Marzo si apre con un’alba gelida e un uomo solo in macchina. Alessandro si è svegliato alle 6:30, ma in casa dormono tutti, e muovere una foglia equivarrebbe a un atto di guerra domestica. Così esce, si infila nell’auto parcheggiata sotto casa e va a fare colazione all’Arte del Dolce, la pasticceria di Velletri che sorge sulla stradina tra piazza Garibaldi e il corso. Il cornetto è una rivelazione al burro, un croissant francese che si scioglie in bocca come neve al sole. “Madonna se si sciogliono,” mormora, e il pensiero corre subito agli amici. Roberto riconosce il locale al volo: ai tempi in cui viveva a Velletri, quella pasticceria era un santuario, e la torta Tre Cioccolati un oggetto di venerazione quasi religiosa, premiata, celebrata, indimenticabile. “Mamma mia Sandrino, che mai ricordato,” sospira, con la voce di chi rievoca un amore perduto. Riemerge persino il fantasma di Mr. Benny, il locale all’angolo chiuso da decenni, e con lui il ricordo di una banconista carina di cui si sono perse le tracce nel tempo.
Alessandro, intanto, resta chiuso nell’abitacolo perché rientrare significherebbe tornare al buio e al silenzio. E così chiacchiera con gli amici dal sedile dell’auto, al gelo di 6 gradi, senza giacca, finché il freddo non lo costringe alla resa. Roberto confessa di fare la stessa identica cosa: parcheggia sotto casa di ritorno dal lavoro alle 18:20, e finisce di ascoltare i messaggi nel silenzio dell’abitacolo, perché “appena entro dentro casa è finita, amici, è finita.” È il rituale segreto di due padri che rubano minuti al mondo per parlare di nerdaggini, protetti dal metallo delle portiere.
Ma la vera emergenza del giorno è un’altra. Sandrino, in preda a una crisi mistica orologiera innescata da Rocco — “mannaggia a te pure Rocco, se tu non avessi parlato d’orologio io non ci avrei mai pensato” — è entrato in una gioielleria Breitling a Roma per provare al polso un orologio, e la scintilla non è scattata. È scattata invece per un altro: uno Zenith DeFi 21, il Primero in cassa DeFi, titanio spazzolato, nella versione Ultra Violet. Mezzo scheletrato, viola, con un movimento a 48.000 vibrazioni al secondo e materiali auto-lubrificanti che rendono quasi superflua la manutenzione. “Mamma mia, che bello,” esala Alessandro, e da quel momento la conversazione si trasforma in un simposio di alta orologeria. Rocco, da esperto, appoggia su tutta la linea: Zenith è top, la serie DeFi è eccelsa, il viola è un colore che fa solo Zenith. Roberto, che di orologi capisce quanto un pesce di alpinismo, si limita a battute: “Non è il Primero, è il Secondero, visto che ce n’hai già uno di Zenith e te lo vuoi vendere.” E poi, il colpo di grazia: “Se lo fanno rosso sangue, è ULTRA VIOLENT.” Applauso del pubblico inesistente. L’orologio viola, purtroppo, potrebbe essere fuori produzione: la gioielleria lo sta cercando, e i prezzi su Chrono24 non fanno che salire dal 2020. La caccia è aperta, e il portafoglio trema.
Nel frattempo, Sandrino ha anche scaricato TikTok. Roberto reagisce come se gli avessero comunicato un caso di peste bubbonica: “No, TikTok no, se installo TikTok mi metteranno dei chip sotto pelle che mi costringeranno a fare acquisti a favore del regime comunista.” Sul suo telefono esistono solo WhatsApp e Telegram, e Instagram è stato epurato anni fa dopo aver realizzato che lo usava esclusivamente per guardare “le discinte.” Persino Caterina, a 7 anni, ne sa più di lui di TikTok. Sandrino, dal canto suo, confessa di seguire esattamente due personaggi con idee diametralmente opposte: da una parte precetti religiosi, dall’altra modelle — maschili — che camminano in passerella. Roberto, dopo aver visto un’immagine, entra in una spirale esistenziale memorabile: ammette che certi uomini-donna hanno movenze “infinitamente più sensuali e aggraziate di molte donne in sé,” e la cosa lo terrorizza, perché ha paura di vedere nella diversità “qualcosa che possa anche solo lontanamente piacermi.” Alessandro lo liquida con chirurgica sintesi: “Sei un abominio, Roberto. Un abominio.”
