Ottobre 2020: schede video fantasma, trombi immaginari e una stella di Natale ritrovata

Ottobre si apre con Roberto in piena crisi mistica da scheda video. Le nuove Nvidia 3080 sono state annunciate al mondo, recensite da chiunque abbia un canale YouTube e due neuroni collegati, ma acquistarle è come cercare il Sacro Graal in un centro commerciale: tutti ne parlano, nessuno le ha viste. Roberto, dal suo avamposto calabrese, scruta Amazon con la costanza di un falco pellegrino in attesa della preda, ma l’unica cosa che riesce a rateizzare è la frustrazione. “Non esistono queste schede, ufficialmente,” sentenzia con la voce di chi ha passato trent’anni a inseguire GPU, dalla 3DFX in poi. “Le hanno prodotte per mandarle ai recensori e per darle a qualche strafortunato figlio di papà straricco che le ha pagate il triplo su eBay.”

Alessandro, dal canto suo, è sprovvisto di scheda grafica — dettaglio che rende le sue opinioni tecniche ancora più appassionate. Si è fatto ordinare una MSI Trio 3080 tramite la TIM, ma la consegna potrebbe richiedere mesi, forse ere geologiche. Nel frattempo prova Star Wars Squadrons sull’EA Play, e scopre che pilotare un TIE Fighter col joypad della Xbox 360 è un’esperienza al limite del traumatico. “Ho vomitato anche l’anima,” racconta senza mezzi termini. Voleva andare a destra, andava a sinistra. Voleva frenare, accelerava. L’unica manovra che gli riusciva era accelerare, il che in un simulatore di combattimento spaziale non è esattamente una strategia vincente. Lui, che aveva finito i Wing Commander su un 286 a occhi chiusi, si ritrova completamente impedito. Le recensioni avevano avvertito che serviva un joystick da simulatore di volo. Tristo e mesto, ripone il sogno di solcare le stelle.

Ma è il dibattito sul case per PC a dominare le prime settimane del mese con la persistenza di una pioggia calabrese. Roberto è lacerato da un dilemma amletico: Mini-ITX o Mid-Tower? L’NZXT H1, quel gioiello compatto che include già raffreddamento a liquido e alimentatore da 750W per 360 euro, lo chiama con il canto delle sirene. “Non costa un cazzo per quello che ti offre,” ammette, calcolatrice alla mano. Ma poi guarda il suo Raven della Silverstone, aperto dopo tre anni di servizio, e rivede i grovigli di cavi, le bestemmie per aggiungere un SSD, il sudore estivo amplificato da una GPU che trasformava la stanza in una sauna. “C’ho 45 anni, e deve andare così. Non c’ho più tempo da perdere,” proclama con la solennità di chi ha raggiunto l’illuminazione hardware. Alessandro lo punzecchia, gli linka video di case compatti da 269 dollari con manico incorporato — tipo valigetta per nerd in fuga — ma Roberto è irremovibile. Poi ammette, con disarmante onestà: “Poi magari tra un mese ti dico che ho comprato l’H1. Ma so capace di fare così.”

La sentenza finale arriva qualche giorno dopo: sarà un NZXT 510 Lit, Mid-Tower con doppio pannello in vetro temperato, 163,68 euro rateizzabili in 5 mesi a 34 euro al mese. La consegna è prevista per il 19, che in Calabria con Amazon Prime significa circa 10 giorni — un dettaglio che Roberto sottolinea con l’ironia amara di chi ha imparato a convivere con la logistica del profondo sud.

Alessandro, intanto, vende il suo Dell XPS 15 pollici, bestia da 32 giga di RAM e schermo 4K, acquistato nel 2016 per 2.800 euro. Lo piazza a 800 euro, di cui 700 finiscono in tasca dopo la commissione di PayPal. “Un portatile di quasi cinque anni venduto a 800 euro, neanche per le M3 mi davano tutti i soldi,” commenta soddisfatto. Il taglio dei capelli dal barbiere, però, gli riserva una sorpresa meno gradita: il parrucchiere, con la delicatezza di un elefante in cristalleria, gli suggerisce un trattamento di ricrescita. Alessandro declina con classe: “Magari mi riscopro anche un bell’uomo calvo.” Poi, rasandosi, ritrova quel cerchietto di alopecia dietro la nuca che lo accompagna da mesi, fedele come un’ombra.

Roberto scopre Oceania su Disney Plus e ne resta folgorato. “Un capolavoro! Capolavoro di animazione, capolavoro di tecnica, una computer grafica della Madonna!” esclama con l’entusiasmo di chi ha appena visto la luce. Lui che l’aveva snobbato completamente, liquidato come roba da poco, si ritrova a guardare la scena finale in piedi davanti alla TV, nella stessa identica posizione di Caterina — dettaglio che Luisa gli fa notare ridendo. “Certo che è proprio tua figlia,” gli dice. E Roberto, per un istante, si commuove. Poi ricade nel loop: Caterina lo rivorrà vedere dieci, venti, trenta volte, così come ha fatto con la Sirenetta, con Frozen, con Nemo. Ma a lui non importa, perché nella scena finale di Oceania rivede qualcosa di sé che si rispecchia in sua figlia, e non sa neanche spiegare bene cosa sia.

