Maggio 2024: gomme a terra, necromanti uber e l’orlo del baratro

Maggio si apre con Alessandro alle prese con Star Wars Jedi: Survivor, un gioco che sulla carta dovrebbe farlo sentire un cavaliere Jedi e nella pratica lo fa sentire un beta tester non retribuito. Dopo mezz’ora il gioco si blocca, lui riavvia, rigioca quindici minuti, si riblocca. Prova ad abbassare l’overclock della scheda grafica. Niente. Riavvia ancora e il gioco gli comunica, con la delicatezza di un droide protocollare offeso, che il suo abbonamento Xbox Game Pass non è più valido. Alessandro bestemmia in silenzio, disinstalla tutto e per buona misura cancella anche l’abbonamento. Microsoft, in un raro slancio di umanità, gli rimborsa pure i mesi rimanenti. Piccola vittoria in una giornata di sconfitte.

Roberto intanto vive un periodo lavorativo cupo. Il suo collega Davide — quello che Alessandro ha conosciuto, quello delle colazioni al bar, quello che lo prendeva in giro per il contratto a tempo indeterminato — lascia Capitan Sport. L’azienda gli aveva proposto di spostarsi a fare il commesso nei negozi fisici, con turni estivi disumani e stipendi da fame. Davide, con la lucidità di chi ha già dato abbastanza, ha declinato e si è trovato un lavoro stagionale che paga di più e logora di meno. Roberto, da lunedì, sarà di nuovo solo. La consapevolezza che anche il suo destino a Capitan penda da un filo sottile non lo abbandona mai del tutto, ma la infila in un cassetto mentale e tira avanti.

Nelle ore notturne Roberto si rifugia in Fallout, la serie tv di Amazon. La centellinala come un liquore pregiato: un episodio a sera, mai due, anche se potrebbe. «Non me lo voglio bruciare» dice, e c’è qualcosa di tenero in quest’uomo che si nega l’abbuffata per prolungare il piacere. Quando arriva al sesto episodio, qualcosa cambia. Non è più semplice intrattenimento: i dialoghi sulla Vault-Tec, sulla guerra finanziata fino alla bancarotta, sull’interesse economico dietro la distruzione del mondo lo colpiscono nello stomaco. «Siamo sull’orlo» mormora, e non sta parlando solo della serie.

Alessandro, dal canto suo, è precipitato in un abisso chiamato Dragon’s Dogma 2. Il gioco lo ha catturato con la ferocia di un grifone su un pedone ignaro. Ci gioca dalle tre di notte alle sei e mezza di mattina, si sveglia per fare la pipì e non si riaddormenta più, e dalle tre e mezza del pomeriggio alle sei e mezza si rimette davanti allo schermo. Il mondo di gioco è vasto, dettagliato, privo di teletrasporto — una scelta che altrove sarebbe un difetto e qui diventa una dichiarazione poetica. Ogni spostamento a piedi dura dieci, quindici minuti, e in quei minuti Alessandro scopre grotte segrete, mostri appesi alle pareti rocciose con gli occhi luminescenti, petali di fiori che si illuminano di notte per guidarlo verso un bambino scomparso. «La mappa è fatta talmente bene che ti obbligano a viverla» dice, con la voce di chi ha trovato la propria terra promessa digitale.

Roberto, curioso ma scettico, gli chiede se il mondo vale davvero la pena. Ha visto i video, i colori gli sono sembrati piatti, la palette cromatica anonima. Alessandro insiste: non è Elden Ring, ma ci si avvicina. Roberto allora pone la sua condizione, con la solennità di un giudice: «Aspetto che tu passi lo scoglio delle 30 ore. Se lo finisci mi dici che merita, me lo compro. Se fa la fine di Baldur’s Gate 3, lo lascio dov’è.» Alessandro accetta il patto. Arriverà a 30 ore di gioco dichiarandosi ancora innamorato, ma il destino, sotto forma della nuova stagione di Diablo 4, lo strapperà via prima di poter emettere il verdetto definitivo.

