuto una proposta. La ricerca si ferma, e Sandrino scherza: “Almeno avrai un grande parcheggio.”

A metà mese arriva una nota di angoscia. Mila viene ricoverata al Bambin Gesù dopo giorni di febbre a 39-40 che la pediatra aveva scambiato per sesta malattia. All’ospedale di Velletri la liquidano con un “37.1, potete andare” dopo averle tenuto il termometro sotto l’ascella per 20 secondi. Sandrino e Veronica, non convinti, corrono al Bambin Gesù dove alle 4 di notte arriva il ricovero: le macchie sul petto non sono virali, la tosse secca nasconde qualcosa nei polmoni, servono esami. Roberto, dalla Calabria, registra un vocale con la voce strozzata: “Mi si stringe il cuore. Quando succede ai grandi fa niente, ma ai piccolini…” E Rocco, che di ospedali e paure ne sa qualcosa, offre subito un appoggio logistico a Roma.

Roberto si sveglia a metà maggio con il naso che cola e la consapevolezza amara che l’influenza, in Calabria, non aspetta inviti. Il giorno prima stava benissimo, poi è bastato varcare la soglia di casa per sentire il corpo arrendersi. Si imbottisce di aspirina e fa quello che fa ogni mattina: accende il telefono e parla ai suoi amici. Ma la mattinata ha in serbo un episodio che trasformerà il Custode in un improbabile cronista di quartiere. Mentre aspetta che il cancello automatico si apra, nota due macchine parcheggiate vicino all’ingresso del comprensorio. C’è la Punto della vicina — una 48enne separata, che vive nella villetta accanto con i figli ormai grandi e un nuovo compagno di 25 anni — e c’è un uomo che la sta ricoprendo di insulti. Le grida si fanno strattonamenti, la donna finisce a terra. Roberto, di fronte al bivio tra l’eroismo e la ragionevolezza, sceglie con lucida vigliaccheria calabrese la seconda opzione: parcheggia, entra in casa, chiama i carabinieri. Poi si posiziona dietro le tapparelle della stanza di Caterina, quelle a manovella che si aprono “poco poco”, e si gusta la scena come una “bella vecchietta”. Arrivano i figli della donna, arriva il compagno 25enne che — meno prudente di Roberto — va a mani con l’ex marito e ne esce col sangue dal naso. Arrivano i carabinieri in 2 minuti. Nessuno viene fermato, il poveretto col naso sanguinante se ne torna a casa “per il cotto suo”. Roberto conclude con una morale che è già epitaffio: “Vigliacco a metà, perché comunque ho chiamato le forze dell’ordine.” Sandrino, dall’ospedale, ascolta il racconto e commenta con la serenità di chi ha problemi ben più gravi: “Hai fatto benissimo, so’ cazzi loro. Piuttosto, te lo sei scaricato l’Xbox Game Pass?”

Perché al Bambin Gesù la situazione è tutto fuorché risolta. Mila è risultata positiva a 2 virus — Adenovirus e un secondo patogeno — e i medici ipotizzano una pertosse non diagnosticata che la piccola si porterebbe dietro da mesi. La febbre non scende, la tosse non si spiega, e dopo il limite dei 3 giorni al pronto soccorso arriva il trasferimento: reparto malattie infettive, ricovero vero e proprio. Un piccolo sollievo: la primaria del reparto è la sorella della capa di Sandrino, un filo di familiarità in un labirinto di camici e protocolli. Roberto, dalla Calabria, offre l’unico conforto che può: “Almeno non sei qui. Se portiamo Caterina al pronto soccorso di Cetraro, siamo ‘in braccia a Maria’, come dicono qua in dialetto.” Poi, con una tenerezza che gli fa tremare la voce, racconta della foto di Mila con la cannula nel braccino: “Quegli occhioni, quello sguardo che mi è sembrato gioioso, mi ha stretto il cuore. Caterina al posto suo avrebbe dato di matto.”