A proposito di Caterina, Roberto racconta una sera speciale con la voce di chi annuncia una conquista epica. Caterina ha mangiato un piatto intero di pennette al pomodoro. Un piatto intero. Per chi non conosce la storia, questo è l’equivalente emotivo di uno sbarco sulla Luna. Roberto e Luisa ci hanno messo un’ora e mezza, tra pianti e resistenze, ma alla fine la bambina ha detto che era buono. Hanno annullato psicologo, logopedista, tutto — troppo costosi, soprattutto durante il lockdown — e hanno deciso di provarci da soli. Luisa, in particolare, ha iniziato un percorso personale nella gestione educativa di Caterina che ha portato a questo risultato. “Per me e per Luisa è un traguardo grandissimo e importantissimo,” dice Roberto, e nella sua voce c’è una gioia che nessuna scheda video al mondo potrebbe eguagliare. Alessandro si unisce alla festa: “Non pensare che per noi ci stai dicendo una cazzata. Mi metto nei vostri panni spesso con Veronica. È un traguardo grandissimo.”

Il Covid, intanto, bussa con insistenza crescente alle porte delle loro vite. Roberto manda Caterina all’asilo con un nodo allo stomaco — avrebbe voluto aspettare quindici giorni dall’apertura per vedere se saltavano fuori contagi, ma Luisa doveva lavorare e la nonna non poteva tenerla. La bambina torna raggiante, con l’astuccio nuovo e le etichette di Frozen sui pennarelli. Ma Roberto passa la notte in ansia, e al primo respiro un po’ pesante di Caterina pensa subito al peggio. Alessandro gli fa eco: anche Mila si è presa il raffreddore come mezza classe, e la pediatra pretende il tampone obbligatorio al primo sintomo. Ne segue un’odissea burocratica per ottenere un certificato medico senza tampone — una pediatra privata a pagamento che visiti la bambina a casa, perché la pediatra di base non vuole neanche vederla. Con 38 di febbre misurati nel sederino — scopriranno poi che dopo i sei mesi si misura sotto l’ascella — il panico è servito. “Se ogni volta gli devi fare il tampone, a sti bambini praticamente gli sfondiamo il naso,” riflette Roberto. GLS manda comunicati sui centri bloccati per sanificazione. La situazione sta precipitando.

Rocco vive settimane di intensità concentrata. Torna dalla Sicilia dove ha fatto perizie per il tribunale — con un momento di panico quando un tizio col casco integrale nero e la visiera abbassata si è piazzato a fissare dentro lo studio dell’avvocato, prima di rivelarsi un innocuo signore che aspettava l’amico dal palazzo accanto. Leonardo inizia la prova di hip hop e si diverte un mondo. Ma un giorno il bambino crolla: si sente il più piccolo della classe, dice di non saper fare niente, gli manca la mamma. Rocco lo racconta con la voce rotta di un padre che vorrebbe proteggere suo figlio da ogni tristezza del mondo. “Speriamo sempre che i figli abbiano una vita migliore della nostra,” mormora, e poi ricorda Margherita, che gli diceva “certo che però ci meritavamo di essere più felici.” È una giornata grigia, di quelle che ti si appiccicano addosso.

Ma Rocco è anche l’uomo che sta comprando casa, e questo mette tutto in una prospettiva diversa. Il perito della banca dà il via libera, la tettoia abusiva può restare — risparmio di 1.500 euro per i venditori e 2.000 per lui. I signori Gatta si dimostrano persone squisite: depuratore dell’acqua in omaggio dal valore di quasi 10.000 euro, tutti i libri, e un invito a scegliere qualsiasi mobile della casa. “Tutto quello che ti piace te lo tieni,” gli dicono. Roberto e Alessandro, che hanno avuto esperienze diametralmente opposte con i loro ex proprietari — Roberto si è ritrovato il bagno senza sanitari, portati via come souvenir — restano a bocca aperta.

Un pomeriggio uggioso, Rocco firma il compromesso e caccia 38.784 euro dal conto corrente. “Che gioia, che gioia,” commenta con quel mix di euforia e vertigine che solo un bonifico a cinque cifre può generare. Roberto immortala il momento con la metafora dei “35.000 pistacchi” che Rocco aveva usato, immaginandosi cricetini che accumulano pistacchi per comprarsi una tana. Ma c’è un dettaglio che rende tutto ancora più speciale. Durante il sopralluogo con il perito, tra ginkgo biloba, limoni e melograni, Rocco trova una stella di Natale cresciuta spontaneamente nel giardino. L’euforbia pulcherrima — la stessa pianta che curava Margherita, la sua “bambina” a cui parlava ogni giorno, quella che si è seccata dopo la sua scomparsa. E adesso, nella casa nuova, ne è cresciuta un’altra. Rocco non aggiunge molte parole. Non servono. Roberto risponde che è la magia della vita, quando succedono cose che non dovrebbero succedere.

