Settembre si apre con Roberto in viaggio verso Milano per il matrimonio del cognato Alessandro. Un Frecciarossa che di freccia ha ben poco: 8 ore e 20 minuti da Paola a Milano Centrale, con il treno ad alta velocità che si trasforma misteriosamente in un accelerato, fermandosi a ogni singola stazione da Napoli in giù. Roberto racconta la cosa con la rassegnazione di chi ha affrontato trincee peggiori, e in fondo un Frecciarossa che si comporta da regionale è perfettamente coerente con il suo universo.
Il matrimonio al comune è una cerimonia intima, almeno finché non interviene Caterina. Quando la sposa fa il suo ingresso sulle note di Brunori, la piccola dà letteralmente di matto. Urla, piange, si dimena come posseduta da un demone del cerimoniale. Non è che non voglia bene alla zia Monica — anzi, la adora — ma qualcosa nella sua testolina si è cortocircuitato. Forse lei e Luisa non l’hanno preparata abbastanza, ammette Roberto. Fatto sta che il Custode si ritrova a trascinare fuori una bambina in preda a una crisi isterica sotto gli occhi di tutti gli invitati. E come se la scena non fosse già abbastanza memorabile, si piazza inconsapevolmente sotto la finestra che dà sulla sala delle cerimonie, moltiplicando la gaffe all’ennesima potenza. “Vi lascio perché ho fatto la cacca,” chiude Roberto con la grazia che lo contraddistingue, lasciando gli amici con questa immagine indelebile.

Sandrino e Rocco, dal canto loro, avevano progettato una gita al bosco di Paliano per il sabato, ma le previsioni danno diluvio. “Se piove ce la pigliamo anderculo,” sentenzia Sandrino con pragmatismo cristallino.
Rocco, in quei giorni, vive un momento di intensità profonda. Si avvicina l’anniversario della scomparsa di Margherita, e i pensieri si fanno densi. A pranzo, Leonardo chiede alla mamma un segno della sua presenza. Dopo pranzo il freezer si rompe, Rocco sale sulla scala per controllare, e trova nascosta in fondo, sopra al frigorifero, una busta di carta con biglietti di Margherita del 2015, la prima ecografia di Lavinia, e disegni con cuori e parole d’amore. “Papà, allora mamma ci ha risposto veramente,” dice Leonardo. Rocco racconta la cosa con la voce che trema, e quel ritrovamento gli restituisce un po’ di luce.
Ma è la confessione di Rocco su Destiny 2 a riportare l’atmosfera su frequenze più leggere, e a regalare una delle perle nerd del mese. Il nostro eroe scopre di aver giocato per settimane alla versione PS4 sulla sua PS5. Compra il DLC The Witch Queen, il gioco si reinstalla, e lui nota delle “migliorie grafiche incredibili.” I compagni di clan lo guardano perplessi e gli chiedono di controllare quale versione stia effettivamente usando. La verità emerge come un pugno nello stomaco digitale: aveva installato sia la versione PS4 che la PS5, ma continuava imperterrito a giocare quella vecchia. “Cioè, un altro mondo,” esclama Rocco con l’entusiasmo di chi ha scoperto l’elettricità nel 2021.
Roberto, rientrato da Milano, si lancia in un’appassionata recensione del quartiere Isola. Ne parla come di un paradiso urbano: piste ciclabili, parchi, negozi di ogni tipo, case da 5.000 euro al metro quadro. L’auto più misera parcheggiata è un SUV Range Rover. Lexus ovunque — “per vederne una in Calabria penso sia un evento mitologico,” osserva con gli occhi ancora lucidi di meraviglia. Tutti si conoscono, tutti si salutano, Caterina si è svagata alla grande. L’unica cosa che lo manda in bestia è l’abitudine milanese di mettere l’articolo davanti ai nomi: “il Rocco,” “l’Alessandro,” “il Phil.” “Ogni volta che pronunciavano sta cosa gli avrei presi a sganassoni,” dichiara con una violenza contenuta che sarebbe il terrore di qualsiasi linguista lombardo.
