Febbraio si apre nel cuore della notte, con Sandrino che combatte il sonno davanti allo schermo come un samurai insonne. Tre serie di fila, di cui tre episodi per seguire Scissione, la nuova ossessione collettiva del gruppo. Sandrino ne esce stregato: i ritmi saranno dilatati, d’accordo, ma se riesce a restare sveglio fino alle tre senza crollare, significa che qualcosa funziona. Rocco, al contrario, è già alla quinta puntata e sbuffa. “Raga, stiamo parlando di puntate da un’ora,” dice con il tono di chi ha appena scoperto che il ristorante stellato serve porzioni da degustazione. “La trovo molto sopravvalutata.” Roberto, nel frattempo, si blinda come un bunker antispoiler: salta a piè pari qualunque messaggio contenga anche solo il sospetto di una sillaba legata alla serie. La vedrà con calma, a modo suo, episodio dopo episodio, e nessuno dovrà rovinargliela.
Ma il vero colpo di scena del primo giorno non è narrativo, è commerciale. Sandrino annuncia al mondo — o almeno ai suoi due amici — la sacra decisione: comprerà una 5080. I motivi sono due, e li elenca con la solennità di chi sta firmando un trattato internazionale. Primo: si mette in saccoccia i 600 euro di differenza con la 4090 che ha venduto. Secondo: consumi inferiori, meno rumore, la Founders Edition è una “secchetta” perfetta per il suo mini PC. L’unico ostacolo è che la scheda non esiste. Cioè, esiste sulla carta, esiste nelle promesse di NVIDIA, ma sul sito non compare. Sandrino entra così ufficialmente nella modalità F5-compulsivo, quella in cui aggiorni la pagina ogni quindici minuti sperando in un miracolo tecnologico. Roberto, solidale, promette di avvisarlo se vede qualcosa disponibile, ma con una precisazione logistica non trascurabile: dove lavora lui, se tocchi il cellulare sembra che gli stai rubando l’anima.
Roberto nel frattempo ha scoperto il DLSS 4.0 con modello Transformer su Cyberpunk 2077 e la sua 4080 Super, e ne parla come se avesse assistito all’apparizione della Madonna in versione digitale. “Sandrino, sono rimasto basito,” dice, e quando Roberto dice basito con quel tono, significa che il salto qualitativo gli ha fatto tremare le ginocchia. Il nuovo modello Transformer, spiega, non cambia tanto l’immagine statica quanto il movimento, ed è lì che succede la magia. Sandrino prende nota, ma il suo cuore batte ancora per la 5080 fantasma.
Sul fronte delle schede video, intanto, i primi acquirenti delle 5090 stanno trasformando i forum di Hardware Upgrade in un consultorio psicologico. Su cinque fortunati che sono riusciti ad accaparrarsi la bestia, uno l’ha ricevuta morta all’arrivo. NVIDIA non sa che pesci pigliare perché non ha schede sostitutive. Un tizio ha pagato 2.300 euro per usare la scheda come fermacarte. I driver sono un “collab brodo”, Indiana Jones si blocca, e l’atmosfera generale è quella di un lancio spaziale dove il razzo esplode sulla rampa. Sandrino, in un raro momento di saggezza, decide di aspettare qualche mese prima di buttarsi.
La discussione su Scissione, intanto, si è evoluta da semplice recensione a simposio filosofico. Sandrino, che aveva liquidato la serie come noiosa, si è andato a leggere una critica su Wired — testata che lui stesso considera una porcheria, dettaglio non irrilevante — e ne è uscito illuminato. La serie, scopre, parla della scissione tra vita lavorativa e vita privata, di come le persone abbiano due identità che viaggiano parallele ignorandosi a vicenda. “Se me l’avessero detto prima, forse l’avrei vista con un occhio diverso,” ammette con il tono di chi ha appena capito il finale di un film tre giorni dopo averlo visto. Roberto, che quella cosa l’aveva capita da solo semplicemente guardando la serie, gli dice con gentile ferocia: “Vabbè, è inutile che te la leggi, Robè, perché tu sei arrivato a quello che dice la recensione da solo. Bravo, fesso io.”
Roberto, nel frattempo, si identifica con la serie in maniera quasi clinica. C’è una scena in cui la protagonista esce dall’ascensore e un istante dopo ci rientra, e per il suo io interno non è mai passata la notte. “Sono io la mattina quando entro al lavoro,” confessa. “Chiudo gli occhi tre secondi fa, ero a casa, li riapro e sono di nuovo qua.” Il brivido lungo la schiena non è retorico: lo sente davvero ogni volta che varca la porta dell’ufficio.
