Febbraio 2024: tra rate infinite e capolavori notturni

Il febbraio del 2024 si apre con Roberto che arranca tra cene dai suoceri, medicazioni alla schiena per un bozzo di grasso appena rimosso e la promessa — sempre rinnovata, mai mantenuta — di loggarsi su Apple TV Plus. Sandrino lo aspetta con il telefono a portata di mano, ma il Custode è risucchiato in un vortice di vita mondana calabrese che lui stesso descrive con stupore: Cetraro, casa della suocera, cugini di passaggio da Milano. “Quanto sono cittadino del mondo,” mormora con un sarcasmo che sa di rassegnazione felice, mentre corre da un tavolo apparecchiato all’altro.

Ma il cuore del mese pulsa altrove: dentro circuiti di silicio e dilemmi monetari. Roberto è prigioniero di un’ossessione che lo tormenta da settimane. La serie RTX 4000 Super è appena uscita, e lui oscilla come un pendolo impazzito tra la 4070 Super a 630 euro e la 4070 Ti Super a 830. Duecento euro di differenza che gli tolgono il sonno. La 4080 Super? A 1.200 euro, può fregiarsi del diritto di andarsela a ficcare dove non batte il sole. Almeno così dichiara, prima di fare esattamente il contrario.

Perché Roberto, l’eterno indeciso, l’uomo che soppesa ogni centesimo come un orafo medievale, in un raptus di follia digitale compra la RTX 4080 Super. Rateizzata in 18 mesi su Amazon. Il messaggio agli amici trasuda senso di colpa come una ferita aperta: “Mi sento molto, molto in colpa,” ripete, e la moglie Luisa non deve sapere nulla. La giustificazione è un capolavoro di autoanalisi disperata — non ha amici, non fa cene, non esce, non si droga, non va a prostitute, e quindi una scheda video da 1.200 euro rateizzata fino a quando forse non sarà più vivo è l’unico sfogo concesso a un uomo che ha bisogno di qualcosa per sé. Sandrino lo rassicura con la pacatezza di chi ha visto mille crisi nerd: “Hai fatto bene, sono 18 mesi, una rata che paghi normalmente.” Rocco, dal canto suo, è solidale ma pragmatico.

Mentre Roberto combatte la sua guerra interiore con Nvidia, Sandrino finalmente ricomincia a giocare ad Alan Wake 2 e quello che ne esce è un crescendo di entusiasmo che non si vedeva dai tempi di Zelda. Sandrino cammina al rallentatore in ogni angolo della mappa, non perché abbia paura — beh, anche per quello — ma perché la grafica è talmente bella che va contemplata come un quadro. Si ferma accanto ai televisori del gioco ad ascoltare la musica, cosa che non gli è mai capitata in nessun altro titolo. La recitazione lo lascia a bocca aperta, la narrazione lo avviluppa come un romanzo di Stephen King riscritto da David Lynch. E quando arriva al pezzo musicale — quello di cui tutti parlano su internet — la sua faccia nella foto che manda agli amici dice tutto: occhi spalancati, mascella a terra, l’espressione di un uomo che ha appena assistito a una rivelazione mistica videoludica.

Roberto, che ha rinunciato a comprare Alan Wake 2 a 27 euro nei saldi di Natale per paura delle sezioni survival, ascolta i messaggi di Sandrino e si morde il cappello come Rockerduck quando perde contro Zio Paperone. Ogni dettaglio è una pugnalata di rimpianto: la musica, il path tracing, la trama metanarrativa, gli attori che sembrano in carne e ossa. “Mi hai venduto il gioco all’istante,” dichiara con la resa incondizionata di chi sa di aver commesso un errore strategico imperdonabile.

Contemporaneamente, Sandrino scopre che giocare ad Alan Wake 2 di notte, con moglie e figlia addormentate, le cuffie e il silenzio totale della casa, è un’esperienza quasi religiosa. Una sera esce al pub, beve una birra e mezza — fatto già di per sé straordinario — torna a casa alle undici e mezza e invece di crollare a letto si piazza al computer fino all’una e mezza. Roberto non ci crede: “Ma ti rendi conto? È dall’allineamento dei pianeti! Sono almeno dieci anni che non fai una cosa del genere!” Il potere di Alan Wake 2 ha compiuto il miracolo di far restare sveglio Sandrino oltre la mezzanotte, evento che richiederebbe una commemorazione con targa al merito.

