Dicembre 2022: vertigini, scosse elettriche e capolavori dell’animazione tra le tossi di dicembre

Il dicembre del 2022 si apre con un coro di tossi, termometri e aerosol. I tre amici — Sandrino, Custode e Rocco — si ritrovano ciascuno nella propria trincea domestica, assediati dall’ennesima ondata di malanni infantili che trasforma le loro case in infermerie di fortuna.

Sandrino è il primo a cadere. Una sera, seduto a tavola, porta il bicchiere di vino alle labbra e non sente nulla. Niente tannini, niente retrogusto, niente di niente. Il giorno dopo, il tampone è impietoso: positivo. Mila ha la febbre, lui si barrica in camera in quarantena, e da lì inizia il suo personale ritiro monastico fatto di film e videogiochi. “Non tanto per me,” spiega agli amici, “ma per la figlia, se le ho passato il covid mi sentirei veramente in colpa.”

A Guardia Piemontese, Custode vive un incubo parallelo. Caterina è in piena battaglia con febbre, tosse e catarro. La pediatra prescrive 10 giorni di aerosol con antibiotico, due volte al giorno. Luisa non sta meglio. I suoceri sono a letto. I colleghi di lavoro hanno i figli tutti malati, uno dopo l’altro. “Raga, è un incubo,” sbotta Roberto in un vocale, “sti bimbi prendono una febbre giorno sì, giorno no.” E poi, con quella sincerità che lo contraddistingue, ammette: “Vi ammiro, soprattutto te Sandrino, che ti sento sempre tranquillo e rilassato. Io al telefono faccio il bacioccone, ma vi giuro che la sera, quando torno a casa e vedo che stanno in quelle condizioni, mi piena ansia.”

Non è solo ansia: è la frustrazione di vivere in un posto dove l’ospedale più vicino con un reparto pediatrico decente è a ore di macchina. “Voi per qualunque cosa viate la macchina, andate al Bambin Gesù, tagliate la testa al toro. Qua devi pregare la Madonna, perché non puoi andare da nessuna parte.” Anche Sandrino è alle prese con Mila: l’otorino riscontra pressione su un timpano e prescrive 15 giorni di lavaggi nasali e un esercizio col palloncino nel naso. La conta dei giorni di aerosol tra le due famiglie è degna di una contabilità di guerra.

Ma il mese non è fatto solo di malanni, e la quarantena di Sandrino si trasforma in una maratona culturale di proporzioni epiche. Chiuso in camera, con il portatile come unica finestra sul mondo, divora tutto quello che gli capita. Parte con Black Adam: “Film che mi ha fatto letteralmente cagare. Peccato, perché The Rock lo amo.” Prova Clerks 3: altra bocciatura senza appello. Poi, finalmente, la redenzione arriva con Spider-Man: Far From Home: “Mettiamo i puntini sull’ino, non è un capolavoro, non è un film che rivedrei più di una volta, ma da vedere con i boccorni in mano è azzeccatissimo.”

Nel frattempo, l’Attacco dei Giganti continua a essere il faro sacro del trio. Custode è in piena estasi mistica. Due episodi in una notte lo lasciano senza parole: niente azione, solo dialoghi, eppure li definisce i migliori di tutta la serie. “Questo autore è un genio,” proclama, e parte in un monologo appassionato sulla disamina — parola che tenta di pronunciare tre volte prima di arrendersi — della guerra, della meschinità, della brutalità umana. “Visto tre anni fa era un capolavoro. Visto oggi con una guerra alle porte che si combatte ormai da un anno, è ancora più impressionante.” Rocco concorda, Sandrino pure: cambi di fronte continui, credibili, nulla è forzato. L’unico dolore è sapere che bisognerà aspettare un anno per il finale.

In mezzo a tutta questa cultura, Roberto si lancia in un rant memorabile sul trailer del nuovo Indiana Jones. Harrison Ford è stato ringiovanito digitalmente in alcune scene, e il risultato è impressionante. “Ma non era meglio prendere un attore giovane, appiccicarci sopra la faccia di Harrison Ford col deepfake e fare tutto il film con Indiana Jones giovane? Invece famme vede’ la storia di un ultra-ottantenne che ne ha a fa’ stampiedi!” Sandrino, dall’altra parte, scoppia: “Madonna Rocchino, che ho detto? Ho scatenato il putiferio!”

