Ottobre si apre con Roberto che, a un’ora indecente della notte, apre gli occhi accanto a Caterina addormentata, guarda la sveglietta — 1:20 — e decide che sì, è il momento perfetto per alzarsi e accendere tutto: Mac, cuffie, computer, tv. Monkey Island lo aspetta, e quel maledetto enigma della prima schermata del secondo capitolo non lo farà dormire finché non lo risolve. Riesce nell’impresa verso le 2:00 e crolla soddisfatto, come un cavaliere che ha sconfitto il drago sbagliato nel cuore della notte.
Sandrino, nel frattempo, ha un approccio diametralmente opposto alla mattina del sabato: sveglia prestissimo, Mila già vestita alle 7:30 — cosa che durante le mattine scolastiche è pura fantascienza — e via a fare colazione da McDonald’s. La piccola è radiosa, i tablet touch del ristorante la incantano, e Sandrino si concede quel momento di pace che solo un McMuffin alle 8:00 del mattino può regalare. È Roberto, però, ad accendersi su quella scena con una malinconia che gli morde dentro. «Amazza che bello», pensa. Vorrebbe fare la stessa cosa, svegliarsi il sabato, prendere Caterina, andare da qualche parte a fare colazione insieme. Ma a Guardia Piemontese non c’è niente. I bar chiudono, le attività per bambini non esistono, e l’unico locale aperto è Las Vegas — un bar che Caterina frequenta volentieri solo perché c’è l’edicola dove le scappa sempre qualche acquisto, ma che per il resto è un buco frequentato dalla peggio feccia del paese.
Il discorso si fa profondo, e Roberto non si ferma. Racconta della scuola di danza a Fuscaldo, dove Caterina si era iscritta con l’amichetta Ludovica. Luisa, quando la bambina aveva chiesto di andarci, si era commossa: lei da piccola faceva danza classica, e i genitori l’avevano costretta a smettere per motivi economici. Caterina ci era andata tre mesi, sempre col sorriso, aveva fatto il saggio — e poi la scuola aveva chiuso. Fondi finiti, locale non più disponibile, l’istruttrice in lacrime a salutare tutti. Una storia già vista, identica a quella dello spinning che Roberto stesso frequentava anni prima. «Caterina vuole andare a scuola di danza, ma a scuola di danza non c’è più.» La voce di Roberto si incrina: ci sono notti in cui non dorme, fissa Caterina e pensa a che futuro le sta dando in un posto dove non c’è nulla.
Sandrino raccoglie il peso di quelle parole e risponde con la franchezza che lo contraddistingue. Il ragionamento è lineare: Roberto ha già fatto una volta nella vita lo strappo di trasferirsi, da Velletri a Guardia, e gli è andata bene — moglie, figlia, stabilità. Prima o poi dovrà fare il ragionamento inverso, non per sé stavolta, ma per Caterina. Rocco concorda, a modo suo: «Pensa quante cose invece potrebbe avere. C’è Panda, c’è Ikea, c’è un campo sportivo, strutture dove fare attività.» E aggiunge un dettaglio esilarante sulla scuola di Veronica, invasa da docenti napoletani che arrivano con un sistema organizzatissimo — titoli comprati, B2 d’inglese fasulli, autisti privati che li scarrozzano alle scuole per firmare il primo giorno e poi sparire con congedi parentali inventati. «Belletri sta nelle mappe dei napoletani come città agevole», conclude Rocco, dopo un giro pindarico di proporzioni epiche.
Roberto, però, non è pronto a decidere. Il trasferimento lo tenta, lo spaventa, lo tiene sveglio. Racconta di quando a undici anni lasciò Torino per Velletri — un trauma che ha analizzato in terapia, l’inizio di un percorso che, secondo il suo psicologo, ha contribuito a farlo diventare, come dice lui stesso, «un fancazzista». Il destino poi lo graziò, facendogli conoscere Sandrino e Rocco e tutto l’ecosistema di amicizie legato a Velletri, ma i primi tempi furono terribili. E il freno più grande non sarebbe nemmeno il lavoro di Luisa — che si sta specializzando in mediazioni e aste giudiziarie — ma gli affetti di Caterina: i cuginetti, le zie, e soprattutto nonna Erminia, che è stata praticamente una seconda mamma. «Forse potrebbe essere proprio lei il freno a partire», ammette Roberto, e la conversazione resta sospesa, come un punto interrogativo che nessuno vuole chiudere.
