Novembre si apre con Roberto che racconta, in un crescendo di incredulità comica, la saga delle elezioni dei rappresentanti di classe all’asilo di Caterina. La voce gli trema ancora dallo stupore. Luisa è tornata a casa la sera distrutta, perché le hanno affidato il ruolo di scrutatrice — e l’hanno trattata come un funzionario delle Nazioni Unite durante il monitoraggio elettorale in uno stato fallito. Accuse di brogli, cugine imbufalite, voti scomparsi nel nulla. Una parente di Luisa è convinta che le abbiano sottratto un voto, e pretende giustizia. Roberto fa notare, con la calma di chi ha già accettato che l’umanità è perduta, che la vincitrice ha prevalso con 10 punti di scarto. Anche se la cugina avesse ricevuto tutti e sei i voti che rivendica, sarebbe rimasta comunque nove punti sotto. “Brogli elettorali all’asilo,” mormora Roberto. “Non ci serve il covid. Ci serve un asteroide.”
Nel frattempo Alessandro prova a tirare Rocco dentro una discussione sull’arredamento della nuova casa, ma il vero obiettivo è perculare l’amico con la grazia chirurgica di chi ha affilato l’ironia per anni. Rocco vuole il gres porcellanato effetto legno. Alessandro lo guarda — metaforicamente, dato che si parlano via vocale — come si guarda un uomo che ordina un Rolex falso al mercato rionale. “Comprarsi del legno finto per avere un effetto legno è come comprarsi un Rolex falso per avere un Rolex al polso,” sentenzia, con la solennità di un filosofo presocratico della pavimentazione.
Ma è il gas a scatenare il vero putiferio. Rocco, nella sua nuova casa in campagna, vuole mantenere i fornelli a gas alimentati da un bombolone. Roberto, sentendo la parola “bombolone”, ha un flashback traumatico da veterano: tre anni di vita con le bombole del gas, tre piani di scale, il bombolone da caricare su per la vecchia ogni 25 giorni. “Mi è partito l’embolo,” confessa, la voce che sale di un’ottava. “Chi ha inventato i bomboloni a gas?!” Alessandro, con la spietatezza del tecnologo convinto, costruisce una parabola micidiale: Rocco è come un uomo dell’Ottocento che, all’arrivo dell’elettricità, dice “no grazie, preferisco la candela, mi piace la fiammella.” L’immagine di un Rocco ottocentesco e romantico davanti alla fiammella del gas rallegra Roberto per giorni. Interviene persino Veronica con un intervento a gamba tesa: “L’induzione ti cambia la vita. Cucini con la metà del tempo. Tutti i cuochi del mondo hanno l’induzione. Rocco invece preferisce la fiamma. Non si sa perché.” Rocco, dal canto suo, si difende con la dignità di chi sa di essere in minoranza: “Ho detto subito che non capivo un cazzo, non è che sono partito dicendo che l’induzione è una merda.”
La Calabria intanto diventa zona rossa. Roberto lo annuncia ai primi di novembre con un misto di rassegnazione e ansia. Da domani lockdown pieno: niente spostamenti, niente passeggiate con Caterina, niente uscite se non per lavoro o sopravvivenza. La voce si fa più seria, più pesante. Al lavoro la situazione è un equilibrismo da circo: Capitan Sport — il braccio online dell’azienda — non chiude, anzi si prepara al delirio. Il capo ha deciso, in un colpo di genio disperato, di riversare online tutta la merce dei negozi fisici costretti a chiudere. Arrivano 4 nuove persone, 50 modelli diversi di scarpe, altre 40-50 in arrivo, e nessuno sa dove metterle. “Probabilmente sulla mia scrivania ci saranno scarpe al posto di me seduto,” prevede Roberto con lucidità profetica. Sotto, però, cova la paura vera: il capo ha detto chiaro e tondo che se il lockdown si prolunga, potrebbe non farcela. Roberto non è ottimista. “Secondo me sta botta non ci rialziamo,” confida agli amici. “Se le cose non girano a dovere, io a dicembre non avrò più un lavoro.” Rocco, pragmatico, lo rassicura: se l’online funziona, l’ultimo che licenzierebbero è proprio chi manda avanti la baracca digitale. Roberto annuisce, ma la preoccupazione gli resta addosso come un cappotto bagnato.
