Agosto 2023: dadi, turbolenze e parenti: cronache di un agosto al limite

Agosto si apre con il solito caldo, ma il termometro emotivo del Custode segna già il rosso. Roberto, appena tornato al lavoro, lancia il suo bollettino metereologico esistenziale nel gruppo: agosto è il mese che andrebbe cancellato dal calendario. Non per il lavoro in sé, no. Il problema è il circo dei parenti. A Guardia Piemontese, ogni estate, la casa dei suoceri si trasforma in un ostello a cinque stelle senza prenotazione. Arrivano da Velletri, da Milano, da posti impronunciabili. La suocera non riesce a contenerli tutti nelle due case a disposizione, e l’eccedenza — neanche fosse un magazzino di Amazon — finisce a casa sua. Roberto, che si autodefinisce “la persona più sociale del mondo” con un’ironia che potrebbe tagliare il marmo, vorrebbe soltanto tornare a casa la sera, mettersi in mutande e giocare in pace. Invece trova parenti ovunque, la moglie stressata, il suocero nervoso e una catena di pranzi e cene che trasformerebbe chiunque in un misantropo certificato.

Rocco, dal canto suo, apre agosto con una confessione meno esplosiva ma altrettanto sentita: l’estate è un periodo difficile anche per lui. Silvia ha ripreso a lavorare, torna a casa stremata, e le serate si colorano di tensione. Non che lui stia meglio: da qualche tempo si sveglia la notte con gli occhi aperti, a riflettere su problemi di lavoro, su come gestire persone e situazioni il giorno dopo. L’ansia professionale lo sta raggiungendo nel sonno, ma per indole tiene tutto dentro. A casa cerca di presentarsi sempre sereno, allegro, soprattutto per i bambini.

E qui si accende il grande dibattito di inizio mese: le lamentele delle mogli. Roberto lancia la provocazione con la delicatezza di un ariete medievale. Le donne, dice, sono “lamentine” per natura. Lui entra a casa fischiettando, nascondendo le bestemmie della giornata, e nove volte su dieci Luisa lo accoglie con un problema. Sandrino conferma con vigore: Veronica, Roberta prima di lei, tutte le sue ex — sempre un problema, anche nella giornata più perfetta del mondo. “Se dovessero vivere la mia giornata lavorativa, esploderebbero dopo quattro ore”, sentenzia con la sicurezza di chi ha meditato a lungo sulla questione. Roberto rincara: se lui dovesse portarsi a casa ogni sera il nervosismo accumulato, “ci saremmo già ammazzati a coltellate da sette anni”. Il tono è quello della goliardia tra amici, ma sotto c’è la consapevolezza genuina di tre uomini che cercano, ognuno a modo suo, di tenere in equilibrio lavoro, famiglia e sanità mentale.

Ma la vera ossessione di agosto ha un nome che echeggia nei messaggi come un mantra sacro: Baldur’s Gate 3. Il gioco esce i primi giorni del mese e Sandrino è il primo a immergersi. Roberto, che si è preparato all’evento leggendo forum con la dedizione di un talmudista, è in preda a un conflitto interiore epico. Da un lato, i forum gli hanno instillato il terrore dei bug. Dall’altro, 60 euro bruciano nella tasca. Rocco lo sgrida amorevolmente: “Roberto, basta ragionare con la capoccia dei bimbi minchia di 14 anni. Il gioco lo vuoi? Compralo. Fine.” Roberto accetta la critica, si difende spiegando che le sue fonti non sono ragazzini ma fanatici adulti con due anni di early access alle spalle, e promette che smetterà di citare forum. Ma non prima di aver analizzato il dado karmico, la meccanica dei reroll, i multiclasse, le sottoclassi, i druidi che parlano con gli animali e la possibilità di salvare durante i dialoghi. Il livello di dettaglio con cui i tre discutono di meccaniche di gioco suggerirebbe, a un osservatore esterno, che stiano pianificando una missione spaziale.