Mentre i tre amici rimuginano sul futuro, il presente bussa alla porta di Rocco con la grazia di un idraulico in ritardo. La fossa biologica da svuotare, il cancello rotto, la caldaia che si accende da sola come se qualcuno avesse aperto un rubinetto fantasma da qualche parte nell’impianto. Rocco scopre il problema per caso, andando a mettere uno stendino nella stanza della caldaia: una perdita d’acqua monumentale. Chiude l’interruttore, rinuncia all’acqua calda nella dependance, e si aggiunge la notte infernale: Silvia con il reflusso fino alle 2:30, Leonardo con il mal di pancia alle 4:00 — il colpevole è un’insalata sospetta, forse una frutta acquistata al supermercato. «Siamo stati tutti e tre mali», riassume Rocco, che tra l’altro rivela con la serenità di chi ormai ha fatto pace col proprio estratto conto: «Il mio conto in banca attualmente è di 2.280 euro. L’anno scorso di sto periodo c’avevo 100.000 euro.»
Ma Rocco ha anche un altro fronte aperto: Leonardo, 7 anni, che lo sta facendo uscire di testa con la questione dello smartwatch. L’amichetto Ranieri ha l’Apple Watch, e Leonardo lo vuole. Rocco gli spiega che un Apple Watch costa 400 euro e che non ce l’ha neanche lui, Leonardo precisa che intende «uno smartwatch» qualsiasi, Rocco trova una smart band per bambini su Amazon a 20 euro, ma il ragazzo gli spacca l’anima per giorni. Il problema non è lo smartwatch in sé — è il pattern: «Papà, voglio giocare a D&D!» Preso il manuale. Lette 2 pagine. «No papà, è troppo difficile.» «Papà, voglio giocare a Monkey Island!» Preso con entusiasmo. «Eh no papà, è troppo difficile.» «C’è sta arrendevolezza che a me mi dà un nervoso», sbotta Rocco.
Roberto conosce bene la dinamica. Caterina è uguale: basta una pubblicità e parte «Papà mi compri questo». La differenza è che Roberto ha imparato — sbattendoci la testa — a non cedere subito. Caterina gli rompe l’anima da più di un anno per Animal Crossing, ma lui non glielo ha mai comprato. «Caterina, servono un sacco di soldi. Devi comportarti molto bene.» E racconta la strategia della letterina di Babbo Natale: scrivi tutto quello che vuoi, ma sappi che Babbo Natale ti porterà una cosa sola. Sceglie tu. Il problema, ammette, sono i parenti: certi zii arrivano da Potenza e portano sempre un regalo, al punto che Caterina ormai dà per scontato il dono e non è neanche contenta di vederli per affetto. Roberto ha dovuto parlare con le zie: «Per favore, non gli portate più niente. Caterina deve essere contenta di stare con voi, non del regalo.»
E poi arriva Elden Ring. Rocco lo scarica, lo accende, e in poche ore è già perso in un delirio di estasi videoludica. Sconfigge Margit al sesto o settimo tentativo, scegliendo la build del mago con lo staff meteorite e il Rock Sling, ed entra nel castello di Roccatempesta con gli occhi che brillano. «Il gioco è proprio figo», annuncia con la voce di chi ha trovato la terra promessa. Sandrino, veterano di Elden Ring ormai alla seconda run, lo guida a distanza: «Quando ti serve aiuto fai un simbolo d’evocazione e vengo a giocare nella tua partita.» Roberto, dal canto suo, osserva tutto con la sofferenza del dipendente che non può ancora cedere: «Sentire i vostri messaggi mi ha messo una scimmia gigante sulla spalla, proprio che urla, che mi dice compra Elden Ring.» Mila, al sabato mattina in macchina verso McDonald’s, è molto incuriosita: «Ma come fai ad avere una scimmia sulla spalla?»