E poi arriva Mercoledì. O meglio, arriva suo malgrado. Sandrino è perseguitato: YouTube gli martella i suggeriti con scene della serie, Google gli riempie il feed di notizie, Netflix gli piazza la serie ovunque. Lui non l’ha mai cercata, non ne sapeva nulla, non gli interessa minimamente. Eppure è dappertutto. Alla fine cede, guarda un paio di puntate, e la sua recensione è un capolavoro di ambivalenza: “Veramente una serie per bambocci. Questi ragazzini vestiti in una certa maniera, i problemi adolescenziali, una palla assurda. Però caro Roberto e caro Rocco, è fatta veramente bene. Si vede che dietro c’è Tim Burton.” Un giorno dopo, ritrattazione parziale: “L’ho interrotta al quindicesimo minuto della quarta puntata. Mi sono guardato in faccia allo specchio e ho detto: ma che ti stai a vedere?” Infine, il colpo di grazia: un messaggio di emergenza per avvisare Custode di non guardarla. “Santa pelle, Robè, ieri quando mi hai detto che gli avresti dato una possibilità io ho rimuginato su questo consiglio e ho detto: no, meglio che non gliela faccia vedere. Vade retro.”

Il tutto scatena un memorabile sfogo sulle ragazze dark e le loro scarpe con la zeppa. Sandrino non le sopporta dalle scuole medie: “Quelle scarpe a stivaletto col tacco alto 50 centimetri a cararmato, ogni volta che vedo Mercoledì con quelle scarpe mi viene proprio volta stomaco.” Custode rilancia con la pubblicità della Bauli: quella ragazzina vestita tutta di nero che a Natale riceve un panettone con la scatola nera ed è tutta felice. E poi, con competenza professionale, aggiunge: “Noi vendiamo un sacco di scarpe Superga Platform. Quelle con la zeppa alta 6 centimetri. Nel periodo estivo ne vendiamo a frotte. Siamo veramente persi nel mare della stupidità adolescenziale.” Rocco, dal canto suo, taglia corto: “Io manco ho provato a vederla.”

Rocco, piuttosto, ha altro a cui pensare. Suggerisce Devil’s Hour su Prime Video e ne parla con un entusiasmo che è raro sentire da lui: “Una delle cose più belle che abbia visto negli ultimi 10 anni. La prima serie da tanto tempo in cui non sapevo cosa succedeva.” Poi c’è Tenet di Nolan, che Rocco analizza con la consueta precisione chirurgica: bel film, non il miglior Nolan, attore protagonista inespressivo, Robert Pattinson convincente, la donna “una stanga di un metro e ottanta che peserà 25 kg” come punto debole. Chiude la recensione con: “E i miei finocchi al vapore sono pronti.”

Ma la vera scoperta cinematografica del mese è di Sandrino. Una notte, durante la quarantena, accende Netflix e si ritrova davanti Spider-Man: Un Nuovo Universo. Quello in animazione. Quello col ragazzino nero. Quello che aveva sempre evitato per principio. “Ero sempre stato restio, molto molto molto restio. Che barba, adesso sti cambi di colore dei supereroi.” E invece: “Lasciatemi dire che per me è un maledetto fottuto capolavoro. Solo Arcane mi aveva sbalordito così tanto.” La tentazione è immediata: comprarsi il videogioco Spider-Man: Miles Morales su Steam per 45 euro. Poi il buon senso prevale: “Sull’onda dell’hype si fanno tante cose stupide, me ne rendo conto.”

Il mese porta anche notizie importanti. Sandrino emerge dalla quarantena con un tampone negativo e una promozione al lavoro: è diventato quadro. “No, quelli che s’appendono,” precisa a Roberto, che evidentemente ha fatto la battuta ovvia. Lo stipendio cresce di 70-80 euro al mese, ma è il riconoscimento che conta: è il livello massimo raggiungibile, può gestire persone ufficialmente. Per festeggiare, si concede un caffè e cornetto al bar — cosa che non faceva da mesi — un pacchetto di sigarette e un grattevinci. Roberto gli fa i complimenti, ma non può nascondere la disapprovazione per le sigarette.

Roberto, intanto, riceve un incarico che lo emoziona: a gennaio dovrà andare tre volte al carcere di Avezzano per fare un test psicologico a un detenuto. “Entro là dentro, mi fanno tutto quanto, mi accompagnano le guardie, vengo chiuso con lui nella stanza. È uno tranquillo, spero.” La cosa lo esalta visibilmente.

