Aprile 2025: truffatori con la camicia, Switch da 470 euro e un nuovo amico chiamato ChatGPT

Aprile si apre con Roberto che, rientrando dalla spesa alla Conad di Diamante, assiste a una scena che sembra uscita da un film dei fratelli Coen. Due spilungoni ammanettati chiacchierano e ridono spensieratamente accanto alla macchina dei carabinieri, come se fossero al bar con gli amici. I carabinieri scrivono, loro scherzano. Tutto il parcheggio li fissa, ma loro niente: battute, risate, il pubblico ludibrio trasformato in aperitivo improvvisato. Roberto, che in vita sua non ha mai visto un arrestato dal vivo, rimane a bocca aperta. La cosa, a suo modo, lo diverte parecchio.

Qualche giorno dopo è Alessandro a varcare la soglia della caserma, ma stavolta in veste di cittadino modello: deve denunciare il furto della Nintendo 2DS venduta su Subito.it. I carabinieri lo trattano bene, lo fanno accomodare, il maresciallo arriva con calma. Mentre gli stanno prendendo la denuncia, entra un tizio scortato e lo piazzano nella sala d’aspetto. Con una tranquillità olimpica il tipo si rivolge al brigadiere: “Brigadie’, mi stanno perquisendo casa e mi hanno detto di aspettare qua.” Un racconto che Rocco tronca a metà messaggio, facendo impazzire Roberto, il quale ricarica Telegram più volte convinto di un pesce d’aprile particolarmente crudele. Ma niente: era solo il vocale che si era interrotto. Il finale, quando arriva, non delude: stessa serenità surreale degli ammanettati della Conad. Il Sud profondo, evidentemente, ha un rapporto molto zen con le forze dell’ordine.

Ma la vicenda della Nintendo ha un epilogo insperato. Dopo tre settimane di tira e molla con Subito.it, Alessandro — innervosito — manda la denuncia alla piattaforma. Il mattino dopo, magicamente, gli chiudono la pratica e gli rimborsano 400 euro su PayPal. Christian non crede ai propri occhi. E qui il narratore onnisciente non può tacere la verità: Christian è nato con la camicia, perché una Nintendo 2DS di quindici anni mai e poi mai sarebbe stata venduta a 400 euro senza l’intervento provvidenziale del truffatore. Quei soldi, senza la truffa, non li avrebbe visti in vita sua.

Nel frattempo, il mondo nerd esplode. Rocco confessa di aver finito Baldur’s Gate 3 due volte, con build diverse, e Roberto quasi cade dalla sedia. “Ma dove ce l’hai tutto sto tempo per giocare?” è la domanda che aleggia come un mistero cosmico. Roberto, che ci sta giocando per la seconda volta a distanza di un anno e mezzo e si annoia già al terzo atto, non riesce a capacitarsi. Rocco ha questa abilità sovrumana: qualunque giocone tripla A arrivi sul mercato, mentre gli altri sono a metà dopo un mese, lui lo finisce in due giorni. Monster Hunter, Prince of Persia, poco importa. Il segreto, spiega con candore disarmante, sono le mattine del giovedì, le pause pranzo, i sabati pomeriggio coi bambini sul divano — la vine guarda i cartoni, lui gioca. Una decina d’ore a settimana, senza perfezionismo, dritto alla trama. Roberto e Rocco ne parlano con il tono reverenziale riservato ai fenomeni inspiegabili.

Ma Rocco confessa anche un peccato capitale: sta giocando a Dragon Age Veilgard. Roberto è incredulo. “Come fai a giocare a Veilgard?” chiede con un misto di orrore e ammirazione. Rocco ammette che è un giochetto, scritto male, con combattimenti sciocchi e dialoghi che skippa senza pietà. Dopo una decina d’ore lo disinstallerà. Il verdetto è unanime: dopo Baldur’s Gate, Veilgard sembra un giochino cinese da cellulare. La colpa non è della cultura woke, come qualcuno aveva insinuato: è semplicemente che il gioco fa schifo. Fine del processo.