Sul fronte videoludico, marzo è il mese di tre grandi rivoluzioni. La prima è la riscoperta di Baldur’s Gate 3 da parte di Alessandro, che dopo 5 mesi di abbandono ci torna grazie all’FSR3 che finalmente fa girare il gioco sulla sua consolina portatile senza scatti. Ma la vera svolta è radicale: stufo dei personaggi del party — quel “miscuglio di razze, sessi e altri abomini” che lo fa imbestialire — manda tutti a quel paese e gioca completamente da solo. Multiclassa il suo personaggio in ranger-ladro-guerriero, si aggira furtivo per le mappe, gode dell’esplorazione senza dover switchare tra quattro teste diverse. Il gioco diventa un altro gioco. Roberto, che Baldur’s Gate non l’ha ancora toccato, ascolta affascinato ma ammette che proprio questo tipo di complessità lo spaventa. Sandrino, però, si blocca di nuovo: i boss sono troppi, il loot infinito lo esaspera, e il meccanismo di salvare e ricaricare durante i dialoghi per ottenere il tiro di dado giusto — 18 o 19 su un d20 — trasforma il gioco di ruolo in una slot machine. Dopo aver raggiunto le porte di Baldur’s Gate, alza bandiera bianca: “Basta, non ce la faccio più.”
La seconda rivoluzione è Helldivers 2, che piomba nella vita di Alessandro come un meteorite di democrazia spaziale. Per 19 euro, grazie ai punti PlayStation Stars, si ritrova catapultato su pianeti alieni a sterminare insettoni alla Starship Troopers e robottoni alla Terminator. I racconti che ne fa sono epici nel senso omerico del termine: missioni sotto la pioggia nelle foreste, con gli insetti che arrivano a orde e il tiranno rabbioso alto 80 metri che si risveglia; fughe disperate verso lo shuttle con il timer che scandisce “6, 5, 4…” e lui che salta dalla base, si rompe le gambe, e avanza zoppicando per salire a bordo all’ultimo secondo. “Amici, è stata proprio una cosa adrenalinica, proprio figa figa.” E poi il momento più epico di tutti: una missione in cui lanciano una testata nucleare, e lui sale su una fila di container con un compagno sconosciuto per fare l’emote dell’abbraccio. L’esplosione nucleare in lontananza, l’onda d’urto che li spazza via — morti abbracciati, volati giù dai container. Roberto ascolta tutto questo con lo spirito infiammato ma le mani legate: “Io non ci riuscirei mai, non ci riuscirei mai. È più bello sentire te che racconti.” E quando un ammiraglio livello 50 lo aspetta sull’astronave e gli fa l’emote dell’abbraccio dopo una missione disperata, Alessandro commuove persino se stesso: “È stato proprio un momento di brotherhood, di fratellanza virile e spaziale meraviglioso.” La sua astronave, naturalmente, si chiama “Custode dell’Alba” — in onore del compleanno di Roberto.
La community di Helldivers, intanto, fa cose pazzesche. Quando gli sviluppatori annunciano che il pianeta Tianquan — dove si producono i Mech — è stato conquistato dai nemici robot, 180.000 giocatori si riversano simultaneamente su quel pianeta per liberarlo. Il problema è che lo liberano troppo in fretta: i server crashano, e gli sviluppatori di Arrowhead pubblicano un messaggio surreale su Reddit dicendo “È colpa vostra, Helldivers, vi aspettavamo il quadruplo del tempo.” Come ringraziamento, regalano i Mech a tutti i giocatori per una settimana. Roberto osserva il fenomeno con rispetto ma non riesce proprio ad affezionarsi al genere: “Molto carino, molto simpatico come espediente, ma niente, non riesco proprio a farmelo piacere.”
La terza rivoluzione è tutta di Roberto, che in una notte finisce Sea of Stars — il Japan RPG fatto da americani che ha tolto tutte le “nefandezze ataviche” del genere. Ne parla con la passione di un evangelista: il loot ridotto all’osso, il sistema di acquisto-equipaggiamento in due click invece dei trenta secondi di schermate che ogni JRPG ti impone da trent’anni. “È una sciocchezza, io lo so che è una sciocchezza, ma ripetuto moltissime volte è una genialata.” Dopo 60 ore di gioco e un doppio finale — quello classico e il “true ending” che cambia tutto — Roberto si trova davanti all’eterno dilemma: e adesso? La scelta cade su Alan Wake 2, consigliato proprio da Sandrino, acquistato a 35,11 euro su Green Man Gaming, da giocarsi rigorosamente in modalità storia perché “me la faccio un po’ sotto” con i survival horror. Ma la vera epifania è un’altra: Roberto si rende conto di aver bisogno di giochi con un inizio e una fine, punto. “Non riesco più a tollerare giochi che non hanno una fine. Vorrei avere 4 vite. Vorrei essere un clone.” E poi rivela il prezzo della sua passione: l’altra notte ha staccato alle 4:06 e si è svegliato alle 7 per andare al lavoro. “Quindi ho tutto. Tranne che il tempo.”