La sfiga, come un cecchino metodico, non si ferma a Mila. Sandrino si becca febbre a 38 e diarrea devastante — quasi certamente contagiato in ospedale — e non può più sostituire Veronica nei turni di notte. La madre di Veronica sviluppa un herpes che le impedisce di entrare in reparto. E il colpo finale arriva come un pugno allo stomaco: al padre di Veronica viene un ictus. Veronica non lo sa ancora, perché Sandrino ha deciso di proteggere la moglie da quest’ultimo macigno. Le risorse si riducono a 2 persone e mezza: Sandrino svuotato da vomito e diarrea, Veronica che regge da sola, e la madre di Sandrino che spera di non ammalarsi a sua volta. “Cari ragazzi miei,” sussurra Sandrino nel vocale, “è per forza malocchio. Non può essere che tutte queste cose succedano contemporaneamente.”

La parola “malocchio” apre un dibattito che attraversa giorni interi. Roberto, da razionalista dichiarato, confessa di vivere in un ecosistema dove il malocchio è realtà quotidiana. Sua suocera Erminia possiede un rito antichissimo e segreto: sussurra qualcosa, fa segni della croce su vari punti del corpo, e poi — Roberto l’ha vista coi suoi occhi — inizia a sbadigliare, le lacrimano gli occhi, la testa diventa tutta rossa, le viene un mal di testa allucinante. Secondo Erminia, il rito trasferisce l’energia negativa dalla persona colpita a se stessa, e il malessere dura una mezz’oretta. I parenti la chiamano da Roma, da Milano, da Velletri — un cugino di Luisa la chiama “una settimana sì e una no” per le sue emicranie. Sandrino non ride: per lui il malocchio è reale, è l’inasprirsi dei pensieri malevoli che “possono creare qualcosa nel substrato dell’esistenza”. Roberto ascolta, non crede del tutto, ma ammette con onestà disarmante: “Il giorno che sarò anch’io convinto che tutto sta andando storto, probabilmente chiederò pure io a mia suocera di farmi la sua formula.”

Ma se il malocchio divide dolcemente, i no-vax uniscono nella rabbia. Veronica sospetta che Mila possa aver contratto la pertosse da un bambino non vaccinato, e la chat si incendia. Roberto invoca un’anarchia illuminata: “Qualcuno che dica ‘tu sei troppo stupido per poter utilizzare certi mezzi, scelgo io per te.'” Rocco, con l’autorità di chi segue bambini professionalmente, alza il tiro: “I no-vax sono la forma più bassa di evoluzione dell’uomo. Preferisco il terrapiattista, almeno non fa male a nessuno.” E poi rivela una dimensione personale devastante: quando Margherita tornerà a casa, dovrà rifare tutti i vaccini con virus attivi, e per un periodo imprecisato non potrà frequentare bambini non vaccinati. “Li chiederò a tutti,” dice Rocco con una calma che è già minaccia, “perché qua c’è gente cogliona.” Roberto, con il senso del grottesco che gli è proprio, ricorda il terrapiattista che si costruì una mongolfiera artigianale per provare la sua teoria e “a momenti ci lasciava le penne”.

Intanto il mondo della tecnologia subisce un terremoto: Google taglia i rapporti con Huawei, seguita a ruota da Intel e Broadcom. Roberto, che usa uno Xiaomi e quindi si sente teoricamente nella stessa barca, analizza la situazione con la lucidità del nerd preoccupato: “Trump su Huawei non ha tutti i torti, questi stanno dominando il mondo.” Ma il suo vero terrore è economico: “Si alzeranno i prezzi di tutto. Memorie, telefonia, tutto.” Sandrino, con un approccio più chirurgico, racconta la storia del chip fantasma: Huawei mandò i progetti ai controlli americani, ma sul telefono reale c’era un chip in più che nessuno ha mai saputo spiegare. Rocco sintetizza con eleganza: “Boh, sicuramente è un effetto della battaglia economica,” e poi annuncia che sta entrando al San Camillo. “Ragazzi, vado in carcere.”