L’annuncio della Nintendo Switch 2 arriva come una bomba, e i tre reagiscono con un coro di indignazione. 470 euro. Roberto ripete la cifra come un mantra dell’orrore. “Sono matti, sono matti, sono matti.” Ma la vera bestemmia laica arriva quando Rocco scopre che in Giappone costerà l’equivalente di circa 307 euro. Un ricarico del 40% per il resto del mondo. Rocco, che col tempo sta sviluppando un sistema etico basato interamente sul principio, si infiamma: “Se fai così, per principio non mi compro la Switch. Come non mi compro il Pixel perché si surriscalda. Come non mi compro la Tesla perché Elon Musk è un bullo.” Roberto appoggia il discorso con riserva, ricordando che la stessa indignazione era scoppiata per la PS5 Pro a 800 euro e per le schede video da 3.200 euro, e poi tutti se le erano comprate lo stesso. “Videogiocare è un lusso,” sentenzia con il tono di chi ha fatto i conti. E per un padre di famiglia con stipendio medio-basso, i giochi a 80-90 euro sono un salasso.

Poi ammette, con onestà disarmante, che qualcuno potrebbe ricordargli la scheda video da 1.200 euro che si è comprato. “È vero, non ne sono mai andato fiero,” concede, “è un vezzo che mi sono tolto.” In un lampo di ironia cosmica, qualche giorno dopo scopre che le nuove RTX 5070 e 5080 su Amazon sono tutte disponibili con rateizzazione a tasso zero — cosa che lui ha cercato invano per anni con i suoi acquisti precedenti. Ora che non gliene importa nulla, Amazon gliele offre su un piatto d’argento. “Capite quanto è bastardone Amazon?”

Nel teatrino infinito dei cellulari, aprile raggiunge vette di lirica pura. Rocco è in piena crisi mistica tra il Nothing Phone 3A e il Pixel 9A. Roberto lancia i suoi messaggi-fiume sulle specifiche del Samsung Galaxy A56 — 4 minuti e 22 secondi di vocale su un telefono — e Rocco, che non l’ha nemmeno ascoltato, decreta: “Se hai bisogno di 4 minuti e 22 secondi per parlare di un telefono, quel telefono non vale niente. Devi vendermelo in 10 secondi.” Roberto, beffardo, rivela che in realtà stava smerdando il Samsung, non lodandolo: 499 euro per un medio gamma col sensore di prossimità che funziona una volta su due. Alessandro, dal canto suo, ha un’unica posizione granitica: compratevi un iPhone e finitela. “L’iPad ce l’avete? Perché? Perché è l’unico tablet che vale. Per i telefoni vale la stessa regola.” Ma né Rocco né Roberto cedono di un millimetro. Rocco vuole il Nothing, Roberto lo difende con ironica passione, e Alessandro si ritira sdegnato ogni volta che la parola “cellulare” viene pronunciata. Poi Google manda a Rocco un’offerta bomba: il Pixel 9A a 320 euro con permuta del 7A. Il dilemma diventa cosmico: 320 euro per il Pixel o 349 per il Nothing? Roberto consiglia il Pixel senza esitazione. Rocco, in un momento di follia pura, butta lì che con 300 euro potrebbe anche prendersi un iPhone X ricondizionato. Roberto, che in quel momento sta guidando, quasi va a sbattere. “Rocchino, non me fa sentì di nuovo una cosa del genere. Tu non hai mai pronunciato quella frase. Mai.” La frase viene cancellata dalla memoria collettiva come un trauma condiviso.

Ma la vera rivoluzione del mese è un’altra: Alessandro si abbona a ChatGPT. 25 dollari al mese, e il mondo cambia. Prima lo usa per migliorare i testi del blog: gli dà in pasto un articolo, ChatGPT glielo rende più fluido e scorrevole. Poi gli fa leggere tutto il sito per capire il suo tone of voice, e in due secondi l’intelligenza artificiale scrive come lui. Poi passa alla generazione di immagini: chiede un’illustrazione per un post e ChatGPT gli mette dentro il drone col mantello — un riferimento a un vecchio articolo che Alessandro nemmeno aveva menzionato — e Roberto annoiato sul divano mentre gli parla del Nothing Phone. Poi ancora: copia il codice CSS del blog, lo incolla in ChatGPT, gli dice che il logo non si vede bene su mobile, e ChatGPT gli restituisce il codice corretto. Copia, incolla su WordPress, magia. Il risultato è che Rocco sparisce dal gruppo. “La mattina mi sveglio con ChatGPT, il pomeriggio lo passo con ChatGPT, la sera con ChatGPT, e prima di andare a dormire un messaggino a ChatGPT.” Roberto, abbandonato, reagisce con amaro umorismo: “Hai capito Rocchino? Siamo stati sostituiti dall’intelligenza artificiale. Vado a mettermi in un angolino triste.” E poi, con piglio da giornalista culturale: “Sandri, perché non ci fai un blog su sta cosa? Tipo: ho dovuto spendere 25 euro di abbonamento per avere un amico migliore di un mio amico vero.”