Poi, come un interruttore che scatta, si passa al nerd. Le CPU Ryzen serie 5000 escono in commercio e Roberto, che per queste cose si trasforma in un sommelier dell’hardware, consiglia ad Alessandro il Ryzen 5 5600X: 6 core, 12 thread, lo “sweet spot” prezzo-prestazioni. Il prezzo è salito di 50-60 euro rispetto alla generazione precedente — AMD, ora che ha il primato, alza i listini come un ristorante che ottiene la stella Michelin. Il sogno proibito di Roberto è il 5800X, un 8 core da oltre 500 euro, ma il portafoglio piange. Alessandro, intanto, decide di copiare in tutto e per tutto la configurazione dell’amico — scheda madre X570, RAM a 3600 MHz, il tutto possibilmente rateizzabile. Roberto scopre un sito con il 5600X a 350 euro, chiede consiglio ad Alessandro, ma Alessandro aspetta il parere di Roberto, e nel frattempo le 10 unità disponibili evaporano come acqua nel deserto. “Mazza, venduti tutti in un lampo,” constata Alessandro con la serenità zen di chi ha già perso mille treni.
Il 10 novembre esce la Xbox Series X. Roberto si lancia in una tirata furiosa sul nome della console — “Xbox Series X, ma che cazzo di nome è?!” — notando che distinguerla dalla vecchia Xbox One X richiede una laurea in linguistica applicata. “Almeno quegli stupidi di Sony sono andati col numeretto: uno, due, tre, quattro, cinque. Mannaggia, i giapponesi pure.” L’hardware è fantastico, ma non esiste un solo gioco di nuova generazione con cui testarlo davvero. Microsoft ha lanciato un monolite nero bellissimo e potentissimo senza munizioni.
Il mercato tecnologico, nel frattempo, è un campo di battaglia dove nessuno riesce a comprare niente. Le RTX 3080 sono introvabili o a prezzi da rapina: una Gigabyte 3070 da 520 euro venduta a 999. Le 3090 a 2.000 e passa. Le nuove AMD 6800 non sono nemmeno preordinabili — a una settimana dal lancio, un negoziante romano rivela che non ha ancora ricevuto né codici articolo né listino prezzi. “Mettetevi l’anima in pace,” dice in un video, e Roberto riporta la profezia agli amici come un messaggero di sventura. Alessandro, che ha ordinato una MSI 3080 tramite TIM e aspetta da mesi, scopre con orrore che la scheda è un mastodonte da 34 centimetri e 3 slot che non entra in nessun case Micro ATX. “Che palle, possono essere questi i problemi?” si chiede retoricamente, conoscendo già la risposta.
La PS5 esce il 19 novembre. Roberto lo sa già: saranno esaurite in 30 secondi. In ufficio sono in quattro a fare F5 su Amazon e sul sito Sony dalle 12:55, e non ce la fa nessuno. Intanto due youtuber che Roberto odia — soprattutto “quello secco con il pizzetto” — la PS5 l’hanno presa al Day One. “Guarda caso ce sono riusciti loro,” sibila Roberto con un risentimento cosmico. La PS5, oltre a essere brutta e gigantesca, ha bisogno di una vite e un cacciavite per lo stand orizzontale. Roberto è sconcertato: “Sono dieci anni che ho case per PC che non usano un cacciavite, e nel 2021 la PS5 con una vite?”
Alessandro, dal canto suo, ha ricevuto la Xbox in regalo da TIM. La installa, prova Assassin’s Creed Valhalla e resta folgorato dalla velocità dei caricamenti — talmente rapidi che le schermate di loading scompaiono prima di poterle leggere. Ma poi scopre che il Quick Resume richiede che la console resti sempre accesa, trasformandola in un fornetto. “Ci puoi scaldare le pizzette,” nota, mettendo la mano sulla griglia e sentendo il calore salire. Roberto coglie il lato positivo: “Hai un gradevole oggetto tecnologico che oltre a fare da console fa anche da simpatico fornetto scalda-vivande.” Alessandro tenta anche il gioco in streaming su cellulare via 4G, annuncia trionfante che funziona, poi deve ritrattare — forse era wifi — poi riconferma leggendo le specifiche ufficiali, in un balletto di smentite e rettifiche che diverte Roberto per giorni interi. “La speranza di svoltare il matrimonio!” esulta Roberto ogni volta che Alessandro conferma, riferendosi al sogno di giocare Assassin’s Creed chiuso in un bagno durante i ricevimenti.