Perché per Rocco, maggio è il mese in cui tutto converge verso un unico punto: il trapianto di Margherita. Le notizie arrivano a ondate. La dottoressa spiega che il valore di rischio è 4 su 8, ma subito corregge: “È un 4 finto, in realtà sei più su un 2.” I fattori di rischio calcolati per pazienti anziani non si applicano a una giovane donna. Il midollo è in remissione, Margherita entra in ospedale “da persona sana”. Giulio, il fratello donatore di 20 anni — e i 3 amici non smettono di sottolineare quei 20 anni, invitandosi a vicenda a ricordare come erano loro a quell’età — inizia le punture di stimolazione delle cellule staminali. I medici gli dicono senza giri di parole: “Non ti ammalare. Se prendi il morbillo in questa settimana, tua sorella muore.” Giulio, con una maturità che smentisce ogni statistica generazionale, chiede di essere ricoverato per 5 giorni anziché farsi le iniezioni a casa. Rinuncia alla fidanzata, alla vita, a tutto, “senza pensarci due volte”. Roberto, che ascolta il racconto la sera a cena con Luisa, ne parla per un’ora intera e arriva a una conclusione che gli cambia qualcosa dentro: Caterina ha bisogno di un fratellino o di una sorellina. Non per un’emergenza medica — “spero egoisticamente che non abbia mai bisogno di nessuno per questo” — ma perché un fratello è qualcosa di imprescindibile, qualcosa che lui, figlio unico, non può comprendere fino in fondo ma vede brillare negli occhi degli altri.

La chemio pre-trapianto colpisce duro: Margherita vomita 5 volte in 2 giorni, una cifra che la dottoressa definisce “niente” rispetto alla norma. Le danno un ansiolitico 3 volte al giorno da protocollo. Rocco va a trovarla ogni pomeriggio dalle 15:00 alle 20:00, “finché non mi cacciano”. E in un messaggio notturno, con una sincerità che toglie il fiato, descrive la propria lenta discesa: “Le cose che prima ti davano gioia adesso dici ‘sì, vabbè, figo, però… e quindi? Sti cazzi.’ Proprio ‘sti cazzi’ è quello che mi caratterizza in questo periodo.” È la descrizione clinica di una depressione incipiente, fatta da uno psicologo che riconosce nel proprio lessico i segnali che insegna ai pazienti. Ma poi aggiunge: “Fortunatamente ci stanno i bambini.” E parla di fratelli con una voce diversa, più profonda: “Sentire la sensazione di sentirti amato incondizionatamente da una persona che non sono mamma e papà, della tua età, della tua altezza… è proprio una cosa importante.”

Il giorno del trapianto arriva con un dettaglio che nessuno dei 3 amici si aspettava: il trapianto di midollo non è un’operazione, non è una puntura nella schiena come immaginava il cinema della loro infanzia. È una trasfusione. Margherita inizia l’infusione alle 12:20 e finisce intorno alle 13:30. Non si accorge di niente perché è collegata al catetere venoso centrale. Ma prima, la scienza ha regalato un episodio da fantascienza pura: per eliminare gli anticorpi di Margherita — troppo efficienti, che avrebbero distrutto le staminali di Giulio come un’infezione — un dottore e un’infermiera hanno passato 5 ore a filtrarle il sangue con un separatore. Fuori da un braccio, dentro dall’altro. Le hanno tolto 4 litri di plasma e li hanno sostituiti con 20 sacchette di donatori. Il dottore è rimasto in piedi per 5 ore davanti alla macchina: “Io conosco questa bestia da 20 anni, qualunque cosa non va io all’istante devo intervenire.” Si è allontanato solo per un caffè, bevuto nella stanzina di passaggio per non dare fastidio alla paziente con l’odore. E poi ha spiegato una cosa che ha lasciato tutti a bocca aperta: questa procedura, al San Camillo, la fanno solo loro in Italia, da 6 anni. Stanno creando il protocollo per gli altri ospedali. “Pensate,” dice Rocco, “quando Margherita era incinta di Leo, questa cosa non esisteva.”

E poi c’è un momento che Rocco racconta con la voce di chi ha visto qualcosa di inspiegabile. Il pomeriggio dell’infusione, Lavinia — che non sa nulla del trapianto, non sa nulla di cosa succede in ospedale — scende dalle scale, si ferma, e comincia a ballare dicendo “sono felice, sono felice”. Rocco controlla il telefono 5-10 minuti dopo: Margherita gli ha scritto “ho finito l’infusione” esattamente in quei minuti. “Non lo prendete male come discorso,” dice Rocco, “ma se il mondo non è davvero così — se queste connessioni non esistono — allora diventa un posto molto meno interessante in cui vivere.”