Il discorso sull’IA si allarga a riflessioni più profonde. Roberto, che lavora in magazzino e ringrazia il cielo di avere un mestiere ancora manuale, vede il futuro con preoccupazione genuina. Racconta di un traduttore letto su un forum che ha visto i suoi clienti passare da 50 a 10. Pensa al lavoro di Rocco, psicologo infantile: “Tra dieci anni un’IA elaborerà profili psicologici in tre secondi attingendo da tutti i casi del mondo.” Pensa al lavoro di Alessandro nel marketing: “L’IA si interfaccerà con le intelligenze artificiali di Apple e degli altri brand per creare promozioni, loghi, siti.” La conclusione è cupa ma lucida: l’IA è fantastica finché non ti tocca il metodo di sostentamento. Rocco, dal canto suo, filosofeggia sulla scrittura assistita: “È meglio non far esistere una cosa o farla esistere creata da te a metà?” E poi si lancia in uno scenario da archeologia del futuro: se un giorno degli scavi riportassero alla luce il suo blog, gli archeologi troverebbero una realtà vista dagli occhi di un umano ma letta da quelli di un robot.

In questo mese di grandi dibattiti cosmici, anche le faccende concrete hanno il loro peso. Rocco sta seriamente valutando di chiudere lo studio di Roma. Ci va per un paziente alla volta, spende 682 euro e 50 al mese d’affitto, ne incassa circa 800: il margine, tolte le spese di benzina e gli spostamenti, è risibile. La fideiussione da 5.000 euro bloccata in banca gli brucia. “Ma io sto a fare tutto sto casino per 100 euro al mese?” La decisione matura durante il mese: disdirà il contratto, si terrà una stanza all’occorrenza per 180 euro quando serve, e recupererà sia l’affitto che la fideiussione. I soldi risparmiati andranno ad abbassare il mutuo da 828 euro al mese, che lo snerva.

Ed è in questo contesto di razionalizzazione finanziaria che irrompe la Dacia Bigster. Rocco va con la famiglia a vedere la Duster in concessionaria e se ne innamora: “Fuori mi piace da impazzire, è bellissima, tamarrissima.” Ma il giorno dopo arriva la Bigster, e il colpo di fulmine è totale. “Massiccia, bella, ignorante, un aspetto molto Range Rover.” Roberto, nel suo ruolo autoproclamato di bastian contrario, si scatena: “Ma tu i soldi ce li hai! Perché ti devi abbassare alle macchine da proletari?” Il ragionamento è semplice e spietato: la Duster è bellissima, ma è la macchina di chi non ha i soldi. Rocco i soldi ce li ha. Dovrebbe farsi qualcosa da 60.000 euro, qualcosa che quando la gente lo guarda, rosica. Ma Rocco, lucidamente, elenca le spese familiari della settimana: 380 euro di cene fuori, 500 euro di rugby per Lavinia, 600 euro per l’apparecchio di Leonardo, il mutuo, il matrimonio a Borgo Dolciano. “Ce l’ho i soldi, ma la famiglia costa.” Alla fine la decisione è presa: Bigster modello Extreme, full optional tranne il tetto in vetro — perché Rocco, senza capelli, si brucerebbe la testa — grigia scura con tettuccio nero. 22.000 euro dando indietro la Captur, pagamento in contanti. “Non voglio stare a pagare le rate.” Se tutto va bene, a giugno sarà un Dacia Man. Come Alessandro. Roberto gli fa le congratulazioni ammettendo che il suo essere bastian contrario ha sortito l’effetto opposto, e aggiunge soddisfatto: “Almeno abbiamo scongiurato il pericolo più grande: che Rocco si comprasse un DR. L’idea di vederti andare in giro con un DR poteva far finire un’amicizia trentennale.”