Rocco, per tutta la prima settimana, è impegnato in un viaggio parallelo tra le strade congestionate della via dei Laghi, gli esami universitari e una crisi di fede politica che si aggrava di giorno in giorno. La riunione domenicale con i colleghi di campagna elettorale è stata l’ennesima perdita di tempo cosmico: 40 minuti a parlare del nulla. A un certo punto si è alzato e ha detto “scusate, io c’ho sonno, me ne vado a dormire.” La risposta dei colleghi — “tranquillo, non ti preoccupare, ciao ciao” — lo ha fatto incazzare più della riunione stessa. Roberto coglie la malinconia sotto le parole e gli dedica una riflessione che ha il sapore di un abbraccio a distanza: se anche Rocco si smonta, che è quello per cui tutto è sempre fantastico e meraviglioso, allora veramente non c’è speranza.
Ma Rocco ha anche una vita accademica, e i suoi studenti hanno preso 25. Roberto lo guarda come se avesse detto che ha vinto alla lotteria: “Io ci avrei firmato col sangue per un 25!” Rocco spiega che il voto è basso perché non hanno studiato abbastanza, che uno non gli ha risposto a una domanda, che c’è incertezza. Roberto apprezza il dettaglio razziale dell’aneddoto sullo studente napoletano — “uno di noi, Rocco!” — e tutto scivola nel tono leggero di chi si prende in giro da trent’anni.
Rocco poi racconta della riunione con l’Istituto Superiore di Sanità per la sua associazione di psicologia giuridica. Venti minuti, ventiquattro società scientifiche, e il messaggio è stato chiaro: “Vi diciamo subito che non avremo tempo di ascoltare le vostre domande.” Fate gruppi, fate linee guida, compratevi i libri, arrivederci, clic, fine. “Non gliene frega niente di niente,” commenta Rocco, e il tono non è più quello del professionista deluso, è quello dell’uomo che vede confermata una verità universale e devastante. La stessa verità la ritrova nell’università, dove le sue lezioni entusiasmano gli studenti ma contano zero per la carriera, perché quello che conta sono le pubblicazioni, e le pubblicazioni si comprano. Ha proposto un articolo alla rivista americana più prestigiosa e la risposta è stata: 3.000 dollari. Roberto, sentendolo, rimane colpito nel profondo: “Dovrebbe essere la cosa principale che muove questo mondo, la formazione delle persone.”
Le elezioni dell’ordine degli psicologi arrivano e passano, e Rocco ottiene esattamente quello che il destino aveva scritto per lui: non diventa consigliere per 13 voti. Tredici. Non un numero a caso, come sottolinea lui stesso con il sorriso di chi ha appena trovato conferma che l’universo ha un senso dell’umorismo. Ha preso 2.554 voti, di cui 176 persone che lo hanno scelto proprio lui, e questa cosa gli dà un nutrimento dell’anima che nessun seggio avrebbe potuto dargli. Roberto parla di sincronicità quantica, di fili invisibili, del numero 13 come linea guida cosmica. Sandrino è più pratico: bravo Rocco, adesso ricordati degli amici.
A metà mese, Rocco sgancia la bomba sanitaria: si è fatto le analisi del sangue per la prima volta nella vita. I risultati non sono esaltanti. “C’ho il colesterolo alto,” annuncia, e nell’aria si sente il crack di mille coppiette, anacardi e fette di parmigiano che si spezzano simultaneamente. Il colesterolo cattivo è a 160, il totale a 276. Roberto lo accoglie nel “club dei giovani col colesterolo alto” con un “yeee” sarcastico e gli rivela che lui prende l’Aurozeb da tempo. Sandrino, con la delicatezza di un defibrillatore, gli dice: “276, sei praticamente morto, smetti subito di andare al norcino.” A rendere il tutto ancora più tragicomico, Rocco confessa che la sera prima delle analisi si è mangiato una pizza a quattro formaggi con salsicce. Il medico Comandini, davanti ai risultati, si è messo a ridere e gli ha elencato tutto quello che deve smettere di mangiare: formaggi, maiale, fritto, burro d’arachidi, maionese. Praticamente tutto ciò che Rocco considera cibo. La cura prescritta è un Danacol a sera e una dieta per un mese e mezzo. Roberto, che nel frattempo si è fermato in pasticceria a comprare le chiacchiere di Carnevale dalla sua adorata Cristel — “mamma mia, mamma mia” — rappresenta perfettamente il cortocircuito tra la consapevolezza del colesterolo e l’incapacità di resistergli.
