L’anno nuovo si apre con il crepitio dei botti abusivi e il profumo stantio di panettone. Roberto, che alle 22:30 del trentuno si era già ritirato come un pensionato svizzero, viene strappato dal sonno dall’apocalisse pirotecnica di mezzanotte. Otto minuti di fuochi proibiti per ordinanza comunale, e lui — anziché indignarsi — sorride sotto le coperte, perché la gente aveva bisogno di sfogarsi, di mandare a fanculo il 2020 in ogni modo possibile, sindaco compreso.
Alessandro, nel frattempo, inaugura il primo giorno dell’anno con il rito sacro della ricerca online: Ryzen 5600X. Non un proposito esistenziale, non una meditazione, non un buon libro. Un processore. Il 2021 inizia esattamente come il 2020 era finito: con una scheda tecnica aperta in un tab del browser.
Ma è l’Oculus Quest del fratello a rapirlo nel primo pomeriggio del Capodanno. Alessandro torna a casa dal pranzo di famiglia trasformato. In un vocale torrenziale racconta ai due amici l’esperienza della realtà virtuale con la foga di un esploratore che ha scoperto un continente. C’è quel gioco tattico, tutto poligoni e wireframe, dove il tempo rallenta e ti arriva un tizio col coltello alla pancia mentre un altro ti spara e un terzo corre verso un fucile a pompa — e tu devi risolvere l’equazione in un secondo. C’è Synth Riders, con le spade laser e i cubi da spaccare a ritmo di musica, che aveva comprato come regalo al fratello convinto fosse una cagata e invece è una figata cosmica. E poi c’è lo sparatutto in prima persona, quello dove ti muovi davvero, e Alessandro deve levarsi il caschetto dopo tre minuti perché gli viene da vomitare. “Cari amici, quasi quasi lo compro solo per quei due giochi,” annuncia, con il tono di chi ha già deciso.
Nei primi giorni del mese Roberto si trova intrappolato nella morsa più dolce del mondo: Caterina. La bambina vuole giocare solo con lui, in continuazione, e Roberto non riesce a dirle no. I suoi spazi personali li ricava nella notte più profonda, mandando messaggi alle 3, alle 4 di mattina, dopo maratone di episodi dell’Attacco dei Giganti. Arriva alla puntata 53 e la definisce “la summa ultima di ogni anime degli ultimi trent’anni.” Poi, con un azzardo che sa gli costerà caro, lo paragona al Trono di Spade. Alessandro, prevedibilmente, lo maledice a distanza. Per lui quell’anime è rovinato dai flashback, “un modo per allungare il brodo,” e ci tiene a specificarlo con veemenza. Roberto ribatte che quei flashback servono alla trama, che ricollegano i fili, che non sono come quelli insopportabili dei Cavalieri dello Zodiaco. I due non trovano un accordo, e Rocco si inserisce diplomaticamente dalla tangenziale di Latina dando ragione a Roberto.
Alessandro, intanto, è stato risucchiato da Hades come da un buco nero. In otto giorni ha accumulato 52 ore di gioco. In dieci giorni ne fa 70. Il segreto è il controller Razer Kishi attaccato allo smartphone: mentre Mila guarda i cartoni e lui normalmente sfoglierebbe Google News, invece ammazza demoni greci in streaming via Steam Link. Roberto, che conosce la genesi del gioco fin dall’Early Access su Epic, fornisce il contesto storico con la competenza di un archivista: Supergiant Games, quelli di Bastion, esclusiva Epic per un anno, versione 1.0 acclamata come gioco dell’anno da mezzo mondo. “Questo gioco è stato talmente bello che ve lo regalerò a tutti e due,” proclama Alessandro alla settantesima ora. Rocco gli chiede come diavolo abbia fatto a giocarci così tanto avendo una figlia piccola in casa, e Alessandro risponde con la nonchalance di un hacker: “Steam Link, smartphone, controller portatile, momenti rubati mentre Mila guarda Peppa Pig.”
Roberto, a proposito di rapimento paterno, racconta con malinconia rassegnata che in dieci giorni di ferie non è riuscito a fare nulla per sé. Ha giocato con Caterina ad Alba: a Wildlife Adventure, un gioco educativo dove fotografare animaletti, e lo hanno quasi platinato insieme. Ha avanzato in Call of the Sea, un’avventura lovecraftiana che adora per le atmosfere e detesta per i puzzle. “Dal terzo atto in poi mi sono completamente impantanato,” confessa. “E giocarci alle tre di notte, potete immaginare quanto il mio cervello sia fresco per gli indovinelli ambientali.” Si è pure cagato in mano di paura, quel terrore classico lovecraftiano dove vedi e non vedi niente, ma il gameplay è un walking simulator che gli fa venire il sonno.