Rocco, dal canto suo, prende una decisione che i suoi amici accolgono con reazioni contrastanti: smette di fumare la sigaretta elettronica dentro casa. D’ora in poi, uscirà a fumare come se fosse una sigaretta normale. “Ovviamente,” spiega, “la nicotina sta finendo e quindi sono incazzato.” Sandrino, per un attimo, spera che stia abbandonando l’elettronica per tornare alle normali. Invece no. “Vai, fai ancora il tempo a ridimerti,” commenta rassegnato.

La grande questione logistica del mese è la visita di Sandrino in Calabria. Quello che dovrebbe essere un semplice weekend si trasforma in un intricato balletto di coincidenze ferroviarie, disponibilità di suoceri, stati febbrili di bambini e orari di lavoro di Roberto. Il treno non ferma a Scalea. No, ferma a Paola. Anzi, hanno preso un treno veloce che ferma a Guardia. No, la coincidenza è persa, 20 minuti di ritardo. Luchino, che viaggia con Sandrino, vorrebbe bestemmiare ma ci sono bambini che sentono. Roberto è al lavoro fino all’una e non può venire a prenderli. Il suocero è a letto con la febbre. Luisa non si può muovere perché deve stare con Caterina. C’è un trenino da Paola che in 5-10 minuti porta a Guardia, ma gli orari sono un mistero. “Veramente in tutta la mia vita vissuta che sono venuto a trovarti in Calabria,” sbotta Sandrino, “forse una volta sto treno è arrivato puntuale. Una. Ma forse.”

Nel frattempo, la questione del pranzo diventa una telenovela. Sandrino vuole cucinare lui a casa di Roberto: ha comprato la roba, si è fatto il piano, sogna di indossare il grembiule a cuoricini. Roberto si oppone: “Ma mi pare assurdo che dopo il viaggio ti devi mettere pure a cucinare.” Sandrino insiste: “Ma a me fa piacere! E poi se andiamo in giro a mangiare è tardi.” Poi arriva Luisa, che non era stata informata di nulla, e ribalta tutto: “Ma scusa, falli venire a pranzo qua.” Sandrino, che nel frattempo ha già disfatto il pacco e messo tutto in frigo, si arrende con eleganza: “Se tu ti parlassi con tua moglie, Roberto, questo problema non ci sarebbe stato.”

Alla fine, il weekend si materializza. Pranzo da Luisa, aperitivo al nuovo localino di Guardia, pizza alla sera al Fermento — la nuova pizzeria che fa doppio turno il sabato. Roberto è commosso: “Lo vedo come il mio regalo di Natale. Sono pure un po’ emozionato. Lo so che è una stronzata, però mi fa veramente piacere.” Custode ha mandato anche dei regali via corriere: pacchetti con fiocchetti frufru che scatenano l’ilarità di Sandrino (“Se avessi un camminetto sai che fine farebbe, Roberto?”) e un contenuto misterioso che — a giudicare dagli indizi — è qualcosa di commestibile. Sandrino è offeso all’idea che il pensiero sia solo di Luisa: Roberto ci tiene a chiarire che è stato un pensiero congiunto. “Io so perfettamente che non è la cosa più indicata per te e per Rocco, noi maschietti pensiamo ad altro. Però vi ho pensato anch’io, anche se non ci credi.”

1899 accompagna le serate di Roberto come un romanzo a puntate. In lingua originale con sottotitoli italiani, come da consiglio di Rocco — perché in italiano, con tutti doppiati nella stessa lingua, i personaggi che non si capiscono tra loro sembrano “tutti rincoglioniti con problemi d’udito.” La prima puntata lo intriga ma non lo esalta: belle ricostruzioni, bella fotografia, ma come pilota si aspettava di più. La quinta lo manda in visibilio: “Ci rivedo molto molto molto Lost prima stagione. E lo dico io che reputo Lost una delle più grandi porcate mai partorite. Ma la prima stagione, solo quella, era un capolavoro.” La sesta lo delude: una puntata perditempo. Va avanti comunque, perché l’intrigo è troppo forte, anche se fare le 3 di notte a leggere sottotitoli inizia a pesare.