Sandrino sceglie inizialmente il mago evocatore, poi — in un colpo di scena degno del gioco stesso — respecka e diventa guerriero. Il motivo è puramente estetico: i guerrieri precreati hanno “sembianze mostruose” e non gli piacciono. Il suo vero personaggio del cuore, però, è il ladro assassino, una bestia immonda che gli permette di rubare tutto ciò che respira nel raggio di un chilometro. Confessa candidamente che usa il quicksave prima di ogni tiro di dado per ricaricare se fallisce, ammettendo l’imbroglio con la serenità di un santo in confessionale. La cosa che lo lascia a bocca aperta, però, è una scena in una stalla che definisce “una perla di bellezza epocale”. Non entra nei dettagli, ma l’entusiasmo è inequivocabile.

Roberto, dopo giorni di tormento, scarica finalmente i 122 giga in 2 ore e 38 minuti. Ma la sera dell’uscita, invece di giocare, si spara la maratona John Wick. Tutti e quattro i film, uno dietro l’altro, in una settimana. Il verdetto sul quarto capitolo è chirurgico: i primi due terzi sono un “John Wick & Co.” con troppi comprimari, ma gli ultimi 40 minuti sono “un capolavoro del cinema action” che valgono l’intera saga. Keanu Reeves, anche a 60 anni, “sembra immortale” e “quando mena le mani con quel senso di pesantezza fisica e dolore, non lo fa nessuno”. Poi, finalmente, Roberto si avventura nel gioco. La prima domanda che fa a Sandrino è se si può salvare dove e quando si vuole. Sandrino gli risponde con la pazienza di un genitore: “È un gioco Larian, Roberto, non è un gioco della Konami.”

La grande rivelazione del mese per Roberto arriva quando scopre che i personaggi precreati — Astarion, Wyll, la Diavolessa — non sono semplici template iniziali, ma compagni che si incontrano durante il gioco. Pensava fossero alternative al personaggio custom, non alleati. L’illuminazione lo colpisce come un fulmine: “Ma questi sono i personaggi che incontri nel gioco e che si uniranno al tuo gruppo!” Sandrino, con la calma di chi ha già tre ore di gioco all’attivo, gli spiega che conviene fare un personaggio custom e poi incontrare gli altri, ma che il custom non ha missioni secondarie personali. Un dettaglio che scatenerà ore di pianificazione strategica.

Sandrino intanto racconta di aver perso un compagno: dopo aver sconfitto un boss, uno dei suoi personaggi lo manda a quel paese e abbandona il gruppo per sempre, perché quel boss faceva parte della sua comunità. La scelta di non ricaricare il salvataggio precedente è nobile, quasi eroica: “Vabbè, giocherò senza di lui.” Poco dopo, trova la prima arma leggendaria, nascosta dietro una prova di atletica quasi impossibile — 19 o 20 col dado — in una stanza segreta che avrebbe tranquillamente saltato senza le guide su internet. Roberto commenta con saggezza: “Uno dei programmatori suggerisce di giocare come viene, senza ossessionarsi con i tiri perfetti.” Parole nobili, che probabilmente dimenticherà al primo dado sfavorevole. La ciliegina sulla torta è la notizia dei 17.000 finali diversi, che Roberto liquida con pragmatismo: “Un finale col personaggio con gli occhi azzurri, uno con la barba, uno con i capelli più lunghi… è una trollata.”

Mentre Sandrino e Roberto si perdono nei meandri di Baldur’s Gate, Rocco combatte la sua guerra personale su un altro fronte: Diablo 4. La stagione 1 ha trasformato il gioco in un’esperienza solitaria e tediosa. Le maree del sangue ora richiedono 250 particelle invece di 175, il che significa mezz’ora di farming monotono. Il clan è in ferie, giocare da solo è deprimente — con il necromante almeno gli scheletri gli facevano compagnia, con il ladro è solo soletto. Respecka la build, passa da veleno a gelo e oscurità, arriva al livello 54, ma la malinconia del giocatore solitario è palpabile. “Diablo è diventato un gioco single player”, sospira, “e da solo mi mette un po’ d’ansia.” Roberto guarda la scena dal suo pulpito e distribuisce saggezza consumistica: “Rocchino, te lo puoi permettere? E allora perché no? La vita è una.” Una filosofia dello shopping che applica con coerenza: in un mese ha speso 70 euro per Diablo e 60 per Baldur’s Gate.