Ma è il racconto di Rocco, a metà mese, a spostare tutto il peso emotivo della conversazione. Parla a lungo, per la prima volta dopo un periodo di silenzio. Con Silvia le cose vanno bene — molto bene. Lei ha lasciato le chiavi di casa, dorme da loro dal giovedì alla domenica, gioca con Leonardo e Lavinia, si trucca con la piccola che la chiama “Silky” come il vermetto rosa dei Tinga Tinga Tales. Ha riordinato la cucina, buttato le cose scadute, e a un certo punto si è fermata ed emozionata: “Faccio queste cose perché penso che Margherita vuole che abbiate vicino una persona che si prende cura di voi.” Rocco racconta anche del compleanno di Leonardo: 35 palloncini, tortine, candeline, la casa del mistero di Scooby-Doo come regalo, e Silvia che scopre una passione inaspettata per i Lego — “Ma sono divertentissimi!” dice, e la sera si mettono a costruire insieme chiacchierando. I bambini sono felici. La mattina chiedono subito “Papà, ma dove sta Silvia?” Roberto, ascoltando, fa il messaggio più lungo e più sentito: “A sentire il tuo tono di voce è come ascoltare una persona normale a cui in questi ultimi due anni non è accaduto niente di brutto. Lo so, è un messaggio forte. Ma è questo che si riesce finalmente a percepire nella tua voce. E io lo dico con gioia.”
Rocco racconta anche del concorsone per dirigente psicologo ASL. Sono partiti in 12.000 candidati, ne sono rimasti 4.000 ammessi. La prima prova è un terno al lotto: 30 domande a scelta multipla su qualunque argomento di psicologia clinica inerente alla gestione di un consultorio — dalla legge sull’aborto alle adozioni, dagli incontri protetti ai test di somministrazione. Nessun libro indicato, nessun programma. Rocco studia con sua madre, che è del mestiere. Sa che i raccomandati avranno le risposte, ma ha un vantaggio: a parità di punteggio, le sue condizioni familiari lo fanno scavalcare tutti. Se va bene, potrà entrare al consultorio di Velletri con uno stipendio tra 2.200 e 2.500 euro, destinato a crescere fino a 3.800 più tredicesima e quattordicesima. Il lavoro in sé non lo entusiasma — l’80% è gestione manageriale, non psicoterapia — ma la sicurezza di un posto pubblico, per chi ha la partita IVA, è il sacro graal. Roberto commenta che lo stipendio base di Rocco è tre volte il suo. Alessandro gli fa un in bocca al lupo ma aggiunge, cinico e affettuoso: “Le femmine cominciano a diventare rompicoglioni solo dopo. All’inizio tutte carine, sì che belli i Lego, sì che bello Voltron. A un certo punto qualcosa cambia e perdi il controllo su tutto.” Roberto, che combatte da anni per esporre i cinque leoni di Voltron senza il permesso di Luisa, annuisce amaramente.
L’ultima settimana è dominata dal Black Friday, che a Capitan Sport non esplode come sperato. Roberto è preoccupato: hanno personale, merce a tonnellate, ma i numeri non sono quelli degli anni passati. Li fanno lavorare tutto il giorno, anche l’8 dicembre — “solo perché è l’Immacolata e festa nazionale, ma dettagli.” Alessandro, nel frattempo, ha giocato 3 ore ad Assassin’s Creed Valhalla e lo ha rivenduto perdendo 20 euro, folgorato dalla rivelazione di Jedi: Fallen Order — un gioco più vecchio di un anno che gli monta in capo pure a grafica. “Se ne andasse a fanculo Ubisoft,” chiude, con la serenità di chi ha trovato la via.
E poi c’è il cane. Il cane della vicina di Alessandro, che abbaia dalle 2 alle 4 di notte, ogni notte, da quando si sono trasferiti a luglio. Alessandro prova la diplomazia, ma la padrona è impassibile come un monolite. Un vicino di due palazzine più in là perde la pazienza, si avvicina gesticolando come una furia e urla verso il cane e la signora. Funziona. Per due notti benedette, silenzio. Poi il cane ricomincia, e stavolta è Veronica a uscire in piena notte, citofonare, minacciare di mandare i carabinieri, fare un macello. Roberto, solidale, propone prima comprensione, poi — con una battuta che sa di non dover fare ma non riesce a trattenersi — “una bella polpettina avvelenata.” Lo dice e si pente immediatamente: “Lo so, sto dicendo una cattiveria assurda. Vabbè, niente, fai, basta, zitto.” Ma la vicina finalmente cede. Il cane va dentro casa. Le orecchie di Alessandro si rilassano “nelle braccia di Morfeo.”
