Dicembre si apre con un segnale inequivocabile: il mondo dei tre amici sta per essere invaso da Cyberpunk 2077. Roberto, dal sedile della sua auto in direzione Scalea, lancia il proclama con la solennità di un araldo medievale: il gioco candidato a RPG del decennio uscirà il 10 del mese, e lui vuole sapere se Alessandro è pronto al Day One. Segue una digressione enciclopedica su versioni Xbox, ray tracing, patch next-gen e porting castrati che farebbe impallidire un ingegnere di CD Projekt. Alessandro, pragmatico come sempre, taglia corto: “La notizia che mi devi dare è quando uscirà la patch per la next gen, perché altrimenti non me ne faccio niente.” E poi aggiunge, con la nonchalance di chi delega gli acquisti natalizi: “Me lo faccio comprare da Veronica per Natale.”

Ma prima del sacro Day One, c’è da affrontare l’eterno dilemma dell’Uber PC. Roberto, in uno dei suoi monologhi serali che oscillano tra il trattato di ingegneria e la confessione esistenziale, ammette ciò che tutti sanno: non ha senso farsi un PC da gaming quando le console next-gen fanno tutto meglio e costano un terzo. “Lo so, hai perfettamente ragione, non ha più senso,” dice ad Alessandro. E poi, senza soluzione di continuità: “Ma perché la mia è una smania che ho nell’anima.” La Master Race, il bisogno compulsivo dell’ultimo ritrovato tecnologico, l’effetto grafico che abbassa le prestazioni del 50% ma lui ce l’ha e le console no. Roberto ne parla come di una dipendenza nobile, un hobby da gentiluomini con la scheda video al posto delle macchine d’epoca. Alessandro, che nel frattempo si gode la Xbox Series X ascolta e annuisce. Poi preme il tasto d’accensione della console: un secondo e il gioco è già lì, pronto, nell’ultimo punto dove l’aveva lasciato. “Sta cosa è troppo bella,” mormora. “Nessun PC te la darà mai, mai, mai.”
La discussione tecnica tra Ryzen e Intel infuria per giorni, un balletto di core, thread, watt e socket che i due portano avanti con la passione di chi discute della formazione della nazionale. Alessandro vuole il nuovo Ryzen 5600X, Roberto suggerisce un Intel 10700K per i due core in più, Alessandro gli ricorda il piccolo dettaglio della scheda madre da 250 euro con socket AMD già comprata. “Giusto, giustissimo, me ero dimenticato questo piccolo dettaglio insignificante,” ammette Roberto con una risata. Poi si apre il capitolo watt: il case NZXT H1 che Alessandro desidera ha un alimentatore da 650 watt, e un processore Intel affamato di energia più una 3080 manderebbe tutto “a zampe per aria.” Caso chiuso: Ryzen tutta la vita. Ma Roberto non può fare a meno di segnalare che proprio quel case H1, il totem ultracompatto dei sogni di Alessandro, è stato richiamato dalla NZXT perché due viti in un punto critico possono mandare in cortocircuito il sistema e dare fuoco a tutto. Alessandro prende nota con la serenità di chi convive quotidianamente con il rischio di autocombustione tecnologica.
Rocco riemerge dal silenzio lavorativo come un fungo dopo la pioggia — Roberto lo saluta proprio così — e porta con sé notizie dall’altro fronte: L’Attacco dei Giganti lo sta divorando. “Sono proprio drogato, drogato, drogato,” confessa, e le puntate da 20 minuti sono pillole che si inghiottono una dopo l’altra senza possibilità di fermarsi. Roberto, che da tre anni dice che è una delle serie più eclatanti senza averla mai vista, finalmente si arrende e una sera si siede sul divano. “Ho messo visto tutti e tre i primi episodi,” racconta il giorno dopo, “vabbè, l’inizio è veramente brutto. Nel senso, brutto disturbante.” Ma la qualità dello streaming Netflix lo strega quasi quanto la trama, e nel giro di pochi giorni è in caduta libera: ordina i primi tre volumi del manga da Amazon, si ascolta la colonna sonora in macchina andando al lavoro, e manda messaggi notturni che, riascoltati la mattina dopo, lo fanno sembrare — parole sue — “un caspita di esaltato maniaco fuori di testa.”