La febbre di Elden Ring di Rocco è contagiosa e inarrestabile. Ogni giorno arrivano bollettini di guerra: ha sconfitto Godric, ha trovato l’Accademia di Raya Lucaria, ha scoperto muri segreti rotolando contro le pareti, ha trovato mega amuleti che nemmeno il suo amico Mirko — alla sua ottava run con 260 ore di gioco — aveva mai visto. E poi il colpo di scena: la Vergine di Ferro che lo prende, lo ingoia nella sua pancia meccanica, e lo sputa dall’altra parte della mappa, a Villa Vulcano, con una maledizione che gli impedisce di teletrasportarsi. «Regà, mi sono dovuto fare una buona mezz’oretta cercando di scappare in sto posto pieno di lava.» Sandrino commenta con il tono dell’amico che ti vuole bene ma deve dirtelo: «Ma scusa Rob, tu stai a giocare il The Ring aiutato da uno che l’ha finito 8 volte? Cioè, questo non è cheating, questo è proprio giocare col codice del gioco aperto.»
In parallelo alla saga di Elden Ring, Roberto porta avanti la sua personale maratona Marvel. Film dopo film, sera dopo sera, mentre moglie e figlia dormono. Doctor Strange lo entusiasma — «il combattimento nella dimensione specchio finale è qualcosa di… è l’apoteosi» — e scatena il ricordo di Escher, il nome che non gli viene. Thor Ragnarok lo diverte come un bambino, soprattutto l’arena. Ant-Man and the Wasp lo convince meno, troppo palloso. Ma è Infinity Wars a catturarlo davvero, anche se non può fare a meno di notare che Doctor Strange potrebbe risolvere in tre secondi cose per cui Iron Man si preoccupa per mezz’ora. Una notte di metà mese, alle ore piccole, finisce Endgame: 21 film completati. «Un’opera cacciarono a corale», la definisce, senza rendersi conto di aver appena inventato un genere letterario.
E mentre Roberto mastica supereroi, Sandrino mastica dolore. Letteralmente. Una mattina si sveglia con la febbre, il mal di schiena dopo aver colto le olive, e un mal di gola che peggiora di ora in ora. Nei giorni successivi la situazione precipita: non riesce a deglutire, non riesce a parlare, manda messaggi vocali di 10 secondi perché di più non ce la fa. Roberto si preoccupa, Rocco si preoccupa, e Sandrino nel frattempo si binge-watcha 8 puntate della terza stagione di Umbrella Academy in stato febbrile, salvo poi pronunciare un verdetto tombale: «Rocco, non mi è proprio piaciuta.» Ma il pezzo forte è la scena del combattimento a balletto tra i due gruppi di supereroi: «Io non ho mai visto una scena così brutta, così brutta. Io adesso gli do fuoco a questa serie tv e ho fuoco pure a Rocco appena lo vedo.» Roberto, che la terza stagione non l’ha nemmeno iniziata, interrompe saggiamente l’ascolto del messaggio per evitare spoiler, ma coglie l’essenza: «Penso di aver capito che non ti è piaciuta.»
Il tampone arriva qualche giorno dopo: streptococco. Sandrino soffre come un cane, ma nel letto della figlia Mila — dove si è esiliato per non contagiare la famiglia — scopre che può giocare a Persona 5 in streaming sul Game Pass tramite l’iPad, semplicemente aprendo il browser su xbox.com/play. Una scoperta tecnologica nata dalla disperazione sanitaria.
In mezzo al dolore, Sandrino riesce comunque a lanciarsi in una crociata contro gli orologi. Da settimane cercava uno Zenith specifico: chiama una decina di rivenditori autorizzati in tutta Italia, nessuno fa sconti, finché un gioielliere a Viareggio — affiliato al canale YouTube di Davide Cecchini — gli concede il 10%. Prezzo finale: 7.470 euro, spedizione inclusa con corriere Ferrari, che Sandrino non conosceva: «Che cazzo, viene uno Ferrari armato di pistola?» L’orologio è pagato in criptovalute, il che tecnicamente gli permette di dire che non ha tirato fuori un soldo dalla banca, anche se quei Bitcoin ed Ethereum in passato li aveva comprati con soldi della banca. Un’acrobazia contabile degna di un fiscalista creativo.
