Giugno si apre con un tuffo nella nostalgia. Roberto lancia un messaggio nel gruppo con la voce di chi sta riavvolgendo un nastro: domani esce Diablo Immortal, e lui non riesce a non pensare a quella sera di tanti anni prima, quando tutti e tre salirono in macchina senza un piano e guidarono fino a Roma, alla Feltrinelli, per mettere le mani su Diablo 3. Improvvisati, partiti alle dieci di sera, tornati alle due di notte, a mani vuote. Ma il ricordo è limpido, indelebile: tre amici che camminano nella folla fuori dal negozio, con l’ingenuità di chi crede che un videogioco valga un viaggio notturno nella capitale. “Come è cambiato il mondo,” mormora Roberto, e lo ripete così tante volte che sembra un mantra. Sandrino e Rocco annuiscono: sì, è cambiato tutto. Nessuno dei tre sarebbe più in grado di rifare una cosa del genere. Eppure, se chiudono gli occhi, sono ancora lì.
Di Diablo Immortal, per contro, non gliene frega praticamente nulla. Sandrino liquida la questione con chirurgica precisione: è una reskin mobile di Diablo 3, ripensata per smartphone e poi adattata a mouse e tastiera all’ultimo secondo. Rocco conferma che sarà il Diablo più giocato della storia, non per merito, ma per il semplice fatto che girerà sui telefoni di mezzo pianeta. E poi ci sono le lootbox — così aggressive che in Olanda e Belgio il gioco verrà vietato perché considerato gioco d’azzardo. “Ci giocheranno anche i sassi,” chiosa Roberto, ma il suo tono è quello di chi si siede a guardare un treno passare senza alcuna intenzione di salirci.
Ma è sull’Authenticator Blizzard che Roberto perde definitivamente la pazienza. Quell’app infernale che va installata sul telefono, attivata ogni volta che si apre un gioco, con tanto di codice da digitare come se si stesse accedendo ai file del Pentagono. Ai tempi di World of Warcraft, ricorda con un brivido, lo attivava dieci volte al giorno. Sandrino gli fa notare che Steam e l’Epic Game Store si limitano a un messaggio quando accedi da un terminale nuovo, e pur tra le imprecazioni per quel piccolo fastidio, è cosa ben diversa. Roberto, che a casa ha tre PC — quello attaccato alla televisione, l’Uber PC vecchio e l’Uber PC nuovo — già diventa matto quando l’Epic Game Store non lo riconosce per la centesima volta. Il pensiero di dover ripescare password dimenticate e app sepolte nel telefono lo fa sentire, parole sue, “vecchio dentro, vecchio, vecchio, vecchio dentro.” Sandrino interviene con spirito pratico: l’Authenticator si fa una volta sola, poi non lo chiede più. Ma ormai la fiamma è accesa.
Da lì il discorso si allarga come un incendio. La pubblicità su YouTube è diventata insopportabile — Roberto preferisce chiudere il video e ricaricarlo cinque volte piuttosto che guardarsi uno spot. L’algoritmo di Google non trova più niente: lui aveva due canali sulla missione di Perseverance e Ingenuity su Marte che seguiva ogni giorno, e un bel giorno sono spariti, inghiottiti nel nulla digitale. “Google è diventato un letamai, un porcile,” sentenzia, con la solennità di un uomo tradito. Sandrino rincara: cerca un articolo sulla parapsicologia e gli esce Aranzulla, perché quel genio del marketing ha infilato la keyword giusta in uno dei suoi pezzi. Rocco tira in ballo la struttura degli articoli online, quelle maledette righe in H1 enormi messe lì solo per l’indicizzazione, che ti costringono a scrollare per tre quarti di pagina prima di trovare una singola informazione utile. “Cerchi la data di uscita di un gioco, la data è in fondo all’articolo, neanche in grassetto,” ringhia Roberto. E Amazon? Non ne parliamo. Se cerchi qualcosa e ordini per prezzo, i risultati calano da 20.000 a 4.000. E Netflix e Amazon Prime? Impossibile trovare le novità, la homepage propone solo ciò che le piattaforme decidono di spingere. I tre si ritrovano d’accordo su una verità amara: internet nel 2022 è tornata indietro di vent’anni, quando serviva sapere esattamente il codice del prodotto da comprare.