Poi il tono cambia. Roberto confessa agli amici di aver bisogno di un aiuto psicologico. A Milano non è riuscito a socializzare con nessuno, si è sentito un reietto, lo scemo del villaggio. Tutti ridevano, scherzavano, parlavano, e lui restava sempre in disparte. Anche Luisa, che non conosceva nessuno, si è trovata benissimo. “Sono proprio io che non ho la forma mentis,” ammette con una sincerità che taglia. E il viaggio in Grecia incombe: una settimana sull’isola di Paxos con la stessa comitiva con cui non ha scambiato una parola, con l’ansia che gli mangia lo stomaco.
Sandrino interviene con la delicatezza del chirurgo: “Ma perché ti senti lo scemo del villaggio in mezzo a gente che fa aperitivi dalla mattina alla sera? Io solo al pensiero di fare una settimana in Grecia con un gruppo di sconosciuti piuttosto me sotterro.” E poi sgancia la bomba affettiva che rimette Roberto al mondo: “Anzi, se tu fossi stato uno di quelli che socializzava con tutti, manco saremmo stati amici, perché mi saresti stato proprio sul cazzo.” Roberto resta in silenzio per un momento, poi ammette che quelle parole lo hanno confortato come poche altre nella vita. “Lo dico seriamente, Sandrì.”
Ma c’è anche la questione pratica del viaggio in Grecia, e Roberto la descrive con il lirismo di un bollettino di guerra. Partenza alle 5 di mattina in auto fino a Brindisi, traghetto di 7 ore fino a Egumeniza, notte in un albergo-bettola portuale, altro traghetto il giorno dopo per Paxos. Tutto questo perché il suocero non vuole prendere l’aereo. “Cari amici, io c’ho le madonne che volano dentro di me,” sintetizza con poesia involontaria. È furioso con la moglie, con i suoceri, con il cognato e la sposa che si sono puntati su questa follia. Ma per il quieto vivere si tiene tutto dentro, e questo — lo sa — è una bomba a orologeria.
In mezzo alle turbolenze emotive, scoppia la guerra delle serie TV. Sandrino finisce La Casa di Carta — “molto molto bella” — e si butta sulla seconda stagione di The Boys. Il verdetto è impietoso: “una palla assurda micidiale, quasi ai livelli del Trono di Spade.” Roberto, che non l’ha vista, riferisce voci di una scena leggendaria con una balena verso il finale. Sandrino la trova all’inizio e la liquida come “vomitevole come tutte le scene della serie.” La seconda stagione è una sentenza di morte: “quante cazzo di ore perse a vedere una serie del merda.”
Ma il vero terremoto diplomatico arriva con Umbrella Academy. Roberto la considera un capolavoro, il suo collega Davide se l’è divorata in due notti, e Sandrino viene convinto a guardarla. Dopo tre puntate, il responso è apocalittico. “Cari amici, io devo riflettere anche sulla nostra amicizia a questo punto,” dichiara con una gravità che farebbe impallidire un’udienza al tribunale dell’Aia. La serie è lenta, ripetitiva, non succede niente. Roberto incassa con sportività: “Il mondo è bello perché è variato.” Lancia anche la provocazione di Tales from the Loop, che per lui rappresenta il culmine delle serie TV dell’ultimo decennio. Sandrino non l’ha ancora vista, ma i presupposti per un altro massacro critico ci sono tutti.