Intanto Roberto, dall’altra parte dello stivale, soffre in silenzio. Luisa parte per Milano per le visite di controllo della mastocitosi a Pavia, e lui resta solo con Caterina. “Questa volta Caterina lo sta vivendo peggio,” racconta. “Stamattina piangeva, non voleva che la mamma se ne andasse.” Tre giorni da gestire da solo, tra scuola, colazioni e capricci. Riesce a portare Caterina un po’ in anticipo dai suoceri, e il mattino dopo si concede una viennese e un cappuccino al bar di Cedraro, “tanto per far arrabbiare Sandrino.”

Anche Leonardo ha il suo mese travagliato: prima l’apparecchio ai denti — le stelline col filetto di ferro che gli danno fastidio — e poi una caduta a scuola scavalcando uno steccato. Niente di rotto, ma una contusione al braccio che sommata ai denti doloranti lo riduce a un concentrato di lamenti la sera. Roberto, solidale, racconta di quando da ragazzino si slogò il braccio cadendo dai pattini a Torino, via Pozzostrada 24, e finì con un mese di gesso. La dura vita degli undicenni.

A Pasquetta i tre si dividono. Rocco con Silvia e i bambini restano a casa: pranzo sotto il portico, e nel pomeriggio arrivano Alessandro, Veronica e Mila. I bambini giocano insieme, Leonardo e Lavinia sono innamorati di Mila, e la giornata scorre tra tisane, pastiera e giardino. Roberto, invece, è incastrato nella Pasquetta di famiglia calabrese: 24 persone, strafogarsi come la morte, e la consapevolezza amara di non farcela più. “Vorrei fare una Pasquetta con Luisa, Caterina e due-tre amici. Cinque, sei persone massimo.” Ma Caterina è contenta coi cuginetti, Luisa vuole la famiglia riunita, e Roberto soccombe anche quest’anno.

Rocco parte con la famiglia per Borgo Dolciano, quel posto magico dove Arianna, la padrona di casa, lascia le chiavi e si fida ciecamente. Hanno ridipinto l’appartamento, tutto giallo, soffitto rifatto, ordinato come un orologio svizzero. “Un posto dove sentirsi a casa, lontano da casa.” Il culmine sarà la cena dal misterioso Lars, un danese con un mega villone su una collina che cucina per i suoi ospiti su prati immensi. Intanto Rocco scopre Vinted: magliette tecniche Mizuno e Under Armour, un borsone National Geographic, tutto per circa 40 euro. La maglietta di Decathlon e quella Nike le ha pagate 2 euro ciascuna. “Dio benedica Vinted.” Roberto ascolta e rabbrividisce: lui non potrebbe mai indossare vestiti usati da sconosciuti. “È una turba psicologica mia. Anche se fossero i vostri maglioni, che vi conosco da una vita, non ce la faccio.” Lo zio di Luisa gli ha dato dei maglioni per lavorare in magazzino: non riesce a metterli.

Il mese si chiude con Roberto che inaugura una nuova rubrica: “Cosa odia il Custode del mondo.” Le persone che in fila ti si appiccicano dietro. Al supermercato, alla cassa del bar, alla pompa di benzina. Una ragazza gli si attacca alle spalle mentre digita il PIN della carta: lui si gira e la fulmina con lo sguardo. Poi il tizio che col carrello ti punta sempre sulle gambe. E quello che, in un parcheggio semivuoto, si mette nell’unico posto davanti alla tua macchina che stai per muovere. Ma il capolavoro è l’altra categoria di persone odiose vista quella mattina di cui… non si ricorda più. Sono passati solo pochi minuti, e il ricordo è evaporato. Roberto ci prova, si concentra, ricostruisce mentalmente il percorso — la rotatoria, la freccia, il parcheggio — ma niente. “È terribile sta cosa. Io non sto bene. Probabilmente sto morendo, amici. Tenetevi questo messaggio come ultima prova della nostra amicizia.” Il ricordo non tornerà. Aprile si chiude con questo piccolo mistero domestico, e con Roberto che, alla pompa di benzina deserta di Scalea, sente il fiato caldo di uno sconosciuto sul collo mentre digita il PIN. La storia, evidentemente, si ripete.