L’anno nuovo si apre con una frana. Non metaforica, proprio una frana vera, sulla statale SS18 tra Guardia e Acquapesa, che costringe il Custode a deviare attraverso il borgo costiero — 7 minuti di dossi artificiali e tutor a 50 all’ora per sostituire quelli che in statale sarebbero 40 secondi. Roberto maledice ogni singolo rallentatore mentre riferisce la notizia ai compari con il tono di chi ha appena scoperto un complotto ai suoi danni. È il primo messaggio lavorativo dell’anno, e già trasuda rassegnazione cosmica.
Sandrino racconta il suo Capodanno con il tono di chi ha trascorso una serata piacevole senza troppi botti: a casa di Bizzoni, salsicce e pancetta alla brace, una Pasquetta mascherata da San Silvestro. Due e mezza e tutti a nanna. Rocco per ora tace, ma si sa che la sua presenza aleggia sempre come un fantasma benevolo nel gruppo. Roberto, invece, ha avuto un Capodanno dai suoceri con Caterina unica bambina tra dodici adulti, giochi di società — Pictionary, nientemeno — e un sonno che a mezzanotte e mezza lo ha reclamato come una forza gravitazionale. Ma il dettaglio che gli brucia è un altro: nel pomeriggio, un cugino venticinquenne di Luisa propone di guardarsi Top Gun Maverick sul tablet collegato al 55 pollici. Roberto si sgrana gli occhi, il cuore accelera. “Mi hanno detto che è strafigo.” Si siedono in tre, come bambini pacioccosi. Ma ogni tre secondi qualcuno tossisce, qualcuno sposta una sedia, qualcuno chiede di abbassare il volume. Poi di alzarlo. Poi di riabbassarlo. I tre si guardano in faccia e Roberto pronuncia la sentenza: “Ragazzi scusate, vi voglio bene, ma io non lo posso vedere in queste condizioni.” Missione abortita. Top Gun Maverick dovrà attendere tempi migliori, in santa pace domestica — ammesso che il Custode Blackout glielo permetta. Perché Roberto, a differenza del mitico Sandrino Blackout, possiede una versione potenziata del fenomeno: dopo aver messo Caterina a dormire tra le 23:00 e mezzanotte, subentra l’oblio. Qualunque cosa stia facendo — serie tv, lettura, respiro — il corpo cede. Nove volte su dieci si sveglia alle 4 di notte esattamente come si era calato, vestito, sul divano.
Ma il vero campo di battaglia di inizio anno è Legends of Runeterra, il gioco di carte gratuito della Riot che ha colonizzato le giornate di Sandrino e Roberto come un parassita digitale benevolo. La discussione è di quelle epiche: Sandrino ha sbloccato Aurelion Sol, il boss finale del Path of Champions, quello con le quattro stelle che incute terrore reverenziale. Roberto lo conosce fin troppo bene. “Se non lo butti giù nei primi due turni, lascia perdere,” sentenzia con la gravità di un generale reduce da cento battaglie. “Al terzo turno può calare la carta da 20-20 che è Gesù Cristo.” Sandrino annuisce, ma non si arrende. Roberto racconta le sue strategie con minuzia chirurgica: campioni abbassati a 1 di mana, copie fugaci che si moltiplicano come cellule impazzite, sei cloni sul campo al primo turno. Un delirio di combinazioni roguelite che ha richiesto mesi di tentativi. Sandrino è impressionato, ma anche lui ha le sue armi segrete. Ha scoperto una reliquia rara su Jinx che, a suo dire, è “fortissima”: scarti la mano, Jinx passa di livello al primo turno, e dal secondo in poi spari missiloni da 5 danni come se non ci fosse un domani. Roberto conferma, con i vuoti di memoria tipici di chi gioca da due anni senza mai fermarsi: “Mi pare… sì, mi pare che una delle ultime vittorie è stata proprio con Jinx… 4-5 missiloni uno dietro l’altro.” I due si scambiano tattiche come generali di guerra, con Rocco che osserva silenzioso, probabilmente chiedendosi se i suoi amici abbiano perso il contatto con la realtà. Nei giorni successivi, Sandrino sfida Aurelion con Aatrox a livello 24 e viene “distrutto, devastato, annientato.” Roberto gongola: “Te l’avevo detto.” Ma la rivincita arriva poco dopo: Sandrino sconfigge il boss con Diana, livello 19, al dodicesimo turno. “Mamma mia, Robè, ho alzato la tastiera e ho furlato.” Roberto è genuinamente ammirato. La crociata proseguirà per tutto il mese, con entrambi che livellano personaggi, scambiano nomi che dimenticano puntualmente — “Diana qual è? Porca miseria, i nomi non me li ricordo mai” — e si congratulano a vicenda. Alla fine del mese, Sandrino avrà completato tutte le sfide con impressionante rapidità, e Roberto non potrà che togliersi il cappello: “Ci hai messo molto meno di me, complimenti.”