Rocco, nel frattempo, conduce la sua esistenza parallela di padre lavoratore che in qualche modo riesce a giocare a tre giochi rubatempo contemporaneamente raggiungendo in tutti il livello massimo. A Diablo 4, la nuova stagione del loot ristrutturato lo entusiasma: oggetti semplificati, abilità che si salvano per sempre, suoni diversi per i drop potenti. Con il suo necromante e un esercito di undici minion più un golem, affronta boss tormentati stando letteralmente fermo mentre i suoi schiavetti fanno il lavoro sporco. Roberto e Alessandro lo guardano con un misto di ammirazione e incredulità. «Rocco è un’entità aliena» sentenzia Roberto. «Gioca a Diablo, a Destiny e a Helldivers, ed è uber in tutti e tre. Come fa?»

La vicenda di Helldivers 2 e Sony merita una parentesi. Sony impone l’obbligo di un account PlayStation anche ai giocatori Steam, e la community insorge con un review bombing storico. I giocatori di Helldivers, fedeli alla democrazia galattica del gioco, smettono di giocare in massa. Gli sviluppatori si schierano coi fan. Sony, con una retromarcia che ha del miracoloso, ritira la patch. Rocco, che nel gioco aiuta i novellini di livello basso coprendogli le spalle e abbracciandoli prima di salire sulla navetta, racconta la vicenda con la commozione di chi crede ancora nelle rivoluzioni dal basso.

A metà mese Roberto ha un appuntamento con l’ospedale di Cetraro per gli esami del sangue legati alla sua tromboflebite. Arriva alle sette, trova sette persone in coda e nessun numeretto nella macchinetta. Nessuna carta, nessun sistema. Un signore arriva poco dopo, si siede, tira fuori un foglio bianco, una penna, e con una sicumera regale inizia a scrivere numeretti a mano distribuendoli a tutti in base all’ordine d’arrivo. Roberto riceve il numero otto farlocco. Alle otto arriva l’infermiere, carica i veri numeretti nella macchinetta, e si scatena la bolgia dello scambio: numeri scritti a penna contro numeri ufficiali. Roberto esce alle nove, sei boccette di sangue più leggero, e va a premiarsi con un cappuccino e una viennese con crema chantilly.

La raccolta delle urine nelle 24 ore merita un capitolo a parte. Il bidoncino della parafarmacia — comprato dalla cugina di Luisa per avere lo sconto — si rivela un manufatto di ingegneria discutibile. Il tappo di plastica non chiude ermeticamente, si spana, si sbiella, e Roberto passa una giornata intera a tenerlo in equilibrio come un artificiere con una bomba instabile. Il trasporto in ospedale il lunedì mattina è un’operazione di precisione chirurgica: il bidoncino va tenuto dritto, nessun movimento brusco, nessuna curva azzardata. La dignità umana, in certi momenti, è una questione di filettatura.

Rocco lancia l’idea del digital detox. Il cellulare gli ruba ore ogni sera, soprattutto Reddit: canali di Destiny, avvistamenti UFO, cose interessanti che al novanta per cento sono spazzatura. Si sveglia ogni mattina arrabbiato con se stesso. Valuta un dumbphone, il Nokia 6300, poi un Samsung Flip 5 con lo schermo esterno piccolo — che compra effettivamente a 240 euro. Roberto e Alessandro gli rispondono in coro: «Stai cercando di disintossicarti dal telefono comprandoti un altro telefono.» Roberto, in particolare, gli dedica un audio di sei minuti in cui gli consiglia il metodo spartano: non toccare il cellulare nel weekend, disinstallare Clash Royale e i Simpsons, usare la forza di volontà pura. Lui stesso racconta di aver eliminato Legends of Runeterra dal telefono per non giocarci ogni volta che andava in bagno. «Il cellulare te lo porti in bagno, il computer no» è la sua massima filosofica del mese.