Un pomeriggio di inizio mese, Rocco manda una foto apparentemente innocua: le mani sul volante, le unghie tagliate, le dita dritte. Alessandro nota immediatamente l’unica cosa che conta. La fede non c’è più. Rocco racconta con parole misurate ma profonde il percorso che lo ha portato a quella scelta. Era iniziato durante l’estate, in un consiglio direttivo via Zoom, quando una collega aveva abbassato lo sguardo sulla sua mano. “Ho iniziato a sentire che era una cosa dissonante,” spiega. Come se le persone guardassero una parte di lui troppo privata, troppo intima. “Era come se stessi col pisello di fuori,” dice, e poi si corregge cercando le parole giuste per qualcosa che le parole faticano a contenere. La fede ora pende al collo, accanto all’altra, e presto le porterà dall’orafo che le aveva create, chiedendogli di unirle in un ciondolo unico senza cancellare le scritte. “Mi cominciava a pesare,” dice semplicemente. “Il mio rapporto con Margherita è una cosa molto più personale adesso, che non voglio assolutamente condividere con gli altri.” Roberto, che di solito non nota nulla neppure con le luci stroboscopiche puntate sull’evidenza, confessa che la mancanza della fede è stata la prima e unica cosa che ha visto in quella foto. “È una cosa forte, ma inevitabile,” dice, e il suo “stra-culpe” si unisce al “culpe” di Alessandro in un abbraccio a distanza che non ha bisogno di altre parole.
Intanto, nel mondo del retro gaming, Alessandro combatte la sua personale battaglia. Si è fatto arrivare dalla Cina una Pandora’s Box — un Raspberry con processore, RAM e 3.000 giochi preinstallati — da montare nel cabinato che sta costruendo. Sessanta euro e due mesi di attesa. Il problema è che nel riconvertire gli attacchi, saldando e dissaldando sul pettine jamma a 54 pin, ha invertito i 5V e i 12V. Il Raspberry è andato in fumo. Roberto reagisce come se fosse successo a lui: “Se fosse successo a me ci sarebbero state onde gravitazionali di bestemmie che le avrei percepite a chilometri di distanza.” Alessandro, che sperava di passare le vacanze di Natale a giocare a Wonder Boy sul cabinato, ordina un altro apparecchio dalla Cina. Arriverà tra due mesi. Roberto, nel frattempo, gli suggerisce una soluzione alternativa: un amico, Federico D’Achille, si è costruito un sistema di retro gaming con una scheda hardware che emula le vecchie macchine e lo comanda con Alexa. Alessandro apprezza, ma ormai è troppo avanti nei forum del pixel perfect per cambiare rotta. La purezza del segnale CRT a 15 kHz e della risoluzione 380×280 non ammette compromessi.
Le recensioni di Cyberpunk 2077 arrivano come una doccia tiepida: capolavoro funestato dai bug. Roberto, combattuto, elenca le ragioni per aspettare — patch correttive, la 3080 che a marzo forse arriverà, prezzo che scenderà — e quelle per cedere — l’hype, la smania. Alla fine decide di non comprarlo. “Sarò uno dei pochi in Italia che non comprerà Cyberpunk 2077,” proclama, con una punta di orgoglio masochista. Alessandro nemmeno: senza la patch per Xbox Series X e senza una 3080, giocarlo con “grafica scrausa” non è un’opzione. I due resistono alla tentazione come alcolisti davanti a un bar aperto, stringendo i pugni e guardando altrove.