Rocco, nel frattempo, si aggira per i negozi di elettronica valutando un Sony da 65 pollici a quasi 2.000 euro, un casco VR per la PS5 e un Rog Ally. Somma mentale: 3.000 euro. Ma poi si ricorda che in giugno e luglio gli sono usciti dal conto 16.000 euro “in nulla” — vacanze, tasse, cazzatelle — e l’entusiasmo si raffredda. Il gruppo lo incoraggia con la solita filosofia: “Se te lo puoi permettere, perché no?” Roberto rincara con un ragionamento quasi filosofico: “Se ci mettiamo a fare il discorso sensato, non ci serve niente di quello che compriamo. Ma la vita ci prende a schiaffi, e se possiamo toglierci uno sfizio, facciamolo.” Parole che andrebbero incise sulla porta di ogni negozio di elettronica.

In mezzo alla tempesta videoludica, Roberto si concede una maratona cinematografica. Oltre alla saga di John Wick, scopre The Prestige di Nolan — “stupendo, bellissimo” — con una Scarlett Johansson giovanissima che definisce “fuori parametro”. Si commuove con gli ultimi 40 minuti di Million Dollar Baby, e pianifica di andare a vedere Oppenheimer al cinema, forse da solo, indeciso se aspettare lo streaming. Il rapporto di Roberto con il cinema è quello di un pellegrino: devoto, appassionato, e sempre in cerca della prossima illuminazione. Intanto, fa la sentinella sui siti di videogiochi notando che nessuna rivista ha ancora pubblicato la recensione di Baldur’s Gate 3 a giorni dall’uscita — cosa che interpreta come segno positivo della vastità del gioco.

Un interludio calabrese alleggerisce il tono: Roberto, accompagnando la moglie di un vicino caduto al pronto soccorso di Cetraro, scopre sul cartellone dei codici di urgenza la parola “comprimissione” al posto di “compromissione”. Va persino a cercare su Google per verificare se per caso non sia lui l’ignorante. Non lo è. “Stiamo proprio nel terzo mondo”, commenta, con lo sguardo di chi ha visto troppo.

Il 6 agosto è il compleanno di Sandrino, e naturalmente il Custode se lo dimentica. Nonostante si sia svegliato ogni mattina chiedendosi che giorno fosse — il 3, il 4, il 5 — proprio la mattina del 6 il conto alla rovescia si inceppa. Lo scopre solo ascoltando il messaggio di Rocco con Leonardo e Lavinia che fanno gli auguri. “Che brutta persona che sono”, si flagella. Sandrino ringrazia con la serenità di chi non se l’aspettava comunque, e confessa che dopo dieci giorni di beata solitudine — Veronica e Mila erano in Terracina — il ritorno della famiglia ha distrutto il suo sonno. Mila dorme in mezzo ai genitori e lo sveglia in continuazione. La nostalgia delle notti solitarie è tangibile.

A metà mese il traffico calabrese raggiunge livelli biblici e il Custode naviga tra le bestemmie. L’arrivo dei vacanzieri trasforma Santa Maria del Cedro in un girone dantesco automobilistico. Roberto conta i giorni fino alle prime partenze post-Ferragosto come un carcerato segna i muri. “Non me sto facendo più sentire perché sono con un livello di ansia e odio talmente alto che sputo veleno”, confessa con una sincerità disarmante.