Dopo circa 30 ore di gioco, Sandrino lo finisce e il verdetto è senza appello: capolavoro assoluto, forse il miglior gioco degli ultimi anni. Osa dove l’inimmaginabile può andare soltanto, osa bene. E la tristezza è tutta per le vendite — appena 1,3 milioni di copie su tre piattaforme — mentre una “porcata” come Palworld ne fa 12 milioni in due settimane su Steam. Il mondo videoludico è così: chi merita vende poco, chi copia i Pokémon dandogli le armi sfonda ogni record. Roberto condivide l’amarezza e inizia una crociata a favore della Remedy, lo studio che ha creato anche i Max Payne e Control, gente che ha bisogno di vendere per continuare a partorire le proprie visioni.

Nel frattempo anche Rocco viene contagiato. Compra Alan Wake 2 e dopo cinque minuti sulla PS5 scrive sconvolto: ha fatto due salti che manco una sedicenne, e ha avuto difficoltà a capire se stava guardando computer grafica o attori veri. Si immerge nella stanza mentale del gioco e conferma: tecnicamente è un altro mondo, tornare indietro sarà difficile. I tre amici, per una volta, sono uniti nella stessa estasi videoludica.

Ma febbraio non è solo Alan Wake. Roberto sta divorando Slow Horses su Apple TV Plus con le credenziali prestate da Sandrino, e la serie lo conquista episodio dopo episodio. Il personaggio di Lamb, interpretato da Gary Oldman, lo manda in visibilio: la scena in cui arriva con il mega-SUV nero alla sede dell’MI5, cantando a squarciagola con quella faccia da schiaffi, è per lui una delle più belle mai viste in una serie TV. L’attore che fa Cartwright gli ricorda in tutto e per tutto Simon Pegg — stessi occhi da furbetto, stessa strafottenza biondina. E quando Lamb tira fuori dal cassetto il dito medio come “regalo” per Cartwright, Roberto scoppia a ridere nel cuore della notte come un cretino. La serie lo divora al ritmo di un episodio a sera, vincendo anche il sonno cronico: si addormenta alle 3:16, si alza alle 7 e vede il mondo attraverso un velo di zombie.

Peccato che il player di Apple TV Plus su Chrome sia un disastro biblico: si impalla, non parte, produce fruscii assordanti che costringono Roberto ai sottotitoli. Su dispositivi Apple, ovviamente, funziona come una spada. La ghettizzazione dei sistemi non-Apple diventa tema di un’invettiva accorata: Netflix ci riesce, Disney ci riesce, Amazon ci riesce, ma la Apple, l’azienda più ricca del pianeta, evidentemente no. Sandrino conferma: dalla Smart TV va bene, dall’app Windows è una pena. Rocco è più radicale: “Non è che non sanno fare, è che non gliene frega niente degli altri.”

Il dibattito sugli abbonamenti streaming infiamma il gruppo. Roberto elenca i suoi: Netflix a 11,99 che vuole aumentare ancora, Disney Plus partito da 6,99 e già a 8,99, Amazon Prime che ogni anno rincara. Sandrino propone di smezzare Apple TV Plus con Rocco, e Roberto è tentato. Rocco, il ricco del trio — o almeno così lo prendono in giro — declina: “Già pago troppo, e tanto io scarico.” Il che scatena in Roberto una piccola crisi esistenziale sul perché lui si faccia mille problemi a scaricare mentre Rocco no. La proposta di Team Vision a 19,99 con Netflix, Disney e Amazon con pubblicità viene valutata, scartata, rivalutata. È la liturgia eterna del risparmio nerd.