Mentre Alessandro si concede le ferie — “la settimana prossima sarà la mia ultima settimana lavorativa, e forse lavoro pure mezza settimana, manco tutta” — e Roberto combatte con la disponibilità fantasma delle schede video (le 3060 Ti a listino 419 euro, su Amazon magicamente a 850 e oltre), Rocco affronta un bivio professionale. Ha fallito per una sola risposta sbagliata il concorso da dirigente del consultorio ASL, e ora si prepara per un altro concorso, questa volta come dirigente psicologo. Ne parla con la lucidità di chi si conosce bene: la burocrazia lo ucciderebbe, i quiz sulle procedure dell’EA gli fanno venire l’orticaria, il pensiero di fare “quello che ti dicono di fare” gli gela il sangue. Ma Leonardo gli ha detto una cosa che pesa più di qualsiasi stipendio: “Papà, così alle due e mezza stai a casa.” Rocco lo sa che significa: ogni pomeriggio con i bambini, le uscite da scuola, i compiti, le merende. Tutto quello che adesso si perde lavorando fino alle sette. Roberto ascolta e sente il colpo al cuore: “A me manca tantissimo questo,” confessa, pensando a Caterina che cresce mentre lui è al magazzino, e a Luisa che la sera gli racconta cosa ha fatto la bambina durante il giorno. “Caspita, mi sarebbe piaciuto esserci per poterla vivere di persona.” Alessandro, con la sua consueta lucidità laterale, suggerisce una terza via: “Se tuo figlio ti chiede di stare più con lui, non è certo il lavoro pubblico quello che ti può aiutare. Potresti già cominciare a prendere meno appuntamenti la sera.” Rocco lo sa: probabilmente, anche vincendo il concorso, finirebbe per metterci sopra pazienti privati, supervisioni, consulenze. Ma va a fare il concorso lo stesso, perché “se mai che vinco e ti avvento.” Non lo passa nemmeno questo — troppo bastardo il quiz, 30 domande in 30 minuti — ma sul caso clinico prende 30 su 30, liquidandolo in 7 minuti. E nei tre giorni successivi, come per compensazione cosmica, gli piovono addosso 25 appuntamenti e circa 3.500 euro di incassi. Il mondo gli ha risposto a modo suo.
Il Natale di pandemia si avvicina e porta con sé il suo carico di tensioni familiari. Roberto, in un raro momento di serenità, confessa che un Natale in quattro o cinque persone — lui, Luisa, Caterina e i suoceri — gli sembra “una delle cose più belle dell’ultimo periodo.” Lui che odia gli assembramenti a prescindere dal Covid, lui che quando sono più di tre va nel panico, per una volta benedice le restrizioni. Alessandro litiga con la madre, che minimizza il rischio dopo che la maestra di Arianna è risultata positiva e la bambina è in quarantena. “Gianna ha detto che non c’è pericolo,” riporta la madre, e Alessandro esplode: “Ma questi hanno gli occhi foderati di prosciutto!” La situazione si avvita su se stessa: Veronica si rifiuta di portare Mila dalle cuginette che sono stati a contatto con la classe in quarantena, la madre di Alessandro interpreta il rifiuto come l’ennesimo pretesto per non farle vedere la nipote, il fratello Andrea e la moglie Gianna — lei dottoressa — continuano a fare feste come se il virus fosse un’opinione. “Mia madre pensa che sono io quello strano,” dice Alessandro, sconfortato. Rocco, che alla festa di compleanno del fratello di Alessandro c’era stato con Leonardo e Lavinia, difende la sua posizione: mascherina FFP3, distanze rispettate, bambini preparati. Ma Alessandro non molla: “Unire nuclei familiari diversi, che frequentano scuole diverse, in una stanza di 10 metri quadri, è una bomba atomica.” Roberto, come sempre, media tra i due: “Una cosa dire stiamo tutti bene e ci possiamo vedere, una cosa avere avuto un contatto con un positivo.”