L’evento che domina la seconda metà del mese è il cinquantesimo compleanno di Roberto, o meglio, l’ansia che questo evento gli provoca. Luisa sta organizzando una grande festa a Velletri, 50 persone, e Roberto ne parla come se stesse descrivendo un’operazione a cuore aperto senza anestesia. “C’ho un’ansia assurda,” confessa, “non lo so perché.” Non gli piace essere al centro dell’attenzione, non gli piace la folla, non gli piace l’idea di spendere soldi dopo Disneyland. Sandrino gli dice quello che un amico vero dice: se non ti va, dillo a Luisa, non soffrire il giorno della tua festa. Ma Roberto spiega che è più complesso di così: Luisa ci tiene tantissimo, e dirle di no sarebbe ferirla. Ci sono anche due misteriose organizzatrici che hanno contattato Luisa per dare manforte, e Sandrino si lancia nell’investigazione come un detective della domenica, azzeccando Daniela e Silvia al primo tentativo. La discussione sulla location — Castagni 2.0, Casale della Regina, quella terribile osteria dove hanno mangiato con Cristian — diventa un’operazione di intelligence degna dei migliori servizi segreti velletrani.
In mezzo a tutto questo, emerge la storia del matrimonio di Roberto e della mancata invitazione di Francesco e Valentina. Sandrino la tira fuori perché Francesco glielo chiede ancora, dopo anni, senza riuscire a capacitarsene. Roberto lo dice con vergogna: c’erano screzi tra Luisa e Valentina, lui si è fatto trascinare, ha detto no, e adesso se ne pente. “Non ne vado fiero,” ammette, e nelle sue parole si sente il peso di una decisione che non si può più rimangiarsi. Sandrino non lo giudica, gli chiede solo per curiosità, e la cosa finisce lì, con la consapevolezza che nella vita si fanno anche queste cose.
Rocco, intanto, racconta del tizio misterioso con la Panda che gira di notte alle terme di Guardia. I ragazzi del magazzino lo sfottono, lui li insegue a 130 all’ora, e Roberto consiglia cautela: “A quell’ora di notte in quei posti qualcosa di strano succede.” Le voci parlano di rave party, Rocco pensa più a spaccio e prostituzione, e l’idea che nella conclave dei vecchi di Guardia paese si facciano i rave party fa sorridere e inquietare allo stesso tempo.
Il giorno di San Valentino, Roberto torna dal lavoro e parcheggia davanti al fioraio. Vede la fila: una decina di uomini in tuta da lavoro, appena staccati, tutti lì a comprare rose per le mogli come “in preda alle più pecere tradizioni del commercio, della schiavitù mentale.” Si rivede in quei cristiani, bestemmia, si gira e torna a casa. Nessuna rosa né per Caterina né per Luisa. È un piccolo atto di ribellione contro il consumismo che dura esattamente il tempo di attraversare un parcheggio.
Roberto, intanto, è caduto nel baratro di Metafor Re Fantazio, il gioco di ruolo giapponese che gli sta rubando le notti. Ventitré ore di gioco e il mondo al contrario: lì la fantasia è la nostra realtà, e i mostri terribili si chiamano “umani.” La premessa è geniale, il comparto artistico è “su un altro pianeta”, ma c’è un problema che lo sta facendo impazzire: il mana non si recupera. Può dormire, può accamparsi, può aprire tutti i forzieri del dungeon, ma il mana resta a zero. E ogni volta che torna in città per dormire, perde un giorno. Riesce a completare il primo dungeon per il rotto della cuffia, rushando l’ultima parte come un disperato. Rocco, dall’alto del suo mondo videoludico, ha invece droppato l’Harlequin Crest su Diablo — evento che annuncia con la solennità di chi ha vinto il Nobel — per poi dichiarare, per la sesta o settima volta nella storia documentata del gruppo, che “Diablo per me è finito.” Roberto e Sandrino si guardano: “Credo di aver sentito dire a Rocco Diablo è finito per me almeno cinque volte.” “Rilancio, almeno sei.”