Le peripezie mediche di Roberto, intanto, assumono contorni da commedia dell’arte. La risonanza magnetica a Cosenza è un’odissea: mandato al secondo piano dall’accoglienza — una ragazza alta due metri in minigonna e tacchi a spillo che gli provoca il balbettio — rispedito al primo piano dallo sportello, poi dirottato al piano meno uno. Il POS non funziona, il rotolino è finito, aspetta dieci minuti per nulla. Poi trenta minuti nel macchinario, una seconda risonanza con liquido di contrasto perché la prima non ha “tipizzato” la lesione, e alla fine la scoperta di essere fosforescente al buio. “Quando spegnevo le luci ero fosforescente perché c’è un liquido di contrasto nel sangue,” ride.

Ma la vera saga è quella del trombo fantasma. Una dottoressa a Velletri gli ha diagnosticato una trombosi parziale alle vene gemelle, prescrivendogli un mese di punture di eparina. Roberto ha le braccia nere di lividi. Poi va a fare un ecodoppler in Calabria, e il dottor Cirimele — “se volete ridere” — non trova assolutamente niente. “Lo sa cosa vedo io? Un cazzo,” gli dice il dottore con la franchezza di chi esercita da quarant’anni. “Le trombosi parziali non esistono. La vena o è aperta o è chiusa.” Roberto, sdraiato sul lettino con le mani addormentate sotto il mento, gli risponde che lui fa il magazziniere e sa tutto dei computer ma del corpo umano conosce a malapena la safena. Il dottore scoppia a ridere e lo porta davanti a un poster anatomico per spiegargli le vene. Un terzo ecodoppler conferma: nessun trombo. Due medici calabresi contro una dottoressa del Policlinico di Tor Vergata. Roberto non sa a chi credere, ma decide di non farsi più bucare le braccia.

Alessandro, nel frattempo, combatte la sua personale battaglia sanitaria: una probabile zecca beccata durante un giro in bicicletta. Se l’è tolta da solo con le pinzette — dettaglio che fa accapponare la pelle a Roberto — e ora è sotto antibiotico con conati di vomito devastanti. “Vabbè, ti volevo rassicurare,” gli dice Roberto. “Nel peggiore delle ipotesi c’hai ancora da un mese a cinque anni di vita.”

A fine mese, il mondo nerd esplode: AMD presenta le nuove Radeon RX 6000, schede video che per la prima volta in anni riescono a competere e persino superare le corrispondenti Nvidia. Roberto dedica una sequenza di messaggi degna di un documentario di David Attenborough alla fauna tecnologica: la 6800 che si piazza tra la 3070 e la 3080, la 6800 XT che chiappa la 3080, e la 6900 XT che mette in ginocchio la 3090 a 999 dollari contro i 1.600-2.600 della rivale. Il “Rage Mode” — il boost automatico che si attiva con un ecosistema tutto AMD — lo fa sognare. Ma il DLSS manca, il ray tracing è inferiore, e soprattutto: saranno trovabili? “Siccome le fonderie sono su quelle, non è che magicamente AMD crea i nanetti e le marmotte con la cioccolata,” profetizza.

Il 29 ottobre le 3070 arrivano ufficialmente in commercio. Alessandro prova a comprarla per Roberto: clicca sul sito Nvidia, “disponibile ora,” clicca ancora, e niente. Sparite in un secondo. “Roberti, ci ho provato,” scrive desolato. Roberto lo ringrazia con la devozione di chi stava per fondare una nuova religione: “Fai una cosa del genere, passi al nuovo sandrinesimo.” Poi scopre che la sera stessa, per pochi minuti, alcune 3080 EVGA sono apparse su Amazon a 771 euro, e 4-5 fortunati su Hardware Upgrade sono riusciti a comprarle alle 17:30. Alle 17:32 erano finite. Roberto rosica come un porco: era al lavoro, non poteva neanche guardare il telefono.

Rocco, che di schede video capisce quanto Roberto di balletto classico, ascolta tutto con pazienza santa e confessa che appena Roberto cambierà GPU, lui comprerà la sua vecchia per regalarla a Giulio — un giretto dell’usato che ha la sua logica. Poi organizza il compleanno di Lavinia che compie 4 anni: palloncini fucsia e color tiffany che galleggiano per la stanza, una torta, tre cioccolatini, e una Barbie sirena. Silvia, invitata al pigiama party dalla piccola, partecipa ai festeggiamenti del mattino. Lavinia le si attacca come un koala e non la molla più. Leonardo è solo un po’ geloso. “L’importante è che lei passi un buon compleanno,” dice Rocco, esausto ma felice.

Il mese si chiude con Veronica che irrompe nel vocale di Alessandro per disquisire di schede video — evento che Roberto e Rocco accolgono con finto sgomento, come se una donna che parla di oggetti con le lucine fosse un segno dell’Apocalisse. “Quando una donna si mette a disquisire di oggetti tecnologici, una parte di noi muore,” decreta Roberto, scherzando. Poi si preoccupa genuinamente del fatto che Veronica beva latte di soia, e parte in una digressione sulla moglie Luisa che non beve latte normale e non mangia mozzarella di bufala perché “sa troppo di bufala.” “Io rimango allibito, amici. Allibito.”