Tra le notizie ludiche, esplode la bomba Xbox: i rumor sussurrano che Microsoft potrebbe portare tutti i suoi titoli first-party su PlayStation, inclusi Starfield e Indiana Jones. Rocco esulta — finalmente potrà giocare a Starfield sul suo PlayStation Portal senza comprarsi un Rogue Ally. Ma Roberto è furibondo per un altro motivo: se i first-party non saranno più inclusi al Day One nel Game Pass, allora il Game Pass perde la sua ragion d’essere. Perché Roberto lo paga per quello, per avere Forza Motorsport, Halo e compagnia al Day One. “Se me tolgono sta cosa, lo disdico,” sentenzia con la determinazione di chi ha già calcolato il risparmio.

Rocco, intanto, ricomincia Baldur’s Gate 3 da capo. Ma stavolta vuole fare il cattivo: paladina cattiva, compagni cattivi, scelte cattive. Vuole andare all’Accampamento Goblin e dire “sì, voglio stare dalla parte vostra” senza ripensamenti. Dopo 90 ore della prima run, la seconda promessa di essere più veloce — sa già dove sono gli oggetti leggendari, i dialoghi li ha già visti. Ma arrivato al terzo atto capisce che le scelte portano più o meno agli stessi finali e parcheggia il gioco. Novanta ore ben spese, il cuore pieno di gratitudine per Larian Studios.

Sandrino, orfano di Alan Wake 2 dopo averlo finito, prova Yakuza: Like a Dragon su consiglio di un amico. Le prime ore sono promettenti: i dialoghi lo fanno ridere, i personaggi gli sembrano napoletani trasferiti a Yokohama, la storia lo emoziona al punto di fargli scendere una lacrimuccia. Ma Roberto, da profondo conoscitore del carattere di Sandrino, aveva predetto il disastro: “Non te ce vedo a giocare a uno Yakuza.” E dopo 12 ore, il verdetto arriva puntuale come un treno svizzero: troppo parlato, azioni ripetitive, mappa piccola con cose uguali. Un euro a ora, 12 euro spesi per 12 ore di gioco. Il reso non è possibile perché ha superato le due ore e un quarto senza accorgersene. Roberto, per una volta, si concede un “ah ah, te l’avevo detto” alla Nelson Muntz dei Simpson.

Sul fronte Diablo 4, Sandrino ritrova la pace interiore con il Barbaro Hota — il martello degli antichi — che è l’incarnazione dello svuotacervello perfetto: premi quadrato e la gente muore. In 8 giorni arriva a livello 83, poi 99, one-shottando la prima fase di Lilith con due colpi. Record personale: 44 milioni e mezzo di danni con una singola botta. È esattamente quello che gli serve in un periodo complesso tra lavoro, famiglia e pensieri.

Ma febbraio porta anche notizie meno leggere per Sandrino. La TIM viene scorporata in due: la rete venduta agli americani di KKR, i 16.000 dipendenti dei servizi — tra cui lui — confluiranno in una nuova società. La solidarietà che durava da 15 anni finisce, il che significa stipendio pieno ma anche la prospettiva concreta di licenziamenti. Sandrino la prende con filosofia: “Non è che sono proprio contento di fare sto lavoro,” ammette. Se il calcio arriva, potrebbe essere quello giusto per cambiare vita. Roberto cerca di trovare il lato positivo: magari nella nuova realtà si reinventa con progetti finora impossibili. L’aumento di stipendio, almeno, fa sempre bene.

La grande rivelazione culturale del mese, però, è il mondo dell’orologeria. Rocco, appassionato di orologi, inizia a spiegare il funzionamento del Sistema 51 della Swatch e Roberto resta incantato come un bambino davanti a un libro di magia. Scopre che gli orologi automatici si ricaricano col movimento del polso, che esistono certificazioni COSC per la precisione, che i Casio Wave Ceptor ricevono onde radio dalla Germania ogni notte per rimettersi l’ora esatta. E soprattutto scopre che la Swatch non è il marchietto da ragazzini degli anni 90 che credeva: è il colosso che possiede Omega, Breguet, Blancpain, Longines, Tissot, Hamilton e decine di altri. “Mi stai a dire che la Swatch è l’Apple dell’orologeria!” esclama Roberto, genuinamente sbalordito.