La discussione su Legends of Runeterra, per quanto divorante, deve cedere il passo a una tempesta ancora più furiosa: la cancellazione di 1899 da parte di Netflix. Roberto apprende la notizia con il fastidio fisico di chi riceve un pugno allo stomaco. La serie degli autori di Dark, pensata per tre stagioni esattamente come la sua predecessora, viene eliminata con un colpo di spugna. “Mannaggia il pane girico, c’era tutto,” sbotta il Custode. Si lancia in una filippica contro le scelte di Netflix che, a suo dire, cancella le perle di nicchia per tenere in piedi produzioni di massa come Mercoledì — serie che lui non ha visto ma che, sulla base di testimonianze affidabili, classifica come “una porcata allucinante.” Sandrino conferma il paradigma: a Capodanno, Irene, la figlia di Bizzoni, ha ammesso di aver visto Mercoledì due volte, e l’amico suo tre. È lì il target, nei teenager che guardano Netflix più degli adulti. Pure Caterina, che ha quasi 6 anni, sa già chi è Mercoledì, conosce l’attrice, perché le amichette gliene hanno parlato. Roberto si arrende ma non si placa: “Ma chi paga l’abbonamento Netflix? Credo che non sia Caterina.” Il ragionamento è cristallino nella sua frustrazione: gli adulti sganciano 12 euro al mese, ma i contenuti vengono decisi dai ragazzini. Sandrino aggiunge il suo tassello: lui Disney Plus l’ha preso perché lo voleva Veronica per Mila, Netflix ce l’ha solo grazie al cashback sulle criptovalute. La democrazia dello streaming è una dittatura dei teenager.
Ma Roberto si consola velocemente, perché nei giorni successivi cade nel vortice di Dark. E che vortice. Dopo aver terminato 1899 con un giudizio tiepido — “da 8, mi dispiace non ci sarà un seguito” — fa partire il primo episodio alle tre di notte. Bastano dieci minuti per capire che è “tanta, tanta, tanta roba.” Qualche giorno dopo, con tre episodi alle spalle, pronuncia il verdetto che ha il peso di una bolla papale: “Dopo Arcane e The Loop, è la serie tv più bella che abbia mai visto in vita mia. Punto.” Poi si corregge: “Vabbè scusate, mi sono dimenticato Band of Brothers.” L’entusiasmo cresce puntata dopo puntata. Alla settima, Roberto è in estasi mistica: “Dark fa sembrare 1899 spazzatura.” L’uomo è particolarmente colpito dal casting — “Hanno fatto un casting con i controcoglioni, gli attori giovani sono identici a quelli adulti” — e dalla potenza emotiva delle scene. Come padre, racconta di aver sentito un dolore fisico guardando la scena in cui il padre di Michael va nel 1953 e cerca di uccidere il ragazzino. “Mi sono rivisto nella sua mente da padre,” confida, con una vulnerabilità rara che fa capire quanto queste storie lo tocchino nel profondo.
Intanto la RTX 4070 Ti è uscita, e Roberto non può fare a meno di segnalarla al gruppo con la precisione di un analista finanziario: 1.099€ per le stesse prestazioni di una 3090 Ti che ne costa 1.800€, più il DLSS 3.0 con Frame Generation che “raddoppia istantaneamente il framerate senza gravare su nulla.” È un salasso, certo, ma il Custode ha un piano: aspettare che i prezzi scendano intorno agli 800€, rateizzare come ha fatto con la 3070 Ti pagata 867€ in 10 rate da 87 euro. “Ma qui si tratta della mia solita follia e pazzia,” ammette con la consapevolezza lucida del dipendente. Sandrino fa notare con orgoglio come Roberto pronunci “features” con la S sibilante perfetta — lezioni d’inglese col Custode, appunto.
Monkey Island tiene banco per qualche giorno. Sandrino ci sta giocando e non è del tutto convinto: lo trova più facile dei predecessori e, soprattutto, ripetitivo nelle meccaniche. “Non me potete fare cose ripetitive, cari amici,” protesta. Roberto concorda sull’eccessiva facilità — Ron Gilbert l’aveva dichiarato fin dall’annuncio — ma difende il gioco per la qualità dei dialoghi, “freschi, che ricalcano in tutto e per tutto la genialità e l’ironia dei primi.” La sua critica vera è un’altra: rispetto a Monkey Island 2, che reputa “inarrivabile, la summa totale di tutte le avventure grafiche,” questo capitolo manca di vastità. Troppe poche location, troppo guidato. “È come affrontare dei corridoi di Doom,” spiega con una metafora che solo un nerd potrebbe partorire. Verso fine mese Sandrino finisce il gioco: il finale non lo entusiasma, si aspettava qualcosa di più piratesco, ma capisce la scelta degli autori di puntare sulla paternità. “Sono orfano di giochi,” dichiara con il dramma di chi ha appena perso un compagno di viaggio. Roberto gli segnala anche la Collector Edition fisica in pre-vendita a 80€ con dentro la spilletta della setta dei pirati: “La compreresti solo per quella.” Il Custode sospira: “80 euro sono una rata per la mia scheda video, se ci pensi.”