Tra un dramma e l’altro, il mondo continua a girare nelle sue orbite nerd. Roberto scopre The Expanse su Amazon Prime Video e ne diventa evangelista: “Astronavi, intrighi politici alla House of Cards, e nella migliore tradizione alla William Gibson le storie vanno a intrecciarsi.” Si divora la prima stagione in 3 sere, 3 episodi per volta dalle 21:30 a mezzanotte. La funzione X-Ray di Amazon Prime Video — quella che metti in pausa e ti dice chi sono gli attori sullo schermo — lo manda in visibilio. Netflix, nel frattempo, precipita nelle sue classifiche personali: “Sta puntando su un target adolescenziale, filmetti d’amore, fregnacce e bambocci.” Rocco rilancia con Love, Death & Robots e l’attesa spasmodica per The Boys, di cui ha letto i fumetti ma si rifiuta di leggere l’ultimo volume “perché non voglio sapere come finisce”.

Lo Xiaomi-centrismo raggiunge vette teologiche. Roberto confronta il suo Mi 9 con il Samsung S10: “Più veloce nel 95% delle cose, fotocamera paragonabile, costa la metà. Cioè, 450 euro contro 990. Non c’è proprio paragone.” Sandrino, nel frattempo, ha comprato uno Xiaomi A2 per Veronica e ne è rimasto folgorato. Rocco si è preso il caricabatterie wireless da auto Xiaomi a 36 euro — quello col braccio meccanico e il cerchio blu elettrico — e lo descrive come un oggetto da fantascienza. Poi si compra la lampada Xiaomi, la luce notturna a movimento Xiaomi, e dichiara senza pudore: “Voglio vivere in un mondo ecosistema Xiaomi.” In controtendenza, Sandrino alla fine del mese rimedia un Google Pixel 3 gratis dalla TIM e il suo verdetto è brutale: “Se ci avessi dovuto spendere quegli 800 euro, sarebbero stati soldi iettati. Display da 5 pollici e mezzo, serve la lente d’ingrandimento. E i video a 4K ma a 30 frame al secondo? Su un terminale da 800 euro non lo ritengo accettabile.” Al cavallo donato, però, non si guarda in bocca.

Roberto, intanto, combatte una guerra domestica con la TIM. Il suo piano Tim Smart è stato misteriosamente sostituito da un “Tim Chiama Prime Go” e in 15 giorni ha dovuto fare 3 ricariche da 10 euro. Prima pagava 10 al mese, ora ne ha spesi 30 in 2 settimane. Decide di non ricaricare più fino a quando non troverà un piano decente, e sopravvive solo grazie al wifi e a una ricarica pietosa di 20 euro da parte di Luisa. E ogni mattina, guidando verso il lavoro con la bocca aperta per il catarro — “se fosse stato ai tempi del Duce avrei ingoiato un sacco di mosche” — registra vocali che sono già capolavori di comicità involontaria. Come quando l’elastico del coprisedile nuovo, comprato dal suocero, si spezza e gli arriva una frustata in piena faccia mentre guida. “Mi so cagato in mano, come al solito.”

A fine mese le notizie convergono verso il positivo. La febbre di Margherita post-trapianto sale a 40 ma la dottoressa dice “prima te viene, prima te sbrighi”. Le staminali di Giulio stanno lavorando, non intaccano nessun organo, e la previsione è tutta discesa fino a lunedì e poi risalita. Rocco visita una casa a Ponte Veloce, vicino Velletri: 220 metri quadri su 2 piani, 2.500 metri di giardino, garage, cantina, una grotta con pavimento in sanpietrini, tutto da ristrutturare. La proprietaria di Udine accetterebbe 90.000 euro. Roberto, dalla Calabria, fa i conti ad alta voce con l’incredulità di chi paga il triplo per un bilocale: “90.000 euro per una villa?!” Rocco pianifica già: comprare senza vendere l’attuale, ristrutturare con calma in 4-5 anni, usarla d’estate per i festini e le cene con i bambini. E nell’ultimo giorno del mese, Roberto è finalmente a Velletri — risalito per l’appuntamento di Caterina al Bambin Gesù previsto per luglio — e i 3 amici organizzano una colazione tardiva per il giorno dopo. Roberto, dalla casa dei genitori dove sta facendo il bagnetto a Caterina, scrive l’ultimo messaggio: “Sono contento di essere a pochi chilometri l’uno dall’altro, come ai vecchi tempi.”