Sul fronte letterario, Roberto finisce I Sei Cloni — “bello, quando tutti i nodi vengono al pettine sono rimasta a bocca aperta” — e dopo la raccomandazione di Rocco sul ciclo dei Principi di Ambra, si orienta verso quello. Rocco, nel frattempo, sta leggendo un nuovo volume della saga di Drizzt ma inizia anche Project Hail Mary di Andy Weir, l’autore di The Martian. Il libro lo colpisce come un fulmine: “Amici, sto libro è fighissimo, parte con un tizio che si sveglia in una stanza circolare senza ricordarsi niente, e un computer che gli chiede quanto fa 2×2.” Quando Roberto scopre il libro e lo inizia su Audible, l’entusiasmo diventa contagioso. “Ma Rocco, io non so, sono ai primi 40 minuti, ma se tutto il resto è come i primi 40 minuti è un fottuto capolavoro.” Da quel momento, ogni messaggio è un aggiornamento febbrile: capitolo dopo capitolo, Roberto paragona l’esperienza a quella di leggere Crichton per la prima volta — Jurassic Park, La Sfera — e si commuove in più passaggi. “C’è sta una frase, un ragionamento che fa a un certo punto, me so veramente commosso.” Peccato che l’audiolibro sia solo in inglese, il che taglia fuori Sandrino, che “capisce due frasi su 18.”
A metà mese, Roberto vive una piccola avventura notturna che merita un capitolo a sé. L’8 marzo — “lo so, era la festa delle donne, lo so, è sti gran cavoli” — esce a cena con due colleghi-amici a un locale chiamato Il Mattatoio a Scalea, dove servono panini “zozzi” nel senso di giganteschi e stracolmi. Il locale è pieno di donne di ogni età, “tutte tirate a lucido,” e Roberto le descrive con l’entusiasmo di un naufrago che avvista terra: “A me facevano sangue tutte, forse soprattutto quelle dell’età mia.” Ma la vera impresa epica della serata è il ritorno: una birra media, una piccola e un amaro dopo, alle 23:30 su una statale calabrese al buio, con i lupi che girano, si deve fermare a una piazzola con le quattro frecce a fare pipì. “Cioè è proprio brutto, ragà, è proprio brutto, ormai la vescica non è, la vescica è contro di te ormai.” Sandrino, solidale, confessa di alzarsi due volte a notte — alle 3 e alle 5 — per lo stesso motivo. Roberto rilancia: lui va a dormire alle 3, e si sveglia matematicamente 10 minuti prima della sveglia con la vescica che sta per esplodere. È il karma dei quarantenni gamer.
E a proposito di Mila: la piccola irrompe nelle conversazioni con la sua vocina vispa, annunciando spedizioni epocali come andare “dai cinesi a comprare la giraffa e la molla.” Roberto si scioglie. Ma è Leonardo, il figlio di Rocco, a regalare il momento didattico del mese: interrogato sull’apotema di un quadrato, spiega che bisogna dividere il quadrato in quattro triangoli partendo dal centro, e l’apotema è l’altezza di quei triangoli. Roberto, dopo aver ascoltato, dichiara con solennità: “Io vorrei ringraziare tutti voi, grazie per avermi fatto praticamente svenire, mi è uscito pure il sangue dal naso perché non ho capito niente.” Poi ci riprova: “L’apotema è quando lanci una maledizione a qualcuno: ah, apotema, a te e tutta la tua stirpe!” No, Roberto. No.
Sul fronte delle serie TV, Roberto divora Slow Horses su Apple TV+ con l’intensità di un uomo posseduto, finendo la terza stagione a notte fonda e mandando messaggi strappalacrime alle 3 del mattino. Inizia anche Shogun su Disney+, restando folgorato dalla produzione e dall’ambientazione del Giappone feudale, nonostante Sandrino e Rocco siano un po’ saturi del genere dopo Blue Eye Samurai. E comincia a parlare di sottoscrivere Apple TV+ per For All Mankind, il ciclo della Fondazione e Napoleon con Joaquin Phoenix. Rocco propone di condividere l’abbonamento: “Te lo cedo a titolo di amore fraterno gratuito.” Sandrino insiste per smezzare le spese come si conviene.