Un sabato mattina Rocco racconta di aver rivoluzionato la stanza dei giochi dei bambini, montando due nuove scrivanie Ikea in tre ore di orologio. La rabbia principale non è per la fatica, ma per la quantità di monnezza che parenti e nonne continuano a regalare ai bambini: accendini, giochini, scatoline, collanine, occhiali da sole dei cinesi, ventilatori a mano. Due bustoni di indifferenziata. Nel pomeriggio Leonardo deve andare in processione in perfetta tenuta da scout, e la domenica Rocco riparte alle sette per una lezione a Roma di quattro ore, poi bomboniere per la comunione di Leo all’outlet. Il suo weekend di relax inizierà, calcola con precisione scientifica, alle sei di sera della domenica e finirà alle sette e mezza.

La comunione di Leonardo arriva a metà mese, nel Vivaro, tra scout e prati. È una giornata che Rocco vive con la serenità frenetica di chi ha organizzato tutto fino all’ultimo dettaglio. L’orologio regalato per l’occasione — scelto con il consulto di Alessandro — piace tantissimo al ragazzino, che se lo mette subito e non se lo toglie fino a sera. Il pranzo a Cori, su una terrazza che si affaccia sulla pianura pontina fino al mare, dura fino alle sei del pomeriggio, come da tradizione calabrese trapiantata nel Lazio.

Leonardo riceve anche il suo primo cellulare. Rocco va al centro Tim e il destino gli assegna un numero che sembra un codice da cyborg: 338-1701-006. Il ragazzino dimostra subito una maturità disarmante: di fronte ai 560 messaggi della chat di classe, risponde dal telefono del padre scrivendo «amici avete scritto troppo, me lo dite domani a voce» e chiude. La scena non sfugge a Roberto, che dovrà gestire la reazione di Caterina: «Papà, ma Leonardo ha già 13-14 anni?» — domanda logica, visto che a lei il cellulare è stato promesso a quell’età. Roberto, con le scimmie che battono i tamburelli nel cervello come Homer Simpson, improvvisa una risposta diplomatica sulla maturità individuale.

Alessandro partecipa alla proiezione de L’Impero Colpisce Ancora con orchestra dal vivo all’Auditorium. Novanta musicisti che suonano dall’inizio alla fine del film, dalla sigla della 20th Century Fox alla marcia imperiale. «Non potrò mai più vedere un film di Star Wars senza l’orchestra sotto» dice, e non scherza. Del film in sé ne ha visto forse un terzo, perché gli occhi li teneva fissi sui violinisti, sui contrabbassi, sull’arpa.

La presentazione di ChatGPT-4o lascia Roberto a bocca aperta. Si guarda tutti i video, rimane sbalordito dalla naturalezza con cui l’intelligenza artificiale parla, traduce, interagisce. Il video delle due IA che dialogano tra loro lo mette in brividi: una descrive l’ambiente all’altra, che non può vedere, e insieme costruiscono un discorso che sembra uscito da un film di fantascienza. Roberto aspetta commenti entusiasti dal gruppo. Silenzio. Alessandro non l’ha visto, Rocco dice che non ne capisce l’utilità e anzi lo spaventa per le implicazioni nel suo lavoro. Roberto ci rimane male, come un evangelizzatore ignorato dalla sua stessa congregazione.

La notizia che Rocco porta da una cena con vecchi compagni di classe ha il sapore della geopolitica da thriller. Il suo amico Fabio C…., ingegnere dei materiali, ha fatto fortuna in Arabia Saudita con fabbriche di impianti petroliferi, ora riconvertite per costruire involucri di missili antiaerei su commissione del governo italiano. Un altro compagno, Leonardo D’….., lavora alla fabbrica dell’Ariane a Colleferro, anche quella riconvertita per armamenti. L’Europa è a corto di munizioni, l’Italia non ha nemmeno le cartucce per i fucili, e le fabbriche civili diventano militari nell’ombra dei paesi dove i pacifisti non manifestano. Roberto reagisce con angoscia pura: «Siamo fottuti, ci stiamo preparando per il salto nel buio. Ma che diremo ai nostri figli?» Poi aggiunge, con il sarcasmo di chi non ha più lacrime: «Ci martellano con le auto elettriche per le polveri sottili, e poi vanno a testare i lanciatori dell’Ariane in Sardegna. Quelli non inquinano, quelli fiori di gelsomino.»