Rocco, più silenzioso dei due ma sempre in agguato, annuncia che gli è arrivato il Google Pixel 4a. Lo ha pagato 389 euro dal Google Store, cifra che supera il suo sacro budget di 350 ma che recupererà vendendo lo Xiaomi Mi 9. Parte una lunga digressione a tre voci sui telefoni: Roberto fa pubblicità al Mi 9 al suo collega Davide, il quale prima dice sì, poi dice che la moglie si è incazzata per le spese, e alla fine decide di riparare il suo iPhone 6 moribondo con 30 euro. “Quando mi ha detto così mi sono cadute le braccia,” sospira Roberto. Rocco, intanto, descrive il Pixel come “l’iPhone degli Android,” e tutti e tre convergono su una verità sociologica: in Italia o compri Samsung, o compri iPhone, o sei un alieno. Nessuno conosce qualcuno che abbia un Pixel. Rocco ne ha visto uno per la prima volta in vita sua quando Alessandro gliel’ha mostrato.
L’Epifania porta con sé una delle grandi svolte filosofiche del mese: Roberto abdica alla religione AMD. Dopo settimane di ricerche, benchmark, comparazioni, annuncia che un banale Intel i5-10400F da 160 euro, su una scheda madre da 115 euro, fa praticamente le stesse cose di un Ryzen 5600X che ne costa il triplo — almeno per il gaming. “Passo da 120 a 135 frame al secondo, ma a me che me cambia?” È un tradimento che Alessandro accoglie con finta indignazione: “Questo tua voltafaccia mi fa molto male, Roberto. Ho basato tutti i miei acquisti sui tuoi consigli!” Poi lo perdona, perché in fondo ogni conversazione con Roberto è un pretesto per comprare tecnologia.
A metà mese la grande notizia esplode: Alessandro ha comprato l’Oculus Quest 2. Con i soldi delle criptovalute, naturalmente. La chiusura dell’investimento in bitcoin ha fruttato circa 840 euro a testa agli amici e 500 ad Alessandro come custode del portafoglio, e lui li ha convertiti istantaneamente in realtà virtuale. “Sono molto contento. Sono sicuro che ci giocherò due mesi e poi lo rivenderò,” dice, con la stessa convinzione con cui un fumatore dice che smetterà lunedì.
Da quel momento i vocali di Alessandro diventano bollettini dal fronte della VR. SuperHot — il cui nome ricorderà solo dopo che Roberto gli suggerisce di pensare a un porno — lo lascia fracico di sudore e con le gambe doloranti dopo 40 minuti. Beat Saber lo annoia in cinque minuti e chiede il rimborso. Virtual Desktop gli permette di giocare ai giochi Steam in wireless, e la scoperta lo manda in estasi mistica. Vader Immortal, comprato per 5 euro, diventa “i 45 minuti più belli della mia vita videoludica degli ultimi dieci anni” — trovarsi faccia a faccia con Darth Vader, dover alzare la testa per guardarlo negli occhi, sentirne la voce arrivare dall’alto con l’audio spaziale. “Cari amici, la vera next gen non sono le console,” proclama con tono profetico. “È il visore della realtà virtuale. Punto.”

Roberto ascolta tutto questo con un misto di invidia e tormento. “Tu e Rocco, quando vi appassionate a qualcosa, avete la capacità di farmene innamorare,” ammette. Ma poi fa i conti: 350 di caschetto, 100 per le lenti graduate (è quasi cieco), altri 100-139 per il cinturino Elite. “Per me finisce qui,” decreta, citando i librogame della sua infanzia. “Come diceva Lupo Solitario: la tua avventura e la tua vita finiscono tragicamente qui.”
Ma il mese non è solo nerdaggini. Rocco è nel pieno della compravendita della casa nuova, e ogni giorno porta una nuova crisi. Un giorno scopre che la casa non è una casa ma tre unità immobiliari distinte, il che significa che invece di 2.400 euro di notaio deve spenderne 11.500. La rabbia è contenuta a malapena: si era fidato dell’agente immobiliare, si era fidato del geometra, e l’unica che aveva fiutato il problema era Silvia, la referente della banca, che gli aveva detto “questa cosa non mi torna.” Per fortuna il notaio, un amico gentilissimo, trova un escamotage: comprare due unità come prima casa impegnandosi a unirle entro tre anni con una semplice botola, e la terza — 35 metri quadri di dependance — come seconda casa, per 90 euro l’anno di IMU. Rocco respira, ma lo stress gli mangia le ossa. “Non sopporto più lo stress,” confessa. “Se una cosa mi snerva, sto male fisicamente.”