Nei ritagli tra una discussione sul Covid e l’altra, i tre trovano rifugio nei videogiochi come in un bunker dell’anima. Alessandro finisce Ori and the Will of the Wisp in una quindicina d’ore, scoprendo con orrore che per platinarlo bisogna completare il gioco senza mai essere colpiti — “ma chi cacchio lo sapeva, una delle prime cadute che ho fatto è stata nelle pozze avvelenate” — e si tuffa in Nier Automata, un gioco che lo terrà impegnato per 50 ore e tre run complete. Roberto scopre Alba: A Wildlife Adventure e lo gioca con Caterina: “Appena è partita la musichetta iniziale col gabbiano che vola, lei si è bloccata. Da lì è rimasta stregata.” La bambina molla le bamboline, si infila tra le gambe del papà, prende il joypad con le manine impedite, e per un’ora padre e figlia salvano delfini spiaggiati e fotografano uccelli rari su un’isola virtuale. Rocco, intanto, platina Ghost of Tsushima e ne parla con l’entusiasmo di un samurai che ha appena scoperto lo zen: il vento che indica la direzione, i duelli all’ultimo colpo, le leggende del bardo Yamato, i sei Ronin da sfidare in posti spettacolari. “È un film dei samurai,” dice, “ed è proprio figo.” Roberto, naturalmente, si fa vendere il gioco in tempo reale.
Star Wars Squadrons, arrivato via eBay a 16 euro, si rivela una delusione: niente open world, solo missioni lineari di spara-spara. Alessandro liquida la faccenda con filosofia da reseller: “Una volta che ho finito, che vuoi che non riesco a venderlo a 10 euro? Praticamente l’ho pagato 6 euro.” Roberto, dal canto suo, si trova a combattere con il Windows Store per far funzionare Call of the Sea — gioco lovecraftiano gratuito sul Game Pass — che si blocca tre volte prima di costringerlo a ricomprarlo su Steam per 15 euro. “Il Windows Game Store è una merda,” sentenzia con la rabbia fredda di chi ha bestemmiato invano davanti a tre schermate di errore. “Ma proprio una merda.”
Le ultime giornate dell’anno si consumano tra surroga del mutuo e tentativi di normalità. Alessandro va in banca al 24 dicembre per la surroga, armato di autocertificazione e rabbia preventiva verso l’impiegata che non risponde alle mail. Rocco scopre che Unicredit pretende che il capitale residuo sia inferiore al 70% del valore della casa, e che la casa si è svalutata dall’acquisto. “Beh, scusi, ma io ci ho speso 100.000 euro di ristrutturazione sopra.” “Non vuol dire niente.” “Arrivederci e grazie. Mamma che palle.” Roberto confessa di aver quasi comprato un’Xbox Series S per 299 euro in un momento di debolezza al lavoro, salvo rinsavire: “Ma che cazzarola ci dovevo fare? C’ho il PC!” E poi ammette di aver visto passare su Amazon un Ryzen 5900 a 900 euro e di aver pensato per un istante di cliccare. “Fortunatamente qualcuno dall’alto ha detto: ma che sta a fa? Fermate!”
Alessandro, nelle sue ferie, pedala sui Monti Lepini grazie alla heat map di Strava, guarda Tenet senza capirci niente (“come minimo devo rivedermelo”), piange a dirotto con Mulan e si entusiasma per The Gentlemen di Guy Ritchie. Roberto scopre La Bella e la Bestia in live action e decreta: “Io e te, guarda Sandrino, io e te e Rocco che recitavamo nella Lunatic Production eravamo da Oscar a confronto.” Caterina concorda: riguardiamoci il cartone animato, papà. Sì.
L’anno si chiude con Roberto insolitamente contento per le ferie forzate dal DPCM — “un evento storico, non ho mai fatto così tanti giorni sotto le festività natalizie” — e con Alessandro che scopre Hades, il gioco dell’anno, e capisce subito che ci perderà centinaia di ore. L’ultimo messaggio è di Roberto, che ha sentito una brutta notizia da Rocco — uno zio mancato per Covid — e non trova le parole, “tranne dare un abbraccio a te, a Lavinia e a Leonardo.” Fuori piove, fa freddo, e il bar serve solo da asporto. Ma domani si sta a casa, e se ne riparla lunedì.