Verso la metà del mese, un pomeriggio, Roberto attraversa la Calabria al volante quando, sorpassando un camion che arranca a 40 all’ora su striscia continua, si ritrova faccia a faccia con una macchina della polizia a sirene spiegate. Il cuore gli schizza in gola. “Se per caso tra poco vi mando un messaggio di bestemmie, è perché se sono girati per inseguirmi e togliermi la patente.” Per fortuna, la polizia aveva urgenze più gravi di un sorpasso azzardato. “Ancora nessuna auto della polizia mi ha seguito, quindi in teoria dovrei essere salvo. Ma non cantiamo vittoria troppo in fretta.”
Sul finire del mese, la vita di Sandrino prende una piega accademica inaspettata: un ex collega di Olivetti che tiene un corso di 40 ore alla LUMSA gli chiede di sostituirlo per una lezione di 2 ore sul marketing digitale. “Ma io ho due ore, ma che cacchio gli dico a questi?” Rocco, che di lezioni ne tiene regolarmente, lo rassicura con pragmatismo esperto: preparare delle slide, calcolare 2 minuti a slide, far vedere un video di 15 minuti e poi rispondere a domande, parlare di argomenti che conosce bene — il marketing legato ai videogiochi, le criptovalute, la storia del Bitcoin come fenomeno di vendita del nulla. “Se finisci dieci minuti prima, nessuno ti dice niente. Quando a scuola il professore finiva prima, tu gli volevi bene.” Lo stesso Rocco, peraltro, ha le sue sfide: il collega Paolo C…. ha avuto un incidente in motorino — rotula esplosa e 4 costole rotte — e gli ha passato una serie di impegni, tra cui un congresso di magistrati a Torino sull’ascolto del minore, dove dovrà confrontarsi faccia a faccia con una giudice del CSM. “C’ho un’ansia grande grande grande,” ammette, ma sa che non fare questa cosa sarebbe peggio. Partirà in Frecciarossa per Torino, 4 ore e 20 minuti, con il sogno segreto di farsi una foto davanti a via Pozzostrada.
Roberto, intanto, si compra Horizon Forbidden West per PC a 50 euro come cura per la tristezza — “quando so triste spendo soldi, purtroppo” — e resta sballordito dalla grafica, che definisce la cosa più impressionante mai vista tra gli open world. Ma l’onestà intellettuale lo costringe a precisare: “Come prima azione il gioco ti fa raccogliere le erbette medicinali. Te fa un po’ cadere le braccia nel 2024.” Sandrino, che aveva giocato e finito il primo Horizon Zero Dawn — notizia che lascia Roberto a bocca aperta — annuisce.
Il mese si chiude con piccole e grandi cose. Silvia manda un messaggio memorabile a Sandrino, rimproverandolo perché pretende la cena cucinata a puntino: “Ma che sei al ristorante? Portatela a cena se non ti sta bene.” La piccola Lavinia vuole il peluche dello Slime blu di Dragon Quest per Pasqua. Caterina apre un uovo Kinder dei Frozen e — evento mai verificatosi in 49 anni di storia Kinder — manca un pezzo: le braccia di Olaf. Roberto è devastato più della bambina e si prepara a chiamare il numero verde della Ferrero per segnalare l’oltraggio. E Sandrino, una mattina, mentre si sveglia alle 6:30 perché Mila brucia di febbre, va a fare colazione all’Arte del Dolce e si ritrova davanti a un individuo che sorseggia il cappuccino in contemplazione del vuoto. Parte un’invettiva epocale: “Abolirei il cappuccino, abolirei la soia, abolirei tutto quello che serve per fare un latte macchiato col cioccolato e col caffè.” Roberto, devoto del cappuccino romano, non può che dissentire con eleganza. L’eterna guerra tra chi beve il cappuccino e chi lo aborrisce non conosce tregua, nemmeno a marzo.
Intanto, l’Acquanaut è sceso sotto la soglia psicologica. Il grafico che Rokko mostra agli amici racconta una storia di pazienza e attesa: l’orologio dei sogni si avvicina, un po’ alla volta. E il bracciale dello Zenith è dal gioielliere Terino, incastrato da un frenafiletti talmente forte che nemmeno l’attrezzo apposito riesce a svitarlo. Servirà un solvente, una settimana, e un altro viaggio. Roberto, guardando lo scheletrato di Sandrino, ha un’epifania che risale all’infanzia: “Quando ero bambino, nei cartoni dei robottoni, mi faceva impazzire vedere le parti trasparenti con tutti i meccanismi. E a me sta cosa di vedere gli ingranaggi è rimasto da quei tempi.” L’orologeria meccanica, in fondo, è solo un altro modo di guardare dentro le cose.