Nel frattempo, Sandrino ha le mani su qualcosa che funziona: lo Steam Deck. Dopo averci giocato tre ore filate a Death Stranding — rigorosamente a batteria, ricaricando due volte — condivide le sue impressioni con l’entusiasmo di un bambino al luna park. La console succhia batteria come un vampiro: un’ora e mezza e poi servono i sali. Ma la sensazione di giocare sul divano e poi sul letto, con le cuffie, il silenzio della ventola, i dettagli grafici a palla su quello schermo da 720p che sembra 4K — “è come vedere un film,” dice, e si sente che lo pensa davvero. Roberto fa il “capiscione fessacchiotto del gruppo” e spiega che lo Steam Deck è sostanzialmente una PS4 portatile, con un SOC derivato dalla stessa famiglia AMD, core Zen al posto dei vecchi Jaguar, e un kernel Linux ottimizzato da Valve. Si lancia poi in speculazioni sullo Steam Deck 2, con le APU Zen 7000 che promettono prestazioni da PS5 in formato tascabile, e sui rumor di console portatili Sony e Xbox. Sandrino lo ascolta, ma il suo cuore è tutto nel gioco.
Ed è proprio Death Stranding a diventare l’ossessione del mese. Sandrino supera le 20 ore, poi le 50, poi le 57. Il gioco lo rapisce: l’ambientazione che sembra la Scozia più che gli Stati Uniti, le canzoni indie che partono mentre cammini per le lande, quel sistema geniale in cui tieni premuti i grilletti come se stringessi le cinghie di uno zaino da trekking. Ma è il sistema online a colpirlo di più — non vedi gli altri giocatori, ma trovi le tracce del loro passaggio: strade asfaltate che prima non c’erano, cartelli, strutture. “Come in Dark Souls,” spiega, “ma invece di morte lasci aiuto.” Si mette a farmare materiali per asfaltare l’intera rete stradale della mappa, un’impresa che farebbe sembrare World of Warcraft una passeggiata. E poi c’è la trama. A un certo punto, racconta con voce emozionata la storia di uno scienziato che, durante il cataclisma, muore e si ritrova su una spiaggia insieme a migliaia di altre anime — lì vede la moglie e la figlia, morte con lui. Lo riportano in vita col defibrillatore, e da quel momento quell’uomo si ficca un defibrillatore sul petto e ogni 20 minuti si ammazza per 3 minuti, per tornare sulla spiaggia a cercarle. “È fichissimo,” sussurra Sandrino, e il gioco, così, smette di essere un semplice gioco.
A 57 ore affronta il boss finale, e poi accade l’incredibile: l’epilogo dura più di due ore. Due ore di narrazione continua, colpi di scena, scene cinematografiche. “Non ho mai visto una cosa del genere,” dice, “è più lungo di un film, e ancora non finisce.” Il verdetto è senza appello: capolavoro assoluto. “Mi dispiace Rocco, mi dispiace proprio, ma è un gioco da A più più più con la stelletta e il cuoricino.”
Ma giugno non è solo pixel e polemica digitale. Rocco sta vivendo la corsa finale verso il trasloco nella casa nuova, e ogni aggiornamento è una piccola conquista. Il pittore ha finito tutte le stanze, l’elettricista sta montando le ultime prese — comprese quelle Schuko con l’USB-C integrata, che Rocco descrive con la meraviglia di chi ha trovato il Santo Graal dell’impiantistica. L’idraulico monta rubinetti, tazze, bidet, docce. Il fabbro porta le finestre nuove. A un certo punto Rocco ammette di avere 1.800 euro in banca e l’ansia che sale, ma subito si corregge: c’è l’altro conto. Sandrino lo gela: “Io ne ho 2.500 e non ho altri conti, quindi non ti lamentare.” Roberto preferisce non rivelare la propria cifra “perché se no vi mettete a ride.” Tre amici uniti nella nobile arte della sopravvivenza economica.
La casa, intanto, prende forma. Il giardiniere taglia il tiglio, rimuove l’erba, abbassa la siepe: il giardino diventa finalmente abbastanza grande per un jumping, per i bambini, per giocarci a pallone, “o per metterci 50 persone a mangiare, non che io vorrò mai più 50 persone a casa,” precisa Rocco con la saggezza di chi ha imparato la lezione. Poi arriva il colpo di scena domestico più bello: collegando il vecchio videoregistratore del garage al televisore, Rocco scopre quattro telecamere nascoste — una sopra il garage, una sul retro, una in giardino, una fuori dal cancello. Si apre un mondo: videoregistrazione costante, hard disk da 468 giga, e l’elettricista settantacinquenne — “mega figo,” lo definisce Rocco — che propone di aggiungere un routerino wifi e un tablet sopra il videocitofono per vedere tutto in tempo reale. Roberto commenta: “Sembra una escape room.” A metà mese le porte interne vengono montate, il battiscopa è quasi finito, e Rocco può finalmente annunciare: il 30 giugno arrivano letto, armadio e cucina. A luglio si trasloca. “E la cosa mi rende finalmente molto molto molto molto felice.”