Verso fine mese Roberto apre il capitolo più doloroso: la situazione di Capitan Sport. Amazon sta sistematicamente uccidendo il business. Ha bloccato la vendita di Adidas aprendo un proprio store diretto, sta facendo lo stesso con Puma, e adesso ha bloccato anche le Havaianas. Il meccanismo è spietato: entrano nel mercato sotto costo, fidelizzano i clienti, poi alzano i prezzi. Roberto spiega anche il peccato originale dell’azienda: Adidas vendeva a GM Megastore, che passava la merce a Capitan Sport per la vendita online, senza che Adidas avesse mai dato il consenso ufficiale. Per anni Amazon ha chiuso un occhio; ora che vuole fare da sola, quell’occhio si è aperto. La prospettiva è chiara: se non si trova un piano alternativo, a settembre Roberto potrebbe non lavorare più lì. La proposta alternativa — commesso o magazziniere nei negozi fisici, con turni estivi senza riposo e stipendi irrisori — non è un’opzione. «Sotto un ponte non ci dovrei finire» dice, grattandosi quello che va grattato. «Ma il gioco non vale la candela.»

In mezzo a tutto questo, arriva la notizia della nonna di Rocco. Ha 99 anni e mezzo, nessuna patologia, solo il corpo che si sta lentamente spegnendo. I dottori dicono che potrebbe andare avanti così anche per mesi. Rocco ne parla con un equilibrio commovente: «È brutto essere dispiaciuti che una persona se ne vada a 99 anni. È una cifra che dobbiamo accettare col sorriso. Brava nonna, grazie.» Roberto risponde con una riflessione sulla morte come ultima giustizia, citando Totò e La Livella: se si potesse sconfiggere la morte, ne beneficerebbero solo i potenti. «Pensate se Hitler avesse potuto sconfiggere la morte. La morte è quella cosa con cui tutti devono fare i conti.»

Rocco, nel frattempo, confessa di essere sull’orlo del burnout lavorativo. Tra consulenze a Caserta, esami del Master a Roma, pazienti dalle nove alle sette, consulenze online la sera, e sei ore di macchina a settimana, ha attacchi d’ansia. Silvia lo richiama alla ragione: «Ma che pianeta devi salvare?» Lui realizza che i soldi guadagnati, se non servono a vivere meglio, non servono a niente. Rinuncia a 150 euro di pazienti in un pomeriggio e per la prima volta non se ne pente.

Le vacanze estive prendono forma: Rocco ha prenotato a Canazei, nello stesso residence di Gianna e Andrea, vicino all’appartamento di Alessandro. La scoperta che andranno tutti insieme in Trentino genera un’ondata di euforia, smorzata solo dal fatto che Alessandro non aveva ascoltato il messaggio originale di Rocco e l’ha saputo da Gianna. Roberto lo rimprovera bonariamente: «Sandrino, ci snobbi!» Rocco ha un unico obiettivo non negoziabile per la vacanza: una notte a vedere la Via Lattea dall’alta montagna. Casualmente, durante il compleanno di una compagna di classe di Lavinia, scopre che il padre di un’amica ha un fratello chef all’Hotel Pareda proprio a Canazei. L’universo, ogni tanto, allinea le cose giuste.

Il mese si chiude con Roberto e una gomma bucata sulla strada di ritorno da Scalea. La ruota si sgonfia, lui bestemmia, e per miracolo c’è un gommista a cinque metri dallo studio dell’angiologo dove deve fare la visita. Il gommista la gonfia e gli dice di non fermarsi, perché la ruota si sgonfia solo da ferma. Roberto diventa il protagonista di Speed: non può scendere sotto una certa velocità, non può fermarsi. Nel bagagliaio c’è la ruota di scorta, ma è bucata pure quella — il suocero si era dimenticato di farla aggiustare. Con questa immagine perfetta — un uomo che corre verso casa su una gomma che perde aria, con una ruota di scorta inutile nel bagagliaio e la consapevolezza che il lavoro potrebbe finire a settembre — maggio si chiude come si era aperto: con qualcosa che non funziona come dovrebbe, ma che in qualche modo, bestemmiando e pregando, ti porta comunque a destinazione.