Sul fronte delle schede video, febbraio è un lungo calvario. La 5070 Ti esce, Sandrino riesce a metterne una nel carrello su LDLC a 880 euro, ma non è registrato e nel tempo di compilare i campi la scheda svanisce come un miraggio nel deserto. Il giorno del tentativo, ovviamente, è il giorno in cui il mondo intero decide di avere bisogno di lui: suona il citofono, chiama il telefono, Veronica arriva senza chiavi. Le bestemmie che Roberto descrive come le madonne che Sandrino ha sparato sono un monumento all’entropia dell’universo. Alla fine, Sandrino si arrende e decide di aspettare AMD, che dovrebbe presentare le 9070 il 28 febbraio. Roberto, nella sua analisi del mercato, spiega con la precisione di un documentario Netflix le tecniche con cui NVIDIA ha portato le schede entry-level da 200 a 1.000 euro in tre generazioni, citando i Prodigi — quegli stessi Prodigi che un anno fa aveva definito “idioti” — con la grazia di chi accetta i propri errori.
Roberto confessa anche la sua piccola cattiveria: ha visto il collega Marcello lasciare i fari accesi e non gliel’ha detto. Di proposito. La sera, batteria a terra, 130 euro, e Roberto che si ritrova a ridere e a vergognarsi allo stesso tempo. “Sono stato una persona meschina,” dice, ma nel modo in cui lo dice si sente che è già diventata una storia da raccontare agli amici.
Il dibattito politico su Trump, Musk e l’Ucraina esplode nell’ultima settimana come un temporale estivo. Rocco parla degli accordi di Minsk, delle concessioni minerarie, dell’Europa che non esiste. Roberto si lancia in un monologo appassionato dopo aver visto i giornalisti di guerra su La7, quelli che quando gli chiedono se Trump sta facendo finire la guerra si mettono a ridere. Sandrino, l’unico trumpiano dichiarato del gruppo, difende la motosega di Musk e dice che ci vorrebbe qualcuno così anche in Italia. Roberto gli risponde con la grazia di chi vuole bene a un amico ma non può tacere: “Rimani con Ursula nella tua vita triste, Roberto? Io voglio un paese a stelle e strisce.” Il tutto condito dal costume di Carnevale di Sandrino — Trump in persona, con Veronica trasformata in una Melania irriconoscibile e Mila con il cartello “Gesù è il mio salvatore ma Trump è il mio presidente” — che Roberto definisce un capolavoro, pur deplorando la maschera di Sandrino: “Ma perché ti sei messo quella maschera? Ti potevi truccare!”
L’ultimo grande dibattito del mese è universale e senza tempo: perché le mogli interrompono sistematicamente i mariti nell’esatto istante in cui si siedono al computer? Roberto ne fa un trattato sociologico. Può stare un quarto d’ora a caricare la lavastoviglie, portare la spazzatura, rassettare la cucina — nessuno lo cerca. Ma nel preciso istante in cui accende Steam e parte un dialogo di Metafor Re Fantazio, ecco la mano sulla spalla. “È come se vedesse un criceto che corre sulla ruota,” teorizza. Per Luisa, lui davanti al computer non sta facendo niente: sta semplicemente girando in tondo in una gabbietta immaginaria. Sandrino conferma: Veronica accetta la pittura delle miniature perché la conosce e la capisce, ma i videogiochi restano un mistero insondabile. La soluzione di Roberto è giocare da mezzanotte alle tre, quando tutti dormono. La soluzione di Sandrino è dipingere in pace i suoi busti stampati in 3D — 15 ore per una miniatura, 5-6 solo per la testa — sapendo che nessuno lo disturberà finché ha un pennello in mano.
Febbraio si chiude con Sandrino che mostra la sua ultima creazione, un busto dipinto a mano che Roberto definisce un capolavoro, con il mercato delle schede video ancora in fiamme, con il colesterolo di Rocco sotto osservazione, con i tristotti — termine coniato da Rocco per i biscotti tristi, quelli secchi senza crema né cioccolato che mangiano le mogli — entrati ufficialmente nel lessico del gruppo, e con Roberto che si prepara mentalmente alla festa dei 50 anni come un gladiatore che non ha scelto di entrare nell’arena. Da qualche parte, nel suo cuore, sa che si divertirà. Ma da qualche altra parte, più rumorosa, l’ansia gli dice che cinquanta persone sono trentacinque di troppo.