Il giorno del rogito finalmente arriva. Rocco prende le chiavi e la sera stessa manda le foto agli amici: il giardino con due gazebo, il barbecue, lo scivolo colorato dei bambini. Roberto, vedendo quello scivolo, si commuove. “Mi ha fatto un bel effetto. Spero che possa iniziare un nuovo ciclo solo positivo.” Alessandro passa il giorno dopo, metro laser alla mano che poi si è dimenticato a casa, e dispensa consigli da veterano della ristrutturazione: controllare l’umidità dei muri, verificare se l’impianto è a corrugato, fare la predisposizione per i condizionatori adesso che si spacca tutto. “Quadro elettrico e caldaia,” sintetizza con tono oracolare. “Ricordati le parole di Sandrino.” Rocco nel frattempo esplora la casa come un archeologo: trova una Wii U bianca nuova con due giochi dentro, come in un episodio di Affari al Buio.
C’è anche il Covid, che stringe il cerchio. Davis, un amico di Alessandro, scopre di essere positivo. Alessandro va a fargli la spesa e la lascia a 50 metri di distanza da casa, poi chiede agli amici di non dirlo in giro per questioni di privacy. Roberto racconta che il virus sta arrivando sempre più vicino ai parenti di Luisa, sia a Milano che in Calabria, e la cosa non gli dà alcuna tranquillità. “Vedremo che ci manda il grande Tu, un buon Dio, chi c’è sta, se c’è sta qualcuno,” dice con quella filosofia calabrese che è metà fatalismo e metà preghiera.
E poi c’è l’episodio della risonanza magnetica di Luisa: prenota a Cetraro, ma il macchinario è rotto. La rimandano a Paola. Arriva a Paola, e anche lì il macchinario è rotto. “Se vuole può provare a Cosenza o a Praia a Mare,” le dicono. Luisa torna a casa nera, nera, nera. E proprio quel giorno salta fuori che il direttore sanitario di quegli ospedali è stato sospeso perché sotto indagine per magheggi. Roberto non si scandalizza nemmeno: “Ma è la normalità! Qui tutti sanno tutto di tutti.” Luisa dovrà fare la risonanza a pagamento. Così funzionano le cose.
Sul fronte delle schede grafiche, il mese è un lungo lamento funebre. Non si trova nulla. Le RTX 3080 sono più rare e preziose delle 3090, le AMD sono fantasmi, Nvidia congela la produzione delle nuove versioni, il capodanno cinese blocca le spedizioni per due settimane. Roberto ha rinunciato a tutto: non si fa il Ryzen, non si fa l’Intel, non si fa più niente. “È un mercato drogato fuori da ogni controllo.” Alessandro trova una 3070 a 865 euro sul sito Asus, rateizzabile, chiama Roberto in preda all’eccitazione, Roberto dice no per principio — “non voglio alimentare questo mercato” — e dieci minuti dopo la scheda è esaurita. Alessandro si procura una GT 730 a 80 euro, “talmente scarsa che si dissipa anche passivamente,” giusto per testare il Ryzen nuovo. Vende il vecchio processore 3400G su eBay a 119 euro e qualcuno lo compra in cinque millisecondi. Anche i processori vecchi sono introvabili.
L’ultimo sabato del mese Alessandro assembla finalmente il PC nuovo: Ryzen 5600X, dissipatore a liquido Corsair monoventola, case Thermaltake verticale. Il processore a riposo sta a 34 gradi. La ventola si ferma da sola. Il silenzio è assordante. “Ha cambiato la vita,” sussurra, quasi commosso. Roberto, ascoltando il resoconto, sente risvegliarsi il sacro fuoco: “Mi sta venendo la botta da matto di farmi la stessa identica configurazione.” Ma poi, come sempre, ci ripensa. O forse no. “Può essere che sono talmente matto che stanotte ordino tutto. O domani mattina ti scrivo che non ho ordinato niente. Probabile che non ho ordinato niente.”
E poi c’è il caso GameStop. Alessandro lo spiega agli amici con una parabola degna delle Mille e una Notte, ambientata al mercato di Guardia Piemontese, con Rocco nei panni del furbo che vende ciliegie che non ha, Luisa che aspetta la crostata, e Elon Musk che twitta la sua voglia di dolci mandando in bancarotta mezzo mercato. Roberto ascolta tutto il racconto dalla macchina, da Belvedere quasi a Guardia, e alla fine dice: “Di tutto quello che hai raccontato ho capito tante cose, ma la cosa più importante è che devo menarmi Rocco.”
Il mese si chiude con Roberto che vende la PS4 Pro al magazziniere per 250 euro, Rocco che scopre il costo dell’assicurazione casa, Alessandro che si infila sempre più a fondo nella tana del coniglio della realtà virtuale, e tutti e tre che concordano su una sola cosa: la parola “top” usata nei messaggi WhatsApp è l’abominio linguistico del secolo. “Mi dà proprio fastidio,” ringhia Roberto. Alessandro, il giorno dopo, apre il vocale con: “Cari amici, vi auguro una giornata top!” e Roberto quasi gli muore.