Il licenziamento di Jeremy Clarkson da Amazon Prime scatena un dibattito filosofico che occupa un’intera giornata. Il conduttore ha scritto su Twitter che, dopo aver visto il documentario su Meghan Markle, sogna di vederla girare nuda per le strade di Londra con la gente che le lancia escrementi — riferimento al Trono di Spade. Amazon lo licenzia. Roberto ne è costernato: non tanto per l’uscita in sé, quanto per il principio. “Siamo arrivati al punto che ormai uno non può dire più niente,” sbotta, elencando poi una catena di esempi — Kevin Spacey cancellato dalla faccia della Terra, Will Smith che invece ritorna, J.K. Rowling accusata di transfobia. Rocco interviene con un messaggio di quattro minuti e mezzo — talmente lungo che Sandrino ammette di averlo ascoltato in fast forward — in cui analizza la dinamica del potere mediatico con la lucidità di un sociologo improvvisato: “Dai il controllo alla massa, devi adottare il modo di pensare della massa.” Roberto lo ascolta due volte: “Il tuo messaggio dei 4 minuti e 30 me lo sono sentito due volte, primo perché si sentiva male e secondo perché l’ho trovato interessantissimo.” Sandrino taglia corto con pragmatismo: Clarkson non doveva dirlo su Twitter, punto. Roberto chiude il cerchio con un paradosso alla Umberto Eco: “Prima se dicevi una stronzata la sentivano solo quelli al bar, adesso la dici a tutto il mondo.”
Ma la notizia più importante del mese arriva da Rocco, e non ha nulla a che fare con nerd o polemiche: ha venduto casa. Il compromesso è firmato, i 10.000 euro della caparra sono in tasca, e il rogito è fissato entro fine aprile. I ragazzi che comprano — Emanuele, un elettricista, e la moglie Valentina, con un figlio di due anni e mezzo — si sono innamorati della casa al primo sopralluogo. Sandrino e Roberto si congratulano calorosamente, e Rocco, con lo sfizio di chi può finalmente togliersi un pensiero, annuncia il suo primo acquisto celebrativo: un telescopio Nexstar computerizzato per tutta la famiglia. “Mi piace l’idea di vedere la luna, di vedere Saturno, di vedere le stelle,” dice con un entusiasmo che commuove. Il telescopio si collega via Wi-Fi al computer o al cellulare e centra automaticamente stelle e pianeti. Roberto è entusiasta: “Fantastico, è semplicemente magia!” Sandrino approva, anche se il Custode sospetta che potrebbe obiettare qualcosa sulla purezza dell’osservazione manuale — ma no, sono tutti viziati dalla tecnologia e ne vanno fierissimi.
Rocco, dal canto suo, è anche il consigliere letterario del gruppo. Sta leggendo la saga dei Nove Principi d’Ambra di Roger Zelazny — “bella, bella, bella, bella, bella” — e ha appena finito un paio di autori di fantascienza minori trovati su Audible: Efe Tocumbo e una scrittrice di cui il nome sfugge. Roberto sta divorando Il Corpo e il Sangue di Emmerich, il secondo volume di una saga che lo aveva già estasiato: “Mi sta piacendo di più di quanto mi fosse già strapiaciuto il primo,” dice, affascinato dalla fanta-politica che intreccia eventi reali americani con le vicende del protagonista. Anche Sandrino, verso fine mese, si butta sugli anime: finito Monkey Island e dichiaratosi “orfano di giochi,” inizia Hunter x Hunter sulla base di una classifica dei migliori anime di sempre. “Ragazzi è fantastico, le persone muoiono come moscherie,” riferisce entusiasta all’ottavo episodio, per poi precisare alla seconda stagione: “Non stiamo assolutamente ai livelli dell’Attacco dei Giganti, però è figa.” Roberto, da parte sua, suggerisce una lista di anime per il futuro: Bocchi The Rock, un fenomeno mediatico giapponese su una liceale che vuole creare una band, e Made in Abyss, che “sembra una fregnaccia bambinesca” ma poi “diventa molto più seria e profonda.”
Il mese si chiude con Sandrino che ha completato anche l’ultimo boss di Legends of Runeterra, un’emicrania da Coca-Cola — “Uccide più la Coca-Cola con quello zuccheraccio dentro che il vino, che è benedetto dal Signore nostro Gesù Cristo” — e la notizia che Riot Games ha subito un attacco hacker che ritarderà le patch programmate. Roberto, intanto, scrolla sulla tazza del bagno le ultime news, come ogni mattina che si rispetti.