Sandrino parte per il Trentino con Veronica e Mila — una tirata senza fermarsi mai, con le due donne della sua vita che dormono tutto il viaggio e arrivano “carichissime”. Roberto, dalla sua Calabria ardente, ammira le foto dei panorami dolomitici con l’entusiasmo di chi guarda le cartoline dal paradiso. “Sembra uno scorcio dal Signore degli Anelli”, commenta, prima di ficcarsi nel traffico per andare a fare colazione alla pasticceria Aronne, dove i cornetti sono “allucinanti, incredibili” e dove si ferma in quadrupla fila con la tranquillità di un veterano.

Rocco, nel frattempo, parte per la Sardegna con la famiglia e i cugini di Silvia, coppia di ultrasportivi. Scopre il mondo del kite: la teoria, i codici, le nomenclature, i costi proibitivi — solo il manubrio costa 700 euro, le vele 1.800 l’una, la tavola 800, la barra altri 4-500. Totale: circa 5.000 euro. “Cosa che non fa per me”, conclude pragmaticamente, puntando invece su un acquisto più sobrio: un kayak gonfiabile, perché al mare si annoiava. Roberto, ascoltando il racconto, commenta: “Visto i costi un pochino per me proibitivi, penso che boccette sia ancora la mia prima scelta. Quelle dei plastica, quelle dei birilli.”

Il viaggio di ritorno dalla Sardegna si trasforma in un’epopea che Roberto ascolterà a bocca aperta e con il cuore in gola. Aeroporto di Olbia: il 99% dei voli è in ritardo per un problema elettronico a Londra. L’unico volo puntuale è quello di Rocco, dell’AeroItalia. Ma la fortuna finisce lì. Una ragazzina ha un attacco di panico in aereo, il maestrale soffia da paura, l’hostess annuncia che sarà “un volo di quelli duri”. Vuoti d’aria, atterraggio con una ruota sola, tempesta a Roma. I bambini? Tranquillissimi, perché Rocco aveva spiegato loro in anticipo che ci sarebbero state turbolenze. Roberto, che ha una “paura atavica” di volare, ascolta il racconto e giura di non salire mai più su un aereo. “Io sarei stato la ragazzina in preda al panico”, dice, “ma cago sotto davanti, dietro, di lato. Panico, panico, panico.” Poi scopre che sull’aereo c’erano anche due ragazze “vestite con vestitino cortissimo, tacchi, minigonna” e si lancia in una difesa ironica: “Perché mai devono essere additate come escort? Sono due amiche che hanno deciso di vestirsi con abiti distinti!”

Una mattina di fine mese, Roberto manda un messaggio vocale al gruppo convinto di parlare con un collega. “Dove stai? Sei davanti a me, dietro a me? Mi sto fermando a prendere un caffè!” Si accorge dell’errore solo dopo, “molto scazzato”, e si dirige al lavoro con tutta la gioia di un condannato.

Il mese si chiude con Rocco che racconta del Patek Philippe Aquanaut sceso sotto i 50.000 euro sul mercato secondario — “ancora un prezzo esagerato perché di listino sta a 25” — mentre Silvia lo trascina a fare la spesa interrompendo la dissertazione orologiera. Sandrino, dal canto suo, confessa un’eresia: non ha nessuna voglia di giocare a Baldur’s Gate 3, dopo averlo venduto a doppio del prezzo di acquisto. “Aspettiamo Starfield”, dice, ma subito dopo ammette che neanche Starfield lo attira più: il troppo hype lo ha reso “indigesto”. Roberto, invece, confessa che Diablo lo ha richiamato: quel puntare, cliccare, sperare nel drop perfetto è una droga da cui non riesce a disintossicarsi. E l’ultimo messaggio del mese è di Rocco, che racconta di essersi svegliato con gli occhi che non mettevano a fuoco — visione doppia, immagini sfasate — colpa di un colpo di frusta preso cadendo dai gonfiabili in Sardegna. Dieci secondi di esercizi col collo e passa tutto, ma la conclusione è lapidaria: “Stiamo diventando vecchi, vecchi, vecchi, vecchi, vecchi, vecchi.”