E a fine mese, i primi mobili di Mondo Convenienza varcano la soglia della casa nuova. Non sono i mobili dei sogni — il mobiletto della televisione che gli piaceva costava 2.800 euro, e con 400 ne ha presi due più modesti. Ma funzionano, riprendono i colori della sala, e sono lì. Roberto lo consola: i suoi mobili economici hanno resistito a due traslochi e sono in perfette condizioni, mentre quelli di marca danno già segni di cedimento. È una piccola giustizia.
Un episodio comico illumina i primi giorni del mese: Rocco e Silvia, in piena frenesia d’acquisto per i rubinetti e i box doccia, arrivano al negozio pronti a spendere 1.500 euro, quando il commesso li riconosce. “Ma siete voi! Avete già comprato e pagato tutto a maggio dell’anno scorso!” Se ne erano completamente dimenticati. 400 euro di rubinetti doppi già buttati, e un box doccia già pagato che li aspettava in magazzino. “Se vi serve un rubinetto fateci sapere,” annuncia Rocco al gruppo con la serenità di chi ha appena scoperto di essere un po’ più ricco. Roberto commenta che il giorno in cui potrà permettersi di comprare qualcosa dimenticandosi di averlo già comprato sarà il giorno più bello della sua vita.
Un momento di tenerezza attraversa la chat quando Roberto cerca conferma: è il compleanno di Mila? Sandrino, preso da mille cose, non ha ancora risposto. Sì, era proprio quel giorno, ma la festa è stata amara: la bambina ha avuto la febbre a 39-40 per cinque giorni di fila. “Non è che ci siamo molto goduti la giornata” dice Sandrino con la voce stanca di un genitore in trincea. Caterina e Luisa mandano begli auguri vocali, e Roberto si scusa per non aver ricordato in tempo. Mal comune mezzo gaudio: pure Caterina ha i suoi momenti, e Roberto e Luisa sono ormai in modalità preventiva — “appena Caterina fa anche solo uno starnuto, suppostina di Nurofene.”
Un paio di giorni dopo è il compleanno di Margherita, e Roberto lo menziona con delicatezza: la voce di Rocco quella mattina era serena, e questo gli fa particolarmente piacere. “È un giorno un po’ particolare per tutti noi, e soprattutto per Rocco,” dice, senza dilungarsi troppo. Alcune cose non hanno bisogno di molte parole.
Sandrino a inizio mese viene colpito da un terribile colpo della strega che lo inchioda a letto per giorni, con tanto di torcicollo, febbre e tosse. Smette di giocare allo Steam Deck perché il solo pensiero di guardare uno schermo lo uccide. Si prende un giorno di malattia, lavora a regime ridotto, e quando finalmente riesce a uscire di casa dopo una settimana è un uomo nuovo — anche se il torcicollo, ammette, è probabilmente dovuto all’abuso di PC e Steam Deck durante la prigionia domestica. Roberto cade invece vittima del Covid: 11 giorni di isolamento, madonne, certificati medici contesi tra medico curante e consulente del lavoro, e il latte che esce dal bricchetto mentre litiga via messaggi per la dicitura corretta sul certificato di malattia. “Dopo ben 11 giorni di depressione e covid, sono di nuovo libero! Sai che gioia, sto andando al lavoro!”
Ma quei 11 giorni di reclusione producono un tesoro inatteso: Roberto diventa un esperto di cartoni animati su Boing. Caterina, a cinque anni e mezzo, è passata da Rai Yoyo a gusti più maturi, e insieme scoprono piccole gemme. I Teen Titans Go, come Rocco aveva preannunciato da tempo, sono fantastici — pensati tanto per i bambini quanto per i genitori, infarciti di easter egg che solo un adulto può cogliere. Ma la vera rivelazione è Clarence: un bambino ciccione che vive praticamente nella spazzatura con una mamma ciccione e un patrigno che ricorda Homer Simpson in versione muta, il cui migliore amico è un bambino pelato e cinico ultimo di sette fratelli che si occupa da solo della famiglia. Roberto si diverte a descrivere anche Tre Orsi Liberi, con i tre orsetti che da piccoli vagano per il mondo cercando di farsi adottare e da adulti cercano di integrarsi nel contesto umano con uno Yeti come migliore amico. E poi Craig del Ruscello — tre bambini che vivono le loro avventure quotidiane come giochi di ruolo. “Mi ha ricordato la mia esperienza con voi giovanile,” dice Roberto, “il guerriero, il chierico e il mago.” La voce si addolcisce, e per un attimo i cartoni animati diventano uno specchio.