Roberto parte per un volo pindarico sul tempo come dimensione dell’universo, sulla meccanica quantistica e sull’osservazione che modifica la realtà, citando persino Louis Armstrong. “Il tempo esiste nel momento in cui inventi un meccanismo che riesca a scandirne il trascorrere,” filosofeggia con un lirismo inaspettato per un uomo che venti minuti prima bestemmiava per i cavetti PCIe. Rocco risponde con la definizione del secondo basata sul decadimento del cesio 133, e il cerchio si chiude in una lezione di fisica-orologeria che nessuno dei tre aveva previsto.

E a proposito di orologi: Roberto vuole regalare a Luisa uno Swatch con quadrante quadrato verde Tiffany per il suo compleanno. Rocco lo consiglia, lo frena, lo incoraggia. Roberto è combattuto: vuole spezzare la tradizione degli orologi classici che Luisa ha sempre portato, ma teme che sia troppo giovanile per un’avvocata di quasi 48 anni. Alla fine Rocco lo approva: sarà un orologio da tempo libero, diverso, carino. Mentre Rocco stesso sta per vendere un Seiko Arnie dorato — comprato da Hong Kong con tanto di dogana — per finanziare l’acquisto di un Breitling, grande e battoccioso come piace a lui.

L’arrivo della RTX 4080 Super a casa di Roberto si trasforma in un’odissea degna di Ulisse. La scheda è lì, 1.200 euro che lo guardano dalla scatola, ma non può montarla perché gli manca un cavetto PCIe. Il cavetto sta nella confezione originale dell’alimentatore. L’alimentatore sta in uno scatolone imballato. Lo scatolone sta nel garage del suocero. Il garage è chiuso a chiave. E il suocero va beccato nel momento giusto. Sandrino e Rocco assistono increduli a questo calvario logistico: “Ma vai, apri sto scatolone, che c’hai da fare?” Ma Roberto è intrappolato in un loop di impegni, pioggia e nervosismo che gli impediscono di compiere il gesto epico di recuperare un cavo da 5 euro. Quando finalmente monta la scheda, scopre che l’alimentatore Corsair da 850W del 2021 non è ATX 3.0, non ha abbastanza porte PCIe e deve fare un accrocco con un cavo splittato che tutti i forum sconsigliano. Ma funziona. I benchmark volano. E il cablaggio nel case trasparente è un obbrobrio che lui stesso definisce indescrivibile.

Il mese si chiude con l’annuncio dell’espansione di Elden Ring — Shadow of the Erdtree — che Roberto descrive con aggettivi da critico d’arte impazzito: “spaventoso a livello artistico,” “scorci maestosi,” “dovrebbero insegnarlo nelle scuole.” E con la notizia che Amazon Prime dal 9 aprile inserirà pubblicità obbligatoria, con possibilità di rimuoverla pagando 1,90 euro in più. Roberto parte per una crociata, Rocco lo tempera con pragmatismo: “Con 50 euro all’anno hai le spedizioni gratis e i contenuti, di che ti lamenti?” Sandrino sta nel mezzo ma difende Roberto: il prezzo delle schede video è folle e quello di Amazon Prime, pur essendo basso, non giustifica l’imposizione. È la guerra eterna tra chi difende il mercato e chi maledice le corporazioni, combattuta in un gruppo Telegram tra tre amici che in fondo sanno di non poter cambiare nulla — ma almeno si sfogano.

Roberto, intanto, si è già messo a guardare video di Alan Wake 2 su YouTube. Due giorni dopo averlo finito non riesce a staccarsi. La Remedy ha creato qualcosa che trascende il videogioco e diventa ossessione collettiva: fan che montano cortometraggi con spezzoni del gioco sulle canzoni della colonna sonora, analisi della trama, teorie sul Remedyverse. E lui è lì, con gli occhi ancora pieni di meraviglia, a pensare che forse, dopotutto, quei 1.200 euro di scheda video e quelle 18 rate mensili sono state il miglior investimento della sua vita.