Legends of Runeterra diventa l’ossessione parallela di Sandrino e Custode, che scoprono di giocarci in modi completamente diversi. Roberto fa le sue tre partite giornaliere per accumulare punti forziere, con la dedizione del pensionato che fa le parole crociate. Sandrino, invece, si è lanciato nelle missioni del cammino dei campioni e ha completato l’intera barretta rossa degli eventi — cosa che Roberto, in due anni e mezzo di gioco quotidiano, non è mai riuscito a fare. “Non oso, Sandrino, veramente non oso immaginare quanto tu ci abbia potuto giocare,” ammette ammirato. Seguono analisi dettagliatissime sui personaggi: Sandrino giura su Aatrox, Annie con l’orsetto infuocato e Illaoi coi tentacoli di Cthulhu. Roberto controbatte col “pistolero assassino” (che Caterina chiama Jason ma non si chiama Jason) e la maga della luce col colpo da 6 mana. È il tipo di conversazione che potrebbe durare ore e che, per chiunque non giochi, è incomprensibile come il sanscrito.

Verso fine mese, Rocco si sveglia una mattina, si gira nel letto e il mondo inizia a rotolare. Vertigini. Non il giramento di testa banale: il mondo intero che ruota come un otto volante. Si aggrappa al materasso, gli girano gli occhi, dura 5-6 secondi che sembrano i più lunghi della sua vita. Silvia gli spiega che esiste la sindrome vertiginosa, che un’amica ne soffre e che può durare anche 24 ore. Roberto è preoccupatissimo: “Non mi pare una bella cosa. Se te piglia in macchina fai un bel botto.” Rocco minimizza, ma la mattina dopo si ripete, più breve ma altrettanto devastante. C’è anche un mobile da comprare per la sala, ma il dubbio che le vertigini possano prenderlo alla guida lo frena.

Sandrino, dal canto suo, chiude il mese con un episodio degno della sua fama. Decide di sostituire delle prese elettriche in casa. Stacca il quadro delle prese, verifica con una spina di cellulare che non ci sia corrente, apre la presa, mette le dita sul filo blu: niente scossa, tutto a posto. Procede con sicurezza. Tocca la presa di terra e prende una schicchera tale che il cacciavite gli vola dalla mano e salta l’interruttore generale. “Ho imparato una cosa nuova,” racconta con la serenità di chi è sopravvissuto per miracolo. “La prossima volta devo staccare tutto il quadro, compreso l’interruttore generale.” Custode è allibito: “Ma fa attenzione, cazzarola! È una cosa che ti puoi aspettare da uno come me, che non so mettere due fili in croce! Raga, non avete ancora 50 anni, forza!”

Il Capodanno si avvicina e con esso la grande questione esistenziale: come sopravvivere fino a mezzanotte. Sandrino confessa candidamente che di solito si imbosca: “Vado in un bagno, vado in camera da letto. Sembra una stupidaggine, ma amici lo sapete, lo faccio veramente.” Quest’anno però c’è il problema che saranno lui, Silvia, Veronica e altri amici: non può imboscarsi perché se ne accorgerebbero. Custode si riconosce in pieno: “Troppa gente mi intimorisce, mi sconsola, mi perdo. Vorrei chiudermi in un bagno.” Per lui, almeno, il problema non si pone: Capodanno in cinque — lui, Luisa, Caterina e i suoceri. “Molto triste, molto banale, ma con la voglia di vivere che ho in questo momento, me sta benissimo così.”

C’è anche spazio per un momento serio e inaspettato. Sandrino racconta di essere stato testimone al licenziamento di una dipendente della pizzeria del suo amico Davis. La scena lo segna: ci pensa tutta la notte, fatica a dormire. Roberto ne approfitta per una riflessione amara: “In questi due anni di pandemia, invece di averci insegnato qualcosa, ci ha incattiviti e inferociti. Io vedo solo tanta tanta cattiveria nella gente.” E poi, con una vulnerabilità rara: “Il problema è che io non riesco ad avere questa cattiveria, quindi mi trovo come un pesce fuor d’acqua.”

Il mese si chiude così, tra scosse elettriche e vertigini, tra bambini febbricitanti e capolavori dell’animazione, tra pizze prenotate e treni in ritardo. Tre amici che si parlano ogni giorno, che discutono di tutto — dall’Attacco dei Giganti alla sindrome vertiginosa, dalle scarpe con la zeppa alla cattiveria del mondo — e che in quelle conversazioni trovano qualcosa che somiglia molto alla cura per tutto il resto.