Rocco, dal canto suo, vive settembre tra il lavoro che lo sfonda, la ricorrenza di Margherita, e la necessità di riprendere in mano la gestione della casa e dei bambini. Si è ripreso il controllo della spesa, del cucinare, delle routine quotidiane. Le nonne hanno capito, ma la fatica è enorme. Sta cercando una collega per iniziare una terapia per Leonardo, che è arrabbiato con il papà “perché non mi ha riportato mamma a casa.” “Anch’io sono arrabbiato con me per lo stesso motivo,” gli risponde Rocco, e in quella frase c’è tutta la dignità di un padre che non si nasconde dal dolore del figlio. Intanto Bob, il suo analista, lo sta aiutando, e i lavori di casa procedono tra geometri, costruttori e condizionatori — con l’immancabile aumento del preventivo di almeno 6.000-7.000 euro.
Roberto va e torna dalla Grecia quasi in silenzio — quattro messaggi in una settimana, segno che o è stato benissimo o è stato troppo occupato a sopravvivere. Al ritorno racconta di Paxos, “molto molto bella,” e sgancia un aneddoto degno della migliore tradizione del gruppo: lui, il cognato e un certo Thomas stanno fuori da un negozietto di souvenir mentre le mogli comprano cianfrusaglie, quando esce una donna di una bellezza ultraterrena. “Se potessi descrivere la scena in forma di Dragon Ball, pensate al maestro Muten quando gli esplode il sangue dal naso.” Le rispettive mogli li fulminano con gli occhi, e non comprano più nulla in quel negozietto. Vendetta gelida e immediata.
Al ritorno dalla Grecia, Roberto e Luisa si ritrovano stremati a guardare Guess My Age sulla 8. Per inerzia, inizia X-Factor. Per la prima volta dopo tanto tempo, rimangono incollati — non per nostalgia, ma per orrore puro. Roberto descrive i concorrenti con iperboli che farebbero tremare un inquisitore medievale, e conclude con una sentenza definitiva: “Stiamo andando nel baratro.”
Sul fronte videoludico, Sandrino accoglie l’uscita di Diablo 2 Resurrected come un evento messianico. Aveva progettato una gita in bici per il giorno dopo, ma “sti cazzi della bici, mi sfondo di Diablo 2.” Il gioco è bello, le texture sono dettagliate, ma è talmente buio che deve alzare la luminosità dello schermo per capire dove andare. “Quelli delle recensioni dicevano che Diablo 3 era troppo colorato. Cioè, la gente veramente non so più che scrive,” sbotta con l’indignazione del giocatore che non trova il pulsante dell’inventario. Il sistema di respec limitato lo manda in bestia: tre possibilità in tutto il gioco, e lui ha già bruciato la prima.
Rocco consiglia The Expanse a Sandrino — “inizia come un poliziesco spaziale e poi si allarga” — e annuncia l’uscita di Foundation su Apple TV, tratta da Asimov, che dovrebbe essere un capolavoro ma è prigioniera dell’ecosistema Apple. Ha però un canale Telegram salvifico da cui scaricare tutto.
A fine mese, Sandrino riceve le analisi del sangue fatte dopo i tre giorni di febbre alta: la glicemia è il triplo del normale. Due ipotesi: diabete o infezione in corso. La dottoressa Gianna, con il suo leggendario approccio zen, gli dice di stare tranquillo e rifare le analisi più avanti. Roberto si preoccupa sinceramente — anche lui ha familiarità con la glicemia alta — e lo esorta a insistere. “L’importante è che stai bene, fai gli esami e così te togli il dubbio,” gli dice con l’affetto pratico di chi ci tiene davvero.
Settembre si chiude con Roberto che racconta due sogni inquietanti — uno con gli zombie che infettano la famiglia, l’altro con lui barricato in uno sgabuzzino a sparare a tutto ciò che si muove — e con la consapevolezza, condivisa da tutti e tre, che la vita è una faccenda complicata fatta di Frecciarossa lenti, serie TV orribili, glicemie impazzite e quartieri milanesi dove l’auto più misera è un Range Rover. Ma anche di biglietti ritrovati sopra un frigorifero, di amici che ti dicono le cose giuste al momento giusto, e di bambine che piangono ai matrimoni perché amano troppo.