Sandrino porta poi i vecchi orologi del nonno dall’orologiaio consigliato da Rocco ad Aprilia: verdetto impietoso, sono riproduzioni cinesi degli anni ’60-’70. L’orologio d’oro vale il peso dell’oro che contiene e nulla più. Ma Sandrino li fa riparare lo stesso — 80 euro l’uno — perché erano del nonno e della nonna, e quel valore non ha prezzo. Sul fondello, le date di quattro riparazioni precedenti a partire dagli anni ’70: segni di un orologio usato e amato, che Sandrino vuole indossare a sua volta.
Il mese si accende anche sul fronte culturale quando Roberto scopre che la nuova Sirenetta Disney è interpretata da un’attrice di colore. La sua reazione è un crescendo wagneriano di indignazione che parte dalla Sirenetta, passa per gli elfi neri degli Anelli del Potere, tocca Capitan America e atterra su Bridgerton, con una digressione sulle scimmie che è meglio non approfondire. «Mia figlia c’ha lo zainetto, i vestiti, i pupazzi, i copricuscini della Sirenetta. E mo’ gli devo spiegare che quella lì è la Sirenetta, nera.» Rocco, più filosofico, distingue tra cambio di colore — che tollera — e cambio di genere — che non sopporta. Sandrino, dal letto dello streptococco, riesce solo a gracchiare: «La sirenetta nera? Devo andare subito a controllare.»
Rocco, intanto, arriva alla fine di Elden Ring. Platino ottenuto a livello 167 con circa 90 ore di gioco, tutte le evocazioni leggendarie trovate, tutti gli incantesimi leggendari, quest completate. Il verdetto è un inno d’amore con una sola riserva: «La parte più deludente è il finale. Dopo 91 ore mi aspettavo qualcosa di più.» Ma ha già iniziato il New Game Plus, perché quando trovi un’arma che fa 43.000 rune in 30 secondi, non puoi fermarti. Sandrino conferma: la trama non si capisce una beata mazza. «Per capirci qualcosa ho dovuto per forza leggermi le guide su YouTube, oppure leggermi le wiki.»
Roberto, ormai in bilico tra Monkey Island e la tentazione di Elden Ring, vive le sue serate in un’alternanza frenetica di enigmi punta-e-clicca e maratone Marvel. A Monkey Island si blocca, si sblocca, si riblocca. Le soluzioni sono sempre lì davanti, palesi e invisibili allo stesso tempo, e Roberto passa intere giornate al lavoro a rimuginare sugli enigmi — tra un pacco e l’altro nel suo magazzino — per poi tornare a casa, fare la doccia, e avere l’illuminazione sotto il getto d’acqua. Che poi si rivela sbagliata. «Nessuna delle opzioni che avevo messo in lista come papabili si sono rivelate valide. Le soluzioni erano di tutt’altro genere, palesi, e incredibilmente non le vedevo. Questo è Ron Gilbert. Questa è la definizione di avventura grafica.»
Ottobre si chiude con Rocco che parte per Roma alle lezioni del sabato mattina, ascoltando in macchina Sherlock Holmes contro i miti di Cthulhu, con il compleanno di Lavinia da organizzare per il giorno dopo e otto ore e mezza di lezione davanti. Roberto che continua a cercare il filo conduttore perduto della nuova fase Marvel tra Thunderbolts, Kang e serie tv fatte per riempire Disney+. E Sandrino, finalmente guarito dallo streptococco, che guarda l’iPad sul letto di Mila e si chiede se Persona 5 — con le sue problematiche di liceali giapponesi — avrà mai la stessa magia dei Monkey Island di Ron Gilbert.
Nella chat del gruppo, intanto, Telegram ha smesso di scaricare i messaggi vocali in automatico. La freccetta verso il basso appare misteriosa e fastidiosa, e nessuno sa perché. È forse il bug più inspiegabile di tutto il mese — e in un mese che include una caldaia posseduta, uno streptococco alieno e la Sirenetta nera, è tutto dire.