Sul fronte cinema, Roberto prosegue la sua maratona Marvel in ordine cronologico. Thor: The Dark World gli strappa un verdetto impietoso — “un filmaccio” — eppure lo tiene sveglio fino alle 2:50. Il merito è tutto della comicità: Thor che chiede un passaggio in metropolitana durante il combattimento finale, Loki che si trasforma in Capitan America prendendolo in giro, la ragazza che inciampa addosso a Thor. “Voglio un cinepanettone,” scherza, “se non fosse che non è un film da vedere a Natale e non ci stanno Boldi e De Sica.” Poi Iron Man 3, guardato stanotte con l’intenzione di spegnere dopo mezz’ora e invece divorato fino alla fine: è l’Iron Man che gli è piaciuto di più dei tre. Sandrino scuote la testa: “Aspetta che arrivi agli Avengers, al ciclo finale, quando sconfiggono il mega boss. Veramente fantastico.”
Sony annuncia Spider-Man Remastered per PC il 12 agosto, e Sandrino esulta: è una delle poche esclusive PlayStation che invidiava davvero. Ghost of Tsushima resta il sogno proibito, inseguito solo da rumor che “sono aria fresca o aria calda a seconda del periodo.”
Dopo Death Stranding, Sandrino si butta su Rogue Legacy 2 — un roguelite che lo incatena con la sua struttura generazionale: ogni volta che muori, il tuo erede riprende la missione con i tesori del genitore caduto e nuovi tratti genetici. Alla ventesima generazione, ha ucciso solo due boss su cinque. Roberto coglie l’occasione per fare il sapientino e spiegare la differenza tra roguelite e metroidvania: nel primo i livelli sono generati proceduralmente e muori mille volte; nel secondo la mappa è fissa ma porzioni intere ti sono precluse finché non ottieni l’abilità giusta. “Adesso che ho fatto il saputello, me ne vado al lavoro. Olè!” Sandrino annuisce ma rivendica: i metroidvania sono il suo genere preferito in assoluto, e nessuno potrà mai avvicinarsi ad Hades. Si compra anche Ruined King, che però risulta incompatibile con lo Steam Deck, con grande rammarico di Roberto che lo sponsorizzava “tantissimo.”
La scoperta del mese in ambito videoludico è però un’altra: Dead Cells, il roguelite di cui Rocco parla da sempre, rilascia l’aggiornamento “Breaking Barriers” — un pacchetto di accessibilità che permette di modificare qualsiasi parametro del gioco per le persone con difficoltà fisiche. “Il gioco è uscito da 5 anni, il gioco è vostro. Fatevelo come vi pare,” dicono gli sviluppatori. Roberto è commosso: “Bravi, finalmente qualcuno che pensa alla gente impedita come me.” Anche Rogue Legacy 2, scopre Sandrino, ha un sistema simile — un vecchietto nel menu che dice: “Bello di casa, è troppo difficile il gioco per te? Ecco 20 parametri che puoi modificare.” Roberto, che non aveva mai letto di questa funzione in nessuna recensione, si illumina: “Già mi interessa molto, molto di più.”
Il mese si chiude con una riflessione inaspettata. Sandrino ammette di amare la ripetitività nel gaming: il farming lo rilassa, gli spegne il cervello, e scherza dicendo che forse ha “un po’ di sindrome di down” o “l’handicap dell’attenzione” che non gli hanno mai diagnosticato. Roberto lo tranquillizza con calore: “Non hai nessun tipo di problema, credi. O perlomeno, se ce l’hai, ce l’ho pure io.” Anche lui da sempre cerca quella mezz’oretta a cervello spento — il farming su World of Warcraft, le missioncine ripetitive di Assassin’s Creed, le tre partite mattutine a Legends of Runeterra contro l’IA. “Stamattina erano le 8:20, ho finito l’ultima partita, mi sono alzato con l’ansia a palla e mi sono ritrovato abbastanza tranquillo e rilassato.” È la piccola liturgia quotidiana di due quarantacinquenni che hanno capito che rilassarsi non richiede né mete esotiche né grandi ambizioni. A volte basta un nemico procedurale e tre vite in più.